G. Calvino: Institutio christianae religionis – Istituzione della religione cristiana – Libro I.




Giovanni Calvino: La vera e la falsa predestinazione.   -  Discorso 100


Institutio christianae religionis I. di Giovanni Calvino

Tradotto e curato dopo l’ultima edizione (1559) da Otto Weber e pubblicato per la prima volta nel 1955 dalla
Neukirchener Verlag, Neukirchen-Vluyn, sesta edizione dell’edizione in volume unico 1997.



Commissionato dalla Federazione Riformata in Germania / JOHANNES A LASCO BIBLIOTHEK Emden e preparato per l’edizione su internet da Matthias Freudenberg sulla base di una scansione del testo acquisita dall’Istituto per la Ricerca sulla Riforma dell’Università di Apeldoorn.

Insegnamento della religione cristiana

La dottrina di Calvino - Libro I: Sulla conoscenza di Dio Creatore

La dottrina di Calvino - Libro II: Sulla conoscenza di Dio come Redentore in Gesù Cristo

La dottrina di Calvino - Libro III: In che modo siamo resi partecipi della grazia di Cristo, quali frutti ne derivano e quali effetti ne derivano

La dottrina di Calvino - Libro IV: Dei mezzi o aiuti esteriori con cui Dio ci invita e ci mantiene nella comunione con Cristo.


Note editoriali

L’edizione originale in tre volumi della traduzione di Otto Weber è stata pubblicata nel 1936-1938. Per la presente edizione su Internet, abbiamo ritenuto che si potesse fare a meno delle note di Weber a margine del testo. Allo stesso modo, le poche annotazioni, la maggior parte delle quali non forniscono spiegazioni concrete, non sono state incluse. La vecchia ortografia è stata mantenuta. Sono stati corretti evidenti errori tipografici, imprecisioni nella citazione di passi biblici e altra letteratura, così come forme insolite di presentazione nella composizione.

Piano di edizione

Libro I Luglio 2006
Libro II Agosto 2006
Libro III Dicembre 2006
Libro IV Marzo 2007

Primo libro

Della conoscenza di Dio come Creatore


Tabella dei contenuti


Panoramica

Capitoli 1-5 La conoscenza di Dio
Capitolo 6-10 Sacra Scrittura
Capitolo 11-12 Immagini
Capitolo 13 Trinità di Dio
Capitolo 14 Angeli
Capitolo 15 Creazione dell’uomo
Capitolo 16-18 Provvidenza di Dio



Capitolo uno

La conoscenza di Dio e la conoscenza di sé sono interrelate; la natura di questa interrelazione sarà mostrata qui.

1. Senza conoscenza di sé non c’è conoscenza di Dio
2. Senza la conoscenza di Dio non c’è conoscenza di sé
3. L’uomo davanti alla maestà di Dio


Capitolo due

La natura e il compito della conoscenza di Dio

1. La conoscenza di Dio è una riverenza pratica
2. La conoscenza di Dio non è un gioco di pensiero


Capitolo tre

La conoscenza di Dio è impiantata interiormente nell’uomo per natura.

1. La natura di questa disposizione naturale
2. La religione non è un’invenzione arbitraria
3. La vera empietà è effettivamente impossibile


Capitolo quattro

La conoscenza di Dio è soppressa e corrotta dall’ignoranza e dalla malvagità

1. La superstizione
2. L’allontanamento cosciente da Dio
3. non possiamo pensare a Dio a nostro piacimento
4. L’ipocrisia


Capitolo cinque

Dalla creazione e dal continuo governo del mondo ci arriva un messaggio di Dio.

1. La chiarezza dell’auto-testimonianza di Dio ci priva di ogni scusa
2. La saggezza di Dio non rimane nascosta a nessuno
3. L’uomo come la prova più gloriosa della saggezza divina
4. L’uomo in particolare si rivolge ingrato contro Dio
5. La confusione della creatura con il Creatore
6. Il Creatore rivela il suo dominio sulla creazione
7. Governo e giudizio di Dio
8. Il governo libero e superiore di Dio nella vita dell’uomo
9. Non dobbiamo meditare su Dio, ma contemplarlo nelle sue opere
10. Lo scopo di questa conoscenza di Dio
11. La conoscenza di Dio che otteniamo dalla creazione non raggiunge il suo scopo in noi
12. La conoscenza di Dio è soffocata dalla superstizione e dall’errore umano
13. Siamo tutti caduti lontano da Dio
14. Non siamo in grado di avere la giusta conoscenza di Dio dall’interno di noi stessi
15. La nostra incapacità è colpa


Capitolo sei

Chi vuole raggiungere Dio, il Creatore, deve avere le Scritture come guida e maestro.

1. La vera conoscenza di Dio ci viene data da Dio solo nella sua parola
2. La Parola di Dio come Sacra Scrittura
3. Senza le Scritture andiamo fuori strada
4. Le Scritture possono fare per noi ciò che la rivelazione nelle opere non ha potuto


Capitolo Sette

La reputazione della Scrittura poggia sulla testimonianza dello Spirito. Solo questo le conferisce un’autorità indubbia, ed è una blasfema proposizione umana che la sua credibilità dipenda dal giudizio della Chiesa.

1. Le Scritture hanno la loro autorità da Dio, non dalla Chiesa
2. La Chiesa stessa è fondata sulla Scrittura
3. Nemmeno Agostino può essere invocato per dimostrare il contrario
4. La testimonianza dello Spirito Santo. La testimonianza dello Spirito è più forte di tutte le "prove"
5. Le Scritture portano la loro autenticazione in se stesse


Capitolo otto

Fino a dove arriva la ragione umana, ci sono prove certe sufficienti per confermare la credibilità della Scrittura

1. Le scritture sono superiori a tutta la saggezza umana
2. Non è la lingua che è decisiva, ma la materia stessa
3. La grande età della Scrittura
4. La veridicità della Scrittura, dimostrata dall’esempio di Mosè
5. I miracoli confermano l’autorità del messaggero di Dio
6.  I miracoli di Mosè sono innegabili
7. Le profezie si sono avverate contro ogni previsione umana
8. Dio ha confermato la parola dei profeti
9. la tradizione della Legge è affidabile
10. Dio ha conservato miracolosamente la Legge e i Profeti
11. La potenza interna del Nuovo Testamento
12. Le Scritture hanno sempre prevalso contro ogni opposizione
13. Anche il sangue dei martiri conferma l’autorità della Scrittura. Tutte le prove citate non possono sostituire la testimonianza dello Spirito


Capitolo nove

Gli entusiasti che abbandonano le Scritture e vogliono solo arrivare alla rivelazione diretta distruggono tutti i fondamenti della pietà.

1. Si riferiscono erroneamente allo Spirito Santo
2. Lo Spirito Santo si riconosce dalla sua conformità alle Scritture
3. La Parola e lo Spirito sono inseparabili.

Capitolo dieci



Le Scritture, in difesa contro ogni superstizione, contrappongono il vero Dio a tutti gli dei gentili.

1. L’insegnamento delle Scritture su Dio, il Creatore
2. Gli attributi di Dio secondo la Scrittura
3. L’unità di Dio non era sconosciuta nemmeno ai pagani; tanto più inescusabile è la loro idolatria.


Capitolo undici

È un peccato dare a Dio una forma visibile; è una completa apostasia dal vero Dio fare immagini scolpite.

1. Ogni rappresentazione pittorica di Dio ci è proibita
2. Ogni rappresentazione pittorica di Dio è contraria alla sua natura
3. Le varie rivelazioni dirette di Dio non danno il diritto di fare immagini
4. L’illegittimità scritturale delle immagini. Le immagini - "libri dei laici"?
5. Le scritture giudicano diversamente
6. Anche i Dottori della Chiesa hanno in parte giudicato diversamente
7. Anche le immagini dei papisti sono completamente inadatte. Non ci sarebbe nessun "laico" se la Chiesa avesse fatto il suo dovere!
8. L’origine delle immagini
9. Dall’erezione delle immagini al ministero delle immagini
10. Ministero dell’immagine nella chiesa
11. Evasioni insensate dei papisti
12. nessun rifiuto dell’arte
13. La chiesa, finché la dottrina in essa era ancora pura e forte, rifiutava le immagini
14-16. Il Concilio di Nicea, favorevole all’immagine, è esso stesso una prova di terribile distorsione della dottrina


Capitolo dodici

Dio si distingue dagli idoli, perché solo lui sia onorato

1. La vera religione ci lega a Dio come Uno e Unico
2. "Servizio" e "culto" sono la stessa cosa
3. L’idolatria è qualsiasi tentativo di derubare Dio di ciò che è suo e appropriarsene per la creatura


Capitolo tredici

La Scrittura ci insegna dalla creazione che c’è un solo Essere divino in tre Persone.

1. L’essenza di Dio è incommensurabile e spirituale.
2. Le tre "persone" in Dio
3. Le espressioni "Trinità" e "Persona" servono all’interpretazione della Scrittura e sono quindi ammissibili
4. Espressioni come "Trinità", "Persona" ecc. sono state necessarie alla Chiesa per smascherare i falsi maestri
5. Limiti e necessità delle espressioni dogmatiche
6. Il significato dei termini più importanti
7. La divinità della "Parola"
8. L’eternità della "Parola"
9.-10. La divinità di Cristo nell’Antico Testamento
11. La divinità di cristo nella testimonianza degli apostoli
12. La divinità di Cristo dimostrata nelle sue opere
13. La divinità di Cristo testimoniata dai suoi miracoli
14. La divinità dello Spirito si manifesta nella sua opera
15. Testimonianze esplicite della divinità dello Spirito
16. L’unità
17. Trinità
18. La diversità di padre, figlio e spirito
19. La relazione tra padre, figlio e spirito
20. Il Dio trino
21. La ragione di tutte le eresie - un avvertimento per tutti!
22. La negazione della Trinità da parte di Serve
23. Il Figlio è Dio come il Padre
24. Il nome "Dio" nella Scrittura non si riferisce solo al Padre
25. L’essenza divina è comune a tutte e tre le persone
26. La subordinazione del Verbo fatto carne al Padre non è una prova del contrario
27. Gli oppositori si riferiscono erroneamente a Ireneo
28. Anche l’appello a Tertulliano non funziona
29. Tutti i maestri di chiesa riconosciuti confermano la dottrina della Trinità


Capitolo quattordici

Già alla creazione del mondo e di tutte le cose, secondo la Scrittura, il vero Dio si distingue dagli idoli per chiare caratteristiche

1. Non possiamo e non dobbiamo tornare indietro nei nostri pensieri dietro l’atto di creazione di Dio
2. Il lavoro di sei giorni mostra la bontà di Dio verso l’umanità
3. Dio è il Signore su tutto!
4. Non dobbiamo nemmeno speculare sugli angeli, ma indagare la testimonianza delle Scritture
5. La designazione degli angeli nelle scritture
6. Gli angeli come protettori e aiutanti dei fedeli
7. Angeli custodi?
8. Sull’ordine, il numero e la forma degli angeli
9. Gli angeli non sono pensieri ma realtà
10. L’onore divino non è dovuto agli angeli
11. Dio non usa gli angeli per se stesso, ma per noi. 12) Gli angeli non devono essere usati da noi.
12. Gli angeli non devono distrarci dal fissare il nostro sguardo solo sul Signore
13. Il pericolo del nemico
14. Il regno della malvagità!
15. Lotta inconciliabile!
16. Il diavolo è una creatura degenerata di Dio
17. Il diavolo è sotto il potere di Dio
18. Certezza della vittoria!
19. I diavoli non sono pensieri, ma realtà
20. Grandezza e ricchezza della creazione
21. Come dobbiamo contemplare le opere di Dio?
22. La contemplazione della bontà di Dio nella sua creazione dovrebbe portarci alla gratitudine e alla fiducia

Capitolo quindici

Della creazione dell’uomo, delle facoltà della sua anima, dell’immagine di Dio, del libero arbitrio e della purezza originale della natura umana

1. L’uomo è uscito immacolato dalla mano di Dio; quindi non deve incolpare il suo peccato al Creatore
2. Corpo e anima nella loro diversità
3. L’immagine di Dio nell’uomo
4. La vera natura dell’immagine di Dio deve essere dedotta da ciò che la Scrittura dice della sua rigenerazione attraverso Cristo
5. L’anima dell’uomo è creata da Dio, ma non è un effluvio del suo essere
6. L’anima e le sue facoltà
7. Comprensione e volontà come poteri di base effettivi
8. Libero arbitrio


Capitolo sedici

Dio conserva e protegge il mondo che ha creato e lo governa in dettaglio con la sua provvidenza.

1. Creazione e Provvidenza
2. Il caso non esiste
3. La provvidenza di Dio deriva dalla sua onnipotenza
4. La natura della provvidenza. "Generale" e "speciale" provvidenza
5. La provvidenza di Dio dirige anche l’individuo
6. La provvidenza di Dio è specialmente per l’uomo.
7. La provvidenza di Dio governa anche gli eventi "naturali
8. La dottrina della provvidenza non è una credenza stoica nel destino
9. Le vere cause degli eventi ci sono nascoste.


Capitolo diciassette

In quale direzione e da quale punto di vista si deve applicare questa dottrina, affinché si sia certi della sua benedizione.

1. Il significato delle vie di Dio
2. L’attività di Dio deve essere considerata con riverenza.
3. La provvidenza di Dio non ci solleva dalla responsabilità.
4. La provvidenza di Dio non ci solleva dalla nostra prudenza
5. La provvidenza di Dio non giustifica la nostra cattiveria
6.-7. La provvidenza di Dio come conforto per i credenti
8. La certezza della provvidenza di Dio ci aiuta in tutte le avversità
9. Nessun disinteresse per le "cause di mezzo"!
10. Senza la certezza della provvidenza di Dio la vita sarebbe insopportabile
11. La certezza della provvidenza di Dio ci dà una gioiosa fiducia in Dio nel nostro cuore.
12. II "pentimento" di Dio
13. La Scrittura parla del "pentimento di Dio" in adattamento alla nostra comprensione
14. Dio porta avanti con costanza il suo piano


Capitolo diciotto

Dio si serve anche delle azioni degli empi e dirige i loro pensieri per eseguire i suoi giudizi; ma egli stesso rimane libero da ogni rimprovero nel fare ciò

1. Nessun semplice "permesso"
2. Come avviene l’impulso di Dio nell’uomo?
3. La volontà di Dio è uniforme
4. Anche se Dio usa le azioni degli empi per i suoi disegni, tuttavia non viene rimproverato



Capitolo uno

La conoscenza di Dio e la conoscenza di sé sono legate l’una all’altra; l’essenza di questa relazione sarà mostrata qui.

Senza conoscenza di sé nessuna conoscenza di Dio


I,1,1 Tutta la nostra saggezza, nella misura in cui merita veramente il nome di saggezza ed è vera e affidabile, comprende fondamentalmente due cose: la conoscenza di Dio e la nostra autoconoscenza. Ma questi due sono interconnessi in molti modi, e quindi non è così facile dire quale viene prima e quale porta l’altro da solo. Prima di tutto, nessun uomo può guardare se stesso senza dirigere immediatamente i suoi sensi verso Dio, nel quale "vive e respira" (Atti 17:28). Per tutti i doni che compongono i nostri beni che ovviamente non abbiamo da noi stessi. Sì, anche la nostra esistenza come esseri umani consiste solo nel fatto che abbiamo il nostro essere nell’unico Dio (nihil aliud … quam in uno Deo subsistentia)! E in secondo luogo, questi doni scendono a noi come gocce di pioggia dal cielo, e ci conducono come ruscelli alla sorgente. Ma è proprio nella nostra povertà che la ricchezza incommensurabile di tutti i beni che abita in Dio diventa ancora più chiaramente riconoscibile. In particolare, la miserabile decadenza in cui l’apostasia del primo uomo ci ha fatto sprofondare ci obbliga ad alzare gli occhi: affamati e struggenti, dovremmo implorare da Dio ciò che ci manca, ma allo stesso tempo, nella paura e nello spavento, dovremmo imparare ad essere umili. Poiché l’uomo contiene in sé un mondo di miseria sotto ogni aspetto, e poiché siamo stati privati dell’ornamento divino, una nudità vergognosa rivela una vergogna infinita. Ma se è così, allora ogni uomo deve necessariamente essere spinto dalla coscienza della sua condizione senza speranza almeno a qualche conoscenza di Dio: Sentiamo la nostra ignoranza, vanità, povertà, debolezza, la nostra malvagità e corruzione - e così arriviamo alla realizzazione che solo nel Signore si trova la vera luce della saggezza, la vera potenza e virtù, la ricchezza incommensurabile di ogni bene e la pura rettitudine. Così è proprio la nostra miseria che ci porta a contemplare i beni di Dio, e arriviamo a raggiungerlo seriamente solo quando abbiamo iniziato a disprezzarci. Perché (per natura) ogni essere umano prova molto più piacere nel fare affidamento su se stesso, e ha abbastanza successo nel farlo - finché non conosce ancora se stesso, cioè è soddisfatto delle sue capacità e sa o non vuole sapere nulla della sua miseria. Così chi si riconosce non solo è stimolato da questo a cercare Dio, ma è anche, per così dire, condotto per mano a trovarlo.

Nessuna conoscenza di sé senza la conoscenza di Dio


I,1,2 Ma d’altra parte, l’uomo non potrà mai conoscere veramente se stesso se prima non ha visto il volto di Dio e poi, a partire da questa visione, procede a guardare se stesso. Perché una potente arroganza è praticamente innata in noi, ed è per questo che pensiamo sempre a noi stessi come completamente irreprensibili, saggi e santi, se le prove tangibili della nostra ingiustizia, contaminazione, follia e impurità non ci vengono mostrate e così ci condannano. Ma questo non accadrà se guardiamo solo noi stessi e non il Signore allo stesso tempo, perché lui è l’unica guida con cui si può fare un tale giudizio. Siamo tutti per natura inclini all’ipocrisia, e quindi ogni vuota pretesa di rettitudine ci soddisfa tanto quanto la rettitudine stessa potrebbe. E poiché non c’è nulla che si veda tra noi e intorno a noi che non sia macchiato della più terribile impurità, finché non guardiamo oltre i limiti dell’impurità umana, anche ciò che è appena un po’ meno contaminato ci delizia, perché lo consideriamo già completamente puro. È come un occhio che è abituato solo alla vista del colore nero - e quindi considera già come bianco neve ciò che forse è grigio o bianco annerito. In generale, possiamo prendere l’organo di senso corporeo (l’occhio!) come esempio di quanto soccombiamo alle illusioni nel giudizio della nostra efficienza interiore. Perché quando guardiamo la terra in pieno giorno o ciò che ci circonda, pensiamo di avere una vista forte e penetrante. Ma non appena vogliamo guardare direttamente il sole con gli occhi aperti, quella potenza della vista, che era del tutto sufficiente per le cose di questa terra, viene completamente sopraffatta e accecata, così che dobbiamo confessare che questa potenza della vista, acuta com’era nel mondo terreno, è quasi una vista debole in confronto al sole! Lo stesso vale per la contemplazione dei nostri beni spirituali. Se non dirigiamo il nostro sguardo oltre la terra, siamo abbondantemente soddisfatti della nostra giustizia, saggezza e virtù, e ci lusinghiamo molto - mancherebbe che ci credessimo dei semidei! Ma quando cominciamo a rivolgere i nostri pensieri verso Dio, quando consideriamo che tipo di Dio è, quando contempliamo la rigorosa perfezione della sua giustizia, saggezza e virtù, alla quale dovremmo essere conformi - allora quello che prima ci brillava sotto l’ingannevole veste della giustizia diventa la più terribile ingiustizia; Ciò che ci ha fatto una meravigliosa impressione come saggezza, si rivela in modo raccapricciante come la peggiore follia; ciò che portava la maschera della virtù è inventato come la più miserabile imbecillità! Così poco può stare davanti alla purezza di Dio quello che sembrava essere il più perfetto tra noi.

L’uomo davanti alla Maestà di Dio


I,1,3 Perciò è che, secondo ripetuti resoconti nella Scrittura, i santi furono scossi da paura e terrore e gettati a terra ogni volta che la presenza di Dio li colpiva. Uomini che prima, senza la Sua presenza, stavano sicuri e forti - ora, quando Egli rivela la Sua maestà, li vediamo così terrorizzati e atterriti che cadono in una paura mortale, addirittura periscono di terrore e sono quasi distrutti! Questo ci mostra che solo quando l’uomo si è misurato con la maestà di Dio, la realizzazione della sua bassezza prende veramente piede in lui. Abbiamo esempi di tali scosse nel libro dei Giudici e nei profeti. Arrivò al punto che tra il popolo di Dio entrò in uso l’espressione: "Dobbiamo morire, perché abbiamo visto il Signore" (Ri. 13:22; Isa 6:5; Ez 1:28; ecc.). E quando il Libro di Giobbe (ad esempio il cap. 38 e seguenti) cerca di abbattere l’uomo con la consapevolezza della sua follia, impotenza e contaminazione, le descrizioni della saggezza, potenza e purezza di Dio servono sempre a dimostrarlo. Questo è giustificato: vediamo come anche Abramo, avendo visto una volta la gloria del Signore da vicino, riconosce tanto meglio di essere "terra e cenere" (Gen 18:27). Elia non può sopportare il Suo avvicinamento a viso scoperto (1Re 19:13). Quanto terrore c’è al cospetto di Lui! Cosa farà l’uomo, che è polvere e verme, quando persino i cherubini devono coprirsi il volto per il santo timore! (Isa 6,2). Questo è precisamente ciò che dice Isaia: "La luna si vergognerà e il sole si vergognerà quando il Signore degli eserciti sarà re" (Isa 24,23). Ciò significa: quando rivelerà la sua gloria in piena vicinanza, allora anche l’altrimenti più luminoso sprofonderà nelle tenebre. Certamente, la conoscenza di Dio e la conoscenza di sé sono strettamente legate. Ma il giusto ordine nell’insegnamento richiede che si tratti prima la conoscenza di Dio e poi la conoscenza di sé.


Capitolo due

La natura e il compito della conoscenza di Dio.

La conoscenza di Dio è una riverenza pratica


I,2,1 La conoscenza di Dio, come la intendo io, non è decisa solo dal fatto che sappiamo che c’è un Dio. Dobbiamo anche conservare ciò che ci serve sapere di lui, ciò che serve al suo onore, ciò che è vantaggioso per noi. Perché non si può parlare di una vera conoscenza di Dio quando mancano la riverenza (religio) e la pietà. E qui non sto nemmeno pensando a quel modo di conoscere Dio con cui gli uomini perduti e dannati in se stessi prendono in mano Dio come Salvatore in Cristo Mediatore. Qui si parla solo di quel modo originale e semplice di conoscere a cui l’ordine della natura porterebbe già se Adamo non fosse caduto. È vero che in questa corruzione dell’umanità nessun uomo può riconoscere Dio come il Padre, l’autore della sua salvezza, né in alcun modo come il Dio benevolo, prima che Cristo entri nei mezzi per conquistarci la pace con Dio. Tuttavia, è un’altra cosa riconoscere Dio come il Creatore che ci sostiene con la sua potenza, ci guida con la sua provvidenza, si prende cura di noi con la sua bontà, ci accompagna con la pienezza delle sue benedizioni, e un’altra cosa ancora cogliere la grazia della riconciliazione che ci arriva in Cristo. Poiché il Signore ci appare prima semplicemente come il Creatore - nella sua opera, il mondo, così come nell’insegnamento generale della Scrittura - e poi, nel volto di Cristo, come il Redentore, c’è una duplice conoscenza di Dio. Qui si parla della prima conoscenza. Poi segue la seconda secondo il suo ordine. Anche se non possiamo afferrare Dio interiormente senza mostrargli allo stesso tempo una certa riverenza, non basta semplicemente ritenere che sia Colui che deve essere adorato e venerato da tutti. Piuttosto, dobbiamo anche essere convinti che lui è la fonte di tutti i beni, in modo da non cercare nulla di buono se non in lui. Intendo questo perché, come una volta ha creato il mondo, lo sostiene ancora con una potenza infinita, lo ordina con la sua saggezza, lo sostiene con la sua bontà, perché governa specialmente l’umanità con la giustizia e il giudizio, la concede con la misericordia, la protegge con la sua difesa, e in generale perché non c’è una goccia di saggezza o di luce, o di giustizia, o di potenza, o di santità, o di verità certa da nessuna parte che non sgorghi da lui e la cui origine non sia lui! In questo modo impariamo ad aspettarci e a chiedere tutto da lui e a riconoscere tutto come suo dono con ringraziamento. Perché questa percezione della potenza e della bontà di Dio è per noi il giusto maestro di pietà, da cui nasce la religione. Chiamo pietà la riverenza verso Dio che è collegata all’amore, che viene dalla conoscenza dei suoi benefici. Ma finché l’uomo non sente che deve tutto a Dio, che Dio lo abbraccia con le sue cure paterne e riversa su di lui tutti i suoi beni, così che nulla deve essere cercato al di fuori di lui - finché non si sottomette mai a lui in volontaria disponibilità a servire. Infatti, se non basa tutta la sua salvezza su di lui, non si abbandonerà mai veramente e con tutto il cuore a lui.

