Excursus 08 - La prima e la seconda morte.



Il tempo di vita dell’uomo.

Il potere sulla morte.

La morte seconda.


Il tempo di vita dell’uomo.

In generale si ipotizza che la morte dell’uomo, conseguenza necessaria della vita, avviene a circa 80 o 90 anni - in pochi casi eccezionali si diventa più anziani. È per così dire una fatalità sistemica. Ma è davvero così?

Se guardiamo indietro ai tempi prima del diluvio, vediamo che le persone vivevano molto più a lungo. Metusalemme visse 969 anni, suo figlio Lamec 777. Dopo il diluvio l’età delle persone si accorcia successivamente. Arpacsad, un figlio di Sem, visse solo 434 anni, Abrahamo, nato tre secoli dopo Arpacsad, visse comunque ancora 175 anni.

(Vedi anche la tabella 01: "Cronologia da Adamo a Giacobbe")


Se quindi guardiamo a ritroso lo sviluppo dell’uomo fino alla sua creazione, ci accorgiamo che nel giardino di Eden l’intenzione originaria di Dio per l’uomo era di concedergli il tempo di vita illimitato, vita eterna. Ce lo trasmette anche Gen 3,22.

Che non prenda anche dell’albero della vita perché, mangiandone, viva per sempre

Gen 3,22 E l’Eterno DIO disse: «Ecco, l’uomo è divenuto come uno di noi, perché conosce il bene e il male. Ed ora non bisogna permettergli di stendere la sua mano per prendere anche dell’albero della vita perché, mangiandone, viva per sempre». Gen 3,22;


Questo ci conferma che l’uomo, se avesse mangiato solo dell’albero della vita, avrebbe vissuto per sempre. Ma, come sappiamo, le prime persone non si sono attenute al comandamento del Signore loro Dio. Hanno mangiato, benché proibito, dall’albero della conoscenza. E in questo caso Dio aveva loro predetto che sarebbero dovuti morire.

Il giorno che tu mangerai dall’albero della conoscenza, per certo morrai.

Gen 2,16 E l’Eterno DIO comandò l’uomo dicendo: «Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; 2,17 ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai. Gen 2,16-17;


(Vedi anche discorso 96: "Perché credere?")


Questo naturalmente non significa che dovevano morire improvvisamente dopo il peccato, ma che sarebbero morti, e quindi non avrebbero potuto - come inizialmente previsto - vivere in eterno. Questa differenza di interpretazione, sembra aver usato Satana per sedurre Eva.

Voi non morrete affatto.

Gen 3,4 Allora il serpente disse alla donna: «Voi non morrete affatto; 3,5 ma DIO sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come DIO, conoscendo il bene e il male». Gen 3, 4- 5;


Notiamo che già la prima parola che Satana rivolse agli uomini non era verità, ma neanche una chiara bugia, bensì una mezza verità. Come si è poi dimostrato, dopo essere stati cacciati dal Paradiso (più correttamente: dal giardino dell’Eden), i due in realtà non sono (subito) morti, ma hanno continuato a vivere per centinaia di anni. Adamo ha raggiunto i 930 anni ed ha ancora vissuto nel tempo di Lamech, padre di Noè.

Metusalemme, secondo la Scrittura l’uomo che ha vissuto il più a lungo, raggiunse 969 anni di età. Si potrebbe quindi presumere, che la vita che Dio abbia destinato all’uomo, dopo averli cacciati dal giardino dell’Eden, fosse di circa mille anni.

Ma anche di questa concessione, sembra che gli uomini non siano stati degni. Si sono in massa allontanati da Dio e andarono per le loro vie. Questo portò poi al diluvio, in cui tutti gli empi furono distrutti e solo Noè con la sua famiglia fu salvato.

Le generazioni dopo il diluvio raggiunsero solo ca. la metà di anni. Arpacsad, un figlio di Sem, visse 438 anni, suo figlio Sela 433, e Eber, figlio di Sela 464 anni. Nel tempo di questo Eber, gli uomini a Babele, la città di Nimrod, provarono a costruire una torre, "la cui cima giunga a toccare il cielo".

Per porre un freno a questa arroganza degli uomini di quei tempi, Dio "confuse" la lingua - che fino ad allora era comune per tutti i popoli, in modo che ognuno prima poteva comprendere tutti. Così furono finalmente dissuasi dalla loro finalità della costruzione della torre, ma anche la loro età da quel tempo si ridusse drasticamente. Mentre le prime generazioni dopo la confusione delle lingue vissero ancora 230-240 anni, l’età di Giacobbe, il patriarca degli Israeliti, calò a 147 anni.

Ma questa riduzione graduale dell’età dell’uomo, protesasi per molte generazioni e durata per quasi quattromila anni, fu decisa da Dio già prima del diluvio. In Gen 6,3 apprendiamo di questa decisione di Dio:

I suoi giorni saranno quindi centovent’anni.

Gen 6,3 E l’Eterno disse: «Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo, perché nel suo traviamento egli non è che carne; i suoi giorni saranno quindi centovent’anni». Gen 6, 3;


Quindi, anche se allora gli uomini vivevano ancora quasi mille anni, Dio aveva già deciso di lasciare loro - alla fine - non più di 120 anni.

Il Regno di Pace del nostro Signore Gesù Cristo, atteso in futuro, come possiamo vedere dalle affermazioni di molti testi profetici, non solo durerà un migliaio di anni, ma in questo Regno anche il popolo di Dio raggiungerà ancora una volta l’età delle generazioni precedenti - fino a mille anni. Ma fino ad allora, questi 120 anni sono il limite massimo di anni di vita che l’uomo si deve attendere.

Una conferma scientifica di questa dichiarazione é avvenuta solo nel nostro tempo. la Gerontologia (scienza dell’invecchiamento) ha dimostrato che i telomeri - i terminali dei cromosomi delle cellule - indicano tramite la loro lunghezza (che si accorcia gradualmente nel tempo a causa degli enzimi dei telomerasi) il limite massimo della vita biologica. Per gli esseri umani, questo determina la durata massima di vita di 120 anni. Questo risultato è noto come il "limite di Hayflick", dal nome del suo scopritore, il gerontologo Leonard Hayflick.

(Vedi anche capitolo 10: "Il Millennio.")


Il potere sulla morte.

Abbiamo tuttavia ancora una dichiarazione della Scrittura, che conferma la potenza di Dio sulla morte. Quando il profeta Isaia arriva dal re Ezechia con una parola del Signore per annunciargli la sua morte imminente, Ezechia pregò il suo Dio. E Dio udì le preghiere del re e prolungò la sua vita per quindici anni.

Aggiungerò alla tua vita quindici anni.

