Discorso 18 – Il perdono: compito di Dio e dei cristiani?




Il perdono: compito di Dio e dei cristiani? / Libro di Ernst Panzer 00, pagina 55 e ss.

Il Buon Samaritano: l’aggredito determina chi è il suo prossimo? / Replica della dott.ssa Monika v. Sury 00, 27/09/2005

Chi è la persona del "prossimo" nella Bibbia? / Commento di Doris Höger 00, 16/01/2011

Tabella – I dieci comandamenti di Dio e quelli della chiesa cattolica

Perdono – anche quando il debitore non vuole affatto il perdono? / Commento di Doris Höger 01, 16/01/2011


(I testi nella cornice nera sono citazioni dei visitatori di questo sito o di altri autori!)

(Il perdono: compito di Dio e dei cristiani? / Libro di Ernst Panzer 00, pagina 55 e ss. +))

"E rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori!"

IPosso ben immaginare adesso che finora Lei abbia pazientemente accettato le mie affermazioni. Ma a voler essere precisi La lasciano certamente un po’ a disagio. Sì, forse fanno persino tirare un piccolo sospiro. E ciò soprattutto perché un tale presupposto va contro il nostro senso di giustizia. Il Vangelo ci ha orientati verso il diritto e la giustizia. E in questo caso è ora di scardinare nuovamente questi modelli. Noi stessi lottiamo per un vero cambiamento. Altri non lo fanno e perciò sono divenuti debitori nei nostri confronti. E ora dobbiamo semplicemente perdonare. Ciò significa rinunciare di nuovo al diritto e alla giustizia e sopportare l’ingiustizia e persino accettarla! Ed è proprio questo che a noi non va molto a genio, che va contro il nostro senso di giustizia. Ed è principalmente proprio questo, inoltre, che ci rende così difficile perdonare l’altro.

Tuttavia, per superare ora anche questo ostacolo, dobbiamo avvicinarci alla giusta remissione delle colpe. Quindi ci chiediamo: Come vengono rimesse in realtà le colpe davanti a Dio? Soprattutto come può perdonare?

Ora è necessario mettere in evidenza una cosa prima di tutto: davanti al nostro Dio non c’è grazia a buon mercato. Si tratta di un’evidente insinuazione quando gli esegeti dicono: "Perdonare è compito di Dio"! No, un presupposto così meschino è infondato in relazione al nostro Dio. Al contrario, prima che il nostro Dio abbia potuto e possa perdonare, è stato necessario innanzitutto offrire un sacrificio espiatorio per tutte le colpe e i peccati. Come sappiamo il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo ce l’ha offerto sul Golgota. Grazie a questo sacrificio Dio, tre volte santo, ha potuto poi concedere la grande amnistia generale e ora può perdonare. Quindi il Figlio di Dio ha espiato i peccati di tutto il mondo, cioè li ha pagati tutti con il suo prezioso sangue, e ora può anche perdonare tutte le colpe; sì, perdonare peccati e colpe e assolvere il peccatore.

Ma per poi ottenere personalmente davanti a Dio questa grazia divenuta gratuita, occorre pur sempre la comprensione da parte del debitore, la confessione e la richiesta del perdono. Come ci dice l’apostolo Giovanni nella sua 1° lettera: "Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità", (1,8-9). Certo: comprensione, confessione e richiesta del perdono! Ecco questa è la via da intraprendere per arrivare al perdono, sia davanti a Dio che davanti agli altri. E questo è possibile grazie al sacrificio espiatorio di Golgota.

+) Estratto dal libro di E. Panzer: "Jesu Reichsgebet – Das Vaterunser" [La preghiera del regno di Gesù – Il Padre Nostro], pubblicato da Philadelphia-Verlag, (Ernst Panzer / https://www.philadelphia-verlag.com)



Alla fine delle sue dichiarazioni in merito alla 5° richiesta formulata nel Padre Nostro, E. Panzer richiama a ragione e molto chiaramente l’attenzione su un aspetto completamente ignorato da molti esegeti, consapevolmente o inconsapevolmente. Cioè, il semplice fatto che il perdono è sempre un debito esigibile. È nella natura del perdono il fatto di poter essere concesso solo su richiesta del debitore. Poi, però, è dovere del cristiano concedere il perdono, in base al principio: ottiene perdono chi chiede perdono. Anche lo stesso credente deve portare il suo peccato davanti a Dio durante la preghiera e chiederne il perdono, ma poi può anche contare su questo perdono.

Allo stesso modo in cui quei commentatori, citati sopra dall’autore, pensano che perdonare sia "compito" di Dio, in alcuni ambienti è diffusa l’opinione per cui, in base a questo comandamento, ogni cristiano sia obbligato a perdonare ogni singola colpa commessa contro di lui, subito e senza nemmeno una parola da parte del debitore. Ciò viene rappresentato anche come una sorta di speciale autorizzazione per tutti a poter arrecare danni ai credenti cristiani e ottenere sempre e subito – per così dire, in maniera automatica- il relativo perdono.

Ma con ciò si ignora completamente il fatto che il perdono può essere innanzitutto solo la risposta a una richiesta, vale a dire alla richiesta di perdono. Finché questa richiesta non viene espressa, non può esserci perdono, così come non si può dare risposta a una domanda che non è stata mai posta.

E questo principio è del tutto conforme alle Scritture, se si osservano i corrispondenti passaggi biblici. Innanzitutto, abbiamo quella preghiera che il nostro Signore ci ha insegnato a pregare:

Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori.

Mat 6,9 Voi dunque pregate così: "Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; 6,10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra. 6,11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano; 6,12 rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; 6,13 e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno." 6,14 Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 6,15 ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. Mat 6, 9-15;


Qui naturalmente bisogna soprattutto far notare che otteniamo il perdono dei nostri debiti da parte di Dio solo se e nella misura in cui anche noi abbiamo rimesso i debiti ai nostri debitori. Tuttavia, deve essere ben chiaro molto bene, che con questa preghiera esprimiamo la nostra richiesta, affinché ci venga perdonato il nostro peccato. E di conseguenza, anche per i nostri debitori - in maniera analoga al contesto di cui sopra – vale il fatto che possiamo rimettere i loro debiti solo quando questi lo richiedono o lo implorano espressamente.

Analizziamo ora diverse dichiarazioni che il Signore ci ha lasciato in riferimento al perdono. Innanzitutto, troviamo la famosa domanda di Pietro: "Quante volte devo perdonare?":

Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me?

Mat 21 Allora Pietro si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?» 22 E Gesù a lui: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Mat 18,21-22;


E non vi è alcun dubbio che questo "… fino a settanta volte sette" non significhi 490 volte, ma equivalga semplicemente a "sempre". Ogni credente cristiano deve, quindi, sempre perdonare suo fratello che pecca contro di lui. Ma ciò di cui non si tiene conto nell’interpretazione successiva, è la parabola che qui il Signore racconta a Pietro come chiarimento.

Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: "Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto".

Mat 18,23 Perciò il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 18,24 Avendo cominciato a fare i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. 18,25 E poiché quello non aveva i mezzi per pagare, il suo signore comandò che fosse venduto lui con la moglie e i figli e tutto quanto aveva, e che il debito fosse pagato. 18,26 Perciò il servo, gettatosi a terra, gli si prostrò davanti, dicendo: "Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto". 18,27 Il signore di quel servo, mosso a compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 18,28 Ma quel servo, uscito, trovò uno dei suoi conservi che gli doveva cento denari; e, afferratolo, lo strangolava, dicendo: "Paga quello che devi!" 18,29 Perciò il conservo, gettatosi a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me, e ti pagherò". 18,30 Ma l’altro non volle; anzi andò e lo fece imprigionare, finché avesse pagato il debito. 18,31 I suoi conservi, veduto il fatto, ne furono molto rattristati e andarono a riferire al loro signore tutto l’accaduto. 18,32 Allora il suo signore lo chiamò a sé e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; 18,33 non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?" 18,34 E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. 18,35 Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello». Mat 18,23-35;


In entrambi i casi vediamo che il debitore di turno "… lo pregava dicendo: Abbi pazienza con me". Anche qui emerge chiaramente dal contesto che il Signore non aveva pensato affatto di perdonare tutti indistintamente, ma che il perdono deve essere sempre richiesto dal debitore. Questa è anche l’unica e sola condizione del perdono: deve essere richiesto.