La conoscenza di Dio non è un gioco mentale


I,2,2 Pertanto, è un inutile gioco di pensiero quando alcuni sono ansiosi di chiedere dell’"essere" e dell’"essenza" di Dio. Ci interessa di più sapere che tipo di Dio è e cosa è secondo la sua natura. Perché a che serve confessare, con Epicuro, un Dio che getta via la cura del mondo e trova il suo piacere solo nel tempo libero? A cosa serve riconoscere un Dio con il quale non abbiamo niente a che fare? Lo scopo e l’obiettivo della conoscenza di Dio dovrebbe essere piuttosto che impariamo a temere e onorare Dio, e che impariamo a chiedere tutto a Lui sotto la sua guida e ad attribuirgli tutto con gratitudine. Come allora il pensiero di Dio dovrebbe guadagnare spazio nel tuo cuore se non quello che tu consideri immediatamente: Tu sei la sua immagine e, in virtù della legge della creazione, sei soggetto al suo comando e in schiavitù con lui; gli devi la tua vita, tutte le tue azioni e i tuoi piani devono essere guidati da lui? Se è così, ne consegue immediatamente che la tua vita è vergognosamente corrotta se non è lì per il suo servizio! Perché la sua volontà deve essere la legge della nostra vita. D’altra parte, si può avere una visione chiara di Dio solo riconoscendolo come la fonte e la sorgente di ogni bene. Da questo dovrebbe poi nascere il desiderio di aderire a lui, di riporre fiducia e confidenza in lui - se l’intelletto umano non fosse distratto dalla giusta ricerca dalla sua stessa follia. Perché prima di tutto, una mente pia non sogna un Dio qualsiasi, ma si concentra sull’Unico e Vero. Né gli attribuisce qualsiasi cosa gli venga in mente, ma si accontenta di accettarlo come si rivela e si dimostra, e fa sempre la massima attenzione a non andare oltre la volontà di Dio in modo avventato, e a vagare in modo imprudente. Avendolo così riconosciuto come colui che ordina tutto, si affida a lui come custode e rifugio e si affida interamente alla sua fedeltà. Perché sa che Dio è l’autore di ogni bene, e perciò si rifugia sotto la sua protezione e si aspetta il suo aiuto dove qualcosa è pressante o manca. È convinto della Sua bontà e misericordia, e perciò si affida fermamente a Lui e non dubita che la bontà di Dio avrà un rimedio per tutte le sue disgrazie. Lo conosce come Signore e Padre, e quindi lo considera anche degno di prestare attenzione al suo comando in ogni cosa, di onorare la sua maestà, di diffondere il suo onore e di obbedire ai suoi comandamenti. Vede che Dio è un giudice giusto, armato della sua inesorabilità per punire tutti i vizi, e quindi ha sempre davanti agli occhi la sede del giudizio, e il timore di Dio gli impedisce di provocare la sua ira. Tuttavia, il pensiero del giudizio non lo spaventa così tanto che vorrebbe fuggire, anche se fosse possibile per lui. Perché lo conosce come il vendicatore dei malvagi così come il benefattore dei giusti - per lui non è meno ad onore di Dio che il castigo sia riservato ai malvagi e ai senza legge che il premio della vita eterna sia riservato ai giusti! Inoltre, non si astiene dal peccato solo per paura del giudizio, ma perché ama e riverisce Dio come Padre, e mostra obbedienza e servizio a Lui come Signore - anche se non ci fosse l’inferno, si ritrarrebbe comunque dall’offenderlo. Questa è religione pura e incontaminata: la fede e il sincero timore di Dio uniti insieme! Così il timore comporta l’adorazione volontaria di Dio, e porta con sé il giusto culto di Dio come prescritto dalla legge. Quest’ultimo deve essere particolarmente notato; perché tutti gli uomini insieme adorano Dio, ma pochi gli mostrano la giusta riverenza. Perché ovunque c’è un grande spettacolo di cerimonie, ma raramente c’è sincerità di cuore.


Capitolo tre

La conoscenza di Dio è impiantata interiormente nell’uomo per natura.

L’essenza di questa pianta naturale


I,3,1 Che lo spirito umano, attraverso l’intuizione naturale, possieda una sorta di sentimento per la divinità, è per noi fuori discussione. Perché Dio stesso ha reso la conoscenza della sua divinità inerente a tutti gli uomini, in modo che nessuno possa usare il pretesto dell’ignoranza come scusa. Egli rinfresca costantemente questa conoscenza e la cosparge di nuove gocce. E se gli uomini sanno tutti insieme che c’è un Dio e che egli è il loro Creatore, si condanneranno da soli con la loro stessa testimonianza, perché non gli rendono servizio e non offrono la loro vita in sacrificio alla sua volontà. Se tale conoscenza di Dio non dovesse esistere da nessuna parte, molto probabilmente potrebbe ancora verificarsi tra i popoli più selvaggi, che sono i più lontani dalla moralità umana. Ma, come dice un pensatore pagano: nessun popolo è così barbaro, nessuna tribù così selvaggia, che la convinzione non sia fermamente radicata: c’è un Dio. (Cicerone, De natura Deorum, I,16,43). I popoli che nell’altro stato di vita sembrano appena distinguersi dagli animali conservano sempre almeno una specie di germe di religione (semen religionis). Tanto è penetrato in tutti i cuori questo sentore comune, tanto è radicato in tutte le menti. Poiché, dunque, dall’inizio del mondo non c’è stata nessuna regione, nessuna città, nemmeno una casa, che potesse fare a meno della religione, questo fatto è una tacita ammissione che un senso di divinità è inscritto in tutti i cuori. Anche l’idolatria è una prova eloquente della concezione ricevuta. Sappiamo infatti con quanta riluttanza l’uomo si umilia e mette le altre creature al di sopra di sé. Se però preferisce adorare un pezzo di legno o una pietra piuttosto che dare l’impressione di non avere Dio, l’impressione dell’esistenza della Divinità è evidentemente di tale forza che è più facile rompere l’impulso naturale che strappare questa impressione dall’anima. Accade infatti che l’impulso naturale si spezzi, cioè quando un uomo si umilia volontariamente dal suo innato orgoglio fino alle cose più abominevoli, solo per adorare un dio.

La religione non è un’invenzione arbitraria


I,3,2 Perciò è il discorso più vuoto che si possa immaginare che alcuni uomini, con astuzia e sofismi, abbiano escogitato la religione per tenere in disciplina i semplici, mentre essi hanno sì portato altri al culto di Dio, ma non hanno nemmeno lontanamente pensato di credere nell’esistenza di un Dio loro stessi. Ora ammetto che uomini subdoli hanno escogitato molte cose religiose per spaventare il popolo ignorante e renderlo così più docile. Ma non avrebbero potuto farlo affatto se i cuori umani non fossero stati prima afferrati da quella convinzione dell’esistenza di Dio da cui nasce come da un germe l’inclinazione alla religione. Ma non mi sembra credibile che questi ingannatori, che conducevano ingannevolmente il popolo sotto la maschera della religione, in realtà non avevano alcuna conoscenza di Dio. Certamente, ci sono state alcune persone in passato che hanno negato l’esistenza di Dio; e oggi ce ne sono ancora alcune che lo fanno. Ma che gli piaccia o no, quello che tanto non vogliono sapere, sono costretti a saperlo! Nessun uomo è mai stato più audace e dispettoso nel suo disprezzo della divinità di Caio Caligola. Ma nessuno tremava più miseramente quando appariva un qualsiasi segno dell’ira divina. Così, contro la sua volontà, ha avuto paura di quel Dio che era deciso a disprezzare! Questo è quello che succede a tutti i suoi simili: per quanto audace possa essere un dispregiatore di Dio, il fruscio di una foglia che cade lo spaventa ancora di più! Cos’altro è questo se non un atto di punizione della maestà divina, che scuote la coscienza di queste persone tanto più violentemente quanto più cercano di evitarlo? Si guardano intorno per ogni angolo e fessura, solo per fuggire dalla presenza del Signore e sradicarlo dai loro cuori. Ma che lo vogliano o no, rimangono sempre impigliati in una rete. Anche se la conoscenza di Dio sembra essere scomparsa per un po’, presto scoppia di nuovo e li attacca con forza rinnovata! Se una volta c’è il silenzio della paura della coscienza, questo stato assomiglia al sonno degli ubriachi o delle persone mentalmente disturbate, che non possono trovare pace nemmeno nel sonno, perché sono costantemente tormentati da sogni orribili e terrificanti. Così i senza Dio sono anche un esempio e una testimonianza che qualcosa come una conoscenza di Dio (aliqua Dei notio) è sempre forte nel cuore degli uomini.

La vera empietà è effettivamente impossibile


I,3,3 Così tutti coloro che giudicano bene saranno sempre d’accordo: c’è davvero un sentimento per la divinità cesellato nel cuore dell’uomo, per così dire, che è indistruttibile. Infatti, l’ostinata opposizione dei senza Dio, che nonostante la loro veemente resistenza non possono sfuggire al timore di Dio, è la prova che questa convinzione dell’esistenza di un Dio è innata in tutti gli esseri umani ed è saldamente radicata nel loro essere più profondo. Diagora e i suoi simili possono riversare il loro scherno su tutto ciò che tutti i secoli hanno creduto, Dioniso può bestemmiare il giudizio celeste - non è che il riso amaro della disperazione; perché in loro rosicchia il verme della coscienza, più pungente di tutti i marchi. Non dico con Cicerone (De natura deorum, II,2,5) che gli errori spariranno col tempo, ma che la religione aumenterà e diventerà sempre più perfetta. Perché il mondo, come vedremo più avanti, cerca di estinguere ogni conoscenza di Dio e di corrompere il culto di Dio in tutti i modi. Ma questo è ciò che sostengo: anche se lo sciocco indurimento, che gli empi permettono così prontamente di sorgere in loro allo scopo di disprezzare Dio, conduce ancora la sua corrosiva esistenza nei loro cuori, quel sentimento per la Divinità, che essi avrebbero così volentieri estinto completamente, è ancora forte in loro e scoppia di nuovo. Da questo è chiaro che non si tratta di una dottrina che si deve prima imparare a scuola; ma ognuno è il proprio maestro in questo fin dalla nascita, e la natura stessa impedisce di dimenticare, per quanto molte persone esercitino tutte le loro forze per allontanarsi da questa dottrina. Ma, inoltre, tutti nasciamo e viviamo per conoscere Dio. Se la conoscenza di Dio (Dei notitia) non penetra così lontano, è vana e fugace. Ecco perché tutte le persone che non dirigono tutti i loro pensieri e le loro azioni verso questo obiettivo sono ovviamente cadute fuori dalla legge della loro creazione. Questo era ben noto anche ai filosofi. Perché è proprio questo che Platone (Fedone 107 C, Teeteto 176 B) voleva dire con la sua ripetuta affermazione che il massimo bene dell’anima è la sua somiglianza con Dio; quando è diventata partecipe della sua conoscenza, diventa completamente conforme a Lui. Anche Gryllus, in Plutarco, fa un giudizio astuto, sostenendo che l’uomo senza religione non solo è senza alcun vantaggio rispetto agli animali irragionevoli, ma per molti aspetti è addirittura inferiore a loro, poiché, sottoposto a tante disgrazie, deve sempre vivere nell’inquietudine. Perché solo il servizio di Dio dà all’uomo il suo primato; solo esso lo conduce all’immortalità.


Capitolo quattro

Il messaggio di Dio è soppresso e corrotto dall’ignoranza e dalla malvagità.

La superstizione


I,4,1 L’esperienza testimonia che Dio ha piantato il seme della religione in tutti i cuori. Ma non c’è quasi nessuno su cento che custodisca ciò che ha ricevuto, nessuno in cui possa giungere a maturazione, né tantomeno fruttificare a suo tempo. Alcuni si perdono nella superstizione, altri diventano apostati da Dio di proposito e con intenti malvagi - ma tutti si allontanano dalla vera conoscenza di Dio. In questo modo, nessuna vera pietà rimane nel mondo. Quando ho parlato di alcuni che sprofondano nella superstizione per errore, non voglio dire che la loro follia li assolve dalla loro offesa. Perché la loro cecità è quasi sempre accompagnata da un’orgogliosa vanità e sfida. Tale vanità e arroganza sono dimostrate dal fatto che i miserabili, quando cercano Dio, non pensano oltre se stessi, come dovrebbero fare, ma lo misurano secondo la misura della loro follia carnale, si astengono da ogni indagine approfondita e si perdono in vani giochi di pensieri. Così non lo afferrano come si rivela, ma lo immaginano come lo hanno concepito nella loro presunzione. Ma una volta che questo abisso è stato aperto, ovunque essi mettano piede, devono sempre cadere di nuovo in rovina. Non importa quanto duramente cerchino di servire Dio e di essere obbedienti, non sono in grado di offrire nulla di giusto a Dio, perché non servono Dio stesso, ma piuttosto servono l’immagine e il sogno del loro cuore! Paolo rimprovera chiaramente questa perversione quando dice: "Credendo di essere saggi, sono diventati stolti" (Rom 1,22). Ma per evitare che qualcuno li ritenga innocenti, aggiunge che sono giustamente oscurati, perché non si sono mantenuti entro i limiti della sobrietà, e nella presunzione ingiusta hanno portato le tenebre su se stessi, e si sono persino volontariamente accecati in un orgoglio folle e perverso. Da ciò consegue che la loro follia è inescusabile; poiché essa deriva non solo dalla vana curiosità, ma dal malvagio desiderio di sapere più di quanto all’uomo sia concesso, e dalla falsa fiducia in se stesso.

L’allontanamento cosciente da Dio


I,4,2 Quando Davide dice dei malvagi e degli stolti che "parlano nel loro cuore": Non c’è Dio" (Sal 14,1), questo si riferisce principalmente a coloro che spengono la luce della natura e si stupefanno in modo sfrenato, come vedremo più avanti. Così vediamo molti che sono induriti dal peccato impudente che è diventato abituale, come allontanano con rabbia da sé ogni pensiero di Dio, che tuttavia si impone su di loro controvoglia per natura. Per rendere la loro rabbia ancora più odiosa, Davide ritrae tali persone come negatori di Dio, non perché negano categoricamente l’esistenza di Dio, ma perché gli negano il potere di giudizio e la provvidenza e pensano a lui come a un essere inattivo rinchiuso in cielo. Perché niente è meno in armonia con la natura di Dio che affermare che egli ha deposto il governo del mondo e l’ha lasciato al cieco caso, e quindi è cieco alle azioni malvagie degli uomini, in modo che essi possano peccare impunemente! Quindi chi vive secondo i suoi desideri, senza preoccuparsi del giudizio celeste, sta di fatto negando l’esistenza di Dio. E questo è il giusto castigo di Dio, che rende insensibili i cuori, così che i malvagi, avendo prima chiuso gli occhi, ora non vedono più nemmeno con gli occhi aperti. Davide stesso spiega meglio il suo detto in un altro passo quando dice: "Non c’è timore di Dio davanti ai loro occhi" (Sal 36:2), o quando mostra come si compiacciono giustamente nelle loro iniquità perché si convincono: "Dio ha dimenticato, non vedrà mai" (Sal 10:11). Sebbene non possano evitare di riconoscere alcun Dio, distruggono la Sua gloria negando la Sua potenza, così come, secondo Paolo, Dio non può negare se stesso (2Tim 2:13), perché Egli rimane sempre lo stesso, così quelle persone sono giustamente giudicate negatrici di Dio quando fanno di Lui un idolo morto e vano. Ma c’è anche questo da considerare: Certamente combattono contro i propri sentimenti e vorrebbero spingere Dio fuori di loro e abolirlo anche in cielo; ma con tutta la loro sfida non possono impedire che Lui li chiami a volte davanti al suo giudizio. Tuttavia, non lasciano che nessuna paura li ostacoli nel loro furioso assalto contro Dio, e quindi, finché questa cieca sfida li porta via, una quasi bestiale dimenticanza di Dio prevale evidentemente in loro.

Non possiamo pensare a Dio secondo il nostro arbitrio


I,4,3 In questo modo, scompare anche il vano palliativo che alcuni tendono a dare alla loro superstizione. Immaginano che sia sufficiente per un uomo lottare in qualche modo per la religione, per quanto questo sforzo possa essere insensato. Così facendo, non considerano che la vera religione deve essere in accordo con la volontà di Dio e la volontà come una linea guida immutabile! Perché Dio rimane sempre lo stesso. Non è un fantasma, un frutto dell’immaginazione, che ognuno può modellare secondo il proprio capriccio: Ed è evidente con quali illusioni menzognere la superstizione si fa beffe di Dio, proprio quando vuole servirlo più ardentemente. Perché egli accetta ciò che, secondo la sua stessa testimonianza, a Dio non interessa affatto; ma ciò che ha ordinato e ciò che gli è gradito, questo lo disprezza o addirittura lo respinge inequivocabilmente. Perché colui che istituisce un servizio di sua invenzione, sta facendo il servizio e il culto del proprio sogno. Perché non oserebbe nemmeno scherzare con Dio in questo modo, se prima non avesse escogitato un Dio che corrispondesse alla sua stoltezza! Perciò l’apostolo dichiara che una tale vacillante ed erronea opinione di Dio è ignoranza di Dio: "Quando non conoscevate Dio, servivate quelli che per natura non sono dei" (Gal 4:8); o in un altro luogo dice degli Efesini che quando vivevano senza la giusta conoscenza di Dio erano "senza Dio" (Efes 2:12). In un tale stato non ha molta importanza se si immagina un solo Dio o diversi. Perché la distanza e l’apostasia da Dio sono un fatto, e quando uno lo ha lasciato, non rimane altro che un idolo abominevole. Possiamo solo concludere con Lattanzio: nessuna religione è quella giusta che non sia in combutta con la verità.

L’ipocrisia


I,4,4 Ora c’è un altro peccato: Si pensa a Dio solo sotto costrizione, si cerca la sua vicinanza solo controvoglia, costretti. E anche allora non c’è un timore volontario di Dio, come quello che viene dal rispetto per la maestà di Dio, ma solo un timore servile e forzato del giudizio di Dio: non si può sfuggire ad esso, ma ne è spaventato e non vuole averci niente a che fare. Così all’empietà, e solo a questa, si adatta il detto di Stazio, che la paura ha fatto prima gli dei nel mondo. Chi distoglie il suo cuore dalla giustizia di Dio sa che c’è un giudizio per punire la trasgressione della legge, ma desidera tanto più che questo giudizio sia annullato. Questo è l’atteggiamento per cui si fa la guerra a Dio, che non può essere senza giudizio. Ma dal momento che ci si rende conto che la potenza di Dio è inevitabilmente minacciosa - perché non si può spingerla da parte né sfuggirle! tremiamo davanti ad esso. Non si vuole certo sembrare di disprezzare Dio, la cui maestà ci opprime, e quindi si compie esteriormente ogni sorta di finta opera religiosa, ma nel frattempo non si cessa di macchiarsi di tutti i vizi, di rotolare vergogna su vergogna, finché non si è violata la santa legge del Signore sotto ogni aspetto e si è completamente dissolta la sua giustizia. In ogni caso, questo finto timore di Dio non offre alcun ostacolo al fatto che ci si senta giustamente a proprio agio nei propri peccati, che ci si compiaccia in essi, e che si preferisca abbandonarsi alla licenziosità della propria carne piuttosto che obbedire alla disciplina dello Spirito Santo! Ma questa è tutta una vuota e bugiarda finzione di religione, appena degna del nome "finzione"; e così proprio qui di nuovo si può facilmente percepire come la pietà, che solo abita nel cuore del credente e da cui nasce solo la vera religione, sia molto diversa da questa confusa conoscenza di Dio. Eppure tali ipocriti vogliono ottenere con l’astuzia di apparire vicini a Dio, dal quale sono tuttavia in fuga. Per tutta la loro vita dovrebbero essere incessantemente obbedienti a Lui; ma invece di questo Lo sfidano senza paura quasi in tutte le loro azioni, e cercano di propiziarLo solo con qualche sacrificio! In santità di vita e purezza di cuore dovrebbero servirlo; ma invece di questo inventano misere buffonate e servizi insignificanti per ottenere il suo favore! Sì, affondano tanto più audacemente nel loro fango, perché pensano di potersi raddrizzare con Dio con ridicoli esercizi penitenziali. Infine, dovrebbero riporre tutta la loro fiducia in lui, e invece lo mettono da parte e basano la loro fiducia su se stessi o sulle creature! Alla fine, diventano così impigliati in ogni tipo di errore che la loro oscura malvagità spegne e addirittura soffoca quelle scintille che brillano alla conoscenza della gloria di Dio. Eppure vive quel germe che non si può sradicare completamente, quel sentore che sia un qualche essere divino. Ma questo germe è di per sé così corrotto che produce solo i peggiori frutti. Questo prova solo più chiaramente la correttezza della mia affermazione che il senso di Dio è naturalmente inciso nel cuore dell’uomo. La necessità costringe anche i senza Dio a riconoscerlo! Nella felicità indisturbata si fanno beffe di Dio, sono guaitori e chiacchieroni per diminuire la sua potenza. Ma quando la disperazione li tormenta, allora li spinge a cercare Dio, e dà loro delle preghiere d’impulso - dalle quali poi diventa chiaro che non sono del tutto senza conoscenza di Dio, ma che hanno soppresso in malizia ciò che avrebbe dovuto sorgere da tempo in loro!


Capitolo cinque

Dalla creazione e dal continuo governo del mondo, un messaggio di Dio brilla per noi.

La chiarezza dell’auto-affermazione di Dio ci priva di qualsiasi scusa


I,5,1 Ora la meta più alta della vita beata è la conoscenza di Dio. L’accesso alla beatitudine non deve essere chiuso a nessuno; perciò Dio non ha dato al cuore umano solo quello che abbiamo chiamato il seme della religione. Si è rivelato anche in tutta la struttura del mondo, e lo fa ancora oggi, in modo tale che gli uomini non possono aprire gli occhi senza necessariamente vederlo. La sua essenza è incomprensibile, così che la sua divinità è completamente inaccessibile a qualsiasi comprensione umana. Ma egli ha impresso segni affidabili della sua gloria nelle singole opere, e questi sono così chiari e impressionanti che anche alle persone più ignoranti e incomprensibili ogni scusa di ignoranza è resa impossibile. Così il profeta giustamente esclama che Dio è rivestito di luce come di una veste (Sal 104,2), come per dire: solo allora ha cominciato ad apparire gloriosamente con un ornamento visibile, quando nella creazione del mondo ha rivelato i suoi gloriosi attributi, nel cui ornamento ora ci appare ovunque volgiamo lo sguardo. Nello stesso passo il profeta paragona molto opportunamente i cieli distesi con la tenda reale di Dio, e dice di lui: "Egli volteggia la sua camera nelle acque, le nuvole sono il suo veicolo, cavalca su ali di vento, venti e fulmini sono i suoi rapidi messaggeri" (Sal 104:3, 4, un po’ inesattamente). E poiché lo splendore della sua potenza e della sua saggezza brilla più gloriosamente in alto, il cielo è spesso chiamato il suo palazzo. Infatti, ovunque si guardi, non c’è parte del mondo in cui non si veda almeno uno scorcio della Sua gloria. Non si può nemmeno guardare questo immenso, meraviglioso edificio, che si trova tutto intorno, senza crollare sotto la forza di questo incommensurabile splendore. Ecco perché l’autore della Lettera agli Ebrei chiama splendidamente il mondo una manifestazione delle cose invisibili (Ebr 11,3); perché il bell’ordine del mondo ci serve come uno specchio in cui possiamo vedere ovunque il Dio invisibile. Per questo motivo il profeta (Sal 19,1) attribuisce ai corpi celesti una lingua sconosciuta a qualsiasi popolo, perché c’è una testimonianza fin troppo chiara di Dio che potrebbe sfuggire all’attenzione di qualsiasi popolo, anche il più rozzo. E l’apostolo lo esprime ancora più chiaramente quando dice che ciò che si deve conoscere di Dio è rivelato agli uomini, perché la sua natura invisibile, anche la sua eterna potenza e divinità, può essere vista da tutti fin dalla vista della creazione del mondo (Rom 1:19).