2Re 20,1 In quei giorni Ezechia si ammalò mortalmente. Allora il profeta Isaia, figlio di Amots, si recò da lui e gli disse: «Così parla l’Eterno: "Metti la tua casa in ordine, perché morirai e non guarirai"». 20,2 Egli allora voltò la faccia verso la parete e pregò l’Eterno, dicendo: 20,3 «Ti supplico, o Eterno, ricordati come ho camminato davanti a te con fedeltà e con cuore integro e ho fatto ciò che è bene ai tuoi occhi». Poi Ezechia scoppiò in un gran pianto.

20,4 Isaia non era ancora giunto al cortile centrale che la parola dell’Eterno gli fu rivolta dicendo: 20,5 «Torna indietro e di’ a Ezechia, principe del mio popolo: "Così parla l’Eterno, il DIO di Davide tuo padre: Ho udito la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco, io ti guarisco; nel terzo giorno salirai alla casa dell’Eterno. 20,6 Aggiungerò alla tua vita quindici anni, libererò te e questa città dalle mani del re di Assiria e proteggerò questa città per amore di me stesso e per amore di Davide mio servo"». 2Re 20, 1- 6;


Le suddette osservazioni portano senza dubbio alla conclusione che il momento della morte dell’uomo, ossia, visto in altro modo, la durata della sua vita, può essere cambiata da Dio a suo piacimento. È quindi chiaro che è Dio ad avere il potere sulla morte.

Di Gesù Cristo però si dice:

Egli ha distrutto, mediante la sua morte, colui che ha l’impero della morte, cioè il diavolo.

Ebr 2,14 Poiché dunque i figli hanno in comune la carne e il sangue, similmente anch’egli ebbe in comune le stesse cose, per distruggere, mediante la sua morte, colui che ha l’impero della morte, cioè il diavolo, 2,15 e liberare tutti quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la loro vita. Ebr 2,14-15;


Chi ha dunque il potere sulla morte? Dio o il diavolo?

Alcuni dicono Dio, riferendosi a Gen 6,3 per l’età dei patriarchi in declino nel periodo prima e dopo il diluvio. Altri dicono il diavolo, e additano Ebr 2,14 come prova. Ma come spesso accade in riguardo alla Scrittura, non sono i testi sacri ad essere contraddittori, o addirittura sbagliati, ma sono gli esegeti a tralasciare l’una o l’altra dichiarazione senza averle controllate e analizzate.

In effetti i due passaggi in questione, Gen 6,3 e Ebr 2,14-15 descrivono questioni completamente diverse. Come mostra la suddetta argomentazione, il primo testo si riferisce alla durata della vita dell’uomo, che naturalmente può essere determinata da Dio, il Creatore di ogni vita. La morte qui importa solo per il fatto che dà fine a questa vita.

Il secondo passaggio, però, dalla Lettera agli Ebrei, si riferisce ad un contesto completamente diverso. Ma per capire meglio le osservazioni, vogliamo fare una breve analisi del testo. Il verso in Ebr 2,14 dice: "… affinché egli (il Signore Gesù) con la sua morte tolga il potere, a colui che aveva il potere sulla morte, vale a dire, il diavolo, e porti alla redenzione quelli che per timore della morte dovevano restare i suoi servi / schiavi tutti la vita".

Qui si porgono le seguenti domande:

- Che cosa è questo "potere", che il Signore mediante la sua morte ha portato via al diavolo?

- Perché il diavolo aveva potere sulla morte?

- Perché avevano paura della morte, coloro che sono stati riscattati tramite la morte di Gesù?

- Di chi dovevano essere servi / schiavi, per tutta la vita?


Prima di indurci in una interpretazione, lasceremo la parola ad altri esegeti

Lutero ad esempio ha commentato:

" …Cristo ci ha redenti dal diavolo, non che questi non fosse più, ma che non inducesse più timore, così anche della morte, non che essa non ci fosse più, ma che non se ne abbia più paura". .


Queste spiegazioni sono essenzialmente le dichiarazioni del suddetto testo della Scrittura e non danno risposte a qualsiasi delle questioni qui poste.

Un altro commento è stato:

"Il diavolo ha potenza sulla morte, nel senso, non che sia lasciata al suo capriccio, come e quando vuole imporre la morte, ma in modo che abbia il suo governo sulla morte. Poiché egli è autore della morte, così gli sono subordinati i moribondi e i morti in virtù della sua supremazia sulla morte" (E.Riggenbach, citato da F. Laubach, WStb, La Lettera agli Ebrei).


Anche in questo caso, l’autore descrive - in termini leggermente diversi - proprio ciò che si può anche leggere nel testo originale della Epistola agli Ebrei. Ci dice che la morte non è comunque data in balia del diavolo, ma anche qui, una risposta alle nostre domande di cui sopra, la cerchiamo invano.

Se ora cerchiamo di interpretare quel testo secondo le Scritture, dobbiamo notare che l’Epistola agli Ebrei - come suggerisce il nome - è stata indirizzata agli Ebrei, agli Israeliti, cioè alla comunità in Israele. Nel primo capitolo, l’autore cerca di dimostrare la filiazione divina di Gesù sulla base dell’AT e allo stesso tempo vuole confutare quella opinione - apparentemente diffusa tra i destinatari - che Gesù fosse un angelo.

Nel secondo capitolo spiega - alla "stirpe di Abramo" - l’incarnazione di Gesù e la sua morte espiatrice per i peccati di tutti gli uomini, e perciò la "salvezza per grazia".

La parola pronunziata fu ferma e ogni trasgressione e disubbidienza ricevette una giusta retribuzione.

Ebr 2,1 Perciò bisogna che ci atteniamo maggiormente alle cose udite, che talora non finiamo fuori strada. 2,2 Se infatti la parola pronunziata per mezzo degli angeli fu ferma e ogni trasgressione e disubbidienza ricevette una giusta retribuzione, 2,3 come scamperemo noi, se trascuriamo una così grande salvezza? Questa, dopo essere stata inizialmente annunziata dal Signore, è stata confermata a noi da coloro che l’avevano udita, 2,4 mentre Dio ne rendeva testimonianza con segni e prodigi, con diverse potenti operazioni e con doni dello Spirito Santo distribuiti secondo la sua volontà. Ebr 2, 1- 4;


In connessione con la redenzione di Gesù, lo scrittore ora in Ebr 2,2 arriva a parlare della "legge" - dei comandamenti, che Mosè aveva portato agli Israeliti. La salvezza nell’Antico Patto si poteva raggiungere solo tramite il rispetto incondizionato di questi comandamenti. Ogni disubbidienza e ogni violazione ricevettero una giusta retribuzione, come possiamo leggere nel passo parallelo in Atti 7,52-53.

Voi che avete ricevuto la legge promulgata dagli angeli e non l’avete osservata!