Ora è pure vero, che per alcuni credenti ciò non sia così semplice. Ma proprio in questo caso ci vengono in aiuto le informazioni di cui sopra per il superare questo problema. Una lunga esperienza mostra, infatti, che le persone che hanno recato danno ad altri assolutamente intenzionalmente, a malapena si sforzano di chiedere scusa, figuriamoci poi chiedere perdono. Nel migliore dei casi si sentono espressioni come: "Che io sia dannato, se chiedo scusa!", come si è potuto apprendere dalla bocca di una prominente personalità politica tedesca. E così neanche noi siamo obbligati a perdonare loro. Di tutti i nostri debitori, , possiamo essere sicuri che quelli che non temono questo passo, nella maggior parte dei casi, si pentono della loro azione e, di conseguenza, meritano il nostro perdono.

Rimane un’ultima cosa da aggiungere a questo tema: la preghiera "Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori" potrebbe naturalmente essere interpretata per cui non si intende soltanto un confronto quantitativo (Dio mi perdona nella stessa misura in cui anche io perdono), ma che andrebbe considerata anche una valutazione qualitativa (Dio perdona nello stesso modo in cui anche io perdono). E, tra l’altro, ciò potrebbe significare: se perdono solo in seguito a una preghiera, anche Dio mi perdona solo in seguito alla mia preghiera. Ma se perdono anche senza preghiera, allo stesso modo Dio mi perdona senza richiesta di perdono.

Questa interpretazione coinciderebbe persino semanticamente con il precedente testo del versetto Mat 6,10, in cui si dice "… venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, così anche in terra". Questo è chiaramente un confronto qualitativo: la volontà di Dio sia fatta in terra come in cielo e troviamo la stessa parola greca ("os" = come), che troviamo anche nel nostro testo (come anche noi). Il tipo di perdono da parte di Dio, dunque, dipenderebbe da come noi perdoniamo: richiesto o non richiesto.

Eppure, come leggiamo nella 1° lettera di Giovanni, questa visione non trova alcuna conferma contenutistica nelle Scritture.

Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati.

1Gio 1,7 Ma se camminiamo nella luce, com’egli è nella luce, abbiamo comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. 1,8 Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. 1,9 Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 1,10 Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo, e la sua parola non è in noi. 1Gio 1,7-10;


Questo è il modo di procedere del Signore, di perdonare i nostri peccati, quando noi li confessiamo. Il presupposto conforme alle Scritture per il perdono da parte di Dio è dunque: riconoscere e confessare la colpa, allora possiamo contare sul perdono. E tra noi esseri umani non è diverso.

Ma in ogni caso oggi sono proprio i credenti - se non i soli – che ancora cercano e ottengono il perdono gli uni dagli altri. Tra i persone mondane vengono taciuti addirittura errori molto evidenti, poiché secondo loro chiedere scusa equivarrebbe a confessare le proprie debolezze e, di conseguenza, non lo prendono nemmeno in considerazione. Ma come è stato già detto, ciò ha come risultato il fatto di non poter essere perdonati e di conseguenza alla fine dovranno rispondere davanti a Dio di tutte le loro colpe – a prescindere se grandi o piccole.

Ora così come si generalizza spesso, in maniera inammissibile il dovere dei cristiani di perdonare la colpa, anche la dichiarazione sul "prossimo" nella parabola del Signore del buon Samaritano viene rovesciata, in maniera consapevole o meno, e si sostiene il contrario di ciò che in realtà il Signore voleva dire.

Ecco il testo completo della parabola:

Il buon Samaritano.

Luca 10,25 Allora ecco, un certo dottore della legge si levò per metterlo alla prova e disse: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 10,26 Ed egli disse: «Che cosa sta scritto nella legge? Come leggi?». 10,27 E quegli, rispondendo, disse: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso». 10,28 Ed egli gli disse: «Hai risposto esattamente; fa’ questo e vivrai».

10,29 Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 10,30 Gesù allora rispose e disse: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei ladroni i quali, dopo averlo spogliato e coperto di ferite, se ne andarono lasciandolo mezzo morto.

10,31 Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada e, veduto quell’uomo, passò oltre, dall’altra parte. 10,32 Similmente anche un levita si trovò a passare da quel luogo, lo vide e passò oltre, dall’altra parte. 10,33 Ma un Samaritano, che era in viaggio, passò accanto a lui, lo vide e ne ebbe compassione. 10,34 E, accostatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 10,35 E il giorno dopo, prima di partire, prese due denari e li diede al locandiere, dicendogli: "Prenditi cura di lui e tutto quello che spenderai in più, te lo renderò al mio ritorno".

10,36 Quale dunque di questi tre ti pare sia stato il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni?». 10,37 E quello disse: «Colui che usò misericordia verso di lui». Gesù allora gli disse: «Va’ e fa’ lo stesso anche tu». Luca 10,25-37;


Questa "legge", di cui il Signore parla in Luca 10,26, è la Torah, il libro di Mosè (concretamente: Deut 6,5 e Lev 19,18), a cui si riferisce anche in Mat 22,37-40.

Ama il tuo prossimo come te stesso.

Mat 22,35 E uno di loro, dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova, dicendo: 22,36 «Maestro, qual è il grande comandamento della legge?». 22,37 E Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutta la tua mente". 22,38 Questo è il primo e il gran comandamento. 22,39 E il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso" (Lev 19:18). 22,40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». Mat 22,35-40;


Come afferma il Signore qui, da questi due comandamenti – dell’amore per Dio e per il prossimo - dipendono tutta la legge (tutti comandamenti di Dio) e i profeti. Di conseguenza, è della massima importanza, interpretare e comprendere queste dichiarazioni in maniera corretta. Purtuttavia la parabola del buon Samaritano di cui sopra, con la sua dichiarazione sulla persona del "prossimo", è probabilmente quella che è stata e continua a essere maggiormente fraintesa a causa di un modo di vedere troppo superficiale del mondo. Il malinteso – per anticiparlo - non riguarda l’invito a essere caritatevoli e pronti ad aiutare. Questo è corretto e importante e risulta dalla dichiarazione del Signore alla fine della parabola, nel versetto Luca 10,37.

Il malinteso, piuttosto, si fonda sull’errata interpretazione della risposta alla domanda dello scriba. E anche molti interpreti si arenano nel testo della parabola e rispondono dettagliatamente alla domanda sul perché il sacerdote e il levita – a differenza del Samaritano – non hanno aiutato l’aggredito, senza prestare la necessaria attenzione alla vera domanda che pone questa parabola: "Chi è il mio prossimo?" o "Chi devo amare come me stesso?".

L‘opinione corrente – che comprensibilmente viene ripresa e diffusa da istituzioni sociali di ogni tipo – è che qui siamo invitati da Dio ad amare tutti i poveri e i bisognosi così come amiamo noi stessi, in modo che grazie a questo nostro amore possano ottenere un aiuto e un sostegno corrispondenti.

Ma se ora analizziamo meglio questo testo, riconosciamo una dichiarazione piuttosto diversa. Nella domanda conclusiva del Signore allo scriba si dice:

"Quale dunque di questi tre ti pare sia stato il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni?"

Gli viene chiesto, dunque, chi sia stato il prossimo, e cioè il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni. Questa poi dovrebbe essere la risposta alla sua domanda nel versetto Luca 10,29: "E chi è il mio prossimo?"

Allo stesso tempo questa è anche la concretizzazione della persona del "prossimo" del secondo comandamento – seguente al comandamento dell’amore per Dio – e indica a noi cristiani quelle persone che dobbiamo amare come noi stessi. E qui nella domanda del Signore di cui sopra – e nella risposta dello scriba – riconosciamo una differenza rispetto all’interpretazione corrente.

Il Signore chiede quale sia stato il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni. E lo scriba rispose: "Colui che usò misericordia verso di lui". Di conseguenza non è il bisognoso il prossimo del Samaritano, ma, al contrario, è il Samaritano che si è rivelato il prossimo dell’aggredito.

Da ciò deriva la conseguenza che qui non viene chiesto ai "Samaritani" – cioè ai soccorritori - "di amare come se stessi" i poveri e i bisognosi. Certamente devono essere caritatevoli e aiutarli. Dimostrando infine in questo modo che anche loro amano questi bisognosi. Ma sono quei bisognosi che hanno ricevuto il loro aiuto che – in base a questo comandamento di Dio – vengono esortati ad amare i loro soccorritori "come se stessi".