La saggezza di Dio non rimane nascosta a nessuno


I,5,2 Nei cieli e sulla terra ci sono innumerevoli testimonianze che provano la sua meravigliosa saggezza. Non sto pensando solo a cose più nascoste, la cui indagine più approfondita è servita dall’astronomia, dalla medicina e da tutta la scienza naturale. Piuttosto, ho in mente quelle testimonianze che si impongono allo sguardo anche del più ignorante, in modo che gli occhi non possano aprirsi senza essere necessariamente testimoni di esse. Certo, chi ha assorbito queste scienze o le ha conosciute, anche solo di sfuggita, può con il loro aiuto penetrare ancora più a fondo nella contemplazione dei misteri della saggezza divina. Ma colui che non le conosce non è affatto impedito da tale ignoranza di vedere nelle opere di Dio un’arte e una saggezza sufficienti per arrivare all’ammirazione del Creatore. Certo, ci vuole scienza e lavoro esatto per accertare i movimenti, le posizioni, le distanze e le proprietà dei corpi celesti; e come con tali ricerche la provvidenza di Dio emerge più chiaramente, così è tanto più opportuno dirigere la mente spirituale per contemplare la Sua gloria. Ma anche l’incolto e l’ignorante, che ha solo occhi per vedere, deve vedere la grandezza dell’arte e della saggezza divina, che gli si presenta tutta da sola nell’infinita varietà della schiera dei cieli, che è tuttavia così ben ordinata. Quindi non c’è nessuno a cui il Signore non abbia rivelato abbondantemente la sua saggezza! Allo stesso modo, è necessario un acume eccellente per determinare l’unità interna, la simmetria, la bellezza e la funzione degli organi del corpo umano con la precisione di un Galeno. Ma tutti gli osservatori concordano nella confessione che il corpo umano mostra una struttura così ricca di senso che il Creatore è giustamente chiamato meraviglioso per questo.

L’uomo come la prova più gloriosa della saggezza divina


I,5,3 Non è senza motivo che un filosofo una volta chiamò l’uomo un "microcosmo" (un mondo in miniatura), perché è una prova eccezionale della potenza, della bontà e della saggezza di Dio e dovrebbe affascinare la nostra mente con tante meraviglie se non fossimo troppo pigri per prestare attenzione. Per questo motivo, Paolo aggiunge immediatamente all’affermazione che Dio può essere afferrato anche dai ciechi, che non abbiamo bisogno di cercarlo da lontano (Atti 17:27), perché ogni individuo sente interiormente senza dubbio la grazia celeste di cui vive. Ma se, per potersi aggrappare a Dio, non è affatto necessario uscire da noi stessi, come si potrà allora palliare la pigrizia di quelle persone che non si prendono nemmeno la briga di guardare dentro di sé per cercare Dio? Questa è la ragione per cui Davide, dopo aver brevemente lodato il nome glorioso di Dio e la Sua grandezza che risplende su di noi ovunque, esclama immediatamente: "Che cos’è l’uomo perché ti ricordi di lui?". (Sal 8:5) e: "Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto il potere! (Sal 8:3). Così egli dichiara: non solo c’è un chiaro specchio delle opere di Dio nel genere umano, ma persino i piccoli bambini che si aggrappano al seno della madre hanno lingue abili per proclamare la Sua gloria, così che non c’è bisogno di altri oratori! Così, senza esitazione, conduce in battaglia anche le bocche dei bambini piccoli, essendo ben equipaggiati per smentire le loro sciocchezze, che nella loro diabolica arroganza vorrebbero spegnere il nome di Dio! Da qui anche quella parola che Paolo cita da Arato: "Noi siamo della sua stirpe" (Atti 17:28); perché se Dio ci adorna di tali privilegi, ha in tal modo testimoniato se stesso come nostro Padre. Per il sentimento comune, e quasi su ispirazione dell’esperienza, anche i poeti pagani hanno così chiamato Dio "Padre degli uomini". E nessuno si sottometterà liberamente e volentieri a Dio in obbedienza, se non ha gustato il suo amore paterno e non è stato provocato per questo ad amarlo e servirlo.

Ma è proprio l’uomo che si rivolge ingrato contro Dio


I,5,4 Ma qui si rivela la vergognosa ingratitudine degli uomini. Un’officina che portano dentro di sé, ornata di innumerevoli opere di Dio, un tesoro pieno di beni inestimabili - ma invece di scoppiare in lode, si gonfiano solo in tutta la maggiore pomposità e si irrigidiscono nella sfida! Sentono quanto meravigliosamente Dio opera in loro; quale abbondanza di doni possiedono grazie alla sua generosità, che l’esperienza stessa insegna loro. Che questi sono segni di divinità, devono riconoscerlo volenti o nolenti - ma interiormente lo combattono. Non è necessario che escano da se stessi. Ma non devono attribuire con orgoglio a se stessi ciò che è stato dato loro dal cielo, e seppellire così nella terra ciò che brilla davanti al loro cuore per una chiara conoscenza di Dio. Sì, oggi la terra porta molti spiriti desolati che non hanno paura di usare tutto il seme di divinità che è stato sparso nella natura umana per distruggere il nome di Dio. Che terribile follia è quando l’uomo, che trova Dio centuplicato nel suo corpo e nella sua anima, prende questo stesso vantaggio come motivo per negare l’esistenza di Dio! Non si dirà che l’uomo differisce dagli animali irragionevoli solo per caso, solo che tutto sarà nascosto sotto il velo della "natura": è allora il creatore di tutte le cose - ma Dio è derubato della sua gloria creatrice! Si vede questa eccellente opera d’arte nelle sue singole membra - dalla bocca e dagli occhi alle dita dei piedi. Ma anche qui si mette la "natura" al posto di Dio. In particolare, i movimenti rapidi dell’anima, le sue meravigliose capacità, i suoi doni unici mostrano le tracce di Dio in un modo che è difficile non notare - se solo questi epicurei, come i ciclopi, non volessero fare la guerra a Dio tanto più ferocemente proprio da questa altezza! Ma se tutti i tesori della saggezza celeste lavorano insieme per governare un verme alto un metro e mezzo, l’intero universo dovrebbe mancare di questo vantaggio? Prima di tutto, si afferma che nell’anima ci sono facoltà organiche che si adattano a lavorare nelle singole parti del corpo - ma questo è così poco capace di oscurare la gloria di Dio che la fa risplendere ancora di più! Epicuro dovrebbe dirci come sarebbe la miscela di atomi che potrebbe digerire il cibo e la bevanda, che potrebbe far passare una parte negli escrementi e l’altra nel sangue, o che potrebbe produrre un effetto così potente e funzionale nelle singole membra come se tante anime (come membra) governassero il corpo secondo un piano comune!

La confusione della creatura con il Creatore


I,5,5 Ma non ho più niente a che fare con questo porcile. Preferisco discutere con coloro che, nei loro sofismi perversi, vorrebbero torcere e rigirare la sottile affermazione di Aristotele finché serve loro per negare l’immortalità dell’anima e per contestare il diritto di Dio. Poiché le potenze dell’anima sono organiche, esse legano l’anima al corpo, così che essa non potrebbe esistere senza di esso. Con grandi lodi della natura sopprimono poi, per quanto possono, il nome di Dio. Ma non è possibile che le facoltà dell’anima si esauriscano in quei modi di azione che servono il corpo. Che cosa ha a che fare il corpo con la misurazione del cielo, il conteggio delle stelle, l’accertamento delle loro dimensioni, l’indagine delle loro distanze, l’osservazione della maggiore o minore velocità del loro corso, o la determinazione dei gradi di deviazione dall’orbita? Ammetto che l’astronomia ha i suoi usi. Qui voglio solo mostrare che in queste difficili ricerche sui fenomeni celesti, il corpo e l’anima non stanno in semplice corrispondenza tra loro, ma che l’azione dell’anima è separata dal corpo. Ho dato solo un esempio, dopo il quale se ne possono facilmente formare altri. La molteplice mobilità dell’anima, con cui cerca il cielo e la terra, collega il passato e il futuro, ricorda ciò che ha sentito prima, immagina ciò che vuole, questo dono dell’invenzione con cui pensa cose incredibili e che è la madre di tante capacità meravigliose - tutte queste sono sicuramente tracce di Dio nell’uomo. Che dire del fatto che anche nel sonno è vivace e agile e inventa ancora molte cose utili, pensa a molte cose, prevede persino il futuro? Possiamo trovare un’altra risposta a questo se non che le tracce di immortalità impresse nell’uomo non possono essere distrutte? Ma quanto sarebbe insensato se l’uomo stesso fosse divino (divinus) e tuttavia non riconoscesse il suo Creatore? Dovremmo distinguere tra giusto e sbagliato con il nostro potere di giudizio - e non dovrebbe esserci un giudice in cielo? Sicuramente dovremmo avere un residuo di potere di ragionamento anche nel sonno - e nessun Dio dovrebbe vegliare e governare il mondo? Dovremmo essere considerati come inventori di tante arti e cose utili - così che Dio dovrebbe essere privato della sua gloria? Eppure l’esperienza ci insegna già che riceviamo i nostri beni in tutt’altro modo, da un’altra parte! Quello che alcune persone dicono di un’anima segreta che tiene in vita il mondo intero è di cattivo gusto e assolutamente senza Dio. Si compiacciono del famoso detto di Vergil:

"Prima il cielo intorno e la terra e le ampie regioni, anche la sfera splendente della luna e il sole radioso, Uno spirito si nutre dall’interno; E scorrendo completamente attraverso le membra, l’anima regna sull’universo, unita al grande corpo. Da qui la razza umana e le bestie e gli uccelli veloci, anche tante meraviglie del mare, barcollano attraverso l’abisso: In tutti loro si intrecciano la potenza vivente e l’origine celeste". In un tale modo di pensare, il mondo, che dopo tutto è creato come uno specchio di Dio, si suppone che sia il suo stesso creatore. Questa opinione, che si trova tra i greci e i latini, è stata espressa anche da Virgilio in un altro luogo: "Che nelle api abita una parte dello spirito divino e del respiro eterico. Perché la divinità attraversa tutte le terre e gli spazi del mare e le profondità del cielo. Le pecore, i buoi, gli uomini e le bestie dei campi, tutti quelli che sono nati, dal soffio della vita. Ecco, anche lì, essendo sfuggito alla decadenza, tutto ritorna, e da nessuna parte c’è la morte; esso oscilla vivo tra il numero delle stelle e brilla nei cieli sublimi".

Ma che frutto può dare questo sottile gioco di idee dello "spirito generale" (anima del mondo), che anima e trasporta il mondo, per il sorgere e la conservazione della pietà nel cuore umano? Questo si vede meglio dai discorsi sacrileghi del cane schifoso Lucrezio, che derivano da questa origine! Non è altro che crearsi un idolo ombra per sbarazzarsi del vero Dio, che dovremmo temere e servire, nel modo più completo possibile. Lo ammetto: si può anche dire con spirito giusto che la "natura" è Dio - se solo viene da un cuore pio. Ma è un modo di parlare sconsiderato e inappropriato, perché la natura è piuttosto l’ordine stabilito da Dio, e quindi è dannoso in una materia così importante, che merita una riverenza speciale, se Dio si confonde in modo poco chiaro con gli eventi delle sue opere che gli sono subordinati.

Il Creatore rivela il suo dominio sulla creazione


I,5,6 Ricordiamoci dunque, tutte le volte che contempliamo la nostra natura, che è un solo Dio che dirige e guida tutti gli esseri con l’intenzione che noi guardiamo a lui, poniamo la nostra fiducia in lui, lo onoriamo e lo invochiamo. Perché non c’è niente di più insensato che godere dei doni gloriosi che sono presenti in noi come tracce della Divinità - e dimenticare il Creatore che ci offre tutto questo per grazia! La Sua potenza nelle sue gloriose manifestazioni non deve forse attirarci a una contemplazione ammirata? Certamente non ci può rimanere nascosto quanto deve essere incommensurabile il suo potere quando è in grado di sopportare con la sua parola il peso incommensurabile del cielo e della terra, di scuotere i cieli con una semplice onda di tuono, di riempire l’aria con fulmini roventi, ora lasciare che il tempo imperversi nella confusione e subito dopo, a suo piacimento, rallegrare improvvisamente tutto di nuovo, tenere insieme il mare, che minaccia costantemente di inondare la terra con le sue masse d’acqua, come se fosse sospeso a mezz’aria, lasciarlo talvolta impennare terribilmente nel vento di tempesta e presto appianare di nuovo le onde e creare la calma. A questo appartengono le molte lodi di Dio dalla testimonianza della natura nella Scrittura, specialmente nel Libro di Giobbe e in Isaia. Li passerò qui sopra perché entreranno meglio in seguito quando parlerò della creazione del mondo sulla base della Scrittura. Qui volevo solo mostrare come i forestieri e i membri della casa di Dio possono cercare Dio in questo modo comune: Si tratta solo di prestare attenzione ai contorni che sopra e qui indicano il suo volto in modo vivo. La sua sola potenza ci insegna a considerare la sua eternità. Perché l’origine di tutte le cose deve necessariamente essere eterna e fondata solo in se stessa. Se poi ci chiediamo cosa lo ha spinto a creare tutto questo nel passato e a conservarlo oggi, la ragione si trova unicamente nella sua bontà. Se questa fosse l’unica ragione, sarebbe più che sufficiente per ispirarci ad amare; dopo tutto, secondo le parole del profeta, non c’è creatura in cui la sua misericordia non sia stata riversata! (Sal 145,9).

Il governo e il giudizio di Dio


I,5,7 Una prova altrettanto chiara della sua potenza e bontà è data anche in un’altra parte delle sue opere, cioè in quelle che si verificano al di fuori del corso ordinario della natura. Perché nel governo del genere umano egli dimostra la sua provvidenza in modo tale che, sebbene sia benevolo e gentile con tutti gli uomini in tutti i modi, tuttavia fa sentire ai pii la sua misericordia e ai malvagi e ai trasgressori la sua severità attraverso segni quotidiani ed evidenti. Inconfessato è il suo castigo con cui punisce il crimine. Allo stesso modo, si dimostra chiaramente come il protettore e il vendicatore dell’innocenza; dopo tutto, corona la vita dei pii con la sua benedizione, li aiuta nelle difficoltà, lenisce il dolore e lo rende più sopportabile con la sua consolazione, alleggerisce i loro cuori nel dolore e fa tutto per la loro salvezza! Né ci deve trarre in inganno la regola eterna della sua giustizia che si rallegra per un certo tempo impunemente dei trasgressori e dei malfattori, ma lascia i pii immeritatamente nella disgrazia, o addirittura ammette che siano malvagiamente e ingiustamente tormentati dai malvagi. Qui, al contrario, è necessario un giudizio del tutto diverso: se Dio punisce un solo vizio con tutti i segni della sua ira, il suo odio li colpisce tutti insieme, e se lascia passare alcune cose impunite, è comunque imminente un altro giudizio, al quale rimanda la punizione. Ma quanto ci dà motivo di considerare la sua misericordia quando spesso insegue con instancabile bontà i miserabili peccatori, nonostante tutto, finché non ha spezzato la loro cattiveria facendo loro ripetutamente del bene e richiamandoli a sé con una pazienza più che paterna!

Il libero e superiore dominio di Dio nella vita umana


I,5,8 Così il profeta (Sal 107) enumera come spesso Dio inaspettatamente, miracolosamente e contro ogni speranza dà aiuto a persone infelici e quasi perse in situazioni disperate, come salva i vagabondi del deserto dalle bestie selvagge e li riporta sulla retta via, dà cibo agli affamati e ai morti di fame, Egli conduce i prigionieri dalle tenebre e dalle catene di ferro alla libertà, porta i naufraghi incolumi in porto, libera i mezzi morti dalla malattia, di nuovo inaridisce i paesi con il calore e la siccità, di nuovo rinfresca meravigliosamente altri con la pioggia benefica, solleva i più disprezzati dal popolo e scaccia i nobili dalla loro dignità. Con tali esempi dimostra che ciò che sembra essere un destino accidentale è tutto un segno della provvidenza celeste, ma soprattutto della bontà paterna. E ci fa notare come i pii hanno tutte le ragioni per rallegrarsi, ma i malvagi e i trasgressori sono imbavagliati (v. 42). Ma poiché la maggior parte dell’umanità è impigliata nei suoi errori e cieca di fronte a uno spettacolo così sublime, il profeta esclama che è una rara e speciale saggezza considerare saggiamente tali opere di Dio (v. 43), la cui visione non è di alcuna utilità nemmeno per coloro che altrimenti sembrano essere i più lucidi. Ed è anche vero: la gloria di Dio può brillare così tanto - ma non c’è quasi nessuno tra cento che la riconosca correttamente! Né la potenza e la saggezza di Dio rimangono nascoste. La sua potenza si rivela chiaramente quando l’arroganza dei malvagi, che sembra insormontabile per tutti gli uomini, viene gettata a terra con un solo colpo, quando la loro arroganza viene umiliata, le loro difese più sicure vengono spezzate, le loro armi e i loro proiettili infranti, le loro forze distrutte, le loro trame sono vanificate e cadono a terra sotto il loro stesso peso, quando la loro arroganza, che era salita fino al cielo, è ora gettata nelle viscere della terra, quando, invece, gli umili sono innalzati dalla polvere e i poveri sono innalzati dal letame (Sal 113:7), quando gli afflitti e gli oppressi sono strappati dall’estrema paura, quando i disperati sono innalzati alla speranza, quando gli indifesi prevalgono sugli armati, i pochi sui molti, i deboli sui forti! La sua saggezza è evidente nel fatto che egli dirige tutte le cose per il meglio, mette fine alla sottigliezza del mondo, e supera i prudenti nella loro prudenza (1Cor 3,19), in breve, egli governa tutte le cose nel modo migliore.

Non dobbiamo meditare su Dio, ma contemplarlo nelle sue opere


I,5,9 Come abbiamo visto, non c’è bisogno di prove circostanziali per mostrare tutte le testimonianze che mettono in luce la maestà di Dio. Dalle poche cose che abbiamo guardato, si è già dimostrato che sono così chiare per noi e così sorprendenti per l’occhio che possiamo facilmente vederle e persino indicarle con le dita. Anche qui bisogna sottolineare che siamo chiamati a una conoscenza di Dio che non si limita a svolazzare nel cervello, soddisfatta da un vano gioco di pensieri, ma che dovrebbe essere duratura e fruttuosa, se solo viene adeguatamente accolta da noi e si radica nel cuore. Poiché Dio si rivela nelle sue potenze, e poiché sentiamo la loro potenza in noi e godiamo dei suoi benefici, siamo necessariamente molto più profondamente commossi da tale conoscenza che se immaginassimo un Dio di cui non ci arrivasse nessuna sensazione! Così vediamo come cercare Dio nel modo giusto: Non dobbiamo, in presuntuosa curiosità, fare il tentativo invadente di indagare il suo "essere" e la sua "essenza", che dobbiamo adorare ma non meditare. No, dobbiamo guardarlo nelle sue opere, nelle quali si avvicina a noi, si rende familiare e, per così dire, si comunica a noi. Questo è ciò che l’apostolo aveva in mente quando disse che non bisogna cercarlo da lontano, poiché egli abita in ognuno di noi per mezzo della potenza più presente (Atti 17:27). Così anche Davide deve confessare che la grandezza di Dio è inesprimibile. Poco dopo, però, arriva a parlare delle opere di Dio, e allora può presumere di proclamare la grandezza del Signore (Sal 145:3, 5). Così anche noi dovremmo cercare di indagare Dio in modo tale da arrivare ad ammirare la Sua gloria con il nostro intelletto - allora anche il nostro cuore sarà commosso potentemente! Agostino insegna anche che siccome non possiamo afferrarlo perché è troppo grande per noi, dobbiamo guardare le sue opere per essere rinfrescati dalla sua bontà.

Lo scopo di questa conoscenza di Dio


I,5,10 Tale conoscenza di Dio deve ispirarci ad adorare Dio e allo stesso tempo risvegliare e suscitare in noi la speranza della vita eterna. Non possiamo non notare che i segni che il Signore ci dà della sua grazia e della sua severità non sono che l’inizio e il principio. Sono, senza dubbio, solo un preludio a cose più grandi, la cui rivelazione e rivelazione completa è rimandata ad un’altra vita. Vediamo anche dall’altra parte come i pii sono oppressi, offesi, bestemmiati e ricoperti di vergogna e disgrazia dai malvagi, mentre i malfattori fioriscono e prosperano, godono di pace e onore, impuniti! Quindi ci deve essere un’altra vita in cui l’ingiustizia trova il suo castigo e la giustizia la sua ricompensa. Se a questo si aggiunge il fatto che i giusti sono spesso battuti con le verghe del Signore, si può concludere con certezza che i malvagi sfuggiranno ancora meno al suo flagello. Agostino fa un’osservazione sottile: "Se ogni peccato fosse ora punito con una pena manifesta, si penserebbe che non rimarrebbe nulla per il giudizio finale. Se, d’altra parte, Dio non punisse ora pubblicamente il peccato, si potrebbe pensare che non c’è provvidenza divina" (Sullo Stato di Dio, I,8). Dobbiamo quindi confessare che in tutte le opere di Dio, specialmente quando sono prese nel loro insieme, la potenza e la bontà di Dio sono rappresentate come in un quadro. Attraverso questo siamo tutti invitati e stimolati alla sua conoscenza, e quindi di nuovo alla vera e completa felicità. Ma per quanto brillanti siano ora davanti a noi - capiremo solo a cosa sono destinati in ultima analisi, quanto grande sia il loro potere e per cosa dobbiamo contemplarli, quando andremo dentro di noi e osserveremo in quanti modi il Signore porta in noi la sua vita, la sua saggezza, la sua potenza, come dimostra in noi la sua giustizia, bontà e misericordia. Certamente Davide si lamenta giustamente che gli increduli agiscono stoltamente perché non ascoltano gli imperscrutabili consigli di Dio nel governo della razza umana (Sal 92:7). Ma rimane ancora più vero quando dice in un altro luogo che la meravigliosa saggezza di Dio in questa materia è più innumerevole dei capelli del nostro capo (cfr. Sal 40,13). Ma in conformità con l’ordine, questo passaggio deve essere discusso in modo più dettagliato in seguito. Lo lascio quindi qui (cfr. cap. 16,6-9).

La conoscenza di Dio che otteniamo dalla creazione non raggiunge la sua meta con noi


I,5,11 Per quanto il Signore ci presenti in modo luminoso e chiaro se stesso e il suo regno eterno nello specchio delle sue opere - nel nostro grande stupore rimaniamo sempre ciechi a tali chiare testimonianze, così che rimangono senza frutto in noi! Infatti, per quanto riguarda la creazione e il bell’ordine del mondo, chi di noi, quando alza gli occhi al cielo o vaga sulla terra, pensa veramente nel suo cuore al Creatore? Chi, piuttosto, non si ferma alla contemplazione delle opere e dimentica l’Operaio? E per quanto riguarda le altre opere che accadono ogni giorno al di fuori del corso ordinato della natura, chi non pensa che gli uomini sono girati e spinti dal cieco caso della fortuna, e non guidati dalla provvidenza di Dio? Ma se mai arriviamo alla contemplazione di Dio attraverso l’istruzione e la guida di tali eventi - il che accade necessariamente a tutti - affondiamo tuttavia, se abbiamo appena un sentimento fugace per qualcosa di simile alla Divinità, nella frenesia e nei cattivi pensieri della nostra carne, e corrompiamo con la nostra vanità la pura verità di Dio. Solo in questo ci troviamo disuguali tra di noi, che ognuno crea il proprio errore per la propria persona. Ma in questo siamo tutti uguali, che tutti ci siamo allontanati dall’unico vero Dio e siamo diventati dei capricci infantili! Questa non è solo la malattia degli uomini incolti e ottusi, ma anche gli spiriti più eminenti, altrimenti dotati di singolare sagacia, vi sono caduti. Quanto abbondantemente l’intera nazione dei filosofi ha mostrato la sua follia e inettitudine in questo! Anche Platone, il più pio e prudente di tutti - risparmiamo gli altri che hanno escogitato un’insensatezza ancora maggiore! - anche lui si abbassa al pensiero della forma sferica dell’universo (in cui l’"idea" divina è attiva). Che ne sarà degli altri, quando anche coloro che sono più rispettabili e dovrebbero brillare davanti agli altri, fantasticano e inciampano in questo modo! Ma inoltre: il governo dei destini umani mostra troppo chiaramente la provvidenza di Dio per essere negata - ma non ne viene altro che credere che tutto sopra e sotto sia diretto dal cieco destino: tanto grande è la nostra inclinazione alla vanità e all’errore. Parlo sempre e solo dei più eccellenti, non di quegli spiriti insignificanti la cui follia nel profanare la verità divina va oltre ogni misura.