Atti 7,52 Quale dei profeti non perseguitarono i padri vostri? Essi uccisero anche coloro che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale ora voi siete divenuti traditori e uccisori; 7,53 voi che avete ricevuto la legge promulgata dagli angeli e non l’avete osservata!». Atti 7,52-53;


Chi dunque non seguiva gli ordini della legge dell’AT, era colpevole di morte e veniva lapidato a morte. Questo lo conferma anche la stessa Epistola agli Ebrei.

Chiunque trasgredisce la legge di Mosè muore senza misericordia sulla parola di due o tre testimoni.

Ebr 10,26 Infatti, se noi pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, 10,27 ma soltanto una spaventosa attesa di giudizio e un ardore di fuoco che divorerà gli avversari. 10,28 Chiunque trasgredisce la legge di Mosè muore senza misericordia sulla parola di due o tre testimoni. 10,29 Quale peggiore castigo pensate voi merita colui che ha calpestato il Figlio di Dio e ha considerato profano il sangue del patto col quale è stato santificato, e ha oltraggiato lo Spirito della grazia? Ebr 10,26-29;


Nella sua ulteriore argomentazione nel secondo capitolo, lo scrittore della epistola agli Ebrei mette a confronto la giustificazione secondo la legge mosaica, con la salvezza per grazia mediante il sacrificio del Signore.

Gesù, affinché per la grazia di Dio gustasse la morte per tutti.

Ebr 2,9 ma vediamo coronato di gloria e d’onore per la morte che sofferse, Gesù, che è stato fatto per un po’ di tempo inferiore agli angeli, affinché per la grazia di Dio gustasse la morte per tutti. 2,10 Conveniva infatti a colui, per il quale e per mezzo del quale sono tutte le cose, nel portare molti figli alla gloria, di rendere perfetto per mezzo di sofferenze l’autore della salvezza. Ebr 2, 9-10;


Arriviamo quindi a quel testo, che vogliamo ora analizzare. Per non perdere il filo del contesto sopra, vogliamo prima considerare il secondo versetto - Ebr 2,15 -.

Colui che ha liberato tutti quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la loro vita.

Ebr 2,14 Poiché dunque i figli hanno in comune la carne e il sangue, similmente anch’egli ebbe in comune le stesse cose, per distruggere, mediante la sua morte, colui che ha l’impero della morte, cioè il diavolo, 2,15 e liberare tutti quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la loro vita. Ebr 2,14-15;


Qui dice che il Signore Gesù con la sua morte, ha redento tutti coloro che per timore della morte dovevano restare schiavi per tutta la vita. Questa paura della morte di solito è correlata ai membri della Chiesa e in particolare la seguente dichiarazione: "… per tutta la vita dovevano restare schiavi …" viene interpretato come schiavitù verso il peccato. Se però guardiamo il testo attentamente, l’interpretazione non può essere definita alla Chiesa. Perché allora questi fratelli e sorelle, per paura della morte, dovrebbero essere schiavi del peccato per tutta la loro vita. E questo è esattamente l’opposto delle dichiarazioni del Vangelo il quale dice che dobbiamo fuggire il peccato - anche al prezzo di dover patire la morte.

Considerando il contesto precedente in cui abbiamo provato che lì si vuole spiegare agli Israeliti la salvezza per grazia - a differenza della salvezza tramite il rispetto della legge, come da loro finora creduto - dobbiamo quindi interpretare il testo del verso Ebr 2,15 in modo diverso.

Qui non si parla alla Chiesa ma agli Israeliti appena convertiti. E qui, in questo verso 15 (non 14!), non si parla del Vangelo, ma dell’Antico Patto. È detto "… e liberasse quelli che (…) erano tenuti in schiavitù". Si tratta quindi del comportamento degli ebrei appena convertiti, nel passato sotto la legge di Mosè. Ora, questo verso si lascia spiegare senza problemi. Quegli Israeliti, che sono venuti alla fede in Gesù Cristo, e che il Signore perciò ha salvato, erano nella loro precedente vita servi / schiavi della legge (mosaica). E dovevano rispettare meticolosamente questa legge, perché - come abbiamo letto in Ebr 10,28 - "chiunque trasgredisce la legge di Mosè muore senza misericordia sulla parola di due o tre testimoni." E così erano "tutta la vita schiavi (della legge) per timore della morte (per lapidazione)".

Abbiamo così riconosciuto il significato del versetto Ebr 2,15 e possiamo ora cercare di analizzare la prima parte della frase nel versetto Ebr 2,14. La parte per noi rilevante di questa frase è: "affinché egli (Gesù) con la sua morte potesse togliere il potere sulla morte a colui che finora lo aveva, vale a dire al diavolo". Come abbiamo visto sopra, questo testo è stato - dai tempi di Lutero! - interpretato relativamente diffuso. Se qui è detto che il diavolo "aveva potere sulla morte," e poi nella frase di Riggenbach nel sopra citato libro di Laubach leggiamo: "Il diavolo ha potenza sulla morte, nel senso, non che sia lasciata al suo capriccio, come e quando vuole imporre la morte, si pone la questione, cosa "violenza" altro debba significare se non arbitrarietà.

Tuttavia, questo aspetto semantico non è tanto di interesse per la nostra considerazione, piuttosto che il fatto che la maggior parte dei commentatori qui sono d’accordo su un punto: che vedono nella qui menzionata "morte" su cui il diavolo ha la potenza, la naturale morte biologica dell’uomo.

Questa frase ha la coniugazione addirittura all’imperfetto, rivolta nel passato, è scritto " …che aveva il potere sulla morte. Possiamo quindi presumere che il diavolo a causa della morte salvifica di Gesù, ha perso il potere della morte. E questa è appunto la difficoltà per quegli esegeti che vogliono vedere in questa frase la morte biologica. Se il diavolo con il sacrificio di morte del Signore, avesse perso il potere su questa morte, allora deve essere avvenuto un cambiamento per questa morte. Dovrebbe esserci una diversità se il diavolo ha un potere sulla morte o se non la ha più. Ma nulla è cambiato. Gli esseri umani muoiono questa morte ancora oggi come duemila o cinquemila anni fa. Siano giusti o empi - tutti muoiono da sempre la stessa morte.

E da questo alcuni fanno leva e pensano che dopo la morte e la risurrezione del Signore, i credenti non vadano più nel regno dei morti, bensì direttamente in cielo presso il Signore. Fritz Laubach, nella sua interpretazione di Ebrei (citato sopra) punta su questo quando scrive (pag 69):

"Essi (i membri della Chiesa) possono ora senza paura attendere la fine della loro vita terrena, perché per essi la morte è il trapasso verso la gloria eterna di Dio":


Ciò significa che i membri della Chiesa dopo la loro morte non vanno più nel regno dei morti, e non devono là aspettare fino al Risveglio, ma sono subito rapiti nel cielo.