E qui riconosciamo anche la differenza con la sensibilità laica. Mentre questa dà l’impressione di sostenere – invertendo il senso delle parole - che in questa parabola l‘aggredito sia il prossimo del Samaritano e postula che i poveri di tutto il mondo siano i "prossimi" dei benestanti, il Signore, da un lato qui intende un aiuto del tutto personale nel nostro ambiente più prossimo, dall’altro lato, esorta quelli che sono stati aiutati ad amare i loro soccorritori "come se stessi".

In base alle parole del Signore, quindi, in questa parabola il comandamento dell’amore per il prossimo è: Ama coloro che ti hanno aiutato e mostra loro anche il tuo amore come essi ti hanno mostrato il loro amore quando ti hanno aiutato. L’amore per il prossimo, di conseguenza, non rientra nella categoria della compassione, ma in una sorta di categoria della gratitudine.

E com’è facile riconoscere, questo comandamento non vale solo per i poveri e i bisognosi. Vale anche per noi, che non siamo bisognosi, nel momento in cui anche noi siamo personalmente grati a tutti coloro che ci hanno aiutato nella vita – genitori, fratelli e sorelle, parenti, conoscenti, amici e anche estranei, che ci hanno aiutato in una situazione di difficoltà – e li amiamo come amiamo noi stessi. Sono tutti nostri prossimi.

Infine, ci si potrebbe ancora chiedere che cosa voglia dire effettivamente "amare (…) come te stesso". Eppure, in realtà, la risposta non dovrebbe essere molto difficile: tutto ciò che mi concedo – dalle cose materiali, che mi posso permettere, fino ai miei errori, che tollero – tutto questo devo concederlo anche a questo mio prossimo – materialmente o idealmente. E con questo rispondiamo contemporaneamente anche alla domanda sulla proporzionalità: ciò che io stesso non posso o voglio permettermi, non devo – in base a questa definizione – neanche pretenderlo dal mio prossimo.

Con l’esortazione conclusiva di cui sopra in Luca 10,37: "Va’ e fa’ lo stesso anche tu", il Signore intende dire allo scriba, allo stesso tempo, che la formulazione della sua domanda era sbagliata. La domanda non deve essere "Chi è il mio prossimo?", ma "Di chi devo essere il prossimo?".

Come si vede, questa legge è il comandamento dell’amore reciproco tra le persone. Una volta, aiutando il bisognoso e facendosi così riconoscere come il suo prossimo, un‘altra volta, quando qualcuno è stato aiutato, amando questo misericordioso suo prossimo anche e soprattutto perché ha aiutato qualcuno.

Questo è ciò che ci spiega anche Paolo nella sua lettera ai Romani.

L’amore quindi è l’ adempimento della legge.

Rom 13,9 Infatti il (Es 20,13-17) «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola (Lev 19,18): «Ama il tuo prossimo come te stesso». 13,10 L’ amore non fa nessun male al prossimo; l’ amore quindi è l’ adempimento della legge. Rom 13, 9-10;


E qui si chiude nuovamente il cerchio con il primo comandamento, quello dell’amore per Dio. Perché quando amiamo colui che è misericordioso verso di noi, ne consegue che ameremo automaticamente anche colui che è stato misericordioso verso di noi sin dal principio, colui che ci ha creati e che è misericordioso verso di noi ogni nuovo giorno, facendo sorgere il sole al di sopra del bene e del male.

Questa è esattamente quella condizione alla quale gli uomini, sin da Adamo ed Eva, prestano meno attenzione. Se i primi uomini, scegliendo se credere a Dio o al diavolo, si fossero orientati verso colui che in realtà è il loro "prossimo", lo stesso che li ha creati e che per loro ha messo al mondo tutto ciò che li circondava, avrebbero inevitabilmente riconosciuto che era Dio che voleva il meglio per loro e non Satana, egli stesso una creazione di Dio e che fino a quel punto non aveva mosso un dito per loro.

E così riconosciamo anche il contesto della dichiarazione del Signore in Mat 22,39, che di questi due comandamenti dell’amore per Dio e per il prossimo dice che sono "simili" e che da questi dipendono tutta la legge e i profeti.


Il perdono cristiano biblico dei peccati.

Se ha peccato contro di te e torna da te e ti dice: "Mi pento", perdonalo.

Luca 17,3 State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. 17,4 Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: "Mi pento", perdonalo». Luca 17,3-4;

Alla stessa stregua dell’amore per il prossimo, anche il perdono è uno di quei comandamenti che la chiesa cattolica ha insegnato per secoli all’umanità in maniera completamente errata. Il Signore ci esorta in Luca 17,2-4,  a perdonare nostro fratello 490 volte al giorno. E questo è stato e viene tutt’oggi interpretato nel senso che un cristiano deve sempre e ovunque perdonare tutto a tutti - secondo il motto: "tutti gli uomini sono fratelli".

Ma se leggiamo questa dichiarazione con maggior attenzione, riconosciamo un doppio errore in questo insegnamento cattolico: in primo luogo, il Signore non parla qui di "tutti gli uomini", ma del nostro "fratello". E qui sotto, in Mat 12,46-50, il Signore dichiara addirittura che nemmeno i suoi fratelli nella carne Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (Mat 13:55) devono essere chiamati "fratelli" nel Signore, ma solo quelli che fanno la volontà del nostro Padre nei cieli.

Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello.

Mat 12,46 Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. 12,47 E uno gli disse: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti». 12,48 Ma egli rispose a colui che gli parlava: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» 12,49 E, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 12,50 Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre». Mat 12,46-50;

Quindi questo è quel "fratello" che dobbiamo perdonare. E così tutti gli empi e gli idolatri di questo mondo sono esclusi da questo comandamento!

Il secondo errore è l’inversione di senso del perdono. Il perdono è come una richiesta: deve essere espresso, per poter essere esaudito. Secondo il motto: "Se vuoi il perdono, devi chiedere perdono. Eppure, nella chiesa cattolica si insegna a perdonare tutto a tutti senza che venga richiesto.

Eppure il nostro Signore Gesù Cristo ci ha spiegato proprio questo sopra, in Luca 17,4, quando ha detto:

"Se torna da te e ti dice: ‘Mi pento’: perdonalo".

Quelli che sono stati colpevoli di noi siamo obbligati a perdonare solo

  • se sono biblico cristiani e quindi fratelli nel Signore, e

  • se si pentono e ci chiedono espressamente perdono.


E questa è una cosa che difficilmente si verifica nella società senza Dio di oggi, ma anche tra i cristiani è piuttosto una rarità, il fatto che un fratello torni, si penta e chieda perdono.



(I testi nella cornice nera sono citazioni dei visitatori di questo sito o di altri autori!)

(Il Buon Samaritano: l’aggredito determina chi è il suo prossimo? / Replica della dott.ssa Monika v. Sury 00, 27/09/2005)

Leggo il testo come segue: 1. Non è il soccorritore che determina di chi è il prossimo, ma è colui che è stato aiutato a determinare chi considerare il suo prossimo. Decisivo qui è il fatto che un SAMARITANO aiuti un ebreo (una mia supposizione) - "Va’ e fa’ lo stesso anche tu", a mio avviso è stato uno schiaffo per lo scriba: non solo perché gli viene presentato un Samaritano come esempio, ma anche perché deve comportarsi allo stesso modo: essere di aiuto a persone con cui non ha nulla a che fare. Non siamo automaticamente "il prossimo", ma lo diventiamo solo attraverso la nostra azione concreta (1Gio 3,18). Si può supporre che l’aggredito, dopo questo incidente, abbia cambiato radicalmente opinione sui Samaritani. Entrambi hanno imparato una lezione. Lo scriba: un uomo in difficoltà – chiunque sia – è il mio prossimo. L’aggredito: un estraneo può essermi più vicino di uno del mio stesso ambiente.

Dott.ssa Monika von Sury - Royal Line info@royalline.ch / https://www.royalline.ch/d/traduction.asp



Mi fa piacere che siamo completamente d’accordo sul questo punto, che è il Samaritano il "prossimo" e non l’aggredito, come vogliono farci credere – per motivi tutt’altro che altruistici - la chiesa cattolica, alcune altre chiese cristiane e, naturalmente anche tutte le organizzazioni di assistenza sociale.