Il messaggio di Dio soffoca nella superstizione e nell’errore umano


I,5,12 Da qui l’enorme fango di errori che copre e riempie il mondo intero. Perché la mente di ogni uomo è come un labirinto, e non c’è quindi da meravigliarsi che le singole nazioni siano cadute nei loro particolari errori, e che non rimanga così, ma che alcuni uomini si siano addirittura fatti i propri dei. L’ignoranza e le tenebre si sono unite all’audacia e alla sfacciataggine, e quindi non si trova quasi nessuno che non si sia fatto un idolo o un fantasma al posto di Dio! Come le acque sgorgano da una grande e vasta fontana, così anche la moltitudine incommensurabile di divinità sgorga dal cuore umano, in quanto ognuno nella sua dissolutezza a volte imputa questo, a volte quello a Dio. Tuttavia, è superfluo qui enumerare tutte le follie di cui il mondo è pieno. Dopo tutto, non ci sarebbe fine, e con tanta corruzione la cecità del cuore umano è chiara in tutta la sua terribilità anche senza parole. Sto ignorando le persone poco istruite e non istruite. Ma quale vergognosa confusione regna anche tra i filosofi che hanno osato salire al cielo con la loro saggezza e la loro ragione! Più intelletto si possiede, più si è educati nell’arte e nella scienza, più si sa abbellire la propria opinione con bei colori. Ma se si guardano tutti questi colori, sono un mero trucco, senza sostanza. Gli stoici si ritenevano astuti con la loro visione che si potevano leggere diversi nomi di Dio dalle singole parti della natura, e che l’unità di Dio non sarebbe stata lacerata da questo! Come se non fossimo già abbastanza inclini all’illusione e avessimo bisogno di molti più dei per intrappolarci più profondamente nell’errore! Persino la teologia segreta degli egiziani mostra come tutti si preoccupino al massimo di evitare l’apparenza di essere insensati senza ragione! Certamente, alcune cose possono sembrare probabili a prima vista ai sempliciotti e agli sconsiderati e ingannarli. Ma nessun mortale ha mai escogitato qualcosa con cui il culto di Dio non sia stato vergognosamente corrotto. Questa confusa confusione di opinioni diede allora agli epicurei e ad altri grossolani disprezzatori della religione l’occasione di gettare via impudentemente ogni sentimento per Dio. Videro come tutti, anche i più intelligenti, arrivarono a opinioni completamente opposte, e così trassero presto la conclusione dalle loro liti e anche dall’insegnamento frivolo e insipido di ogni individuo che l’uomo si causa solo un inutile tormento se si mette alla ricerca di Dio, che non esiste affatto. E credevano di poterlo fare impunemente, perché era meglio negare l’esistenza di Dio senza ulteriori indugi che inventare divinità incerte e farsi coinvolgere in litigi senza fine. Ma queste persone sono molto sciocche nel loro giudizio, o meglio, cercano di coprire la loro empietà indicando l’ignoranza umana - quando in realtà nulla può essere negato a Dio attraverso tale ignoranza! Se è generalmente ammesso che sia i dotti che i non dotti sono più divisi su nulla che su queste questioni, allora ne traiamo la conclusione: lo spirito dell’uomo, che si smarrisce così tanto nel cercare Dio, è più che debole di vista e cieco ai misteri divini! Certo, si loda la risposta che Simonide diede al tiranno Hiero. Quando il tiranno gli chiese cosa fosse Dio, chiese prima un giorno per pensarci. Il giorno dopo, quando il tiranno ripeté la sua domanda, chiese due giorni, e con ogni giorno in più chiese il doppio dei giorni per pensare. Alla fine ha dato una risposta: "Più penso a questa domanda, più mi sembra oscura. Fu saggio da parte dell’uomo rimandare la risposta a una domanda che gli era oscura. Ma questo è ciò che diventa chiaro: quando un uomo si limita a seguire la sua conoscenza naturale, non ne esce niente di certo, niente di solido, niente di chiaro, ma si lascia prendere da concetti confusi, così da adorare un Dio sconosciuto.

Tutti ci siamo allontanati da Dio


I,5,13 Qui dobbiamo anche notare che tutti coloro che falsificano il puro culto di Dio (religio) - e questo accade necessariamente a tutti coloro che seguono la propria opinione! - si allontanano da Dio. Diranno di volere qualcosa di molto diverso. Ma ciò che intendono e ciò che hanno in mente non ha molta importanza; perché lo Spirito Santo dichiara tutti apostati che, nell’oscuramento dei loro cuori, mettono idoli (demoni) al posto di Dio. Ecco perché Paolo dichiara che gli Efesini erano senza Dio finché non impararono dal vangelo cosa significava adorare il vero Dio (Efes 2,12). Ma questo non può essere limitato a un solo popolo, perché in un altro luogo l’apostolo pronuncia un giudizio generale che tutti gli uomini sono diventati vani nei loro pensieri (Rom 1,21), dopo che la maestà del Creatore è stata rivelata loro nella creazione del mondo! Per fare spazio al vero e unico Dio, le Sacre Scritture accusano di falsità e menzogna tutto ciò che veniva adorato come divinità tra le nazioni, e così facendo non rimane altra divinità che il solo Dio che veniva adorato sul monte Sion, dove dimorava una conoscenza unica di Dio (Aba 2:18, 20). Così, ai tempi di Cristo, tra i gentili, i samaritani in particolare sembrano essere arrivati molto vicini alla vera pietà, eppure sentiamo dalla bocca di Cristo che non sapevano cosa adoravano (Giov 4:22). Così anche loro furono ingannati da un vano errore. Anche se non tutti gli uomini sono caduti nei vizi più orribili o sono stati votati all’idolatria manifesta, non c’è mai stata una religione pura e stabilita basata solo sul senso comune (communis sensus). Anche se alcuni possono essere stati estranei alla follia della moltitudine, l’insegnamento di Paolo rimane che i governanti di questo mondo non hanno conosciuto la sapienza di Dio (1Cor 2:8). Se anche i più eccellenti hanno brancolato nelle tenebre in questo modo, cosa si può dire degli ignoranti e degli sprovveduti? Non sorprende quindi che lo Spirito Santo rifiuti come degenerate tutte le pratiche religiose escogitate dalla volontà umana. Perché quando si tratta dei misteri celesti, l’opinione umana, anche se non partorisce sempre una moltitudine di errori, è tuttavia la madre dell’errore. E anche se non ne viene fuori niente di peggio, non è un errore da poco adorare a caso un Dio sconosciuto - e secondo la parola di Cristo (Giov 4,22) lo fanno tutti quelli che non sanno dalla legge quale Dio è veramente da adorare! Anche i migliori legislatori non volevano altro che la religione fosse basata sull’opinione generale del popolo. Sì, anche Socrate loda l’oracolo di Apollo in Senofonte, che ognuno dovrebbe adorare gli dei secondo il modo paterno e il costume della sua città natale! Dove allora gli uomini mortali hanno il diritto di determinare con la loro autorità ciò che è superiore a tutto il mondo? E chi può essere così rassicurato dagli statuti degli antenati o dall’opinione del popolo da accettare senza esitazione un Dio trasmesso dall’uomo? Certamente ognuno preferirebbe procedere secondo il proprio giudizio piuttosto che sottomettersi all’arbitrarietà degli altri! Poiché, quindi, è un legame troppo debole e fragile della religione seguire l’usanza della città o la vecchia tradizione in materia di culto di Dio, rimane solo che Dio stesso dia testimonianza di sé dal cielo.

Non siamo in grado di avere la giusta conoscenza di Dio dal nostro interno.


I,5,14 Così tutte le torce accese negli edifici del mondo, ordinate per glorificare il Creatore, brillano invano; da tutte le parti ci superano con la loro luce - eppure non possono condurci sulla giusta via! Certamente risvegliano qualche scintilla. Ma sono già spente prima che possano dare un bagliore più forte. Ecco perché l’apostolo aggiunge nello stesso passo, dove chiama il mondo le cose visibili, "Per fede sappiamo che il mondo è finito per mezzo della parola di Dio" (Ebr 11:3). Con questo egli indica: l’invisibile Divinità è effettivamente resa manifesta da queste cose visibili, ma non abbiamo gli occhi per vederle se non siamo illuminati dalla rivelazione interiore di Dio. Anche Paolo, quando dice che è evidente dalla creazione del mondo ciò che si può conoscere di Dio (Rom 1,19), non intende una rivelazione che può essere afferrata dalla comprensione umana. Piuttosto, egli mostra che esso non ottiene nient’altro che il fatto che siamo senza scuse. E quando dice in un luogo che Dio non va cercato in lontananza, poiché egli abita in noi (Atti 17,27), mostra in un altro luogo in cosa consiste tale presenza di Dio. "Egli ha fatto sì che in passato tutti i Gentili camminassero per le loro vie; eppure non si è lasciato sfuggire, ci ha fatto molto bene e ci ha dato pioggia dal cielo e stagioni feconde, riempiendo i nostri cuori di cibo e di gioia" (Atti 14:16-17). Così le testimonianze di Dio sono sempre presenti, provocando gentilmente gli uomini alla sua conoscenza con ricca e molteplice bontà. Ma la gente non cessa quindi di seguire le proprie vie, i propri errori perniciosi.

La nostra incapacità è da biasimare


I,5,15 Anche se non abbiamo per natura la capacità di arrivare alla pura e chiara conoscenza di Dio, questa incapacità è colpa nostra, e quindi ogni scusa è tagliata fuori da noi, non possiamo invocare l’ignoranza; perché la nostra coscienza stessa ci condanna sempre della nostra accidia e ingratitudine. Sarebbe davvero una bella scusa se l’uomo volesse sostenere che gli manca l’orecchio per sentire la verità - che, dopo tutto, la creatura muta proclama con voci più che luminose, se volesse obiettare che non può vedere con gli occhi - che, dopo tutto, tutte le creature, senza potersi vedere, mostrano così chiaramente, se volesse scusarsi con la debolezza di spirito, dove tutte le creature senza ragione appaiono come maestri! Non abbiamo davvero il minimo diritto di scusarci se sbagliamo e vaghiamo e manchiamo il bersaglio - quando tutto ci mostra la strada giusta! Certo, per quanto sia colpa dell’uomo se rovina così presto il seme della conoscenza di Dio, come viene seminato in lui dalla meravigliosa costruzione della natura, che non può giungere a un frutto giusto e puro, è anche vero, d’altra parte, che non siamo mai sufficientemente istruiti da quella mera e semplice testimonianza che la maestà di Dio riceve così abbondantemente dalla creatura. Perché non appena abbiamo acquisito un certo senso della Divinità dalla contemplazione del mondo, lasciamo il vero Dio e mettiamo al suo posto i sogni e le fantasie dei nostri cervelli e deviamo la lode della giustizia, della saggezza, della bontà e della potenza dalla vera fonte - a volte lì, a volte lì! Ogni giorno Dio compie la Sua opera - ma noi la oscuriamo o la pervertiamo con giudizi irragionevoli, derubando così l’opera del suo onore e l’operaio della dovuta lode.


Capitolo sei

Chiunque voglia raggiungere Dio, il Creatore, deve avere le Scritture come guida e maestro.

Dio ci dà la vera conoscenza di Dio solo nella Sua Parola.


I,6,1 Certamente, dunque, l’ingratitudine umana perde ogni possibilità di scusa per lo splendore che cade agli occhi di tutti in cielo e in terra - così come Dio, per rendere tutti gli uomini ugualmente colpevoli, pone davanti a tutti senza eccezione i contorni del suo essere nella creatura. Ma è necessario un altro e migliore mezzo che ci indichi con sicurezza il Creatore del mondo stesso. Per questo Dio ha giustamente dato la luce della sua Parola per farsi conoscere da noi per la nostra salvezza. Egli ha onorato coloro che ha voluto attirare nella sua comunione più stretta e più intima. Vide le menti di tutti gli uomini turbate da pensieri erranti e incostanti. Quando scelse gli israeliti come suo gregge speciale, li circondò di barriere affinché non cadessero nella vanità alla maniera degli altri. Per la stessa buona ragione egli pone anche delle barriere per noi, per mantenerci nella pura conoscenza di Dio; altrimenti, quanto presto perderebbero la strada anche coloro che sembrano essere più saldi degli altri! Perché proprio come gli anziani, i deboli di vista e coloro che soffrono di mal d’occhio, quando il più bel volume è tenuto davanti ai loro occhi, notano che c’è scritto qualcosa, ma riescono a malapena a mettere insieme due parole, ma poi cominciano a leggere chiaramente con l’aiuto degli occhiali - così le Scritture portano la nostra conoscenza di Dio, altrimenti così confusa, nel giusto ordine, disperdono l’oscurità e ci mostrano chiaramente il vero Dio. Questo è certamente un dono unico di Dio: non ha bisogno solo di maestri muti per istruire la sua Chiesa, ma apre la sua stessa bocca santa! E nel fare questo, non si limita ad istruirci ad adorare qualsiasi dio, ma si mostra come colui che vuole essere adorato! Egli non solo insegna ai suoi eletti a guardare a Dio, no, egli stesso li affronta come colui a cui devono guardare! Egli ha mantenuto questo ordine nella sua Chiesa fin dal principio, che oltre a quella testimonianza generale (praeter communia illa documenta) ha dato anche la sua parola, che è un mezzo più chiaro e certo per conoscerlo. Con questo mezzo, senza dubbio, Adamo, Noè, Abramo e gli altri padri raggiunsero una conoscenza familiare di Dio, che li distinse dai miscredenti. Non sto ancora parlando dell’attuale dottrina della fede, che ha fatto risplendere in loro la speranza della vita eterna. Perché per passare dalla morte alla vita, non solo la conoscenza di Dio come Creatore era necessaria, ma anche quella del Redentore, ed entrambe erano evidentemente concesse loro attraverso la Parola. Perché secondo l’ordine, precedeva quella (via della) conoscenza che dava la certezza di chi fosse effettivamente quel Dio che ha creato il mondo e lo governa ancora. Poi seguì quell’altra conoscenza interiore che solo porta le anime morte alla vita, cioè che Dio non è solo il Creatore del mondo e l’unico Autore e Giudice di tutti gli eventi, ma anche il Redentore nella persona del Mediatore. Poiché, tuttavia, non abbiamo ancora parlato della caduta del mondo e della corruzione della natura, devo anche astenermi qui dal parlare del rimedio prescritto per essa. Il lettore tenga dunque presente che non sto ancora parlando dell’alleanza in cui Dio adottò i figli di Abramo come suoi figli, e di quella parte della dottrina che ha sempre costituito la vera differenza tra i credenti e i pagani miscredenti. Perché questa parte è stata fondata in Cristo. Qui ci viene solo detto come dobbiamo apprendere dalla Scrittura che Dio, che è il Creatore del mondo, si distingue con segni evidenti da tutto lo sciame ideato degli dei. L’ordine di presentazione ci porta poi da solo alla dottrina della redenzione. Se ora dobbiamo citare molte testimonianze del Nuovo Testamento, anche altre della Legge e dei Profeti, che tuttavia menzionano chiaramente anche Cristo: tutte hanno lo scopo di mostrare che Dio come Creatore del mondo si rivela nella Scrittura, e che in essa ci viene esposto ciò che si deve pensare di Lui, affinché non cerchiamo nessuna divinità sui nostri sentieri errati.

La Parola di Dio come Sacra Scrittura


I,6,2 Sia che Dio si sia fatto conoscere ai padri per mezzo di oracoli e visioni, sia che abbia comunicato loro attraverso la mediazione e il servizio degli uomini ciò che dovevano tramandare ai loro discendenti, in nessun caso si può dubitare che l’insegnamento fosse inciso nei loro cuori con una certezza così incrollabile che essi erano fermamente convinti e vedevano chiaramente: ciò che avevano sperimentato veniva da Dio. Perché Dio ha sempre dato alla sua Parola una credibilità indubbia che trascende ogni pensiero umano. Affinché la verità dell’insegnamento si conservasse attraverso i secoli, Dio volle che le stesse parole di rivelazione (oracula) che aveva dato ai padri fossero registrate, per così dire, su tavole esposte pubblicamente. Da questo consiglio Dio ha dato la legge, alla quale i profeti sono stati aggiunti in seguito come interpreti. Ora c’era davvero una molteplice applicazione della legge (multiplex legis usus), come vedremo in dettaglio più avanti. Ma Mosè e tutti i profeti avevano soprattutto l’intenzione di insegnare il tipo di riconciliazione tra Dio e l’uomo - ecco perché Paolo chiama anche Cristo la fine della legge (Rom 10,4). Tuttavia, ripeto qui: a parte l’effettivo insegnamento della fede e del pentimento (conversione), che pone Cristo davanti ai nostri occhi come mediatore, le Scritture descrivono e adornano l’unico e vero Dio come ha creato il mondo e ancora regna, con indicazioni e segni sicuri per impedire ogni mescolanza con il falso sciame idolatrico. Così, per quanto l’uomo debba rivolgere i suoi occhi alla contemplazione delle opere di Dio - perché in questo meraviglioso spettacolo ha il suo posto di spettatore - deve prima di tutto portarsi all’orecchio la Parola di Dio per raggiungere una migliore conoscenza. Non ci si deve stupire che le persone nate nelle tenebre si induriscano sempre più nell’insensibilità. Perché solo pochissimi diventano studenti colti della Parola di Dio e così rimangono all’interno dei confini stabiliti; la maggior parte piuttosto cammina arrogantemente nelle sue vane immaginazioni. Ma se vogliamo che il raggio della vera religione ci colpisca, dobbiamo iniziare con la dottrina celeste (caelestis doctrina), e nessuno arriva alla minima comprensione della giusta e sana dottrina se prima non diventa uno studente delle Scritture. Qui sta l’origine della vera conoscenza: quando accettiamo con riverenza ciò che Dio ha voluto testimoniare di sé. Perché non solo una fede vera e perfetta, ma ogni vera conoscenza di Dio nasce dall’obbedienza. E in questo pezzo, Dio ha davvero provveduto graziosamente al popolo di tutti i tempi con una provvidenza speciale!

Senza le Scritture ci perdiamo


I,6,3 Quando consideriamo la forte tendenza dell’uomo a dimenticare Dio, quando vediamo la sua inclinazione ad ogni tipo di errore, e quando ci rendiamo conto di quanto avidamente stia sempre inventando nuove e false religioni, allora possiamo apprezzare quanto fosse necessaria una tale registrazione scritta dell’insegnamento celeste, affinché non fosse distorta dalla dimenticanza, abbandonata nell’errore della vanità, o corrotta dalla presunzione umana. Né si può negare che Dio abbia usato i mezzi della sua parola con tutti coloro che voleva istruire fruttuosamente, perché vedeva che la sua immagine, così come era espressa nella forma gloriosa del mondo, non sarebbe stata abbastanza forte. Pertanto, può solo aiutarci a percorrere questa via diritta se vogliamo seriamente arrivare alla pura contemplazione di Dio. Dobbiamo attenerci alla Parola, dico, perché lì Dio ci è giustamente e vividamente descritto dalle sue opere, in quanto queste opere non sono giudicate secondo il nostro errato giudizio, ma secondo la regola della verità eterna! Se ci allontaniamo dalla Parola, possiamo, come ho detto, andare avanti con la massima velocità, ma non raggiungeremo mai la meta, perché siamo su una strada sbagliata! Dobbiamo ricordare: lo splendore del volto di Dio, di cui l’apostolo dice anche: "poiché nessuno può avvicinarsi" (1Tim 6:16), è come un labirinto senza speranza per noi se non siamo guidati dalla Parola. Quindi è meglio zoppicare su questa strada che correre su una strada sbagliata! Perciò, quando Davide annuncia che la superstizione scomparirà dal mondo per far posto alla vera religione, ci presenta Dio mentre stabilisce il suo regno (Sal 93; 96; 97; 99 e altri). Ma per regno di Dio non intende la sua opera di potenza, come la esercita nel governo di tutta la natura, ma la dottrina in cui fa valere il suo unico dominio. Perché l’errore non può essere strappato dal cuore dell’uomo prima che la vera conoscenza di Dio sia piantata in esso!

La Scrittura è in grado di fare ciò che la rivelazione nelle opere non potrebbe fare per noi


I,6,4 Lo stesso profeta (Sal 19:1) dice anche che i cieli raccontano la gloria di Dio, il firmamento dichiara l’opera delle sue mani, il corso ordinato del giorno e della notte mostra la sua maestà; ma poi parla subito della parola di Dio: "La legge del Signore è perfetta e ristora l’anima, la testimonianza del Signore è sicura e rende saggio lo sprovveduto, i giudizi del Signore sono giusti e allietano il cuore, i comandamenti del Signore sono forti e illuminano gli occhi" (Sal 19:8 ss.). Ora, sebbene il profeta includa altre applicazioni della legge, egli mostra in generale: poiché Dio invita invano tutte le nazioni a Sé per la vista del cielo e della terra, questa è la scuola speciale dei figli di Dio! L’intenzione del 29° Sal è simile. Lì il profeta parla della terribile voce di Dio, come fa tremare la terra con tuoni e tempeste, acquazzoni e tempeste, scuote le montagne, spezza i cedri. E poi aggiunge alla fine: "Nel suo tempio tutte le cose gli danno gloria" - gli uomini sono sordi e increduli a tutte le voci di Dio che risuonano nell’aria! Questo è anche il modo in cui chiude un altro Sal in cui ha descritto le terribili inondazioni del mare: "La tua parola è una giusta dottrina, la santità è l’ornamento della tua casa per sempre" (Sal 93:5). Perciò Cristo poteva anche dire alla samaritana che il suo popolo e tutti gli altri non sapevano cosa adoravano, ma solo gli ebrei adoravano il vero Dio (Giov 4:22). Poiché lo spirito umano nella sua debolezza non può arrivare a Dio in nessun modo se la Parola di Dio non lo aiuta e non lo innalza, tutti gli uomini tranne gli ebrei, perché cercavano Dio senza la Parola, erano necessariamente illusi e in errore.


Capitolo sette

La reputazione della Scrittura si basa sulla testimonianza dello Spirito. Questo solo le conferisce un’autorità indiscutibile, ed è una proposta umana blasfema che la sua credibilità dipenda dal giudizio della Chiesa.

La Scrittura ha la sua autorità da Dio, non dalla Chiesa


I,7,1 Prima di andare avanti, bisogna aggiungere alcune cose sull’autorità della Sacra Scrittura. Queste dichiarazioni hanno lo scopo di servire la riverenza verso le Scritture e anche di togliere ogni dubbio. Una volta riconosciuto che è la Parola di Dio, nessuno sarà così presuntuoso, anzi così privo di comprensione umana e persino di ogni senso umano, da rifiutare di credere a colui che parla. Ma le parole di rivelazione non vengono dal cielo ogni giorno, ed è piaciuto a Dio conservare la Sua verità solo nella Scrittura per un ricordo costante. Pertanto, la Bibbia può raggiungere la piena autorità sui credenti solo quando essi sanno con certezza che essa viene a loro dal cielo, come se la voce stessa di Dio fosse ascoltata qui in vita. La questione è veramente degna di un trattamento e di una considerazione più dettagliata. Tuttavia, i lettori dovranno scusarmi se faccio più attenzione all’ampiezza del trattamento che il compito del presente lavoro può sopportare che a quello che sarebbe richiesto dall’importanza della questione. Tuttavia, l’errore pernicioso si è insinuato nella mente di molti che le Scritture hanno solo il peso che la discrezione della Chiesa permette loro. Come se la verità eterna e inviolabile di Dio fosse basata sull’opinione umana! Si fanno beffe dello Spirito Santo e chiedono: "Chi ci assicura che questi scritti vengono da Dio? E chi ci assicura che siano sopravvissuti integri e intatti fino ai nostri tempi? Chi deve convincerci che un libro deve essere accettato con riverenza e l’altro escluso? Chi - se non la Chiesa prescrive una regola chiara per tutte queste cose?". "Così" - continuano - "dipende dalla determinazione ecclesiastica quale riverenza è dovuta alla Scrittura, e quali libri le si devono attribuire affatto!". Così questi uomini che derubano Dio dell’onore, nel loro tentativo di introdurre una tirannia sfrenata sotto il pretesto della Chiesa, non si preoccupano affatto dell’assurdità in cui coinvolgono se stessi e gli altri - se solo impongono alle persone di mente semplice l’opinione che la Chiesa ha l’autorità di fare tutto! Ma che ne sarà delle povere coscienze che cercano la certezza della vita eterna, se tutte le promesse che esistono su di essa si basano unicamente sul giudizio umano? Cesseranno di tremare di fronte a una tale risposta? D’altra parte, come sarà esposta la fede al ridicolo dei malvagi e resa sospetta da tutti se si presume che debba prendere in prestito la sua autorità dall’uomo!