Questo punto di vista sarebbe molto rilassante per ogni cristiano e potrebbe certamente piacere a noi tutti, se non ci fosse per una prova contraria nella Scrittura. In 1Tes 4,15-17 Paolo alla sua Chiesa in Salonicco dà una rivelazione che aveva ricevuto dal Signore. E qui egli profetizza loro - e con ciò anche a noi - che la risurrezione dei morti in Cristo avviene non prima della venuta del Signore. I morti in Cristo saranno prima risvegliati dai morti, poi rapiti insieme con i vivi, e solo allora saranno in eterno con il Signore.

Quelli che sono morti in Cristo saranno risvegliati per primi.

1Tess 4,15 Ora vi diciamo questo per parola del Signore: noi viventi, che saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati, 4,16 perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo e con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo saranno risvegliati per primi; 4,17 poi noi viventi, che saremo rimasti, saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre col Signore. 1Tess 4,15-17;

(Vedi anche excursus 09: "Il Paradiso" [non ancora disponibile in Italiano, leggi in tedesco / leggi in inglese])


Pertanto, i morti credenti di tutti i tempi non possono essere stati con il Signore in cielo, ma erano ovviamente morti fino a quest’ultimo momento, al ritorno del Signore - quindi nel regno dei morti. La morte e la risurrezione di Gesù quindi non hanno cambiato nulla per la morte fisica dell’uomo - fino al ritorno del Signore.

Potrebbe allora essere che questo "potere sulla morte" che fu tolto al diavolo a causa del Golgota, intenda la risurrezione stessa? Anche questo approccio non è illogico. Ciò significherebbe, tuttavia, che la risurrezione è stata "fissata" alla crocifissione del Signore. Ma abbiamo testi che riferiscono della risurrezione nell’AT, e anche il fatto che il Signore discusse con i Sadducei (Mat 22:23-33) e già durante la sua vita considerava la risurrezione un dato di fatto, cosa che ha dimostrato con una scrittura dell’AT, questo ci mostra che la risurrezione era nel piano di Dio per l’uomo fin dall’inizio e non doveva essere conquistata attraverso la morte sacrificale di Gesù.

A questo punto sembra che abbiamo esaminato tutte le possibili opzioni per una interpretazione di questo testo in Ebr 2,14 in connessione con il potere del diavolo sulla morte dell’uomo, senza giungere a un risultato soddisfacente. Ma, come vedremo, la risposta a questa domanda è così difficile, perché è ovvio che la domanda è posta in modo errato. La questione non dovrebbe essere:

"Quale potenza sulla morte venne tolta al diavolo dal Golgota", bensì:

"La potenza su quale morte venne tolta al diavolo dal Golgota".



In effetti, nella Scrittura, nella Rivelazione di Giovanni, abbiamo il riferimento ad una "seconda morte".

Chi vince non sarà certamente colpito dalla seconda morte.

Apoc 2,11 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese: chi vince non sarà certamente colpito dalla seconda morte». Apoc 2,11;

La seconda morte.

Quindi secondo la Scrittura ci sono due "morti". La prima è la morte biologica, la morte fisica, così come lo conosciamo. E come abbiamo visto sopra, questa morte è il risultato del peccato originale di Adamo. Ma non è solo questo il peccato che pesa su tutta l’umanità. Ci sono tutti i peccati personali di ogni individuo, che lo rendono altrettanto colpevole e hanno le loro conseguenze come quella del peccato originale. Essi conducono alla morte. Tuttavia, questa morte non è più di questo mondo. Come apprendiamo da Apoc 20,14, la seconda morte è il lago di fuoco, il lago che brucia con fuoco e zolfo e in cui sono gettati tutti i malvagi e impenitenti, alla fine del mondo.

Lo stagno di fuoco, questa è la morte seconda.

Apoc 20,14 Poi la morte e l’Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda. Apoc 20,14;


Nella risurrezione generale, la "nuova nascita", come la chiama il Signore (Mat 19:28), tutti i morti saranno resuscitati con un corpo di risurrezione e staranno davanti al loro giudice nel Giudizio Universale. I giusti andranno nella Gerusalemme celeste, la nuova creazione di Dio nell’eternità. Gli empi però soffriranno con il nuovo corpo di risurrezione la "ri-morte" e moriranno una seconda volta.

(Vedi anche excursus 07: "Il corpo della risurrezione")


Questa seconda morte non è la distruzione e la "sparizione" di uomo, come alcuni sostengono, ma una eterna esistenza disincarnata in dannazione, lontano da Dio e dal suo amore. È risentito nella Rivelazione/Apocalisse:

Gl’increduli, la loro parte sarà nello stagno che arde con fuoco e zolfo, che è la morte seconda.

Apoc 21,8 Ma per i codardi, gl’increduli, gl’immondi, gli omicidi, i fornicatori, i maghi, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno che arde con fuoco e zolfo, che è la morte seconda». Apoc 21, 8;

(Vedi anche capitolo 12: “La Risurrezione”.)


Il salario del peccato è la morte.

I testi qui sotto da Rom 6 parlano anche della morte. E della morte come il salario del peccato. E qui diventa chiaro che non può trattarsi della prima, della morte fisica dell’uomo. In base alla nostra esperienza, sappiamo che in questo mondo, peccato e ingiustizia, non procurano la morte dell’uomo, ma in molti casi sono premiati con potere, ricchezza e lunga vita. Sia nella storia che nel nostro tempo sono molti gli esempi di dittatori tra i più brutali, che sono stati responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone, che hanno raggiunto età straordinariamente avanzata (nei nostri giorni, per esempio il dittatore cileno Pinochet).

Il salario del peccato non è quindi la morte fisica, ma qui Paolo ci indica la seconda morte, cosa che devono aspettarsi tutti coloro i cui peccati non sono stati perdonati.

Siete servi di colui al quale ubbidite, o del peccato per la morte, o dell’ubbidienza per la giustizia.

Rom 6,16 Non sapete voi che a chiunque vi offrite come servi per ubbidirgli, siete servi di colui al quale ubbidite, o del peccato per la morte, o dell’ubbidienza per la giustizia? Rom 6,16;

Infatti il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Rom 6,20 Perché, quando eravate servi del peccato, eravate liberi in rapporto alla giustizia. 6,21 Quale frutto dunque avevate allora dalle cose delle quali ora vi vergognate? Poiché la loro fine è la morte. 6,22 Ora invece, essendo stati liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi avete per vostro frutto la santificazione e per fine la vita eterna. 6,23 Infatti il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore. Rom 6,20-23;


Anche il confronto di questa morte - come salario del peccato - e il dono di Dio, la vita eterna nel precedente versetto Rom 6,23, indica che con questa seconda, si intende la morte ultima e finale, in contrasto con l’unica valida, la vita eterna.