Attorno a questa interpretazione si cerca di fare molti discorsi filosofici: perché il sacerdote e il levita sono passati davanti, perché proprio il Samaritano ha prestato aiuto, cosa ha o non ha pensato l’aggredito ecc. Tutto questo è interessante e si presta a molte argomentazioni e costituisce certamente anche il contesto di questa parabola.

Tuttavia, come conferma anche Lei sopra, questa parabola tratta in prima linea del secondo comandamento e della domanda che all’inizio lo scriba rivolge al Signore: "E chi è il mio prossimo?" e della seguente risposta del Signore:

«Colui che gli usò misericordia».

Luca 10,36 Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nei ladroni?» 10,37 Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa». Luca 10,36-37;


Anche in riferimento alla Sua argomentazione: "colui che è stato aiutato determina chi considerare come prossimo", di conseguenza, è poi da accantonare, poiché in base al secondo comandamento è proprio colui che riceve aiuto che deve amare il suo prossimo come se stesso– cioè il Samaritano – e non il contrario, cioè che i soccorritori devono amare coloro che hanno bisogno di aiuto, come ci vogliono far credere in tutto il mondo.

Tuttavia, non vedo come Lei, i bisognosi di aiuto come coloro che agiscono, che possono determinare chi è il loro prossimo, chi devono amare e chi no. Ciò significherebbe che un contemporaneo ingrato può pretendere tutto l’aiuto che può ricevere senza dover considerare nessuno come suo prossimo. Ed è esattamente questa la situazione che si verifica attualmente a causa della diffusione nel mondo del significato errato di questo comandamento. In molti paesi del terzo mondo tutti gli aiuti dell’occidente vengono accettati volentieri, ma queste persone non si sentono affatto in debito per questo. Al contrario, i soccorritori vengono depredati e persino assassinati, come i missionari in Sudan, i monasteri in Sudafrica e Indonesia e i membri delle organizzazioni umanitarie in Afghanistan e in Iraq.

Non può, dunque, dipendere dal potere decisionale di chi ha bisogno determinare chi è il suo prossimo, ma è il soccorritore che decide di prestare aiuto, che soddisfa questo comandamento del Signore e che in questo modo si rende il prossimo di colui che ha bisogno.

La Sua dichiarazione:

"colui che riceve aiuto determina chi considerare come prossimo",

dovrebbe, quindi, essere corretta nel modo seguente:

"colui che ha prestato aiuto è diventato per questo il prossimo dell’aggredito."


Di conseguenza è il Samaritano, prestando attivamente il suo aiuto, il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni. E quando nel secondo comandamento si dice "Ama il tuo prossimo come te stesso", esso significa, di conseguenza, ama come te stesso coloro che sono diventati i tuoi prossimi, perché ti hanno aiutato.



L’amore per il prossimo.

Similmente come la falsa interpretazione dei "minimi dei miei fratelli" tratta da Mat 25:40, la totale inversione di senso del concetto biblico dell’"amore per il prossimo" attraverso le chiese, i predicatori e le organizzazioni umanitarie, è una delle più grandi truffe, per suscitare la compassione ne7i contemporanei creduloni e senza molta spesa accumulare i ricavati dalle offerte.

Secondo le parole del Signore Gesù Cristo nella parabola del buon samaritano, il comandamento dell’amore per il prossimo non è l’amore e il sostegno dei bisognosi, come l’ipocrita chiesa cattolica vuole sempre darci ad intendere, ma è – al contrario – l’amore per quegli esseri umani che ci hanno aiutato.

In questo testo biblico un ascoltatore del Signore chiede chi sia allora questo "prossimo", che si dovrebbe amare. E il Signore gli racconta questa parabola, nella quale un uomo fu assalito e derubato e giace ferito sulla strada. Due ecclesiastici ebrei passarono accanto a lui noncuranti e solo un uomo dalla Samaria, che per terzo gli passò davanti, lo ha aiutato.   

E da questa parabola, ora, il Signore in Luc 10,36-37 trae la risposta alla domanda, chi sia, allora, il prossimo di un essere umano:

"Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nei ladroni? Quegli rispose: Colui che gli usò misericordia. Gesù gli disse: Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa".

Il samaritano è dunque il "prossimo" di questo ferito. E perciò anche questo ferito deve amare il samaritano – il prossimo (Mat 22:39) –, perché egli lo ha aiutato e ha provveduto a lui. Perciò il comandamento dell’amore per il prossimo suona nel modo seguente: ama quegli esseri umani che ti hanno aiutato e mostra loro parimenti il tuo amore che essi ti hanno mostrato il loro amore, essendoti di aiuto.

L’amore del prossimo non è quindi una categoria della compassione, ma una categoria della gratitudine.

Questo, dunque, è quanto dice questa parabola del Signore Gesù. Ed essa dice anche: se qualcuno personalmente viene da te o tu personalmente lo incontri ed egli personalmente chiede il tuo aiuto o tu vedi che egli personalmente necessita di aiuto, allora, in quanto cristiano biblico, tu dovresti personalmente aiutarlo. Ed egli, in quanto cristiano biblico – secondo Mat 22,39 –, dovrebbe amarti personalmente per gratitudine, come egli stesso si ama.

Se non ci pensi, sostieni i atei, gli idolatri, i criminali e i terroristi!
(2Cor 6:14)

Ora, questo è qualcosa di completamente diverso da queste sottoscrizioni per i profughi, che noi non conosceremo mai e che non sanno che li ha aiutati. Inoltre, la maggior parte del denaro non viene data per i profughi, ma per gli stipendi, per la logistica e per altre spese di queste "organizzazioni umanitarie".

Nel passato la chiesa cattolica si è dichiarata grande aiutante con i ricavati delle offerte straniere e gli esseri umani hanno accettato per gratitudine la fede idolatra ("Maria", i "santi" morti) cattolica.

In futuro i profughi musulmani – e i loro molti figli! – faranno piuttosto il contrario. Essi – così come un tempo la Chiesa cattolica ha costretto gli indios in Sudamerica alla fede cattolica mediante un’altra pena di morte – con una maggioranza democraticamente legittimata nei parlamenti, costringeranno per leggi i cattolici a convertirsi all’islam.

Questa tendenza si mostra però già anche nel presente, dove atei "benpensanti" e persone politicamente corretti vogliono costringere per legge i cristiani a togliere il simbolo del cristianesimo – la croce – dal loro ambiente pubblico.




(I testi nella cornice nera sono citazioni dei visitatori di questo sito o di altri autori!)

(Chi è la persona del "prossimo" nella Bibbia? / Commento di Doris Höger 00, 16/01/2011)

Ho letto con molto interesse il Suo sito . A seguito di ciò mi sono sorte alcune domande che discuterei volentieri con Lei, se ne avesse tempo e voglia.

Non condivido l’interpretazione dell’amore per il prossimo nella parabola del buon Samaritano. Gesù Cristo ha continuamente posto l’accento sul suo insegnamento: "Amatevi gli uni gli altri!” Amate tutti i vostri fratelli e le vostre sorelle, fate del bene a tutti i vostri simili! Egli non ha mai detto in modo chiaro, amate solo coloro che vi hanno fatto del bene, poiché questi sono i vostri prossimi.

Nei suoi comandamenti Dio ci dice quanto segue:
8° comandamento: "Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo". (Non mentire.) 9° comandamento: "Non desiderare la casa del tuo prossimo".
10° comandamento: "Non desiderare la moglie del tuo prossimo, … né (neanche) alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo" (Es 20,1-17).

Questo "prossimo" è il "prossimo" che si intende con riferimento all’amore per il prossimo o è un altro? Se è lo stesso "prossimo", mi chiedo se, in base a questa accezione, non si dovesse piuttosto interpretare in questo modo: Non pronunciare falsa testimonianza contro quella persona che ti ha fatto del bene. La conclusione è che puoi mentire a tutti gli altri … E puoi desiderare tutte le donne sposate, che non sono sposate con i tuoi amici o con persone, che ti hanno fatto del bene.

Come si adatta quest’interpretazione alle parole di Gesù Cristo?: "Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai abbiamo fatto questo per te?" La risposta di Gesù è:"…in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli (i vostri simili), l’avete fatto a me".