La Chiesa stessa è fondata sulla Scrittura


I,7,2 Ma tale sofisma è confutato da una sola parola dell’apostolo. Egli testimonia che la chiesa è costruita sul fondamento dei profeti e degli apostoli (Efes 2,20). Se l’insegnamento dei profeti e degli apostoli è il fondamento della chiesa, deve avere autorità prima che la chiesa esista. Anche la sciocca obiezione che, sebbene la chiesa sia partita da questo insegnamento, è ancora incerto quali scritti siano da attribuire ai profeti e agli apostoli, se il giudizio della chiesa non entra qui, è nulla. Perché se la Chiesa cristiana è stata fondata in principio sugli scritti dei profeti e sul messaggio degli apostoli, il riconoscimento di questo insegnamento, senza il quale la Chiesa non sarebbe mai nata, ha certamente preceduto l’esistenza della Chiesa. Perciò è una vuota proposizione umana dire che l’autorità di giudicare le Scritture è della Chiesa, per cui la certezza delle Scritture dipende dalla sua approvazione. Infatti, se tale riconoscimento (da parte della Chiesa) avviene, non significa che la Chiesa rende prima credibili le Scritture, come se prima fossero dubbie e contestate. Al contrario, accade perché la Chiesa riconosce qui la verità del suo Dio e quindi, come è dovere di pietà, gli rende omaggio senza esitazione! Perciò, se si chiede: "Come possiamo essere convinti che le Scritture ci vengono da Dio, se non ci rifugiamo nel giudizio della Chiesa?", è come se qualcuno chiedesse: "Come possiamo imparare a distinguere la luce dalle tenebre, il bianco dal nero, il dolce dall’amaro? Perché la verità della Scrittura si dimostra da sola, e quindi non è meno chiara del colore in una cosa bianca o nera, del sapore in una cosa dolce o amara!

Anche Augustin non può essere citato come prova del contrario


I,7,3 So bene che qui si cita generalmente un detto di Agostino, che diceva che non avrebbe creduto al Vangelo se non fosse stato spinto a farlo dall’autorità della Chiesa. (Contro l’epistola fondamentale dei manichei, cap. 5). Ma è molto facile dimostrare dal contesto quanto sia errata e ingannevole l’interpretazione di questo passaggio, se gli si imputa l’opinione di cui sopra. Agostino aveva a che fare con i manichei, che pretendevano una fede incondizionata per se stessi, perché sostenevano di possedere la verità. Tuttavia, non hanno fornito prove di questo. Per assicurare la credibilità del loro Manichaeus (Mani), invocavano il Vangelo. Agostino chiese loro cosa avrebbero fatto se avessero incontrato qualcuno che non credeva nemmeno nel Vangelo, come lo avrebbero condotto alla loro visione! E poi continua: "Da parte mia, non crederei affatto al Vangelo se…". Con questo vuole dire: quando non sapevo ancora nulla della fede, potevo arrivare al riconoscimento e all’accettazione del Vangelo come verità certa di Dio solo facendomi vincere dall’autorità della Chiesa! Cosa c’è di sorprendente nel fatto che qualcuno che non conosce ancora Cristo presti attenzione alle persone? Perciò Agostino non insegna qui che la fede del pio è fondata sull’autorità della Chiesa, né intende dire che la certezza del Vangelo dipende da essa. Egli afferma semplicemente che i non credenti non arriverebbero alla certezza del Vangelo e quindi sarebbero conquistati a Cristo se la convinzione unanime della Chiesa non li indirizzasse in quella direzione. Lo conferma poco dopo quando dice: "Se io lodo quello che credo e ridicolizzo quello che credete voi, cosa si deve dire di noi, cosa dobbiamo fare? Non ci resta altro da fare che abbandonare coloro che prima ci invitano a riconoscere certe cose - e poi ci comandano di credere a cose incerte? Non dobbiamo invece rivolgerci a coloro che per primi ci invitano a credere ciò che non siamo ancora in grado di vedere, in modo che, divenuti più forti attraverso la fede stessa, possiamo poi anche essere degni di riconoscere ciò che crediamo, poiché ora non abbiamo più a che fare con gli uomini, ma Dio stesso rafforza e illumina interiormente il nostro spirito?" (Nello stesso libro, cap. 14). Queste sono davvero le parole di Agostino; da esse ognuno può formarsi il giudizio che il santo uomo non intendeva far dipendere la nostra fede nella Scrittura dall’opinione e dalla discrezione della Chiesa. Egli voleva semplicemente mostrare ciò che anche noi riconosciamo essere vero, cioè che coloro che non sono ancora illuminati dallo Spirito di Dio sono mossi dal rispetto per la Chiesa a prestare attenzione per imparare la fede in Cristo dal Vangelo. L’autorità della Chiesa è in questo senso un’introduzione con cui siamo preparati alla fede nel Vangelo. Perché la (vera) certezza del pio, come abbiamo visto, vuole poggiare su un fondamento del tutto diverso. Non nego, tra l’altro, che Agostino aggredisce spesso i manichei con la testimonianza unanime della Chiesa. Lo fa quando vuole difendere la Sacra Scrittura, che essi hanno rifiutato, contro di loro. Perciò rimprovera a Faustus di non sottomettersi alla verità del Vangelo (veritas evangelica), che era così ben fondata, così saldamente stabilita, coronata da tanta gloria, e che era stata propagata in una successione costante dal tempo degli apostoli. Ma da nessuna parte dà il senso alle sue parole come se l’autorità che attribuiamo alla Scrittura dipendesse dalla dottrina o dalla determinazione umana. Egli cita solo, il che significa molto in questa materia, il giudizio unanime della Chiesa, per il quale egli era superiore ai suoi avversari. Se qualcuno cerca altre prove di questo, che legga il suo libro "Sull’utilità della fede". Lì troverà che non attribuisce a tale istruzione da parte degli uomini la possibilità di facilitare la fede, ma vede in essa solo un accesso che è preparato per noi, o un gradito inizio di indagine, come egli stesso si esprime. Tuttavia, secondo lui, non si deve lasciare alla semplice supposizione, ma ci si deve basare su una verità certa e affidabile.

La testimonianza dello Spirito Santo. La testimonianza dello Spirito è più forte di tutte le "prove".


I,7,4 Atteniamoci dunque a ciò che ho detto sopra: la credibilità della dottrina non può essere stabilita finché non siamo convinti senza dubbio che il suo autore è Dio. Quindi, la massima autenticazione delle Scritture si vede nel fatto che Dio parla in persona. I profeti e gli apostoli non citano la propria perspicacia o qualsiasi altra cosa che possa dare credito agli oratori, né insistono sulle ragioni della ragione, ma menzionano il santo nome di Dio, per il quale il mondo intero è costretto ad obbedire. Ora vediamo come è evidente, non solo con una certa probabilità, ma con una verità evidente, che la loro invocazione del nome di Dio non era né avventatezza né inganno. Se vogliamo consigliare la coscienza nel miglior modo possibile per evitare che vacilli o vacilli nel dubbio costante, o che si blocchi al minimo impulso, tale fermezza di convinzione deve essere fondata in un posto più alto che nella ragione umana, nel giudizio o nella congettura, cioè nella testimonianza segreta dello Spirito Santo. È vero, naturalmente, che se uno volesse preoccuparsi delle prove, si potrebbero certamente citare molte cose che potrebbero facilmente convincere che la Legge, i Profeti e il Vangelo vengono da Dio - se c’è davvero un Dio in cielo. Che gli uomini più dotti e perspicaci si oppongano a questo, e usino e sviluppino tutta la loro sagacia in questa controversia - devono tuttavia, se non si induriscono nella più perniciosa ostinazione, necessariamente giungere all’ammissione: ci sono segni palpabili da vedere nelle Scritture che Dio sta parlando, e da questo è chiaro che la loro dottrina viene dal cielo. Vedremo anche presto che tutti i libri delle Scritture sono di gran lunga superiori a tutti gli altri libri. Sì, se abbiamo occhi puri e sensi limpidi, la maestà di Dio ci affronterà presto, renderà impossibile ogni resistenza audace, ed esigerà da noi l’obbedienza. Tuttavia, è una follia pensare che si possa assicurare la credibilità della Scrittura per mezzo di argomenti. Anche se io stesso non possiedo alcuna abilità o eloquenza speciale, farei certamente uno sforzo per far tacere le loro grida indisciplinate, anche in una battaglia con i più subdoli disprezzatori di Dio, che usano tutta la loro diligenza e arguzia per minare la reputazione della Scrittura. E se valesse la pena di confutare le loro spiritosaggini, distruggerei senza troppa fatica le loro vanterie nei loro angoli. Ma anche se uno difende la santa Parola di Dio contro le invettive degli uomini, non pianterà affatto nei loro cuori la certezza che la pietà richiede. Poiché gli uomini senza Dio pensano che la religione sia basata sui pensieri degli uomini, desiderano ed esigono, per evitare l’apparenza di sciocca credulità, prove ragionevoli che Mosè e i profeti abbiano parlato a nome di Dio. Ma io rispondo: la testimonianza dello Spirito Santo è migliore di tutte le prove. Perché come Dio stesso nella sua Parola è l’unica testimonianza pienamente valida di se stesso, così anche questa Parola non troverà fede nel cuore dell’uomo finché non sarà stata sigillata dalla testimonianza interiore dello Spirito Santo. Perché lo stesso Spirito che ha parlato attraverso la bocca dei profeti deve penetrare nei nostri cuori per darci la certezza che essi hanno proclamato fedelmente ciò che erano stati istruiti da Dio a proclamare. Questa connessione reciproca è ben espressa da Isa come segue: "Il mio Spirito che è in te e le parole che ho messo nella tua bocca non usciranno dalla tua bocca, né dalla bocca della tua progenie…. d’ora in poi e per sempre" (Isa 59:21; Calvino traduce in modo diverso). Inoltre addolora molte persone pie che non ci siano prove chiare a portata di mano quando i malvagi mormorano impunemente contro la Parola di Dio. Ma è proprio per questo che lo Spirito è chiamato il sigillo e il pegno per la fortificazione della fede, perché il cuore è spinto da ogni tipo di dubbio finché non è stato illuminato!

La Scrittura porta in sé la sua autenticazione


I,7,5 Così rimanga: chi è istruito interiormente dallo Spirito Santo rimane saldamente con le Scritture, e queste portano in sé la loro autenticazione; perciò non è il caso di sottoporle a prove e ragioni. Ma la certezza che ci conquista, la raggiungiamo attraverso la testimonianza dello Spirito. Certo, le Scritture suscitano la nostra riverenza per la loro stessa maestà, ma non si impadroniscono veramente e seriamente di noi finché non sono state sigillate nei nostri cuori dallo Spirito. Che le Scritture vengono da Dio lo crediamo perché la potenza dello Spirito ci illumina, ma non sulla base del nostro giudizio o di quello di altre persone. È come se qui vedessimo la maestà stessa di Dio, e quindi la nostra certezza è incrollabile, più forte di quanto potrebbe darci il giudizio umano. Così riteniamo che la Scrittura, anche se viene a noi attraverso il ministero degli uomini, viene effettivamente a noi dalla bocca di Dio stesso. Non cerchiamo ragioni di prova o probabilità su cui basare il nostro giudizio, ma sottomettiamo il nostro giudizio e il nostro pensiero a questo fatto, che è completamente rimosso da ogni domanda. Questo, naturalmente, non avviene come fanno alcuni, che a volte accettano con foga una cosa sconosciuta, per poi disprezzarla ad un esame più attento, ma avviene perché siamo pienamente convinti di avere a che fare con la verità indiscutibile! Né questo ha niente a che fare con il modo in cui i miserabili danno le loro menti prigioniere della superstizione, ma arriviamo a questa certezza perché sentiamo che l’indubbio potere della maestà divina governa e opera qui - e questo potere ci attira e ci infiamma all’obbedienza, con conoscenza e volontà, ma molto più vividamente e fortemente di tutta la volontà e conoscenza umana! Così il Signore proclama giustamente attraverso Isa (43,10) che i profeti e il popolo sono suoi testimoni, perché sono stati istruiti dalla profezia e non hanno dubitato che Dio abbia parlato loro senza inganno e ambiguità. Questa è una convinzione che non ha bisogno di ragioni, questa è una conoscenza che ha la sua ragione in se stessa, anzi, sulla quale il cuore poggia più saldamente e stabilmente che su qualsiasi ragione; questo è un sentimento che può nascere solo dalla rivelazione celeste. Sto parlando di ciò che ogni singolo credente sperimenta in se stesso - certo, le mie parole non sono quasi sufficienti per descrivere bene la questione! Sto passando sopra molte cose ora, perché dovrò tornare su queste cose in un altro luogo. Per ora, ricordiamoci che solo la fede sigillata nei nostri cuori dallo Spirito Santo è quella giusta. L’umile lettore, a cui piace essere informato, si accontenterà di una testimonianza come giustificazione: cioè la promessa di Isa che tutti i figli della Chiesa rinnovata sarebbero stati istruiti da Dio (Isa 54:13). In questo modo, Dio conferisce ai suoi soli eletti un privilegio unico e li distingue da tutto il genere umano. Perché con che cosa inizierà tra noi la retta dottrina, se non con la volenterosa gioia di ascoltare la parola di Dio? Ma Dio chiede di essere ascoltato per bocca di Mosè, come sta scritto: "Non dirai in cuor tuo: Chi salirà in cielo… o chi scenderà nell’abisso? . . Ecco, la parola è nella tua bocca…" (Deut 30:12 s s. qui solo alcuni pezzi da esso, citati un po’ imprecisamente!). Se Dio ha voluto preparare un tale tesoro di saggezza solo per i suoi figli, non è sorprendente o assurdo che si trovi tanta ignoranza e ottusità tra la massa degli uomini. Per "massa" qui intendo anche le persone più eccezionali, prima che siano incorporate nel corpo della Chiesa! Isa dichiara in un punto che l’insegnamento profetico sarà incomprensibile non solo per gli estranei ma anche per gli ebrei che volevano essere considerati membri della famiglia, e poi aggiunge immediatamente il perché: "Perché il braccio del Signore non è reso manifesto a tutti" (Isa 53:1). Per quanto spesso il piccolo numero di credenti voglia farci vacillare, dobbiamo, al contrario, tenere presente che nessuno può comprendere i misteri di Dio se non coloro ai quali è stato dato.


Capitolo otto

Per quanto riguarda la ragione umana, ci sono prove sufficientemente certe per confermare la credibilità della Scrittura.

La Scrittura è superiore a tutta la saggezza umana


I,8,1 Dove non c’è questa certezza, che è più alta e più forte di qualsiasi giudizio umano, si cercherà invano di assicurare l’autorità della Scrittura con ragioni di prova, di stabilirla nella convinzione unanime della Chiesa, o di fortificarla con ogni altra protezione. Perché se questo fondamento non viene posto, rimarrà sempre traballante. Ma d’altra parte, una volta che abbiamo accettato le Scritture nella loro unicità rispetto agli altri libri, con riverenza e secondo la loro dignità, allora le considerazioni che non erano sufficienti a piantare la certezza intorno alle Scritture nei nostri cuori saranno dei supporti molto utili, adatti (per la conferma)! Quanto meravigliosamente può servire a confermare (l’autorità delle) Scritture, se consideriamo in un’indagine diligente quanto ordinatamente e artisticamente la saggezza divina ci viene presentata qui, come l’insegnamento porta sempre la sua origine celeste e non tradisce nulla di terreno, quanto tutte le parti concordano tra loro - e molto di più che è adatto ad assicurare alle Scritture una gloria superiore. Ma il nostro cuore può essere ancora più efficacemente rafforzato se consideriamo che siamo ancora molto più portati all’ammirazione dalla dignità della cosa che dalle parole. Perché anche questo non è accaduto senza la speciale provvidenza di Dio, che i più alti misteri del regno dei cieli siano ampiamente consegnati sotto una sprezzante bassezza di parole - perché se fossero adornati con maggiore splendore di eloquenza, gli empi bestemmierebbero che solo in questo risiedeva il loro potere! Ma se questa semplicità disadorna e quasi grossolana incute più riverenza di tutta la verbosità degli oratori, cos’altro si può dedurre da questo se non che le Scritture possiedono un potere di verità che è troppo potente per aver bisogno dell’ornamento delle parole? Non è senza motivo che l’apostolo sottolinea che la fede dei Corinzi non era fondata nella sapienza umana ma nella potenza di Dio, poiché il suo annuncio a loro non fu fatto con parole intelligenti di sapienza umana ma con prove dello Spirito e della potenza (1Cor 2,4). La verità è al di là di ogni dubbio quando non poggia su supporti esterni, ma è abbastanza forte da reggersi da sola. La misura in cui la Scrittura possiede questa forza è dimostrata dal fatto che di tutti gli scritti umani, per quanto artisticamente elaborati, nessuno è in grado di afferrarci in questo modo. Leggete Demostene o Cicerone, leggete Platone o Aristotele o qualsiasi altro. Vi attireranno - lo confesso -, vi delizieranno, vi commuoveranno, vi travolgeranno. Ma quando arrivi alle Sacre Scritture, esse ti prendono - che ti piaccia o no - in modo così vivido, penetrano così profondamente nel tuo cuore, si stabiliscono così saldamente nel tuo essere più profondo che il potere di quegli oratori e filosofi quasi scompare di fronte alla forza di queste impressioni. Si può appena sentire come un soffio divino soffia attraverso le Scritture, per cui esse superano di gran lunga ogni arte umana, ogni dono umano.

Non è la lingua che decide, ma la materia


I,8,2 Certamente, alcuni profeti hanno una presentazione molto fine e artistica, persino brillante, così che la loro eloquenza non è inferiore a quella degli scrittori secolari. Con tali esempi lo Spirito Santo ha voluto mostrare che anche lui ha a disposizione l’eloquenza - anche se altrimenti usa un modo di parlare senza arte né parte. Sia che leggiate Davide o Isa o i loro simili, il cui discorso è gentile e dolce, o il pastore Amos o Geremia o Zaccaria, il cui discorso più rude suona come una bestia - ovunque la maestà dello Spirito di cui ho parlato è evidente. So bene che Satana, che in molte cose imita Dio, per penetrare nei cuori dei semplici tanto più facilmente in tale somiglianza ingannevole (a Dio), ha anche talvolta diffuso astutamente quegli errori empi con cui ha ingannato la povera gente, in un linguaggio senza arte né parte, quasi barbaro, e spesso ha anche usato forme di espressione non comuni per nascondere i suoi inganni sotto tale maschera. Ma quanto sia vano e abominevole questo sforzo, ogni uomo di un certo livello di comprensione lo sente. Ora, anche se la pretenziosità vuole rosicchiare gran parte delle Scritture, è certo che esse sono piene di detti che non sarebbero mai scaturiti dalla ragione umana. Guardate i singoli profeti: non ce n’è uno solo che non si sia innalzato molto al di sopra di tutta la saggezza umana, e quindi le persone che considerano i loro insegnamenti insipidi devono essere prive di ogni gusto.

La grande età della scrittura


I,8,3 Questo argomento è stato ora trattato in modo più dettagliato da altri, e quindi è sufficiente qui considerare solo alcune cose che sono di particolare valore per la questione principale in discussione qui. Oltre a ciò che ho già menzionato, la grande età delle Scritture è anche di particolare importanza. Infatti, anche se gli scrittori greci parlano molto della teologia egiziana, non c’è un solo documento religioso che non sia stato scritto molto tempo dopo il tempo di Mosè. E Mosè non parla nemmeno di un nuovo Dio, ma riporta solo ciò che gli Israeliti avevano ricevuto in lunga successione come insegnamento sul Dio eterno dai loro padri, come di mano in mano! Cos’altro fa Mosè se non richiamarli all’alleanza che fu fatta una volta con Abramo? Se avesse proclamato loro qualcosa di inaudito fino ad allora, non avrebbe trovato ingresso. Ma la liberazione dalla schiavitù, in cui erano tenuti, doveva essere una cosa conosciuta da tempo da tutti, così che il suo annuncio sollevò immediatamente tutti i cuori. Probabilmente furono anche informati del numero di quattrocento anni. Se Mosè, che è tanto più vecchio di tutti gli altri scrittori, deriva i suoi insegnamenti da una così lunga linea di tradizione, quanto sono vecchie le Sacre Scritture rispetto a tutte le altre!

La veridicità della Scrittura, dimostrata dall’esempio di Mosè


I,8,4 O si dovrebbe credere agli egiziani che affermano di essere esistiti fino a seimila anni prima della creazione del mondo! Ma questo discorso è sempre stato uno zimbello per gli scrittori laici e non merita la fatica della confutazione. Giuseppe, d’altra parte, porta contro l’Appione alcune testimonianze molto memorabili degli scrittori più antichi, secondo le quali la dottrina enunciata nella Legge, secondo la testimonianza unanime di tutti i popoli, era già molto famosa fin dai tempi più antichi, anche se non era ancora stata letta o conosciuta correttamente a quel tempo. Ma affinché gli uomini malvagi rinuncino ad ogni sospetto e gli empi perdano ogni mezzo di bestemmia, Dio contrasta questi due pericoli con i mezzi migliori. Mosè riferisce come Giacobbe, per ispirazione celeste, aveva profetizzato su una bella discendenza trecento anni prima; e come aiuta così la sua stessa tribù alla nobiltà e al prestigio? Niente affatto, ma nella persona di Levi lo mette a vergogna eterna quando dice: "Simeone e Levi sono vasi di iniquità; nel loro consiglio non entrerà l’anima mia, né nel loro segreto la mia lingua" (Gen 49:5, 6). Sicuramente avrebbe potuto nascondere questa disgrazia, risparmiando così il suo antenato e non contaminandosi con la parte di quella disgrazia. Come si potrebbe sospettare di un uomo che racconta liberamente come il primo creatore della sua razza sia stato messo da parte come detestabile da un pronunciamento dello Spirito Santo, e così facendo non preserva il proprio interesse né cerca di evitare l’odio dei suoi compatrioti, ai quali una cosa del genere era indubbiamente ripugnante? Quando menziona l’empia mormorazione del suo fratello fisico Aronne e di sua sorella Miriam (Num 12:1), stava parlando da una mente carnale o in obbedienza al comando dello Spirito Santo? Perché, infatti, con l’autorità suprema di cui godeva, non ha lasciato l’ufficio di sommo sacerdote ai propri figli, ma assegna loro il posto minore? Sto toccando solo alcune cose, ma ci sono molte prove nella legge stessa, dalla quale Mosè è testimoniato senza contraddizione come uno che è uscito dal cielo come un angelo.

I miracoli affermano l’autorità del messaggero di Dio


I,8,5 I molti miracoli meravigliosi riportati da Mosè sono anche conferme della legge che egli proclamava e della dottrina che predicava. Infatti, quando fu condotto sul monte da una nuvola, quando vi fu ritirato dalle relazioni umane fino al quarantesimo giorno (Es 24:18), quando alla proclamazione della legge il suo volto brillò come con i raggi del sole, quando in quel momento i lampi balenarono da ogni parte, il tuono e lo schianto riempirono l’aria, quando la tromba suonò senza essere toccata dalla bocca dell’uomo (Es 19:16), quando l’ingresso della tenda fu sottratto alla vista del popolo da una nuvola (Es 40:34), quando la sua autorità fu così meravigliosamente confermata dalla terribile caduta di Korah, Dathan e Abiron e di tutta l’empia folla (Num 16:24), quando la roccia, colpita dalla verga, sprizzò immediatamente acqua (Num 20:10), quando alla sua preghiera l’uomo cadde dal cielo (Num 11:9) - con tutto ciò, Dio stesso non certificò quest’uomo dal cielo come un vero profeta? Se qualcuno dovesse ora obiettare che io accetto come certo ciò che è contestato, tale bestemmia è facilmente confutabile. Perché Mosè rese noto tutto questo in un discorso pubblico - e come avrebbe potuto inventare qualcosa, quando c’erano tutti i testimoni oculari di ciò che era accaduto prima di lui? Sarebbe stato insensato se fosse apparso e avesse accusato il popolo di infedeltà, testardaggine e altri crimini, e poi, sotto i suoi stessi occhi, avesse dichiarato che i suoi insegnamenti erano autenticati da miracoli che non avevano mai visto!