Ma abbiamo anche in altre frasi del NT prove per questa seconda morte. Il Signore dice in Mat 8,21-22 a un discepolo che voleva seppellire in fretta suo padre prima che potesse seguire Gesù:

Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti.

Mat 8,21 Poi un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 8,22 Ma Gesù gli disse: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti». Mat 8,21-22;


Qui, in un’unica breve frase, è indicata sia la prima, la morte fisica al termine della nostra vita, che la seconda, la morte spirituale, dopo il Giudizio Universale alla Fine del Mondo. Per il Signore quelli che seppellivano i loro morti, erano anche già morti, della morte seconda, perché non vogliono convertirsi a Dio ma restano perseveranti nei loro peccati.

(Vedi anche capitolo 13: "Il Giudizio Universale")


Come, quindi dice Paolo in Rom 6,16, siamo schiavi di colui a cui obbediamo. O schiavi del peccato per la morte, o servi di obbedienza per la giustificazione.

Per comprendere questa schiavitù del peccato correttamente, dobbiamo essere consapevoli di ciò che è veramente peccato: il peccato è ogni qualsivoglia azione contro i comandamenti di Dio. E qui in molti casi, non si tratta di assassinio, rapina e omicidio colposo, ma di peccati della vita quotidiana: cattiveria, avarizia, avidità, invidia, odio, furto, bugia, falsa testimonianza ("cattive dicerie"), frode, adulterio, alcol- o tossicodipendenza, ecc.

E qui si nota la difficoltà per molte persone ad ammettere questi peccati. La menzogna è ridimensionata a "piccola bugia bianca" chi ha ricevuto troppo resto alla cassa lo intasca e non riconosce questo come truffa, perché non è "colpa sua", la scappatella viene giustificata presumendo che anche il partner non sia fedele e così via.

Ma anche quando la persona decide di eliminare l’uno o l’altro peccato, deve riconoscere che questo non è così facile. Si mostra allora, una resistenza interna che rifiuta di rinunciare a questa abitudine. Che porta a pensare anche di averne "diritto", perché "dopo tutto …"- Questo tipo di argomentazione dovrebbe essere ben risaputo. E questa è la prova che siamo venduti al peccato. Siamo schiavi dei nostri peccati.

Come vediamo, l’uomo irredento è consegnato ai suoi peccati e non può liberarsi di loro. Se dovesse anche riuscire con uno, probabilmente cade immediatamente in un altro peccato forse ancora più pesante del primo. Questa è la schiavitù del peccato: siamo prigionieri delle nostre bramosie e peccati.

La concupiscenza partorisce il peccato e il peccato, quando è consumato, genera la morte.

Gia 1,13 Nessuno, quando è tentato dica: «Io sono tentato da Dio», perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno. 1,14 Ciascuno invece è tentato quando è trascinato e adescato dalla propria concupiscenza. 1,15 Poi, quando la concupiscenza ha concepito, partorisce il peccato e il peccato, quando è consumato, genera la morte. Gia 1,13-15;


In base alla dichiarazione di qui sopra in Gia 1,13-15, possiamo ora rispondere alla domanda iniziale, perché il diavolo ha potere sulla morte. Dal tempo di Adamo ed Eva è tramite Satana che le tentazioni entrano nel mondo. Ma queste tentazioni, se lasciate inosservate, non possono danneggiare nessuno - ad eccezione di quelle persone che si propongono per tentare gli altri, come dice il Signore in Matteo 18,6-7.

Perché è necessario che avvengano gli scandali, ma guai a quell’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

Mat 18,6 Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse legata una macina d’asino al collo e che fosse sommerso nel fondo del mare. 18;7 Guai al mondo per gli scandali! Perché è necessario che avvengano gli scandali, ma guai a quell’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Mat 18, 6- 7;


Ma quando le nostre bramosie realizzano queste tentazioni, ne nasce il peccato. Lo stesso peccato, quando è completato, conduce alla (seconda) morte.

Come vediamo, il potere del diavolo sulla (seconda) morte è solo indiretto. Egli porta la tentazione - l’adozione e l’applicazione restano responsabilità dell’uomo. Tuttavia, questo metodo di Satana - come la storia dimostra - è di grande successo.

Il sacrificio del Signore Gesù per i nostri peccati.

Non è così che tutti noi abbiamo peccato? Che noi tutti abbiamo già ceduto alle tentazioni di Satana? Esatto! Già Paolo ci scrive nell’epistola ai Romani: "… abbiamo appena dimostrato che tutti (…) sono sotto il peccato, come sta scritto: Non c’è nessuno che è giusto, nemmeno uno". E di conseguenza, saremmo in effetti tutti perduti e condannati alla seconda morte nel lago di fuoco. I peccati che abbiamo commesso una volta, non possono essere annullati da noi.

Un capro espiatorio, come per gli Ebrei che sacrificavano un toro o un montone non sarebbe sufficiente a saldare tutti i nostri peccati. Anche se si dovessero scannare tutti i bovini e ovini di tutto il mondo.

Questo è il motivo per cui Dio ha scelto una vittima, che è davvero in grado di ripagare il debito di tutti gli uomini. Egli mandò suo Figlio, che è morto come sacrificio gradito a Dio, per pagare per i peccati di tutto il mondo. E questo sacrificio ha spezzato il potere del peccato e quindi il potere del diavolo sulla morte seconda. Il motivo fondamentale di questo sacrificio propiziatorio è troppo poco percepito nel nostro tempo, e perciò vogliamo esaminarlo qui un po’ più da vicino.

Da una parte abbiamo il Dio assolutamente giusto, che non tollera ingiustizia - e quindi il peccato. Questo è il Dio, a cui gli Ebrei ortodossi fin dall’inizio ad oggi rivolgono adorazione e preghiera. Dall’altra c’è l’uomo il quale mai riesce a soddisfare questo requisito. Non perché questa richiesta, questa legge sarebbe inattuabile in sé. No, la legge di Dio, i suoi comandamenti sono buoni e giusti, e se tutte le persone li mantenessero, questo mondo sarebbe stato pacifico e giusto.

Ma l’uomo, nella sua megalomania, pensa di non doversi attenere a questi comandamenti. Sì, crede, nella sua insuperabile arroganza di potersi fare le proprie leggi e non necessitare più dei comandamenti di Dio - e tantomeno di questo Dio.

Anche qui si riconosce la firma del "angelo della luce" Lucifero: aveva nel principio sussurrato agli uomini: "non morirai", tuoneggia ora "Non avete bisogno di nessun Dio". E così come i nostri antenati, anche noi seguiamo questi suggerimenti, e siamo ben felici di immedesimarci a "Dio". Così che il diavolo ha preso due piccioni con una fava. E ci separa dal nostro Dio, così non siamo in grado di amare il nostro Dio, e allo stesso tempo separa Dio da noi, perché così ci impedisce di ricevere l’amore di Dio.