Poi, però, alle molte altre persone dirà: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere, fui straniero e non m’accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste". Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: "Signore, quando mai è successo?" Allora risponderà loro: "In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me".

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doris@hoeger-healing.at   /  Höger-Healing



La ringrazio per aver visitato Immanuel.at e per il Suo interessante commento.

Innanzitutto, un chiarimento: quando Lei scrive: "Gesù Cristo ha continuamente posto l’accento sul suo insegnamento: "Amatevi gli uni gli altri! Amate tutti i vostri fratelli e le vostre sorelle”, siamo assolutamente d’accordo. Sono le dichiarazioni del Signore. La Sua conclusione successiva: "Fate del bene a tutti i vostri simili!", in base alle mie conoscenze, non è una dichiarazione del Signore e qui mi dovrebbe indicare il passo della Bibbia, in cui l’ha letto.

Questa identificazione dei fratelli e delle sorelle del Signore con "tutti" deriva da un esame superficiale del relativo testo. Il Signore ci dice molto concretamente chi tra tutti considera come suoi fratelli e sorelle

Poiché chiunque fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello, sorella.

Mat 12,49 E, distesa la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli. 12,50 Poiché chiunque fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello, sorella e madre». Mat 12,49-50;


Non devo certamente dimostrare qui che circa il 95% dell’umanità – che sono oggi circa 6,5 miliardi di persone – non soddisfa questo criterio. Come già disse il nostro Signore Gesù Cristo:

Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa.

Mat 7,13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. 7,14 Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano! Mat 7,13-14;


Solo quelle persone che fanno la volontà del Padre in cielo sono da considerare fratelli e sorelle. Ciò significa, che qui si tratta esclusivamente di cristiani biblici, che il Signore esorta ad amarsi l’un l’altro, e in nessun caso di "tutti vostri simili".

(Vedi anche Discorso 99: "Chi sono ‘questi miei minimi fratelli’ in Mat 25:40?")


Questa errata visone delle cose - "tutti sono fratelli in Cristo" – è stata in gran parte diffusa dalla chiesa cattolica nei secoli scorsi. All’inizio, certamente, in maniera non intenzionale, perché non avevano compreso – come molti cattolici oggi - lo sfondo del testo. Successivamente, però, in maniera intenzionale, per attirare più adepti. Bastava che queste persone elargissero regolari offerte per questa "fratellanza", che erano già "fratelli del Signore".

Oggigiorno la chiesa cattolica è passata a un altro metodo. Nell’ecumene interreligiosa ci si preoccupa di far presa sulle persone attraverso le loro religioni. La chiesa cattolica si apre così a tutte le religioni, affinché poi queste possano entrare nel grembo della "sola e unica chiesa cattolica".

(Vedi anche Discorso 91: "L’ecumene interreligiosa: le religioni sono solo vie diverse per la salvezza?")


La signora Höger poi scrive:

"EGLI non ha mai detto in modo chiaro, amate solo coloro che vi hanno fatto del bene, poiché questi sono i vostri prossimi".

Purtroppo, è chiaro che non ha letto bene la mia spiegazione della parabola del buon Samaritano (Luca 10:25-37) qui sopra, nel Discorso 18. Lì non si dice che i cristiani devono amare "solo" quelli che hanno fatto loro del bene.

In questa parabola non si parla dell’amore di per sé, ma di una specifica qualità dell’amore. Qui lo scriba chiede al Signore chi si intende con la persona del "prossimo" nel comandamento "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Lev 19:18). E ora, più sopra, si dimostra che nella parabola è il samaritano, cioè chi presta soccorso (e non chi ha bisogno) che, in base alla dichiarazione del Signore, deve essere considerato come il prossimo.

E se ora mettiamo insieme queste due dichiarazioni, ne consegue per il cristiano – e solo per questo!! – il dovere, in base al comandamento di Dio, di amare come se stesso quella persona che lo ha aiutato e che per lui rappresenta il prossimo. E questo "amare come se stessi" non è l‘"amore" comunamente, che oggi copre e livella già tutto, dal sesso ai rapporti di parentela fino all’amore per il denaro, il potere e la fama.

Si tratta di quello speciale "amore per se stessi", che la singola persona concede in maniera del tutto personale ed esclusivamente a se stessa. Proprio questo amore, in base a questo comandamento di Dio, deve darlo anche al suo prossimo – al suo soccorritore.

E poi D. Höger pone un argomento molto interessante. Lei cita Es 20,1-17 con i 10 comandamenti di Dio.

"Nei suoi comandamenti Dio ci dice quanto segue:
8° comandamento: ‘Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.’ (Non mentire.)
9° comandamento: ‘Non desiderare la casa del tuo prossimo.’
10° comandamento: ‘Non desiderare la moglie del tuo prossimo, … né (neanche) alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.’ (Es 20, 1-17)"


E anche qui c’è una correlazione con la chiesa cattolica. Per secoli questa chiesa ha sottaciuto un comandamento di Dio al suo popolo. Fino ai giorni nostri – come mostra la tabella qui sotto – il secondo comandamento, che vieta le immagini di idoli e il loro culto, è stato cancellato dal decalogo per ovvie ragioni e, poiché poi i comandamenti sarebbero stati solo nove, il decimo comandamento è stato diviso in due.

Tabella: i dieci comandamenti.

La spiegazione "Dominus Jesus" della Congregazione per la dottrina della fede della Chiesa cattolica postula:

"La Chiesa cattolica è la sola ed unica chiesa mediatrice di salvezza"



Così come verrà dimostrato in seguito, proprio questa Chiesa ha però falsato i dieci comandamenti di Dio per ingannare il popolo della Chiesa. Essa ha sottaciuto il secondo comandamento per tenere nascosto ai fedeli il fatto che in questo secondo dei dieci comandamenti l’adorazione di idoli di pietra e di legno (i "santi", la "Madre di Dio" ) viene espressamente vietata.

Ma poiché attraverso l’occultamento del secondo comandamento, ne sarebbero tuttavia rimasti soltanto nove, la Chiesa cattolica ha aggiunto a quell’atto di eresia anche un ulteriore atto di inganno, separando in due comandamenti il decimo dei comandamenti dati da Dio. .


I dieci comandamenti)
di Dio.*)

 

1. Io sono il SIGNORE, il tuo Dio (…) Non avere altri dei oltre a me.

2. Non farti scultura, né immagine
alcuna delle cose che sono lassù nel
cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque
sotto la terra. Non ti prostrare davanti
a loro e non li servire (…).

3. Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; 

4. Ricordati del giorno del riposo (Sabato) per santificarlo.

5. Onora tuo padre e tua madre.

6. Non uccidere.

7. Non commettere adulterio.

8. Non rubare.

9. Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

10. Non concupire la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo
 
 
 
 

*) Fonte: Sacra Scrittura Esodo (Secondo libro
di Mosè), capitolo 20, versetti 1-17
 
 
 
 
 

I dieci comandamenti della Chiesa
cattolica**)

 

1. Io sono il SIGNORE, il tuo Dio (…) Non avere altri dei oltre a me.

 
 
 
 
 
 

2. Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; 

3.  Ricordati il Sabato oppure la Domenica per santificarlo.

4. Onora tuo padre e tua madre.

5. Non uccidere.

6. Non commettere adulterio.

7. Non rubare.

8. Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

9. Non concupire la casa del tuo prossimo; non
desiderare la moglie del tuo prossimo.

10. Non desiderare cosa alcuna del tuo prossimo.
 
 
 
 

**) Fonte: Scrittura Cattolica del Commissariato
generale di Terra Santa. Responsabile dei
contenuti: Dik. St. Bertagnolli OFM
Commissario generale di Terra Santa (oppure
anche in ogni Bibbia cattolica)
 
 



(Vedi anche Discorso 32: "Commento sulla Dichiarazione "Dominus Iesus" della Congregazione per la Dottrina della Fede Cattolica.")



La successione apostolica della chiesa cattolica?

I preti cattolici, che in mille casi in tutto il mondo nella "transustanziazione" hanno offerto l’eucaristia con le loro mani durante le messe, in seguito, proprio con quelle loro stesse mani, hanno maltrattato e violentato dei bambini ( 1Cor 6:9). I vescovi cattolici, che prima hanno benedetto le loro "pecorelle", sono poi stati arrestati per corruzione (Banca Vaticana, Der Spiegel 28.6:2013).