I miracoli di Mosè sono innegabili


I,8,6 Vale anche la pena di menzionare che con ogni relazione di miracoli, tali cose sono riportate allo stesso tempo come una punizione, che avrebbe dovuto incitare tutto il popolo a obiettare (contro la verità della relazione), se ci fosse stato il minimo motivo per farlo! Da questo è chiaro che queste persone sono state portate ad essere d’accordo da nient’altro che dal fatto che erano più che convinte dalla loro propria esperienza. Poiché la questione era troppo nota perché gli scrittori secolari potessero negare che Mosè avesse fatto dei miracoli, il padre della menzogna diede loro la calunnia di attribuirli ad arti magiche (Es 7:11). Ma che motivo avevano di accusare un uomo di essere uno stregone, che aveva una tale avversione per ogni stregoneria da ordinare di lapidare colui che aveva solo consultato stregoni e indovini? (Lev 20:6). Ogni stregone fa i suoi giochi di prestigio per stupire il popolo e guadagnarsi così l’onore. Ma cosa fa Mosè? Esclama che lui e suo fratello Aaron non sono niente e che stanno solo facendo il lavoro di Dio! (Es 16,7). Solo con questo distrugge a sufficienza ogni falsa interpretazione. Ma se guardiamo gli eventi stessi: che tipo di magia può aver fatto sì che l’uomo che pioveva quotidianamente dal cielo fosse sufficiente per provvedere al popolo e che colui che conservava più della giusta misura doveva imparare dalla sua decadenza come la sua incredulità sarebbe stata punita da Dio? Dio ha anche messo il suo servo attraverso così tante prove severe che ora i malvagi non possono più ottenere nulla nella loro opposizione. Quante volte è successo che a volte l’intera nazione si è alzata arrogantemente e presuntuosamente, a volte gli individui hanno ordito una cospirazione per rovesciare il santo servo di Dio? E chi avrebbe potuto sfuggire alla loro furia giocando a fare il giocoliere? La fine di tali imprese mostra chiaramente che il suo insegnamento è stato autenticato per tutti i tempi da tale aiuto.

Profezie che si sono avverate contro ogni previsione umana


I,8,7 Considerate anche che Mosè dà la precedenza alla tribù di Giuda nella persona dell’arci-padre Giacobbe (Gen 49,10); chi può negare che ciò sia stato fatto in uno spirito profetico? Lo ammetteremo soprattutto quando considereremo la questione in sé, come si è rivelata in seguito. Supponiamo che Mosè stesso sia stato l’autore di questa profezia, perché sono passati quattrocento anni da quando l’ha scritta, e non si parla di uno scettro in Giuda. Dopo l’insediamento di Saul, il potere reale sembrava risiedere nella tribù di Beniamino! (1Sam 11:15). Poi, quando Davide viene unto da Samuele (1Sam 16:13), quale motivo appare per trasferirgli questa dignità? Chi si sarebbe aspettato che un re uscisse dall’umile casa di un comune mandriano? E c’erano sette fratelli - chi avrebbe scelto il più giovane per questo onore? Come è arrivato a sperare nella regalità? Chi direbbe che questa unzione è stata guidata dall’arte o dalla saggezza umana? Chi vedrebbe qui altro che l’adempimento di una profezia celeste? Allo stesso modo, ciò che Mosè ha predetto dell’ammissione dei gentili nell’alleanza di Dio, anche se in modo oscuro, non si è avverato fino a duemila anni dopo. Non è forse chiaro che ha parlato per impulso divino? Passo sopra altre profezie che tradiscono così chiaramente la rivelazione di Dio che ogni uomo ragionevole è convinto (ut sanis hominibus constet): qui Dio ha parlato. In breve, il Cantico di Mosè (Deut 32) è da solo uno specchio chiaro in cui Dio appare chiaramente.

Dio ha confermato la parola dei profeti


I,8,8 Questo si vede ancora più chiaramente negli altri profeti. Selezionerò solo alcuni esempi, perché sarebbe troppo noioso elencarli tutti. Al tempo di Isaia, quando il regno di Giuda era in pace e pensava addirittura di avere un appoggio nei Caldei, Isa parlò della distruzione della città e dell’esilio del popolo. Ammettiamo che non sia ancora un esempio sufficientemente chiaro di ispirazione divina il fatto che abbia predetto con molto anticipo qualcosa che allora sembrava una favola, ma che poi si è rivelato vero. Ma che abbia anche profetizzato il ritorno dall’esilio, da dove sarebbe dovuto venire, se non da Dio? Egli menziona Ciro (Isa 45,1), attraverso il quale i Caldei sarebbero stati abbattuti e il popolo sarebbe stato liberato di nuovo. Sono passati più di cento anni da questa profezia del profeta prima della nascita di Ciro, perché egli non è nato fino a circa cento anni dopo la morte di Isaia. A quel tempo, nessuno avrebbe potuto pensare che un Ciro avrebbe un giorno fatto guerra ai Babilonesi, che avrebbero poi sopraffatto questo potente impero e messo fine all’esilio del popolo d’Israele. Questa narrazione scarna e disadorna non dimostra forse che Isa sta pronunciando le rivelazioni indubbie di Dio, non le congetture umane? Geremia annunciò anche, poco tempo prima che il popolo fosse condotto via, che il tempo della cattività sarebbe finito in settant’anni, e il popolo sarebbe tornato e sarebbe stato libero (Ger 25:11, 12). La sua lingua non doveva essere guidata dallo Spirito di Dio? Come sarebbe impertinente negare che con tali prove l’autorità dei profeti sia stata confermata e quindi adempiuta ciò che essi stessi citano per assicurare credibilità ai loro discorsi! "Ecco, quello che ho dichiarato prima è venuto; così vi dichiaro cose nuove; prima che sorgano ve le farò ascoltare" (Isa 42:9). Non mi soffermerò su come Geremia ed Ezechiele, pur vivendo così lontano, erano in pieno accordo in tutte le loro profezie simultanee, come se se le fossero dettate a vicenda! E Daniele, nelle sue profezie per seicento anni, non ha forse visto il futuro così chiaramente come se stesse registrando una storia di fatti passati e ben noti? Se gli empi hanno questo in qualche misura, sono sufficientemente informati per far tacere l’abbaiare degli empi; perché contro la chiarezza di tale evidenza nessuna evasione può prevalere..

La tradizione della legge è affidabile


I,8,9 So bene cosa chiacchierano gli stolti nei loro angoli per mostrare la loro perspicacia nel negare la verità. Chiedono infatti chi può provarci che gli scritti che vanno sotto il nome di Mosè e dei profeti provengono veramente da loro. Osano persino chiedere se Mosè sia mai vissuto. Se qualcuno volesse dubitare che Platone o Aristotele o Cicerone siano mai vissuti, chi non direbbe che una tale follia meriterebbe di essere castigata con la frusta e la verga? La Legge di Mosè è stata miracolosamente conservata più dalla provvidenza divina che dallo sforzo umano. E anche se rimase sepolto per qualche tempo a causa della negligenza dei sacerdoti, è rimasto nelle mani degli uomini nel corso dei secoli, da quando il pio re Josiah lo recuperò. E Josiah non lo portò avanti come una cosa sconosciuta e nuova, ma come qualcosa che era sempre stato custodito e il cui ricordo era già allora adornato di gloria. L’originale era deposto nel tempio, e una copia era negli archivi reali. Solo i sacerdoti avevano cessato di leggere la legge stessa secondo l’usanza solenne, e anche il popolo aveva trascurato la lettura abituale. È passato un solo secolo senza che la Legge sia stata confermata e riaffermata? Mosè era sconosciuto a coloro che leggevano Davide? Tuttavia, per parlare di tutti loro allo stesso tempo, i loro scritti furono certamente tramandati, per così dire, da una mano all’altra in una serie ininterrotta di anni dai padri e raggiunsero così i discendenti. Ma i padri avevano in parte sentito loro stessi gli oratori, in parte avevano appreso dalla memoria fresca di coloro che avevano sentito la correttezza della tradizione.

Dio ha meravigliosamente conservato la legge e i profeti


I,8,10 Ora, ciò che viene citato dalla storia dei Maccabei per contestare la credibilità della Scrittura è tale che non si sarebbe potuto escogitare nulla di più ingegnoso per confermarlo! Ma prima dipingiamo via la vernice che è stata dipinta, e poi rivolgiamo le armi degli avversari contro se stessi. Se Antioco, si dice, fece bruciare tutti i libri, da dove vengono le nostre copie? (cfr. 1 Macc 1,59). Ma io pongo la contro-domanda: in quale officina hanno potuto essere restaurati così rapidamente? Infatti è certo che non appena la furia si placò, i manoscritti furono di nuovo disponibili e che questi furono riconosciuti senza contraddizioni dai pii, che erano istruiti nella loro dottrina e quindi la conoscevano molto bene. Ma sebbene tutti gli empi abbiano rivolto attacchi così furiosi contro gli ebrei come se avessero cospirato tra loro, nessuno ha mai osato accusarli di imputare falsamente i libri. Per quanto si possa pensare della religione ebraica, Mosè è stato universalmente riconosciuto come il suo fondatore. Che cosa fanno dunque questi chiacchieroni se non tradire la loro audacia più che canina quando dichiarano falsificati questi libri, la cui grande età è provata dalla convinzione unanime di tutta la storia? Ma non voglio dedicare altro lavoro superfluo alla confutazione di queste calunnie spudorate. Notiamo meglio quanto il Signore si prese cura della conservazione della Sua Parola quando la strappò dalla breccia di un tiranno arrabbiato - come un fuoco dal fuoco, contro ogni aspettativa! Ha riempito i pii sacerdoti e le altre persone di una tale costanza che erano pronti senza esitazione a dare la vita per questo tesoro, se necessario, e così conservarlo per i loro discendenti. In questo modo ha frustrato l’esame più acuto di tanti capitani e dei loro satelliti. Chi non riconosce in questa gloriosa e meravigliosa opera di Dio che quei documenti sacri, che i malvagi pensavano fossero già stati distrutti, tornarono presto a casa, riaffermarono il loro diritto di domicilio e ricevettero una dignità ancora più alta? Dopotutto, la traduzione greca seguì a quell’epoca, che diffuse questi scritti in tutto il mondo (allora). Ma la conservazione delle tavole della sua alleanza dal salasso di Antioco non fu l’unico miracolo di Dio. Soprattutto, quelle tavolette rimasero intatte ed integre nelle molte tribolazioni del popolo ebraico, nelle quali furono così spesso maltrattate e ammaccate, ed infine quasi distrutte. La lingua ebraica era diventata disprezzata e quasi sconosciuta, e certamente sarebbe perita completamente se Dio non avesse voluto occuparsi della religione. La misura in cui gli ebrei avevano perso l’uso originale della loro lingua madre dal loro ritorno dalla cattività babilonese può essere vista nei profeti di questo tempo. Questo è il più importante da notare, perché da questo confronto la grande età della Legge e dei Profeti è più chiaramente illuminata. E di chi si è servito Dio per conservare per noi la dottrina della salvezza decretata nella Legge e nei Profeti, affinché Cristo potesse essere rivelato nel suo tempo? I più acerrimi nemici di Cristo, gli ebrei, che Agostino chiama giustamente i bibliotecari della Chiesa cristiana, perché ci hanno dato da leggere libri che loro stessi non sapevano usare!

Sulla violenza interna del Nuovo Testamento


I,8,11 Come è certa ora la verità del Nuovo Testamento! I tre (primi) evangelisti raccontano la storia di Gesù in modo semplice e poco appariscente. Alcuni arroganti sono infastiditi da questa semplicità, perché non prestano attenzione alle parti principali dell’insegnamento - perché da queste sarebbe facile vedere che gli evangelisti parlano di misteri celesti e che questo parlare è oltre ogni ragione. Chiunque abbia anche solo una goccia di nobile vergogna in sé arrossirà quando avrà letto il primo capitolo del Vangelo di Luca. E ora i discorsi di Gesù, il cui contenuto principale è dato dai tre (primi) evangelisti! Essi elevano facilmente questi scritti al di sopra di ogni disprezzo! Allora Giov parla con una voce sublime di tuono; deve virtualmente portarci all’obbedienza della fede - oppure abbatte l’ostinazione di coloro che resistono con più forza che con la forza del fulmine! Che vengano qui tutti quei saggi giudici il cui più grande piacere è quello di strappare la riverenza per le Scritture dai loro cuori e dai cuori degli altri! Che leggano il Vangelo di Giovanni: vi troveranno, volenti o nolenti, mille detti che li strapperanno dalla loro indolenza, e addirittura imprimeranno un marchio alla loro coscienza, per porre fine alle loro risate! È lo stesso per Paolo e Pietro. Molte persone possono essere cieche ai loro scritti, ma la maestà celeste stessa opera in loro e tiene tutti i lettori legati e prigionieri! Ma questa cosa esalta sufficientemente il loro insegnamento al di sopra di tutto il mondo, che Matteo, precedentemente legato alla sua dogana, e Pietro e Giovanni, precedentemente impiegati nelle loro barche da pesca, erano tutti uomini assolutamente non istruiti, e non avevano imparato nulla nella scuola degli uomini che avrebbero potuto impartire ad altri. Ma Paolo, convertito da un nemico dichiarato, sì, da un persecutore furioso e sanguinario, a un uomo nuovo, si mostra in un cambiamento improvviso e inaspettato, subito spinto dal comando celeste a sostenere la dottrina che prima aveva avversato! Che quei cani neghino che lo Spirito Santo sia venuto sugli apostoli, che neghino persino la credibilità della storia - la cosa stessa proclama abbastanza forte che uomini che prima erano stati umili e disprezzati tra la gente e ora improvvisamente cominciarono a parlare così grandiosamente dei misteri celesti devono essere stati insegnati dallo Spirito Santo!

La Scrittura ha sempre prevalso contro ogni resistenza


I,8,12 Ma ci sono anche altre buone ragioni per cui l’insegnamento coerente della Chiesa ha un buon peso. Perché non si può ignorare che dalla scrittura e dalla promulgazione delle Scritture, tanti popoli attraverso tanti secoli si sono costantemente sottomessi ad esse in obbedienza, e che le Scritture, sebbene Satana e il mondo intero abbiano cercato di sopprimerle con ogni sorta di pratiche, di pervertirle, persino di sradicarle e strapparle dalla memoria degli uomini, sono sempre risorte come una palma e sono rimaste vittoriose. Non c’era quasi un sofista, un oratore di maggiore capacità intellettuale, che non diresse la sua forza contro di loro; ma tutti non ottennero nulla. La potenza di tutta la terra fu esercitata per distruggerli - ma tutti gli attacchi si trasformarono in fumo! Come potrebbe resistere questo Libro, così potentemente attaccato da tutte le parti, se fosse semplicemente protetto dagli uomini? Sì, con questo la Scrittura dimostra ancora più chiaramente la sua origine da Dio, che si è sollevata contro tutti gli sforzi di resistenza degli uomini con la sua propria forza! Inoltre, non fu solo una città o un popolo che si unì per accettare le Scritture. No, per quanto riguarda la terra, popoli che non hanno altro in comune si sono inchinati in santa unione alla sua autorità. Un’azione così comune di spiriti così diversi, che in tutte le altre cose sono assolutamente ineguali l’uno all’altro, deve certamente coglierci alla sprovvista: perché è evidentemente realizzata solo dalla potenza celeste. Ma questa considerazione acquista ancora più peso quando consideriamo la pietà di coloro che si unirono così, non di tutti, naturalmente, ma di coloro attraverso i quali, secondo la volontà del Signore, la Chiesa doveva risplendere come di luce.

Il sangue dei martiri afferma anche l’autorità della Scrittura. Tutte le prove citate non possono sostituire la testimonianza dello Spirito


I,8,13 Con quale certezza possiamo essere devoti a una dottrina che vediamo confermata e testimoniata dal sangue di tanti uomini santi! Questi uomini, avendo accettato questo insegnamento, andarono alla loro morte senza esitazione, con coraggio e senza paura, anche con grande gioia. Come non accettare con convinzione certa e incrollabile ciò che ci è stato tramandato con un tale pegno? Non è una piccola conferma delle Scritture, quindi, che esse sono sigillate nel sangue di così tanti testimoni, specialmente quando consideriamo che questi andarono alla loro morte per dare testimonianza, non in un impeto di rabbia, come fanno a volte gli spiriti erronei, ma con uno zelo fermo e perseverante, ma prudente, per Dio. Ci sono anche altre ragioni, che non sono né poche né forti, con le quali la dignità e la maestà della Scrittura potrebbe essere confermata agli uomini timorati di Dio, e a fortiori difesa in modo eccellente contro le arti dei blasfemi. Ma tutte queste ragioni non sono di per sé in grado di ottenere una fede ferma nella Scrittura finché il Padre celeste stesso non mette fine ad ogni controversia attraverso la rivelazione della sua potenza e divinità in essa. Pertanto, le Scritture saranno sufficienti per una sana conoscenza di Dio solo quando la certezza che nasce da esse è fondata nella testimonianza interiore dello Spirito Santo. Tutte le testimonianze umane che possono servire a confermare la sua verità non saranno inefficaci se seguiranno quella giustificazione più importante e più alta come supporti ausiliari della nostra debolezza, per così dire. Ma agisce stupidamente chi vuole dimostrare ai non credenti che le Scritture sono la Parola di Dio. Perché questo non può essere riconosciuto senza la fede! Perciò Agostino afferma giustamente che la pietà e la pace devono precedere l’anima se l’uomo deve capire qualcosa di queste cose (Sull’utilità della fede, 18).


Capitolo nuove

Gli entusiasti che abbandonano le Scritture e vogliono arrivare solo alla rivelazione diretta distruggono tutte le basi della pietà.

Gli entusiasti invocano erroneamente lo Spirito Santo


I,9,1 Colui che rifiuta le Scritture e poi sogna qualche modo per venire a Dio non è in realtà nell’errore ma nella frenesia. Così sono apparsi di recente alcuni impostori che pretendono altezzosamente di essere insegnanti pieni di Spirito - ma disprezzano ogni lettura delle Scritture e si prendono gioco della semplicità di coloro che, secondo loro, si aggrappano a lettere morte e assassine. Vorrei solo chiedere che tipo di spirito è questo, con le cui esplosioni cavalcano così in alto che osano disprezzare l’insegnamento della Scrittura come infantile e inessenziale! Se rispondono che è lo spirito di Cristo, è un’illusione ridicola. Perché allora ammetteranno che gli apostoli di Cristo e gli altri credenti della Chiesa primitiva non furono illuminati da nessun altro spirito. Ma questo spirito non ha insegnato a nessuno di loro a disprezzare la Parola di Dio, ma hanno solo imparato una maggiore riverenza, come testimoniano chiaramente i loro scritti. Questo era già stato predetto dal profeta Isaia. Quando dice: "Il mio spirito che è in te e le mie parole che ho messo nella tua bocca non usciranno dalla tua bocca, né dalla bocca della tua progenie per sempre" (Isa 59:21), non lega il popolo del Vecchio Patto a una dottrina esteriore, come se fosse ancora nella sua infanzia; no, insegna che questa sarebbe la vera e piena salvezza della nuova chiesa sotto il governo di Cristo, che sarebbe governata non meno dalla Parola di Dio che dallo Spirito! Qui è chiaro che quei palloni gonfiati in un vergognoso sacrilegio stanno facendo a pezzi ciò che il profeta aveva unito in un’unità inviolabile. Va notato che Paolo, che fu rapito al terzo cielo, non cessò di continuare nell’insegnamento della legge e dei profeti, come egli esortò Timoteo, un insegnante dal carattere esemplare così unico, a continuare nella lettura delle Scritture (1Tim 4:13). E quanto è memorabile la lode che offre alle Scritture quando dice che sono "utili per la dottrina, per l’esortazione, per la correzione, affinché un servo di Dio sia perfetto…" (2Tim 3:16)! Che illusione diabolica è fantasticare su una mera validità temporale e temporanea della Scrittura - quando essa conduce i figli di Dio alla meta finale! Gli entusiasti dovrebbero anche dichiarare se hanno effettivamente ricevuto uno spirito diverso da quello che il Signore ha promesso ai Suoi discepoli. Credo che siano tormentati dal più fantastico delirio, ma non possono essere così pazzi da affermarlo! Ma che tipo di spirito era quello promesso da Cristo? Uno che "non parlava di se stesso" (Giov 16,13), ma che imprimeva loro vividamente ciò che Egli stesso aveva comunicato loro attraverso la Parola! L’ufficio dello Spirito, che ci è promesso, non è quello di inventare nuove e inaudite rivelazioni o di far emergere una nuova dottrina, attraverso la quale dovremmo allontanarci dalla dottrina tradizionale del Vangelo - ma il suo ufficio è proprio quello di sigillare in noi la dottrina che è posta sul nostro cuore nel Vangelo!

Lo Spirito Santo si riconosce dalla sua conformità alla Scrittura


I,9,2 Da questo è facile vedere che dobbiamo essere zelanti nel leggere e investigare le Scritture se vogliamo ricevere beneficio e frutto dallo Spirito di Dio. Pietro loda lo zelo di coloro che si attengono alla parola profetica - anche se si sarebbe potuto pensare che questo fosse cessato dopo l’avvento del vangelo! (2 Piet 1,19). Se però qualche spirito, trascurando la saggezza della Parola di Dio, cerca di imporci un’altra dottrina, è necessariamente e giustamente sospettato di inganno e menzogna. Poiché il diavolo può trasformarsi in un angelo di luce, quale autorità dovrebbe avere uno spirito presso di noi se non è identificato dai segni più certi? Ora la Parola del Signore ci dà tali segni in modo perfettamente chiaro; solo che quei miserabili che corrono volontariamente verso la loro rovina preferiscono cercare lo spirito in se stessi piuttosto che in Dio! Ma ora obiettano che è indegno che lo Spirito di Dio, al quale in fondo tutto è soggetto, sia soggetto alle Scritture. Come se fosse una vergogna per lo Spirito Santo essere lo stesso ovunque, essere d’accordo con se stesso in tutto e non cambiare mai! Se dovesse essere giudicato secondo lo standard degli uomini o degli angeli o secondo qualsiasi altra regola, allora si potrebbe davvero dire che sarebbe dominato o, se volete, sottomesso. Ma è solo confrontato con se stesso, misurato con se stesso - chi può allora affermare che è offeso? Certo, in questo modo è sottoposto a una prova - ma solo nel modo in cui lui stesso ha voluto confermare la sua maestà tra noi! Ci deve bastare che si riveli a noi. Ma per evitare che lo spirito di Satana si insinui sotto il suo nome, egli sarà riconosciuto dall’immagine che ha impresso nelle Scritture. Lui è l’autore delle Scritture - quindi non può cambiare e diventare diverso da se stesso! Ma come una volta si è mostrato lì, così deve rimanere qui e ora! Questo non è una disgrazia per lui - a meno che non si pensi che sia un onore per uno allontanarsi da se stesso e degenerare!!

Parola e Spirito sono inseparabili


I,9,3 Se poi bestemmiano che siamo devoti alla lettera che uccide, allora appare già la punizione per il loro disprezzo delle Scritture. Perché in questo passo (della lettera che uccide: 2Cor 3:6) Paolo sta ovviamente argomentando contro i falsi apostoli che insegnavano la legge senza Cristo e in questo modo privavano il popolo della benedizione del Nuovo Patto, in cui il Signore, secondo la Sua promessa, vuole incidere la Sua legge nei credenti e scriverla nei loro cuori. Certo, la lettera è morta lì, la legge del Signore uccide i suoi lettori lì, dove uno la stacca dalla grazia di Cristo e la ascolta solo con le orecchie, ma lascia il cuore intatto. Ma quando è potentemente premuto nei nostri cuori dallo Spirito, quando ci mostra Cristo, allora è parola di vita, che trasforma le anime, dà saggezza agli umili, e così via. Così l’apostolo chiama la sua proclamazione il "ministero dello Spirito" (2 Cor. 3:8), e così mostra che lo Spirito Santo è così legato alla sua verità, che ha fatto conoscere nelle Scritture, che esprime e dimostra la sua potenza solo quando la sua parola è ricevuta con la dovuta riverenza e rispetto per la sua dignità. Non c’è contraddizione in questo quando abbiamo detto sopra che la Parola stessa non ci può essere veramente assicurata senza la conferma della testimonianza dello Spirito. Perché il Signore ha legato saldamente la certezza della Sua Parola e del Suo Spirito. Così, da un lato, un fermo attaccamento alla Parola entra nel nostro cuore solo quando lo Spirito risplende su di noi, permettendoci di vedere il volto di Dio in essa. E d’altra parte, riceviamo lo Spirito senza alcun timore di inganno quando lo riconosciamo nella sua immagine, nella Parola. Questo è effettivamente il caso. Dio non ci ha dato la sua Parola per uno sguardo fugace, per poi abolirla di nuovo immediatamente mandando lo Spirito, ma ha mandato lo stesso Spirito in virtù del quale aveva precedentemente dispensato la Parola, per completare la sua opera confermando efficacemente la sua Parola. In questo modo Cristo aprì la comprensione delle Scritture a quei due discepoli (Emmaus) (Luca 24,27), non perché diventassero saggi da soli senza le Scritture, ma perché conoscessero le Scritture. Quando Paolo ammonisce i Tessalonicesi a non smorzare il loro spirito (1Tess 5,19.20), non vuole elevarli a un vuoto gioco di pensieri a parte la Parola, ma aggiunge subito che non devono disprezzare la profezia. Con questo vuole sicuramente sottintendere che la luce dello Spirito si affievolisce laddove si disprezza la profezia. Che cosa diranno allora gli entusiasti gonfiati, che pensano che l’unica illuminazione sublime sia quella che hanno sognato russando e di cui si sono impadroniti con pervicace presunzione, avendo nella loro sicurezza passato sopra la parola di Dio e detto valletto a lui? I figli di Dio devono avere una sobrietà molto diversa. Essi vedono che senza lo Spirito di Dio rimangono senza ogni luce, e quindi sanno bene che la Parola è l’organo attraverso il quale il Signore dà ai credenti l’illuminazione del Suo Spirito. Non conoscono altro spirito che quello che abitava negli apostoli e parlava da loro, e ciò che dice loro li richiama sempre all’ascolto della Parola!