Con ciò però, pecchiamo contro il primo e più importante comandamento:

Il Signore è il nostro Dio, solo il Signore.

E tu amerai il Signore tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua
e con tutta la tua forza.
(Deu 6,4-5)


Fino a duemila anni fa questo dilemma era presente solo per i Giudei fedeli. Perché solo loro fino ad allora credevano a questo unico e solo Dio. E a loro era concesso di lavare i loro peccati attraverso il sangue. Con il sangue di un animale sacrificale.

Ma poi Dio mandò il proprio Figlio, per porre fine a questa strage. Proprio come sappiamo di Abrahamo con suo figlio Isacco, che Dio ha frenato all’ultimo momento, in modo che Isacco poté rimanere in vita, Dio stesso si è sacrificato nella persona del suo unico Figlio. E a differenza della situazione con Abrahamo, non c’era nessuno che lo potesse frenare.

Per questo metodo di Dio, non c’è probabilmente metafora migliore di quella azione riferita dall’economista Roscher dal Caucaso, del principe Shamyl.

Al fine di mantenere l’unità e la disciplina nella sua tribù, il principe aveva emesso ordini severi che nessuno poteva mettere le mani sul bottino, che apparteneva alla tribù nel suo complesso. Chiunque viola quest’ordine è punito con 100 bastonate.

La prima violazione di questa legge avviene - proprio per mano dell’anziana madre del principe. Cosa succederà adesso? Se la sanzione non viene applicata, la giustizia del principe è contestata e la serietà dei suoi comandi è sminuita per tutti i tempi.

Roscher racconta che il principe si era rinchiuso nella sua tenda per un giorno. Poi emerse con la direttiva: la pena è da applicare.

Come però il primo colpo fu battuto sul dorso della madre, si strappò il mantello, si gettò davanti a sua madre e gridò ai soldati: continuate a battere e non un colpo di meno!

Aveva trovato la soluzione! La madre fu salvata e allo stesso tempo dimostrava la schiena lacerata e sanguinante del principe, quanto severamente erano da applicare i suoi ordini e come si doveva attenere la legge e la giustizia nella tribù (tratto da Werner de Boor: La Lettera ai Romani, WStB, R. Brockhaus Verlag).


Così dimostra anche il sangue e la morte di nostro Signore Gesù Cristo sulla croce, come Dio nella sua giustizia è inesorabile contro il peccato, e quanto è grande il suo amore per noi uomini.

I Giudei non hanno riconosciuto questo contesto, al tempo di Gesù e non lo riconoscono, purtroppo, fino ad oggi!


Dio ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.

E quindi Paolo ci dice nel seguente 1Cor 15,57: "a Dio la gloria che ci dà (cioè Dio) la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo". E questa frase ci dice né più né meno che sta a noi se vogliamo approfittare di questa vittoria sul potere della morte - della seconda morte.

Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo.

1Cor 15,54 Così quando questo corruttibile avrà rivestito l’incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito l’immortalità, allora sarà adempiuta la parola che fu scritta (Isaia 25,8; Osea 13,14): «La morte è stata inghiottita nella vittoria». 15,55 O morte, dov’è il tuo dardo? O inferno, dov’è la tua vittoria? 15,56 Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge.

15,57 Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo. 15,58 Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, irremovibili, abbondando del continuo nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore. 1Cor 15,54-58;


Qui abbiamo, come membri della Chiesa una grande responsabilità per quanto riguarda il nostro comportamento nel mondo. Se accettiamo con gioia la dichiarazione di Paolo in 1Cor 15,57, e annunciamo che il nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo, ha riportato per noi la vittoria sul peccato mediante il suo sacrificio sulla croce, ma d’altra parte niente e nessuno impedisce anche ai cristiani apparentemente convertiti di continuare a commettere questi peccati, alcuni giustamente si chiedono dove è realmente questa redenzione.

L’uomo giustificato quindi non è "incapace" di peccare, come alcuni pensano o sperano. Egli è completamente libero di fare o di lasciare ciò che vuole. La differenza è che - contrariamente all’uomo irredento - non è più costretto a peccare. Egli non è più schiavo dei suoi peccati e può evitarli senza che una voce dentro di lui lo istighi a farli. Egli è liberato da quelle catene che lo hanno legato al peccato persistentemente. E’ però responsabile egli stesso di liberarsi di queste catene ora sciolte.

Dio stesso si è abbassato ad offrire a noi la salvezza nel suo figliolo. Il sacrificio del Signore Gesù è l’offerta di nostro Dio per aiutarci.

Accettiamo questa offerta e rivendichiamo questa vittoria per noi, allora siamo salvati.

La conseguenza del peccato e della salvezza per grazia

Il peccato è ogni atto che va contro i comandamenti di Dio (Es 20:3-17; Mat 5:21-48). La conseguenza di ognuno di questi atti è la morte del colpevole - e non solo la prima, la morte fisica, ma la seconda morte (Apoc 21:8), al quale la persona peccatrice sarà condannato al Giudizio Universale, dopo la risurrezione dai morti con il suo corpo nuovo ed esistente eternamente. Proprio come la prima morte è solo un periodo di transizione fino alla risurrezione, così anche la seconda morte non è una estinzione della persona umana, ma piuttosto una esistenza eternamente, lontano da Dio nelle tenebre della dannazione.

Al fine di soddisfare la domanda giusta di Dio che i suoi comandamenti essere adempiuti, mentre allo stesso tempo offre quegli esseri umani che violano loro la possibilità di essere salvato da questa dannazione eterna, il Figlio di Dio è morto sulla croce sostituto per ogni singolo individuo umano (1Cor 15:3-5). Così tutti coloro che accettano nella fede il sacrificio redentore del Figlio di Dio in espiazione per i propri peccati possono essere salvati, e come peccatori che sono stati giustificati per la grazia può entrare nella vita eterna con Dio (Rom 5:9-11).



Le "condizionali" dell’offerta.

Ora la dichiarazione di qui sopra è il fulcro di ogni evangelizzazione, ma spesso i nuovi convertiti sono lasciati al buio sulle conseguenze implicite di questa azione. E così, spesso si sente giustamente dubitare: "Non può essere tutto. Sarebbe troppo facile". Al ché in alcuni ambienti evangelici, ci si sforza di invogliare gioiosamente la gente: "Sì, è così semplice. Di ’sì’ a Gesù, e sei salvato". Si potrebbe quasi pensare che questi fratelli e sorelle evangelici, certamente zelanti, abbiano però perso il sano senso. Per gli scettici appena convertiti - se sono onesti - istintivamente sentono, che questo non può essere tutto. E naturalmente sono giustamente scettici sulle euforiche conferme dei loro nuovi fratelli.