Vescovo benedica

Certo è vero che ovunque ci sono delle pecore nere. Ma quando i "reverendi" stupratori vengono coperti e nascosti per decenni tra le schiere della chiesa, e persino i "pastori" episcopali corrotti devono essere smascherati dalla polizia, si comprende che l’organizzazione stessa è assolutamente priva di scrupoli, depravata e corrotta (Mat 7:16-20).

Osare parlare qui di una "Successione Apostolica" è un’offesa senza pari agli Apostoli di nostro Signore Gesù Cristo.



E se ora analizziamo le citazioni della signora Höger di cui sopra, esse restituiscono esattamente questa falsificata successione cattolica dei comandamenti di Dio. Mentre nel testo originale della Bibbia nel 10° comandamento il divieto di desiderare la moglie e alcuna proprietà che appartenga al prossimo sono riuniti in un unico comandamento (Es 20:17), la signora Höger cita evidentemente una Bibbia cattolica, dove questi due divieti sono divisi in due comandamenti, cioè nel 9° e nel 10° comandamento – proprio perché lì il 2° comandamento con il divieto di culto delle immagini di idoli è stato sottaciuto e non compare affatto.

Ma ora la commentatrice parla in riferimento agli ultimi due comandamenti – agli ultimi tre della chiesa cattolica – e alla persona del prossimo, che qui viene citata:

Questo "prossimo" è il "prossimo" che si intende con riferimento all’amore per il prossimo o è un altro? Se è lo stesso "prossimo", mi chiedo se, in base a questa accezione, non si dovesse piuttosto interpretare in questo modo: Non pronunciare falsa testimonianza contro quella persona che ti ha fatto del bene. La conclusione è che puoi mentire a tutti gli altri … E puoi desiderare tutte le donne sposate, che non sono sposate con i tuoi amici o con persone, che ti hanno fatto del bene.


Per una migliore comprensione dobbiamo dare un breve sguardo alla storia dei 10 comandamenti. Furono consegnati da Dio a Mosè sul monte Sinai e rappresentavano le regole di comportamento del popolo di Israele durante il suo vagare per 40 anni nel deserto e successivamente. Allora gli israeliti erano già un popolo di diverse migliaia di famiglie e neanche questo popolo era estraneo all’invidia e all’avidità, come leggiamo nella Bibbia.

Ora il fatto che questi comandamenti valessero esclusivamente per il popolo di Dio di Israele e in nessun caso anche per qualunque altro popolo di pagani, si riconosce dal fatto che Dio concesse al suo popolo, alla fine del suo vagare nel deserto, il possedimento della terra di Canaan (oggi Israele). Tuttavia, questa terra era già abitata da tanto tempo da diversi altri popoli e gli israeliti furono costretti a battere e cacciare via questi popoli prima di poter prendere possesso della terra (Es 23:20-33). Ed esattamente ciò ora sarebbe in contraddizione con il 10° comandamento: "(…) Non desiderare alcuna cosa del tuo prossimo" se con questo prossimo si fossero intesi "tutti i loro simili".

Non esigerà il pagamento dal suo prossimo o dal fratello, (…) potrai esigerlo dallo straniero.

Deut 15,1 Alla fine di ogni settennio celebrerete l’anno di remissione. 15,2 Ecco la regola di questa remissione: ogni creditore sospenderà il suo diritto relativo al prestito fatto al suo prossimo; non esigerà il pagamento dal suo prossimo o dal fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione in onore del SIGNORE. 15,3 Potrai esigerlo dallo straniero, ma sospenderai il tuo diritto su ciò che tuo fratello avrà di tuo. 15,4 Così, non vi sarà nessun povero in mezzo a voi, poiché il SIGNORE senza dubbio ti benedirà nel paese che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà in eredità, perché tu lo possegga. 15,5 Soltanto, ubbidisci diligentemente alla voce del SIGNORE tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti, che oggi ti do. Deut 15, 1- 5;


E ora, però, nella sua parabola del buon Samaritano Gesù ha mostrato all’ebreo che il "prossimo" dell’antico testamento per gli ebrei – cioè per tutti i discendenti di Giacobbe, a cui Dio ha dato il nome di "Israele" – ha subito una precisazione con l’incarnazione del Figlio di Dio. Da questo momento il prossimo non è più soltanto colui che appartiene al popolo di Israele, ma sono tutte quelle persone che si dimostrano come soccorritori nei confronti dei credenti.

Il Signore ha sempre fatto capire agli ebrei che non ha una fede corretta, colui che per gloriarsi suona la tromba davanti a sé e che si presenta come particolarmente "santo" davanti agli altri, come gli scribi con le loro vesti lunghe, i loro singolari copricapi e altre cose simili. Il Signore ha definito queste persone come "serpenti e razza di vipere".

Serpenti, razza di vipere! Come sfuggirete al giudizio della Geenna?

Mat 23,27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché rassomigliate a sepolcri imbiancati, i quali di fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine. 23,28 Così anche voi di fuori apparite giusti davanti agli uomini; ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. 23,29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! Perché edificate i sepolcri dei profeti e ornate i monumenti dei giusti, 23,30 e dite: "Se noi fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro nell’uccisione dei profeti". 23,31 Così dicendo, voi testimoniate contro voi stessi, che siete figli di coloro che uccisero i profeti. 23,32 Voi superate la misura dei vostri padri! 23,33 Serpenti, razza di vipere! Come sfuggirete al giudizio della Geenna? Mat 23,27-33;


Ma hanno una fede corretta coloro che amano Dio nel loro cuore e gli rivolgono le loro preghiere in segreto.

Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto ;

Mat 6,5 «Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. 6,6 Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Mat 6,5-6;


E allo stesso modo il Signore ha chiarito all’ebreo della parabola del buon Samaritano che non è perché qualcuno esteriormente appare come un prete o un levita e parla molto durante le riunioni e si dà delle arie, che per questo debba anche essere misericordioso e cristiano biblico nel cuore. E ciò vale anche per noi cristiani di oggi. Come una volta disse Gottfried Daniel Pomacher, un predicatore della resurrezione di Wuppertal:

"Il cristianesimo non consiste nelle parole, ma nella potenza dello Spirito Santo nei credenti. Non quelli che suscitano apertamente ammirazione nei loro ascoltatori nelle preghiere con le invocazioni "Signore, Signore", ma quelli che a casa, nella loro stanzetta silenziosa e senza un solo ascoltatore, rivolgono le loro preghiere al Signore sono i veri pilastri della comunità."


Perciò il Signore dice anche:

Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli.

Mat 7,21 «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Mat 7,21;


Tuttavia, questa parabola mostra, inoltre, che neanche con il prossimo si intende "tutti i suoi simili". I nostri prossimi sono sempre quelle persone che si dimostrano essere soccorritori nei confronti dei cristiani biblici. Che siano cristiani o non cristiani, sono i nostri prossimi perché ci hanno aiutato. Tutti gli altri non sono i nostri prossimi!! Ma ciò non significa automaticamente che questi prossimi del cristiano siano anche cristiani biblici e verranno salvati.

Poiché, come scrive Paolo qui sotto in 1Cor 3,11-15, nel giorno del giudizio non è determinante l’opera di ognuno per il giudizio, ma il "fondamento" sul quale ha costruito queste opere. E questo fondamento è solo e soltanto la fede in Gesù Cristo e nel suo sacrificio sulla croce per espiare i nostri peccati. Vengono valutate le opere di colui che ha questo fondamento. E anche se non dovesse avere alcuna opera sarà salvato, "però come attraverso il fuoco".

Ma tutti quelli che non hanno tale fondamento "che è Gesù Cristo", possono esibire montagne di opere, arderanno tutti inutilmente e il Signore dirà loro: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!"

Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù.

1Cor 3,11 poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù. 3,12 Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, 3,13 l’opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno del giudizio la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno. 3,14 Se l’opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa; 3,15 se l’opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco.. 1Cor 3,11-15;

(Vedi anche Capitolo 13: "Il Giudizio Universale.")


Alla fine del suo commento di cui sopra, Doris Höger cita anche il testo del Giudizio Universale da Mat 25,35-45.

"Come si adatta quest’interpretazione alle parole di Gesù Cristo?:

‘Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi.’