Capitolo dieci

Le Scritture, in difesa contro ogni superstizione, contrappongono il vero Dio a tutti gli dèi dei pagani.

L’insegnamento della Scrittura su Dio, il Creatore


I,10,1 Finora abbiamo insegnato che il messaggio di Dio, che non è indistintamente presente per noi nel mondo e in tutte le creature, è tuttavia più familiare e anche più chiaramente rivelato nelle parole. Quindi dobbiamo ora considerare se il Signore si presenta a noi nelle Scritture nello stesso modo in cui lo abbiamo visto precedentemente presentato nelle sue opere. Questo sarebbe un argomento ricco se volessimo trattarlo in dettaglio. Ma mi accontenterò di dare un suggerimento. In questo modo, i devoti possono imparare cosa cercare nella Scrittura come la più importante dottrina di Dio, e in questo modo giungere a un chiaro punto di riferimento (scopus) per la loro ricerca. Non sto ancora parlando dell’alleanza speciale con cui Dio ha innalzato la razza di Abramo al di sopra del resto delle nazioni. Infatti, accettando come suoi figli coloro che prima erano stati nemici, attraverso una graziosa elezione, egli apparve anche allora come il Redentore. Per il momento, però, abbiamo ancora a che fare con il messaggio che si limita alla creazione del mondo e non si eleva ancora a Cristo Mediatore. Certo, devo subito citare alcuni passi del Nuovo Testamento, perché anche lì si testimonia la potenza di Dio Creatore e la sua provvidenza nella conservazione della prima creazione. Ma devo ricordare ai lettori di cosa voglio trattare qui, per evitare che vadano oltre il limite stabilito. Per ora ci basterà considerare come Dio, il Creatore del cielo e della terra, governa il mondo che ha creato. A volte, tuttavia, la sua gentilezza paterna e la sua volontà di fare del bene vengono elogiate, e vengono anche tramandati esempi della sua severità, che lo ritraggono come un giusto vendicatore delle malefatte, soprattutto quando la sua lunga sopportazione non aiuta più contro gli induriti.

Gli attributi di Dio secondo la Scrittura


I,10,2 In alcuni passaggi troviamo descrizioni particolarmente chiare in cui il Suo volto ci viene incontro in modo vivido come in un quadro. Mosè lo descrive, e nel farlo sembra voler riassumere brevemente ciò che noi umani dovremmo sapere di Dio. "Signore, Signore, Dio", dice, "misericordioso e benevolo e paziente, e di grande misericordia e fedeltà, che conserva la grazia in mille parti, e perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato, davanti al quale nessun uomo è innocente; che visita le iniquità dei padri sui figli e sui figli dei figli…" (Es 34:6 s. Calvino cita in seconda persona). Qui la Sua eternità e il Suo essere in Sé (autousia) è proclamato ripetendo due volte il nome glorioso. Poi vengono enumerate le sue virtù, che ce lo descrivono - non come è in sé, ma come è per noi, in modo che la sua conoscenza consista in sensazioni vive e non in vuote e alte speculazioni. Sentiamo: qui sono enumerate le virtù che, come abbiamo già osservato, si irradiano verso di noi dal cielo e dalla terra: Gentilezza, bontà, misericordia, giustizia, giudizio, verità. Perché la potenza e la forza (che qui non sono menzionate) sono sussunte sotto il nome di Dio "Elohim" (Dio). Anche i profeti usano gli stessi nomi quando vogliono glorificare il suo santo nome. Per non dover citare molti passi, ci accontenteremo per il momento di citare un solo salmo, in cui le sue virtù sono così perfettamente elencate che nulla sembra essere tralasciato: il Sal 145. Eppure: qui non è menzionato nulla che non possa essere visto anche nella creatura! Così, sotto la guida dell’esperienza, arriviamo a conoscere Dio come lo stesso che si rivela a noi nelle parole. In un punto di Geremia, dove rivela come vuole essere conosciuto da noi, non ne dà una descrizione altrettanto completa, ma abbastanza coerente nella sostanza: "Chi si vanta si vanti di conoscermi e di sapere che io sono il Signore, che esercita misericordia, giudizio e giustizia sulla terra" (Ger 9,23). Dobbiamo conoscere queste tre cose: la Sua misericordia, sulla quale solo la nostra salvezza poggia; il Suo giudizio, che esercita ogni giorno contro i malvagi e che riserva per il futuro la distruzione eterna; e la Sua giustizia, nella quale sostiene i fedeli e li benedice con bontà. Chi ha afferrato questi pezzi ha abbastanza, secondo questa testimonianza della Scrittura, per potersi vantare di Dio! Tuttavia, la sua verità, la sua potenza, la sua santità, la sua bontà non sono affatto ignorate. Come potrebbe dunque la conoscenza della sua giustizia, della sua misericordia e del suo giudizio, come qui richiesto, stare in piedi se non fosse basata sulla sua inamovibile verità? E come si può credere che la terra sia governata dal suo giudizio e dalla sua giustizia, se non si conosce il suo potere? Da dove viene dunque la misericordia se non dalla bontà? Infine, se tutte le sue vie sono misericordia, giudizio e giustizia, la sua santità si manifesta anche in esse. Tra l’altro, la conoscenza di Dio che ci viene presentata nella Scrittura non è diretta verso nessun’altra meta se non quella le cui tracce risplendono su di noi dalla creatura. Ci viene insegnato prima di tutto a temere Dio e poi a fidarci di Dio, in modo che possiamo imparare ad adorarlo con perfetta innocenza di vita e non con finta obbedienza, e in modo che possiamo essere completamente attaccati alla sua bontà!

L’unità di Dio non era sconosciuta nemmeno ai pagani; tanto più inescusabile è la loro idolatria


I,10,3 Ma qui vogliamo riassumere il contenuto principale di tutto l’insegnamento. Per prima cosa, dunque, il lettore veda che le Scritture, per guidarci al vero Dio, rifiutano ed escludono espressamente tutti gli dèi dei pagani, perché quasi in tutti i tempi la vera religione è stata falsificata. È vero che il nome dell’unico Dio era ovunque conosciuto e lodato. Infatti, se coloro che adoravano un intero sciame di divinità parlavano per un sentimento naturale originale, anche loro usavano semplicemente il nome "Dio" come se fossero soddisfatti di un solo Dio. Questo fu finemente notato da Giustino Martire, che scrisse il suo libro "Sull’unica regola di Dio" allo scopo di dimostrare da numerose testimonianze che l’unità di Dio è incisa nel cuore di tutti gli uomini. Anche Tertulliano lo dimostra dall’uso comune. Ma poiché tutti gli uomini senza eccezione, nella loro vanità, si sono lasciati sedurre da false invenzioni, e in questo modo hanno oscurato la loro conoscenza, tutto ciò che essi possedevano per natura della conoscenza dell’unico Dio, ha avuto come unico risultato la loro inescusabilità. Perché anche i più saggi tradiscono chiaramente quanto vani e sciocchi siano i loro pensieri quando cercano l’aiuto di qualche dio e poi invocano divinità incerte. Essi hanno anche escogitato varie forme (nature) di Dio, e anche se parlavano di Giove, Mercurio, Venere, Minerva e degli altri dei in modo meno di cattivo gusto rispetto alla gente comune, non erano affatto protetti dagli inganni di Satana, e abbiamo già dimostrato altrove che qualsiasi scusa i filosofi abbiano escogitato nei loro sofismi, non possono lavare via da loro stessi il rimprovero di apostasia, perché hanno tutti corrotto la verità di Dio. Questo è il motivo per cui Abacuc, dopo aver condannato tutti gli idoli, esorta le persone a cercare Dio nel suo tempio (Aba 2,20), in modo che i credenti non accettino nessun Dio se non quello che si è rivelato nella sua Parola.


Capitolo undici

È un peccato dare a Dio una forma visibile; è una completa apostasia dal vero Dio fare immagini scolpite.

Ogni rappresentazione pittorica di Dio ci è negata


I,11,1 Le Scritture parlano certamente di Dio in modo semplice per soddisfare la comprensione rozza e limitata degli uomini. Dove vuole distinguerlo dai falsi dei, lo oppone quindi soprattutto agli idoli. Così facendo, non riconosce l’insegnamento più fine e più abile dei filosofi, ma vuole solo rivelare tanto meglio la follia del mondo, sì, questa follia a cui si soccombe quando, alla ricerca di Dio, ognuno si abbandona alle proprie speculazioni! Quando la Scrittura descrive Dio in generale abbastanza per se stesso solo, e mantiene tutte le altre "divinità" nel mondo nettamente separate da lui, distrugge così tutto ciò che gli uomini hanno fabbricato per se stessi a titolo di divinità a loro discrezione: perché Dio solo è un testimone pienamente valido di se stesso. Ma ora la rozza assurdità si è impadronita di tutto il mondo, che gli uomini vogliono avere una forma visibile di Dio e quindi si fanno degli dei di legno, pietra, oro, argento o altro materiale morto e deperibile; perciò teniamo duro come principio: L’onore di Dio è attaccato con un inganno sacrilego ovunque gli venga imputata una qualsiasi forma esteriore. Per questo motivo, dopo che Dio si è concesso l’onore della sola Divinità nella Legge, aggiunge immediatamente, per mostrare quale tipo di culto approva e quale rifiuta: "Non ti farai alcuna immagine scolpita, né alcuna somiglianza…" (Es 20:4). (Es 20:4). Con questo tiene a freno la nostra insolenza e ci proibisce qualsiasi tentativo di rappresentarlo in qualsiasi immagine visibile. Egli elenca tutti i modi in cui la superstizione aveva già cominciato a trasformare la sua verità in una bugia. Sappiamo anche che i persiani adoravano il sole; quante stelle gli stolti pagani vedevano nel cielo, tanti dei inventavano. Non c’era quasi nessun animale che gli egiziani non usassero come immagine di Dio. I greci sembravano più saggi degli altri perché adoravano Dio sotto forma umana (Massimo Tirio, Philosophoumena II,3). Ma Dio non fa alcuna distinzione tra le immagini, come se una fosse più adatta dell’altra, ma respinge senza eccezione tutti gli idoli, tutti gli idoli dipinti e tutti gli altri segni tra i quali la superstizione immagina che Dio sia vicino.

Ogni rappresentazione pittorica di Dio contraddice la sua essenza


I,11,2 Questo può essere facilmente visto dalle ragioni che Dio dà per questa proibizione. Dice a Mosè: "Ricordati di quello che il Signore ti ha detto nella valle di Horeb; tu hai sentito la sua voce ma non hai visto la sua forma. Guardati dunque dal farti ingannare per farti un’immagine scolpita…" (Deut 4:15; non Lutero). Vediamo come Dio oppone chiaramente la Sua Parola a tutte le immagini e somiglianze, affinché sappiamo: chi vuole una somiglianza visibile di Dio si allontana da Lui! Tra i profeti, si può citare solo Isaia, che mette il dito su questo con particolare enfasi, per insegnare che la maestà di Dio è trascinata nel fango in una presunzione indecorosa e vergognosa, quando Lui, l’incorporeo, è rappresentato in materiale corporeo, l’invisibile in immagine visibile, lo spirito in cose senz’anima, l’incommensurabile e infinito in un pezzo di piccolo legno o pietra o oro (Isa 40:18; 41:7, 29; 45:9; 46:5). Anche Paolo giudica: "Se siamo di razza divina, non pensiamo che la divinità sia simile a immagini d’oro, d’argento e di pietra, fatte da arte e pensiero umano" (Atti 17:29). Quindi è chiaro che qualsiasi statua eretta o immagine dipinta per rappresentare Dio gli è dispiaciuta come una profanazione della sua maestà. Ma allora non c’è da stupirsi che lo Spirito Santo, che annuncia queste cose dal cielo, costringa anche occasionalmente i poveri idolatri ciechi sulla terra a fare la stessa confessione! È nota la denuncia di Seneca, che si legge in Agostino: "Gli dei santi, immortali, inviolabili, li adorano nella materia più vile e ignobile, mettono su di loro le vesti di uomini e animali, alcuni li ritengono bisessuali o composti da due corpi, e chiamano dio ciò che, se avesse vita e ne incontrasse uno, dovrebbe essere considerato un mostro" (Agostino, Sullo stato di Dio, libro 6, cap. 10). Da questo è di nuovo chiaro che i difensori delle immagini si aiutano con pigri sofismi quando obiettano che il comandamento di adorare le immagini è stato (semplicemente) dato agli ebrei a causa della loro inclinazione alla superstizione. Come se ciò che Dio rivela dalla sua natura eterna e dall’ordine indissolubile della natura potesse riferirsi solo a un popolo! Inoltre, nel discorso appena citato, in cui Paolo contrasta l’errore di un’immagine di Dio, non si rivolge affatto agli ebrei, ma agli ateniesi!

Le varie rivelazioni dirette di Dio non danno il diritto di produrre immagini


I,11,3 Ora Dio ha certamente a volte rivelato la sua santa presenza in modo tale che si dice che è stato visto "faccia a faccia". Ma tutti i segni che egli ha concesso erano interamente destinati a istruire il popolo, e allo stesso tempo ricordavano chiaramente l’incomprensibilità della sua natura. Infatti, nubi e fiamme si levarono e, sebbene fossero segni della Sua gloria celeste, allo stesso tempo trattennero ogni importunità per impedire agli uomini qualsiasi tentativo di avanzare più in alto (Deut 4:11). Perciò nemmeno a Mosè, al quale Dio si mostrò più intimamente che a chiunque altro, fu concesso di vedere il Suo volto su sua richiesta; anzi, ricevette la risposta che nessun uomo poteva sopportare tale splendore (Es 33:20). Certamente lo Spirito Santo apparve in forma di colomba (Mat 3,16). Ma scomparve di nuovo immediatamente, e quindi la sua apparizione è evidentemente un segno fugace con il quale i fedeli devono essere ammoniti a credere nello Spirito Santo come l’invisibile, in modo che essi, soddisfatti della sua potenza e della sua grazia, non vogliano immaginare una rappresentazione esterna. Il fatto che Dio apparisse talvolta in forma umana era il preludio della futura rivelazione in Cristo. Gli ebrei non potevano abusare di questo come pretesto per fare un segno della divinità in forma umana. Anche il "seggio della misericordia", dal quale Dio si dimostrava effettivamente presente al tempo della legge, era concepito in modo tale da implicare che la migliore visione della Divinità era quando le anime si alzavano sopra di Lui in ammirazione. I cherubini lo coprirono con ali spiegate, la tenda lo nascose - sì, l’arca stessa lo rese nascosto! (Es 25:17, 18, 21). È quindi un’evidente illusione quando si cerca di difendere le immagini di Dio o dei santi con l’esempio di questi cherubini. Che cosa significavano queste immagini in tutto il mondo se non che le immagini erano incapaci di rappresentare i misteri di Dio? Dovevano coprire il "seggio della misericordia" con le loro ali, negando così la vista di Dio agli occhi umani e a tutti i sensi, e opponendosi così ad ogni audacia! E quando i profeti ritraggono i serafini mostrati loro nelle visioni con il volto velato (Isa 6,2), indicano così che la radiosità della gloria divina è così forte che nemmeno gli angeli sono in grado di vederla direttamente, e che anche le delicate scintille che brillano negli angeli devono essere sottratte alla nostra vista. Inoltre, è riconosciuto da tutti coloro che giudicano correttamente che i cherubini di cui si parla qui appartengono all’istruzione sotto la legge di quel tempo. Perciò è assurdo cercare di presentarli come prova del nostro tempo. Perché l’età infantile - se posso esprimermi così - alla quale erano assegnati tali motivi iniziali, è passata! È veramente vergognoso che gli scrittori secolari siano migliori interpreti della legge di Dio rispetto ai papisti. Così Giovenale rimprovera sprezzantemente agli ebrei di adorare le nuvole vuote e la divinità del cielo. Questo è certamente un discorso sbagliato e empio, ma poiché Giovenale nega l’esistenza di un’immagine di Dio tra gli ebrei, c’è almeno più verità in esso che nel discorso dei papisti che c’era qualsiasi immagine visibile di Dio! Ora, naturalmente, il popolo ha preso abbastanza spesso a procurarsi idoli per se stesso con lo stesso fervore e la stessa rapidità di quando l’acqua sgorga da una grande sorgente con una forza tremenda. Ma da questo dovremmo piuttosto imparare quanto sia grande la nostra innata inclinazione all’idolatria, in modo da non incolpare gli ebrei di una rovina generale e soccombere al vano richiamo del peccato anche nel sonno mortale!

L’incoerenza scritturale delle immagini. Le immagini - "libri dei laici"?


I,11,4 Questo è precisamente il punto della parola: "Le immagini dei gentili sono d’argento e d’oro, fatte dalle mani degli uomini" (Sal 115,4; 135,15). Perché dalla materialità il profeta conclude che le immagini d’oro e d’argento non possono essere dèi; inoltre, presuppone come incontestabile che ciò che noi stessi abbiamo concepito di Dio è una costruzione sciocca. Ma egli chiama l’oro e l’argento piuttosto che l’argilla e la pietra, per evitare che lo splendore e il valore diano onore alle immagini scolpite. Tuttavia, conclude in generale che non c’è niente di più incredibile che gli dei possano essere fatti con qualsiasi materiale morto. Non di meno, però, egli insiste sul fatto che l’uomo che osa dare gloria agli idoli è spinto da una folle presunzione, poiché egli stesso riceve in prestito il respiro fugace in ogni momento della sua vita. L’uomo deve confessare di essere la creatura di un solo giorno - e vuole che un metallo, al quale egli stesso per primo attribuisce la divinità, sia preso per Dio! Perché da dove vengono gli idoli se non dalla discrezione umana? Lo scherno del poeta laico è abbastanza giustificato: "Ero un tronco di fico, un legno poco utile, quando una volta il falegname, indeciso su cosa dovesse diventare di me, uno sgabello o qualche altra cosa - preferì farmi un dio. (Orazio). Così l’uomo, la creatura terrena, che spira la sua vita quasi ogni momento, vuole trasferire il nome di Dio e l’onore di Dio su un blocco morto con la sua arte! Ma quell’Orazio, nella sua folle derisione, è un epicureo, e non chiede alcuna religione; quindi facciamo a meno dei suoi e dei suoi simili discorsi scherzosi. Che la serietà del profeta ci colpisca meglio, anzi ci trafigga, quando castiga la follia degli uomini che si scaldano dalla stessa legna, riscaldano il forno, cuociono il pane, bollono e arrostiscono la carne - e si fanno un dio davanti al quale si prostrano in adorazione! (Isa 44,12 ss.) Perciò, in un altro luogo, non solo li rimprovera per la loro colpa sulla base della legge, ma allo stesso tempo li rimprovera per non aver imparato la necessaria lezione dalle fondamenta della terra (Isa 40,21) - poiché nulla è così assurdo come voler limitare Dio, l’incommensurabile e incomprensibile, a una misura di cinque piedi. Eppure l’esperienza dimostra che questa enorme aberrazione, che ovviamente va contro l’ordine della natura, è naturale per l’uomo! - Si deve anche notare che la Scrittura contrattacca ripetutamente la superstizione con l’osservazione che essa è "opera di mani d’uomo", che manca di autenticazione divina (Isa 2:8; 31:7; 57:10, Osanna 14:4, Mic 5:12). Questo significa affermare in modo inequivocabile che tutti i modi di adorare Dio che gli uomini escogitano sono un abominio. Nel Sal (115), il profeta è ferocemente arrabbiato per il fatto che la gente si aspetta aiuto da cose morte e inconsistenti, alle quali Dio ha dato così tanta comprensione da sapere che tutto è mosso e governato dal potere di Dio! Ma le nazioni, così come ogni singolo individuo, sono spinti a tale follia dalla corruzione della natura, ed è per questo che lo Spirito Santo tuona alla fine con una terribile maledizione: "Chiunque fa questo e ripone la sua fiducia in tali cose, diventi come loro (idoli, che in fondo sono morti)"! (Sal 115,8; Lutero in modo un po’ diverso). Bisogna anche notare che la "somiglianza" non è meno vietata dell’"immagine". Così lo sciocco pretesto dei Greci (= Chiesa orientale) si dimostra falso: questi pensano di aver fatto tutto ciò che è richiesto se non rappresentano Dio in opere di scultura - mentre hanno le loro redini sparate in immagini dipinte peggio di qualsiasi altra nazione. Ma il Signore non solo proibisce che uno scultore faccia un’immagine di lui, ma non vuole che sia fatta da nessun artista, perché una tale immagine è fatta in modo perverso e in disprezzo della sua maestà.

La Scrittura giudica diversamente


I,11,5 Ora sono ben consapevole del detto più che comune che le immagini sono "libri dei laici". Questo è ciò che disse Gregorio (Papa Gregorio I). Ma lo Spirito Santo ci insegna qualcosa di molto diverso, e se Gregorio fosse stato insegnato questo pezzo nella sua scuola, non avrebbe mai fatto questa dichiarazione. Perché quando Geremia dichiara che un legno insegna solo cose inutili (Ger 10:3), quando Abacuc chiama l’idolo un maestro di menzogne (Aba 2:18), allora si può generalmente dedurre da questo che tutto ciò che l’uomo potrebbe imparare dalle immagini è nullo, anche la menzogna. Se qualcuno dovesse obiettare che i profeti si ergono contro coloro che abusano delle immagini per superstizioni empie, lo ammetto, ma aggiungo ciò che è ovvio per tutti, cioè che essi (i profeti) condannano completamente ciò che i papisti considerano come un certo principio, cioè che le immagini possano prendere il posto dei libri. Perché i profeti oppongono le immagini al vero Dio, come cose che stanno in netto contrasto con Lui e non possono mai accordarsi con Lui! Questa opposizione (tra Dio e le immagini) si trova nei passi citati sopra: poiché era l’unico e vero Dio che gli ebrei adoravano, era sbagliato e falso formare figure visibili per rappresentare Dio - e tutti coloro che si aspettavano la conoscenza di Dio da lì si lasciarono miseramente ingannare. Se la conoscenza di Dio ottenuta dalle immagini non fosse ingannevole e sbagliata, i profeti non le condannerebbero così universalmente. Così quando insegniamo che è vanità e falsità quando l’uomo cerca di rappresentare Dio in immagini, stiamo semplicemente riproducendo testualmente ciò che i profeti hanno detto!

Anche i dottori della Chiesa hanno in parte giudicato diversamente


I,11,6 Leggete anche ciò che Lattanzio ed Eusebio hanno scritto su questo. Dichiarano in linea di principio che gli esseri che si vedono raffigurati nelle immagini devono necessariamente essere mortali. Anche Agostino non giudica diversamente. Egli dichiara sacrilega non solo l’adorazione delle immagini, ma anche l’impegno a consacrarle a Dio. Dicendo questo, non dice altro che ciò che il Concilio di Elvira (nel 306) aveva deciso molti anni prima. Infatti il suo 36° canone recita: "Non ci saranno pitture nei templi (chiese), perché non si dipinga sulle pareti ciò che deve essere venerato o adorato". Ma in modo particolare, è memorabile ciò che Agostino cita da Varrone e che lui stesso sottoscrive pienamente: "Coloro che per primi hanno introdotto le immagini degli dei, hanno tolto il timore (di Dio) agli uomini, e hanno dato loro l’errore in cambio." (Sullo Stato di Dio 4:9; 31:2). Se solo Varrone avesse detto questo, potrebbe avere poca autorità. Ma anche allora dovremmo giustamente vergognarci che un pagano, pur brancolando nel buio, abbia visto abbastanza luce per vedere che le immagini corporee sono indegne della maestà di Dio, perché diminuiscono la riverenza per lui tra gli uomini e aumentano l’errore. La materia stessa testimonia che questo è tanto vero quanto saggio, e Agostino, prendendo in prestito il detto da Varrone, lo propone come propria opinione. Ricorda innanzitutto che i primi errori su Dio, in cui gli uomini si sono impigliati, non hanno avuto il loro inizio negli idoli, ma che poi, avendo trovato ulteriore nutrimento (proprio nelle immagini), sono aumentati vigorosamente. Poi mostra come quella diminuzione o addirittura abolizione del timore di Dio (affermata da Varrone) avvenga proprio perché la sua divinità è facilmente disprezzata dalla stoltezza delle immagini e dalla rappresentazione indecorosa e perversa. L’esperienza conferma fin troppo bene la seconda! Chi vuole essere istruito correttamente deve imparare ciò che deve sapere su Dio da qualche altra parte che non siano le immagini!