Ciò che a loro spesso non si dice è, per così dire, le "condizionali" di questa decisione:

Se accetto questo sacrificio del Signore per i miei peccati e per la mia salvezza, io mi dichiaro nello stesso tempo e "automaticamente" alle seguenti circostanze:

1. Io sono un peccatore e indegno anche solo di pronunciare il nome di Dio.

2. Io stesso non sono in grado di offrire a Dio un riscatto adeguato per i miei peccati.

3. Sono quindi fin’ora ancora separato da Dio, così io sono un pagano e ateo. (Ciò colpisce in modo particolarmente duro, coloro che fin dall’infanzia hanno fatto opere buone, o che si ritengono cristiani, attivi in qualche comunità religiosa, da anni.)

4. Confermo con questa mia decisione che sono perduto e che ho bisogno di essere salvato.

5. Riconosco che per me c’è una sola salvezza, e il suo nome è Gesù Cristo.

6. Io so che questo sacrificio, questa vittoria dell’adesso mio Signore Gesù Cristo vale per tutti i miei peccati e mi dona la vita eterna al giorno della mia risurrezione fisica.

7. Dichiaro di essere pronto e disposto ad accettare questa salvezza e di prenderne atto in tutte le mie decisioni in futuro come parte della mia vita.


L’esistenza eterna di ogni essere umano.

Ogni essere umano, che con la sua nascita corporale abbandona, vivo, il sacco amniotico della madre, e che, dunque è "nato d’acqua" (liquido amniotico, fluidità amniotica) (Giov 3:5), riceve da Dio (Giov 4:24) uno spirito umano (1Cor 2:11) con l’esistenza eterna (Mat 25:46). Nella prima parte temporale e terrena di questa esistenza - nella sua vita, l’essere umano ha la possibilità di scegliere in assoluta libertà e senza alcuna costrizione con lo spirito datogli da Dio se donare a questo Dio, il creatore di tutta la vita, la sua completa fiducia e tutto il suo amore.

Dopo la sua morte, il corpo dell’essere umano ridiventa polvere, dalla quale esso era stato creato (Gen 2:7), mentre il suo spirito si incamminerà verso il regno dei morti (Dan 12:2; 1Piet 3:18-19; 1Cor 15:23-24), dove esso trascorrerà il tempo fino alla sua risurrezione in uno stato simile al sonno (1Tess 4:15-16).

Nel momento della Risurrezione (Rom 6:4-5), la "rinascita dallo spirito" (1Piet 1:18; Mat 19:28; Giov 3:7), l’essere umano riceve nuovamente un corpo  (1Cor 15:43-44; Mat 22:30; Giov 3:8; Rom 8:10-11), simile a quello del figlio di Dio dopo la sua risurrezione (Giov 20:26-27).

Se c'è un corpo naturale, c'è anche un corpo spirituale.

1Cor 15,42 Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; 15,43 è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; 15,44 è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c'è un corpo naturale, c'è anche un corpo spirituale. 15,45 Così anche sta scritto: «Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente» (Gen 2,7); l'ultimo Adamo è spirito vivificante. 2Cor 15,42-45;

Con questo corpo, l’essere umano starà poi durante il Giudizio Universale al cospetto del Figlio di Dio, che, per incarico di Dio (Giov 5:22, 26-27), giudicherà ciascun essere umano secondo le azioni terrene e in base alla scelta da lui compiuta in vita a favore o contro Dio (Rom 2:16).

Ogni essere umano, che durante la sua vita ha scelto a favore di Dio e di abbracciare la fede in suo figlio Gesù Cristo (Giov 17:3), ha la possibilità, davanti a questo tribunale, di ricorrere alla morte espiante del Figlio di Dio, che rappresenta l’espiazione per i peccati di tutti gli uomini, anche per la cancellazione dei propri peccati - ossia le trasgressioni dei comandamenti di Dio (Giov 3:16) - ed egli così sarà salvato (Giov 5:24). A quegli esseri umani che non hanno accettato questa fede, non verrà concessa la remissione dei loro peccati ed essi saranno perciò condannati (Giov 3:36).

Dopo il Giudizio Universale, questi esseri umani condannato trascorreranno la loro esistenza eterna nelle tenebre (Mat 22:13) della dannazione del fuoco eterno (Mat 18:8), con pianti e stridore di denti (Mat 13:49-50), poiché essi in vita hanno rifiutato di accostarsi alla fede, e con la consapevolezza definitiva che non potranno mai più riparare e che la loro condizione non potrà mai più essere cambiata.

Coloro che sono stati salvati, al contrario, trascorreranno la loro vita eterna (Mt 25:46) nella Nuova Creazione alla luce di Dio su una terra nuova (Apoc 20:11) e sotto un nuovo cielo, che Dio ha creato (Apoc 21:1-3, 5).

Da questo punto di vista si è già espresso il noto evangelista e predicatore Wilhelm Busch con i suoi ascoltatori: “Non c’è bisogno che accettiate il messaggio che io vi rivolgo. Potete lasciare stare di convertirvi a Gesù. Ma sappiate bene che così facendo scegliete l’inferno! Avete piena libertà!” (Discorso 55 [non ancora disponibile in Italiano, leggi in tedesco / leggi in inglese])

(Vedi anche discorso 22: “Esiste l’immortalità dell’anima?”)



Le conseguenze di una conversione.

Allora il tutto si mostra già un po’ più realistico.

Si riconosce: non è "così semplice". Queste sono conseguenze che si riversano nella vita di ogni essere umano. Nell’autostima, nell’orgoglio nella colpa, nel cuore, nell’anima, nel cervello e nella mente, nel comportamento con altre persone, vecchi amici, nuovi amici, il proprio rapporto con l’onestà, la giustizia, la menzogna, l’inganno.

Ma anche il mio atteggiamento verso Dio: a lui non posso nascondere nulla. Lui sa quanti capelli ognuno di noi ha sulla testa (Mat 10:30). In ogni momento della nostra vita. Come potrei nascondere qualcosa da lui? Egli conosce tutti i miei pensieri. Anche quelli che non ho ancora pensato ma che penserò.

Con un tale Dio non serve stare a discutere. Non ho argomenti per farlo. Egli mi conosce meglio di quanto io mi conosco. Per ciascuno dei miei argomenti, egli ne ha dieci altri a cui non posso controbattere, perché sono assolutamente veri e giusti.

Quindi devo ammettere di essere alla fine. Mi rendo conto che non c’è modo di giustificare me stesso. Ho provato tutto, e tutto ha dimostrato di essere nullo.

E poi mi rendo conto: di tutto questo non ne ho bisogno. Non riesco a giustificarmi - ma non è neanche necessario. Dio non vuole da me nessuna giustificazione, ma che io confessi la mia colpa e accetti il suo perdono. Con questo la mia colpa è redenta e Dio non ci pensa più.