Allora i giusti gli risponderanno: ‘Signore, quando mai abbiamo fatto questo per te?’

La risposta di Gesù è:

‘…in quanto lo avete fatto a uno di
questi miei minimi fratelli (i vostri simili), l’avete fatto a me.’"


E come si può registrare dall’aggiunta tra parentesi nell’ultima riga del testo biblico, la signora Höger ha riconosciuto appieno il punto debole della sua interpretazione. Anche qui ha nuovamente luogo la generalizzazione deli concetti e l’equiparazione tra credenti cristiani e senzadio. Quando sopra in Mat 12,50 il Signore dice: "Chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella", allora questo vale naturalmente anche qui.

Di conseguenza, qui si parla dei suoi minimi fratelli, i cristiani biblici di tutto il mondo, che fanno la volontà del Padre, e non dei "vostri simili", di tutti i senzadio, idolatri, criminali e pluriomicidi di tutto il mondo.

E ciò vale naturalmente anche per la seconda parte del passaggio biblico citato da D. Höger:

"Poi, però, alle molte altre persone dirà:

‘Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere, fui straniero e non m’accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste.’

Allora anche questi gli risponderanno, dicendo: ‘Signore, quando mai è successo?’

Allora risponderà loro:

‘In verità vi dico che in quanto non l’avete fatto a uno di questi minimi, non l’avete fatto neppure a me.’".


Con "uno di questi minimi" nell’ultima riga, il Signore fa riferimento al primo passaggio in Mat 35,40, in cui identifica questi minimi come suoi fratelli, che fanno la volontà del Padre. È sempre interessante constatare quanto selettive siano alcune persone nel leggere la Bibbia. Nonostante le dichiarazioni siano lì nero su bianco, verranno lette di sfuggita, rimosse, interpretate diversamente o semplicemente negate o cancellate.



(I testi nella cornice nera sono citazioni dei visitatori di questo sito o di altri autori!)

(Perdono – anche quando il debitore non vuole affatto il perdono? / Commento di Doris Höger 01, 16/01/2011)

In riferimento all’argomento "perdono": qui sul Suo sito si legge: noi esseri umani dovremmo prima chiedere il perdono, solo dopo saremo perdonati (da un altro essere umano, non dal nostro Padre celeste, perché, secondo me, questo fa una gran differenza).

Anche a tal proposito ho un’opinione diversa: "Chi copre gli sbagli (chi riesce a ignorare gli errori), si procura amore…" (Pro 17/9). "ll senno rende l’uomo lento all’ira, ed egli considera un suo onore passare sopra le offese" (errori degli altri). (Prov 19/11) Perdonare è la cosa più difficile, che si possa chiedere a un essere umano.

Ma Gesù Cristo ci ha dato l’esempio su come dobbiamo comportarci. Mentre veniva crocifisso pregava Dio di perdonare i suoi aguzzini, che lo avevano torturato: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!" (Luca 23,34). Gli uomini non hanno chiesto prima perdono a Gesù!!!! Altri esempi: "Signore, non imputare loro questo peccato!" (Atti 7,60). Anche Paolo ha perdonato i suoi simili, che lo avevano abbandonato per codardia. Egli disse: "Nella mia prima difesa nessuno si è trovato al mio fianco, ma tutti mi hanno abbandonato; ciò non venga loro imputato!", (2Tim 4,16).

"Rivestitevi (circondatevi), dunque, come eletti di Dio (Dio ha eletto anche te – ti vuole nel suo regno), ….di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, …" (Cor  3,12-13).

Mi piacerebbe molto intrattenere un bel dialogo con Lei, di cui entrambi, guidati dalla mano di Dio, potremmo avvantaggiarci ai fini della salvezza della nostra anima.

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doris@hoeger-healing.at   /  Höger-Healing



Non dobbiamo perdonare nulla al nostro Padre in cielo. Egli ci perdona nella sua grazia. Tuttavia, è per questo che dobbiamo pregarlo. Chi non prega Dio per la remissione dei suoi peccati, semplicemente non ottiene alcun perdono. E quando nel "Padre nostro" si dice: "E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori", significa che anche noi dobbiamo perdonare quando i nostri debitori ce lo chiedono. Ciò vuol dire che chi vuole il perdono, deve anche chiederlo.

Ma qui vorrei affrontare ancora la prima parte della Sua frase, in cui cita la mia dichiarazione, ‘noi esseri umani dovremmo prima chiedere il perdono, solo dopo saremo perdonati’. E poi Lei aggiunge

"Anche a tal proposito ho un’opinione diversa"


Ora qui si deve espressamente richiamare l’attenzione sul fatto che il comandamento del perdono reciproco vale esclusivamente per i cristiani biblici. I senzadio dovrebbero innanzitutto chiedere perdono di Dio per non aver creduto in Lui. E qui riconosciamo anche che dobbiamo sempre chiedere perdono a colui, nei confronti del quale siamo diventati debitori. A Dio, se abbiamo peccato contro Dio, agli altri, se abbiamo peccato contro gli altri.

Se ora, però, consideriamo il punto di vista di un cristiano – e penso di poter dedurre dalle Sue dichiarazioni, che anche Lei sia cristiana – perché un cristiano si dovrebbe rifiutare in questo modo a chiedere perdono a colui, nei confronti del quale è diventato debitore??

Ciò non getta anche una certa luce sulla vita di preghiera di questo cristiano? La nostra preghiera quotidiana, dunque, consiste inevitabilmente anche di richieste di perdono dei nostri peccati. Oppure Lei non ha peccati per cui dovrebbe chiedere perdono al Signore? Se un cristiano si dovesse rifiutare a chiedere perdono, ciò non denoterebbe anche una certa mancanza di umiltà?

L’opinione secondo la quale il perdono dovrebbe avvenire in segreto e senza la conoscenza e la volontà del debitore, fa emergere, però, un sospetto del tutto diverso. Vale a dire che qui non si tratta del perdono, ma, al contrario, della richiesta di perdono. Qui il pensiero principale non è il perdono del peccato ottenuto senza preghiere, ma il rifiuto da parte del debitore di chiedere perdono, perché non vuole riconoscere il suo peccato e con questo trucco, per cui in ogni caso colui che ha subito il danno deve perdonare per così dire "in bianco", vuole placare la sua coscienza.

E vista così, l’affermazione esposta nel commento di cui sopra:

"Perdonare è la cosa più difficile che si possa chiedere a un essere umano."


deve, perciò, essere corretta, dato che evidentemente non è il perdono, ma la richiesta di perdono la cosa più difficile che si possa chiedere a un essere umano.

Come è già stato spiegato precedentemente in questo discorso, in quanto cristiani abbiamo il dovere incondizionato di perdonare i nostri fratelli e sorelle (cristiani).

Signore, quante volte devo perdonare un fratello che mi ha fatto un torto?

Mat 18,21 Poi Pietro s’avvicinò a Gesù e gli domandò: «Signore, quante volte devo perdonare un fratello che mi ha fatto un torto? Fino a sette volte?» 18,22 «No», rispose Gesù. «Non solo fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette!» Mat 18,21-22;


E qui non c’è alcun dubbio, che questo "… fino a settanta volte sette" non significa 490 volte, ma semplicemente "sempre". Ogni cristiano biblico, dunque, deve sempre perdonare suo fratello, che pecca contro di lui. Che il Signore, però, con questo non intendesse in nessun caso un perdono "segreto", risulta chiaro dalla parabola che segue questo comandamento del Signore.

Ma l’uomo si gettò in terra davanti al re, il viso nella polvere, e implorò: "Oh Signore, abbi pazienza, e pagherò tutto!

Mat 18,23 «Il Regno dei Cieli può essere paragonato a un re che decise di aggiornare i suoi conti. 18,24 Tirate le somme, gli fu portato uno dei suoi debitori che gli doveva circa diecimila monete d’oro. 18,25 L’uomo non poteva pagare, così il re ordinò che, per saldare il debito, fosse venduto lui, la moglie, i suoi figli e tutto ciò che possedeva.

18,26 Ma l’uomo si gettò in terra davanti al re, il viso nella polvere, e implorò: "Oh Signore, abbi pazienza, e pagherò tutto!" 18,27 Allora il re ebbe compassione di lui, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 18,28 Ma quando l’uomo lasciò il re, andò da un altro che gli doveva una piccola somma, lo afferrò per la gola e gl’ingiunse di pagare immediatamente.