E con ciò è fatto solo un inizio. Un inizio per una nuova vita convertita con Dio. E questa vita è fondamentalmente diversa da quella degli autoproclamati cristiani. Recentemente ho avuto un discorso con uno di questi "cristiani". Mi raccontò, che non crede in Dio, ma va comunque in chiesa ogni Domenica, perché gli piace cantare. Il mio suggerimento, che farebbe meglio ad associarsi in un club di canto, non lo ha seriamente esaminato.

Ma anche cristiani denominali tra quelli seriamente coinvolti non si accorgono che il loro rapporto con Dio in realtà è nullo. La loro preghiera ha tanto di sostanziale e personale quanto una segnaletica autostradale. Si tratta di una ripetizione a pappagallo che non merita certo il titolo "preghiera".

In fin dei conti ne dovremmo essere davvero felici. Perché se si presuppone che "pregare" è un colloquio con Dio, questo ronzio di testi ripetuti a memoria da tante persone, che con i loro pensieri sono già a pranzo e con gli sguardi sul nuovo cappotto della vicina, sarebbe questo tipo di "parlare" con Dio di per sé un peccato continuo.

Il bambino "neonato" parla con il padre.

Da persone convertite siamo figli di dio. E così come i bambini parlano con il loro padre, così dovremmo parlare con il nostro dio. Non recitare una poesia. Non esercizi di retorica da spasmo. Questo sarebbe un insulto a Dio e per noi del tutto senza benefici. E per questo parlare non dobbiamo cercare pubblicità. Quelli che pregano in pubblico hanno spesso uno motivo completamente diverso. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. Andiamo quindi, per pregare "nella nostra cameretta" e chiudiamo la porta. là Dio ci sente molto meglio che in una chiesa. Bella quanto sia.

Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità.

Giov 4,23 Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché tali sono gli adoratori che il Padre richiede. 4,24 Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Giov 4,23-24;

Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto.

Mat 6,5 E quando tu preghi, non essere come gli ipocriti, perché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini; in verità vi dico, che essi hanno già ricevuto il loro premio. 6,6 Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi la tua porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà pubblicamente. 6,7 Ora, nel pregare, non usate inutili ripetizioni come fanno i pagani, perché essi pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. 6,8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate. Mat 6, 5- 8;


Così, la vedeva anche Gottfried Daniel Pomacher, un predicatore revivalista dal Wuppertal quando disse:

"Il cristianesimo non sussiste in parole ma nella potenza dello Spirito Santo nei credenti. Non questi sono i pilastri del tempio, che in pubbliche preghiere con "Signore, Signore" si attirano l’ammirazione, ma quelli che a casa, nella loro cameretta a porte chiuse e senza un singolo uditore inviano le loro preghiere al Signore, sono le vere colonne della Chiesa".


C’è di più: tali pubbliche "preghiere" spesso non sono sincere. Si fa più attenzione alla forma, quanto al contenuto. Ciò non significa che parlando con Dio non dobbiamo prestare attenzione alla forma. Ma è sufficiente la forma che usiamo senza artifici anche nei colloqui con i nostri cari.

Più importante, tuttavia, è il contenuto delle nostre preghiere. Dovremmo avere ogni giorno una conversazione con il nostro Padre celeste. Dovremmo portare le nostre preghiere, ma anche il nostro ringraziamento per mezzo del Signore nostro Gesù. Analogamente, come abbiamo nella nostra vita, da un lato le primarie necessità per noi e per i nostri cari, e per l’altro ogni giorno si verificano diverse esigenze, anche la nostra preghiera diventa un riflesso di queste esigenze come anche espressione di gratitudine per i successi ottenuti.

Oltre a questo quotidiana "conversazione di base" con Dio, non dobbiamo avere timore di parlare con amore al nostro Signore prima o nel corso di impegni, avvenimenti o decisioni, come faremmo con il nostro padre terreno, quando avessimo bisogno del suo aiuto.

Quindi nelle nostre preghiere, non si tratta di un impegno letterario e retorico per eccellenza, ma di esprimere le preoccupazioni e i bisogni, come anche la gioia del nostro cuore, sia in parole, in pensieri, con pianto, con applauso o con lode. E se in certe situazioni riusciamo anche solo a balbuziare, il Signore promette che ci aiuterà lo Spirito Santo, a portare i nostri pensieri per noi davanti a Dio.

Infine, non dobbiamo dimenticare:

La distanza minima tra un problema e la sua soluzione è la distanza tra le nostre ginocchia e il pavimento. Chi si inginocchia davanti al Signore, può cimentarsi in ogni sfida.


Golgota - l’evento centrale della prima creazione.

Inizio della prima creazione
L’uomo ha la vita eterna e si trova in presenza di Dio (nel Giardino dell’Eden)
Attraverso la fede nel figlio di Dio, in Satana, l’uomo ha perso la vita eterna (Peccato originale)
Attraverso la disobbedienza del figlio di Dio, di Satana, l’uomo è scacciato da Dio (espulsione dall’Eden)
La vita dell’uomo dura circa un migliaio di anni (tra espulsione e diluvio)
Nella punizione di Dio i giusti sono salvati, gli empi distrutti (Diluvio Universale)
Satana tenta gli orgogliosi: vogliono essere come Dio (Torre di Babele)
Il Signore confuse le lingue di tutti i paesi e li disperse (confusione delle lingue)
La gente rigetta la fede - chi lo fa è perduto

Il figlio di Dio, Satana è sconfitto dal Figlio di Dio Gesù

La gente viene alla fede - chi crede è salvato
Attraverso lo Spirito Santo la lingua dei Santi è comprensibile per tutti (miracolo della Pentecoste)
Satana tenta gli orgogliosi: vogliono essere come Dio (Babilonia la Grande)
Nella punizione di Dio i giusti sono salvati, gli empi distrutti (Giorno del Signore)
La vita umana dura nuovamente circa un migliaio di anni (Millennio)
Tramite la fede nel Figlio di Dio, Gesù l’uomo ha ricevuto la vita eterna (Nuova nascita)
Attraverso l’obbedienza al Figlio di Dio, Gesù l’uomo è accettato da Dio (Giudizio Universale)
L’uomo ha riacquistato la vita eterna, ed è in presenza di Dio (Gerusalemme Celeste)
Fine della prima creazione - Inizio della seconda creazione



Come mostra l’elenco qui sopra, lo sviluppo storico del nostro mondo, fin dall’inizio della sua creazione all’Incarnazione del Figlio di Dio, trova il rispecchio parallelo di questo stesso evento fino al termine di questa prima creazione.

Tuttavia, questo confronto non è sorprendente, ma piuttosto una conseguenza logica del processo. Simile a come la discesa da una montagna tocca di nuovo gli stessi punti, che si è già passati durante la salita, così il sentiero dell’uomo conduce al suo Dio in direzione opposta a quella da cui si è allontanato dallo stesso Dio.