18,29 L’uomo si buttò a terra davanti a lui e lo scongiurò di dargli un po’ di tempo. "Abbi pazienza e ti pagherò!" implorava. 18,30 Ma l’altro non volle aspettare. Lo fece arrestare e rinchiudere in prigione, finché non avesse pagato tutto il debito. 18,31 Gli amici dell’uomo imprigionato videro queste cose e ne furono molto dispiaciuti. Andarono dal re e gli raccontarono tutto ciò che era accaduto. 18,32 Allora il re chiamò l’uomo che aveva perdonato: "Uomo malvagio! Poco fa ti ho condonato l’enorme debito che avevi, soltanto perché me lo hai chiesto. 18,33 Non avresti potuto avere pietà di quell’uomo, come io ne ho avuta di te?" 18,34 Poi, fuori di sé per la collera, il re consegnò l’uomo agli aguzzini finché non pagò fino all’ultimo centesimo. 35 Così agirà verso di voi mio Padre che è in cielo, se rifiutate di perdonare di cuore i vostri fratelli e sorelle». Mat 18,23-35;


Vediamo che in entrambi i casi il debitore di turno "… si gettò a terra e implorò: Abbi pazienza". Anche qui, dunque, risulta chiaramente dal contesto, che in nessun caso il Signore aveva pensato di perdonare indistintamente tutti, ma che il perdono deve essere sempre richiesto dal debitore. Questa è la sola e unica condizione del perdono: deve essere richiesto.

Per quale ragione al mondo ad alcuni cristiani risulta così difficile chiedere perdono, se hanno commesso un peccato nei confronti di un fratello o di una sorella? Per di più, se ci viene assicurato il perdono del Signore.

E poi vengono fatti i paragoni più strani, come nel commento di cui sopra della signora Doris Höger:

"Chi copre gli sbagli (chi riesce a ignorare gli errori), si procura amore …" (Prov 17/9).

Chi "copre gli sbagli" probabilmente si procura dei sentimenti amichevoli. Tuttavia, in alcune scuole monacali, in cui i bambini sono stati abusati dai loro "patres", "coprendo" si è certamente conciliata l’amicizia tra i preti pedofili, affinché, tuttavia, venisse impedito un chiarimento e i bambini ancora per anni fossero lasciati in balia del desiderio perverso di questi presunti "uomini di Dio".

"ll senno rende l’uomo lento all’ira, ed egli considera un suo onore passare sopra le offese", (errori degli altri)." (Prov 19/11)

Sebbene qualcuno passi oltre gli errori, ciò potrebbe fargli onore. Ma se, tuttavia, a causa di un tale errore medico ocurrerà amputare una gamba a un padre di famiglia, distruggendo così il fondamento esistenziale di un’intera famiglia, a queste persone tale "onore" non servirà a molto.

"Ma Gesù Cristo ci è stato d’esempio su come dobbiamo comportarci. Mentre veniva crocifisso pregava Dio di perdonare i suoi aguzzini, che lo avevano torturato: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!" (Luca 23,34). Gli uomini non hanno chiesto prima perdono a Gesù!!!


Anche questo passaggio biblico viene continuamente citato, senza leggere correttamente il testo. Il nostro Signore non ha perdonato in prima persona i suoi assassini (tantomeno Stefano in Atti 7,60), ma ha pregato il Padre di perdonarli. Da un lato, perché l’omicidio non è un peccato che può essere perdonato dall’uomo. La vita di ogni essere umano non appartiene a lui, ma a Dio. Egli l’ha data.

E dall‘altro, perché questi soldati romani che hanno crocifisso il Signore, non avevano colpa. Queste persone non avevano la minima idea che qui stavano crocefiggendo il Figlio di Dio. Hanno semplicemente eseguito degli ordini. Tuttavia, i veri colpevoli furono gli scribi del Sinedrio e Caifa, il loro sommo sacerdote, che condannarono Gesù a morte e consegnandolo ai romani (Giov 19:11). E sicuramente il Signore non ha perdonato queste persone quando dice loro:

Mat 23,33 Serpenti! Razza di vipere! Come scamperete al castigo dell’inferno?

Giov 8,44 Siete degni figli di vostro padre, il diavolo, e vi piace comportarvi come lui! Fin da principio egli fu assassino e odiò la verità, perché in lui non c’è un briciolo di verità! Quando mente, si trova perfettamente a suo agio, perché è proprio lui il padre delle menzogne!


La signora Höger, in base alla sua dottrina cattolica del "perdono generalizzato per tutti”, non avrebbe dovuto forse perdonare anche queste persone?? E poi cita un altro passaggio biblico:

"Rivestitevi (circondatevi), dunque, come eletti di Dio (Dio ha eletto anche te – ti vuole nel suo regno) … di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, …" (Col 3,12-13).


Sì - "e perdonatevi a vicenda" –significa "chiedete perdono a vicenda e perdonatevi a vicenda". Che si dovesse perdonare, il Signore lo aveva già espresso in Mat 18,22 ed era, di conseguenza, fuori discussione. L’esortazione di Paolo, di conseguenza, si riferisce piuttosto alla richiesta di perdono!

Il Signore stesso ci ha istruito su come ci dobbiamo comportare nei confronti di un fratello che ha peccato.

Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo.

Mat 18,15 «Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; 18,16 ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. 18,17 Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. Mat 18,15-17;


Se riconosce il suo peccato e si pente, allora sarà perdonato, altrimenti, "sia per te come il pagano e il pubblicano".

Come scrive anche l’ormai tristemente defunto Ernst Panzer nel suo primo commento a questo discorso:

"Comprensione, confessione e richiesta del perdono!
È questa ora la via necessaria per arrivare al perdono,
sia davanti a Dio, che davanti agli altri.
"

(Vedi anche Discorso 75: "I cristiani devono amare i loro nemici?")


Il perdono cristiano biblico dei peccati.

Se ha peccato contro di te e torna da te e ti dice: "Mi pento", perdonalo.

Luca 17,3 State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo. 17,4 Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: "Mi pento", perdonalo». Luca 17,3-4;

Alla stessa stregua dell’amore per il prossimo, anche il perdono è uno di quei comandamenti che la chiesa cattolica ha insegnato per secoli all’umanità in maniera completamente errata. Il Signore ci esorta in Luca 17,2-4,  a perdonare nostro fratello 490 volte al giorno. E questo è stato e viene tutt’oggi interpretato nel senso che un cristiano deve sempre e ovunque perdonare tutto a tutti - secondo il motto: "tutti gli uomini sono fratelli".

Ma se leggiamo questa dichiarazione con maggior attenzione, riconosciamo un doppio errore in questo insegnamento cattolico: in primo luogo, il Signore non parla qui di "tutti gli uomini", ma del nostro "fratello". E qui sotto, in Mat 12,46-50, il Signore dichiara addirittura che nemmeno i suoi fratelli nella carne devono essere chiamati "fratelli" nel Signore, ma solo quelli che fanno la volontà del nostro Padre nei cieli.

Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello.

Mat 12,46 Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. 12,47 E uno gli disse: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti». 12,48 Ma egli rispose a colui che gli parlava: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» 12,49 E, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 12,50 Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre». Mat 12,46-50;

Quindi questo è quel "fratello" che dobbiamo perdonare. E così tutti gli empi e gli idolatri di questo mondo sono esclusi da questo comandamento!

Il secondo errore è l’inversione di senso del perdono. Il perdono è come una richiesta: deve essere espresso, per poter essere esaudito. Secondo il motto: "Se vuoi il perdono, devi chiedere perdono. Eppure, nella chiesa cattolica si insegna a perdonare tutto a tutti senza che venga richiesto.

Eppure il nostro Signore Gesù Cristo ci ha spiegato proprio questo sopra, in Luca 17,4, quando ha detto:

"Se torna da te e ti dice: ‘Mi pento’: perdonalo".

Quelli che sono stati colpevoli di noi siamo obbligati a perdonare solo

  • se sono biblico cristiani e quindi fratelli nel Signore, e

  • se si pentono e ci chiedono espressamente perdono.


E questa è una cosa che difficilmente si verifica nella società senza Dio di oggi, ma anche tra i cristiani è piuttosto una rarità, il fatto che un fratello torni, si penta e chieda perdono.