Anche le immagini dei papisti sono totalmente inappropriate. Non ci sarebbe nessun "laicato" se la Chiesa avesse fatto il suo dovere


I,11,7 Se, dunque, i papisti hanno ancora un po’ di vergogna in loro, non usino più la scusa che le immagini sono "libri dei laici" - perché questo è fin troppo chiaramente confutato in molte testimonianze della Scrittura. Ma se dovessi ammetterlo nonostante tutto, non guadagnerebbero molto nella difesa dei loro idoli. Perché si sa bene quali mostri hanno messo al posto di Dio! E i dipinti e le statue che erigono per i santi - cosa sono se non modelli della più depravata opulenza e sfacciataggine? Se uno seguisse davvero un tale modello, sarebbe degno di essere picchiato! Le prostitute nei loro angoli di puttana sono vestite in modo più vergognoso e pudico di quello che i papisti vogliono che sia preso per immagini di vergini nelle loro chiese! Anche ai martiri non danno abiti più decenti. Quindi, che presentino prima i loro idoli un po’ più decentemente, in modo che possano mentire un po’ più pudicamente che questi sono libri di una certa santità! Ma anche allora risponderemo che questo non è il modo giusto di istruire il popolo credente nel luogo santo: perché Dio vuole che il popolo sia istruito con una dottrina completamente diversa che con tali sciocchezze! Egli pone davanti a tutti gli uomini l’unica dottrina comune e li istruisce nella predicazione della sua Parola e dei santi sacramenti. Ma tali persone, che lasciano vagare gli occhi per guardare le immagini, non possono prestare la dovuta attenzione a questo insegnamento! Ma che tipo di persone sono quelle che i papisti chiamano "laici", la cui ignoranza può essere rimediata solo con le immagini? Sono coloro che il Signore riconosce come suoi discepoli, che egli degna con la rivelazione del suo insegnamento celeste (philosophia), che vuole educare ai misteri salutari del suo regno! Ora, naturalmente, per come stanno le cose, ci possono essere pochi oggi che possono fare a meno di questi libri! Ma io chiedo: da dove viene questa ignoranza se non dal fatto che queste persone sono state private dell’insegnamento che solo era competente per educarle? Quando i governanti della Chiesa diedero l’autorità di insegnamento alle immagini, non fu per altra ragione che perché essi stessi erano muti: Paolo testimonia che attraverso la vera predicazione del Vangelo Cristo viene dipinto via, anzi, per così dire, crocifisso davanti ai nostri occhi! (Gal 3:1). Allora perché tante croci ovunque nelle chiese, di legno e di pietra, d’argento e d’oro? Non ci sarebbe stato certamente bisogno di erigerle se si fosse predicato fedelmente che Cristo ha sofferto la morte per portare la maledizione per noi sulla croce, per espiare il nostro peccato con il sacrificio del suo corpo, per lavarlo via con il suo sangue e per riconciliarci con il Padre! Si sarebbe potuto imparare di più da questa che da mille croci di legno o di pietra - perché gli avari forse fissano i loro occhi più rigidamente su quelle d’oro e d’argento che su qualsiasi parola di Dio!

L’origine delle immagini


1,11,8 Per quanto riguarda l’origine degli idoli, la descrizione nel Libro della Sap è generalmente considerata corretta (Sap 14,15), vale a dire: Gli originatori degli idoli erano persone che rendevano un tale omaggio ai defunti che alla fine ne veneravano superstiziosamente la memoria. Ora credo certamente che questa perversa usanza sia molto antica, e non nego che ha agito come una torcia per infiammare ulteriormente la selvaggia inclinazione della gente all’idolatria. Ma non ammetto che questa sia la fonte di tale male. Perché è evidente da Mosè che gli idoli esistevano prima della dipendenza di consacrare immagini in memoria dei morti, che è spesso menzionata dagli scrittori secolari. Egli riferisce (Gen 31:19) che Rachele rubò gli idoli di suo padre - e ne parla come se fosse un vizio comune. Da questo è chiaro che lo spirito umano è sempre stato, per così dire, un laboratorio di idoli. Dopo il Diluvio, il mondo è rinato, per così dire, ma sono passati pochi anni prima che gli uomini si siano fatti degli idoli secondo i loro desideri! È molto probabile che anche durante la vita del santo arci-padre (Noè) i suoi nipoti caddero nell’idolatria, così che egli dovette vedere con i propri occhi nel più amaro dolore come la terra era inquinata dagli idoli - sebbene Dio avesse poco prima spazzato via la loro corruzione in un giudizio così terribile! Infatti Tharah e Nahor erano adoratori di falsi dei anche prima che Abramo nascesse, come testimonia Giosuè (Gios 24:2). Se la famiglia di Shem è caduta così rapidamente, cosa diremo dei discendenti di Ham, che erano già maledetti nel loro padre? È proprio così: lo spirito dell’uomo, pieno di arroganza e di presunzione, osa concepire un Dio secondo le sue capacità, e poiché è afflitto da debolezza di visione, persino avvolto nella più spaventosa ignoranza, in realtà concepisce al posto di Dio una cosa vana, persino un vano spettro! A tali mali si aggiunge poi un nuovo sacrilegio, in quanto l’uomo ora cerca anche di rappresentare Dio con l’opera come l’ha concepita interiormente. Lo spirito produce l’idolo, la mano lo partorisce! L’origine dell’idolatria, come mostra l’esempio degli israeliti (Es 32,1 ss.), è che l’uomo non crede che Dio stia al suo fianco se non si presenta corporalmente. "Non sappiamo", dissero gli israeliti, "cosa sia successo a questo Mosè". Fai di noi degli dei che ci precedano". Sapevano che Dio c’era, e avevano sperimentato la sua potenza in tanti miracoli. Ma non credevano che fosse vicino a loro se non vedevano con i loro occhi un segno corporeo del suo volto, che garantiva loro la guida di Dio. Così hanno voluto riconoscere che Dio era la loro guida nel viaggio attraverso un’immagine che li precedeva! L’esperienza quotidiana testimonia anche che la carne è sempre inquieta finché non ha intravisto una sua immagine, di cui può stupidamente consolarsi come immagine di Dio. Per assecondare questo desiderio cieco, gli uomini hanno in tutti i tempi, quasi dalla creazione del mondo, eretto dei segni in cui pensavano di vedere Dio davanti ai loro occhi carnali!

Dall’erezione delle immagini al servizio delle immagini


I,11,9 La creazione di immagini è seguita dall’adorazione. Poiché la gente pensava di guardare Dio nelle sue immagini, lo adorava anche lì. Poiché le loro anime e i loro occhi erano completamente legati alle immagini, alla fine cominciarono a cadere sempre più in una natura animale e si meravigliavano di loro come se ci fosse qualcosa di divino in esse. È certo che le persone procedono ad adorare le immagini solo quando un’illusione più grande si è già impadronita di loro. Poi, naturalmente, non pensano che le immagini siano divinità, ma immaginano che qualche potere divino dimori in esse. Che nell’immagine sia rappresentata la creatura o Dio, non appena ci si prostra in adorazione, si è incantati da qualche illusione! Per questo motivo, Dio non ha solo proibito l’erezione di statue per rappresentarlo, ma anche la consacrazione di iscrizioni o pietre per adorarlo! Ecco perché la seconda parte del comandamento della Legge parla dell’adorazione. Perché appena si è attribuita una forma visibile a Dio, si attribuisce anche la sua potenza. Le persone sono così infatuate che legano Dio a ciò che hanno creato a sua immagine - e allora l’adorazione è la conseguenza inevitabile! Non fa differenza se si adora semplicemente l’idolo o Dio nell’idolo. Perché è sempre idolatria se si rende omaggio divino all’immagine, non importa sotto quale pretesto. E poiché Dio non vuole essere adorato in modo superstizioso, ciò che viene dato agli idoli gli viene rubato. Questo dovrebbe essere ricordato da tutti coloro che, in difesa della maledetta idolatria, da cui la vera religione è stata annegata e soffocata per secoli, cercano miserabili pretesti! Così dicono: le immagini non sono nemmeno prese per dei! Gli ebrei non erano così completamente ignoranti da dimenticare, prima di fare il vitello, che era Dio dalla cui mano erano stati condotti fuori dalla terra d’Egitto! Quando Aronne disse: "Questi sono i vostri dèi che vi hanno fatto uscire dal paese d’Egitto", essi dissero impavidamente "sì" a questo e testimoniarono così senza alcun dubbio che volevano mantenere il Dio che era il loro liberatore - solo che volevano vederlo precedere nel vitello! Né si deve pensare che i pagani siano così stupidi da non sapere che un dio è qualcosa di diverso dal legno o dalla pietra. Perché cambiavano le immagini a loro piacimento, ma mantenevano gli dei sempre uguali nelle loro anime. Un dio aveva molte immagini, ma non hanno inventato un numero corrispondente di divinità. Inoltre, i pagani consacravano nuove immagini in ogni situazione, ma non pensavano di fare nuovi dei con esse. Si dovrebbero leggere le scuse che, secondo il racconto di Agostino, venivano fatte dagli idolatri del suo tempo. Quando venivano accusati, gli sprovveduti rispondevano sempre che non adoravano il visibile, ma la divinità che abitava lì invisibilmente! E coloro che - secondo Agostino - avevano una pratica religiosa più pura, dicevano di non adorare né l’immagine né l’idolo, ma di cercare nell’immagine corporea i segni di ciò che deve essere adorato (Agostino, Sul Sal 113). Qual è il risultato di questo? Tutti gli idolatri, sia ebrei che pagani, non avevano una mentalità diversa da quella che ho descritto: non soddisfatti della conoscenza spirituale, pensavano di riceverne una più vicina e più certa dalle immagini. Ma una volta che questa rappresentazione superstiziosa di Dio li aveva soddisfatti, non c’era fine, finché, ingannati da ripetuti inganni, arrivarono a pensare che Dio esercitasse il suo potere nelle immagini. Tuttavia, gli ebrei erano convinti di adorare in tali immagini il Dio eterno, l’unico, vero Signore del cielo e della terra, e anche i pagani pensavano di rendere omaggio ai loro dei, che erano falsi dèi, ma che tuttavia credevano dimorare in cielo.

Servizio fotografico in chiesa


1,11,10 Chiunque pensi che questo sia accaduto molto tempo fa, ma non accade più ai nostri giorni, sta mentendo spudoratamente. Perché la gente si prostra davanti alle immagini? Perché ci rivolgiamo a loro con petizioni come all’orecchio di Dio? Perché è vero quello che dice Agostino: nessuno guarda un’immagine in preghiera e adorazione che non sia interiormente pieno della fede che sarà ascoltato da essa, o della speranza che ciò che chiede gli sarà dato! (Agostino, sul Sal 113). Perché si fa una tale distinzione tra le immagini dello stesso Dio che una viene passata oltre o semplicemente rispettata in modo ordinario, ma l’altra viene praticamente perseguita con ogni tipo di onore grandioso? Perché ci si affatica in pellegrinaggi solennemente votati a vedere immagini che tutti hanno in casa allo stesso modo? Perché ancora oggi si combatte per loro come per la casa e il focolare, fino all’omicidio e all’omicidio colposo? Ci si lascerebbe persino strappare dall’unico Dio più facilmente che dai suoi idoli! E non sto nemmeno menzionando gli errori grossolani del popolo, che sono quasi senza fine e tengono quasi tutti i cuori. Sto solo enumerando ciò che viene confessato proprio da coloro che più vogliono purificarsi dall’accusa di idolatria! Noi non li chiamiamo i nostri dei, dicono. Nemmeno gli ebrei e i pagani li chiamavano così, eppure i profeti non cessarono di accusarli di fornicazione con legno e pietre - e questo solo per lo stesso sacrilegio che viene commesso ogni giorno da persone che vogliono essere considerate cristiane. Questo sacrilegio consisteva nell’adorare Dio in legno e pietra nella carne!

Scuse senza senso dei papisti


I,11,11 Tuttavia, so molto bene, e non bisogna nasconderlo, che cercano di aiutarsi con una distinzione molto sottile, di cui parlerò più dettagliatamente in seguito (cfr. cap. 12,2). Essi affermano che la venerazione che mostrano alle loro immagini è un servizio di immagine (idodulia), ma negano che si tratti di culto di immagine (idolatria). Questo "servizio", dicono, può essere reso a statue e dipinti senza offendere Dio. Così pensano di essere innocenti, poiché sono solo servi, non adoratori delle immagini! Come se adorare non fosse in realtà qualcosa di meno che servire! E mentre cercano un nascondiglio dietro la parola greca, si contraddicono in modo molto infantile. Poiché il greco "latreuein" (da cui deriva "idolatria") non significa altro che "mostrare riverenza", quello che dicono significa tanto quanto se volessero affermare che veneravano le loro immagini, ma senza riverenza! Ma non devono nemmeno dire che ho cercato di prenderli a parole; loro stessi, mentre cercano di gettare sabbia negli occhi della gente semplice, portano alla luce la loro ignoranza. Per quanto possano essere eloquenti, non potranno mai dimostrarci, con tutta la loro eloquenza, che una stessa cosa è due cose diverse! Che provino la differenza nella cosa, che si distinguano dai vecchi idolatri! Infatti, come un adultero o un assassino non sfugge all’accusa dando un altro nome al suo crimine, così sarebbe assurdo per loro sfuggire all’accusa di idolatria imputando un nome ingegnosamente inventato, quando in realtà non sono diversi dagli idolatri che devono necessariamente condannare loro stessi! Ma essi non possono affatto separarsi dalla causa degli idolatri, anzi, la perversa competizione con loro è proprio l’origine di tutto il male; poiché essi inventano dal proprio spirito i segni (symbola) sotto i quali vogliono immaginare Dio, e li fanno di loro mano.

Nessun rifiuto dell’arte


I,11,12 Certamente non voglio affermare con timidezza superstiziosa che non si dovrebbe avere nessuna immagine. Ma poiché la scultura e la pittura sono doni di Dio, chiedo un uso puro e lecito di queste arti, affinché ciò che Dio ci ha dato per la sua gloria e il nostro beneficio non sia contaminato da un uso sbagliato o addirittura porti alla nostra rovina. Noi consideriamo sbagliato raffigurare Dio in forma visibile, perché Lui stesso lo ha proibito e perché non si può fare senza distorcere la bella gloria. Ma non si pensi che siamo soli in questa convinzione. Perché si scoprirà che tutti i prudenti maestri della Chiesa hanno disapprovato tali cose - se conosciamo le loro opere. Se è proibito rappresentare Dio in forma visibile, è ancora meno ammissibile adorare l’immagine al posto di Dio o Dio nell’immagine. Quindi solo ciò che i nostri occhi possono afferrare dovrebbe essere dipinto o formato. Ma la maestà di Dio, che è ben oltre ogni percezione degli occhi, non deve essere profanata da immagini indegne. A questo tipo (consentito) di immagini appartengono storie ed eventi e anche immagini e figure fisiche senza riferimento a nulla di storico. I primi sono utili per l’istruzione e l’incoraggiamento. Non vedo quale utilità dovrebbe avere il secondo gruppo, a parte l’intrattenimento. Eppure quasi tutte le immagini che sono state nelle chiese fino ad ora sono state di questo tipo. Da questo è evidente che non sono stati messi lì per giudizio ponderato, ma per avidità sciocca e imprudente. Qui sorvolo su quanto le rappresentazioni siano spesso sbagliate e spudorate, su quanto disinibitamente i pittori o gli scultori si siano spesso lasciati andare; perché ne ho già parlato sopra. Voglio solo dire che queste rappresentazioni sarebbero inadatte all’insegnamento anche se fossero prive di questi errori

La Chiesa, finché la dottrina al suo interno era ancora pura e forte, rifiutava le immagini


I,11,13 Ma abbandoniamo anche questa distinzione e riflettiamo un po’ se sia bene avere delle immagini nelle chiese - che siano rappresentazioni storiche o ritratti umani. Prima di tutto, ricordiamoci - se l’autorità della Chiesa primitiva significa qualcosa per noi! - Ricordiamo innanzitutto che per circa cinquecento anni le chiese cristiane erano generalmente senza immagini. E quella era un’epoca in cui la religione fioriva e prevaleva una dottrina più pura! Così le immagini furono portate solo per adornare le chiese in un’epoca in cui la purezza dell’ufficio ecclesiastico (insegnamento) era già caduta in un notevole declino. Non voglio discutere le ragioni dei primi autori di questa usanza, ma se si confrontano le epoche con le epoche, si vedrà che si erano allontanati notevolmente dalla purezza (nella dottrina) delle epoche più antiche, che avevano fatto a meno delle immagini. Possiamo davvero credere che i Santi Padri avrebbero lasciato che la Chiesa facesse a meno di qualcosa che consideravano utile e salutare per così tanto tempo? No, perché non vedevano nulla o poco utile in essa, ma molto pericoloso, non l’hanno abbandonata per ignoranza e noncuranza, ma l’hanno rifiutata deliberatamente e per buone ragioni. Agostino ne è un chiaro testimone. "Quando le immagini ricevono il loro posto in un’altezza onorevole, per essere viste da chi prega e sacrifica, esse, sebbene siano senza sensazione e senza anima, tuttavia per la loro somiglianza con le membra e i sensi animati, catturano così tanto le anime semplici che sembrano vivere e respirare… (Lettera 102). E in un altro luogo scrive: "La forma esteriore delle membra ha la conseguenza, anzi la costringe, che l’anima, che tuttavia vive nel corpo stesso, arriva a pensare che anche il corpo che vede davanti a sé sia animato, perché assomiglia tanto al suo…" (Sul Sal 113). Poco dopo: "Le immagini servono piuttosto a deprimere la povera anima - poiché hanno bocca, occhi, orecchie e gambe - che a migliorarla - poiché non parlano, né vedono, né sentono, né camminano" (On Dal. 113). Questo allora deve essere stato sicuramente il motivo per cui Giov ci mette in guardia non solo contro il culto delle immagini, ma anche contro le immagini stesse (1Gio 5:21). E abbiamo avuto esperienza più che sufficiente in mezzo alla terribile illusione che finora ha dominato il mondo alla rovina di quasi tutta la vera religione, che non appena le immagini sono messe nelle chiese, esse diventano il segno dell’idolatria - perché la follia degli uomini non può mantenere alcuna misura e cade immediatamente in pura adorazione superstiziosa! Ma anche se non ci fosse così tanto pericolo, quando considero lo scopo a cui sono destinate le chiese, non so come potrebbe essere altro che disonorevole alla loro santità ricevere in esse altre immagini che quelle vive e chiare che il Signore ha istituito nella Sua Parola. Intendo il battesimo e la cena del Signore, con le altre cerimonie, da cui i nostri occhi dovrebbero essere più attratti e più vividamente catturati, che non dovrebbero avere bisogno di nessun altro che l’arte dell’uomo abbia fatto! Questo, dunque, è il bene incomparabile delle immagini, che presumibilmente non può essere sostituito da nulla - se si volesse credere ai papisti!

Il Concilio di Nicea, favorevole all’immagine, è esso stesso una prova di terribile distorsione della dottrina


I,11,14 Secondo me, si sarebbe detto abbastanza su queste cose se il Concilio di Nicea (787) non ci fosse stato e, per così dire, non mi avesse messo le mani addosso! Non quella famosa che riunì Costantino il Grande, ma quella che si tenne ottocento anni fa su comando e suggerimento dell’imperatrice Irene. Questo concilio decise che le immagini non solo dovevano essere tollerate nelle chiese, ma anche adorate! Qualunque cosa io abbia detto, l’autorità del Sinodo potrebbe essere un grande contrappeso alle mie parole! A dire il vero, mi preoccupo della questione solo perché il lettore possa vedere chiaramente per una volta dove porta lo zelo furioso di questa gente, la cui dipendenza dalle immagini è più grande di quanto un cristiano meriti. Ma parliamo prima di quanto segue. Coloro che vogliono difendere l’uso delle immagini oggi fanno riferimento a questo Concilio di Nicea. Ma c’è un controscritto sotto il nome di Carlo Magno, il cui stile di scrittura rivela che è stato scritto nello stesso periodo. Lì sono citate le dichiarazioni dei vescovi che erano presenti al Concilio, così come le loro ragioni di prova. Così Giovanni, il delegato delle Chiese orientali, ha detto: "Dio ha creato l’uomo a sua immagine" - e da questo l’uomo conclude poi che bisogna quindi avere delle immagini! Pensava anche che il detto: "Mostrami il tuo volto, perché è bello" (Cant 2:14 non è il testo di Lutero) ci raccomanda le immagini. Un altro voleva giustificare la collocazione delle immagini sugli altari, citando come testimonianza: "Nessuno accende una candela e la mette sotto il moggio" (Mat 5,15). Un altro voleva mostrare che la vista delle immagini ci era utile - e ha portato il versetto del Salmo: "Signore, alza la luce del tuo volto su di noi" (Sal 4,7). (Sal 4:7). Un altro recitava la seguente parabola: Come gli arci-padri usavano i sacrifici dei pagani, così i cristiani devono avere immagini di santi invece degli idoli dei pagani! Nella stessa direzione hanno trascinato la parola: "Signore, io amo l’onore della tua casa" (Sal 26,8; non testo di Lutero). Particolarmente arguta è l’interpretazione del detto: "Come abbiamo udito, così abbiamo visto" (1Gio 1:1; impreciso) in questo senso. Dio non si conosce solo ascoltando la Sua Parola, ma anche vedendo le immagini! Di simile perspicacia è il detto del vescovo Teodoro: "Dio è meraviglioso nei suoi santi (Sal 68,36; testo greco); ma altrove è detto: . . i santi che sono sulla terra (Sal 16:3). Quindi questo detto si riferisce necessariamente alle immagini!". Ma questa follia è così patetica che mi addolora riprodurla.

I,11,15 Nella questione del culto, l’adorazione (presunta) davanti al Faraone (Gen 47,10), l’adorazione del bastone di Giuseppe (Gen 47,31 secondo il testo greco) e il cippo eretto da Giacobbe (Gen 28,18) sono stati portati come esempi. E così facendo, non solo hanno distorto il significato delle Scritture nell’ultimo punto, ma hanno anche rappreso ciò che non si legge da nessuna parte. Continuavano a dire: "Adorate lo sgabello dei suoi piedi" (Sal 99:5) o "Adorate il suo santo monte" (Sal 99:9) o "Tutti i ricchi del popolo adoreranno il tuo volto" (Sal 45:13). Queste sembravano essere prove affidabili e adeguate a questi uomini! Se qualcuno volesse prendere in giro i difensori dell’immagine in un ruolo ridicolo - potrebbe poi pensare a una follia più grande e più formidabile?! E affinché non rimanga alcun dubbio, il vescovo Teodosio di Mira difende il culto delle immagini con la stessa serietà dei sogni del suo arcidiacono, come se portasse avanti un oracolo celeste! Ora che i protettori delle immagini vengano in silenzio e ci combattano con la decisione del Sinodo! Come se quei venerabili Padri non avessero perso ogni pretesa di credibilità a causa del loro trattamento infantile e dell’empio, vile strappo delle Scritture!

I,11,16 Ora vengo a espressioni così oltraggiose di empietà che ci si deve meravigliare dell’audacia con cui hanno detto tali cose - anche se è doppiamente sorprendente che non siano state contraddette con generale e severo disgusto. Ma è utile riprodurre queste follie sacrileghe, affinché il servizio delle immagini sia almeno privato dell’aspetto di vecchiaia che i papisti vorrebbero attribuirgli. Il vescovo Teodosio di Amorium lancia il suo anatema contro tutti coloro che non vogliono adorare le immagini. Un altro attribuisce tutti i problemi della Grecia e dell’Oriente in quel periodo al crimine di non adorare le immagini! Che tipo di punizione devono meritare i profeti, gli apostoli e i martiri, ai cui tempi non c’erano immagini? Poi si aggiunge: se già ci si avvicina all’immagine dell’imperatore con incenso e offerte profumate, quanto più questo onore è dovuto alle statue dei santi! Il vescovo Costanzo di Costanza a Cipro promette di trattare le immagini con la massima riverenza e assicura che darà loro la stessa venerazione che è dovuta alla Trinità vivificante! Se qualcuno si rifiuta di fare lo stesso, lo maledice e lo respinge come i manichei e i marcioniti! Affinché non si pensasse che questa fosse la semplice opinione privata di un uomo, gli altri erano d’accordo con questo discorso. Sì, Giovanni, l’emissario della Chiesa d’Oriente, che il calore dell’entusiasmo spingeva oltre ogni limite, affermava che era meglio ammettere tutti i bordelli nella città che rifiutare il servizio delle immagini! Infine, si decise in generale che tra gli eretici i Samaritani erano i peggiori - ma peggio dei Samaritani erano i sostenitori del culto delle immagini! Per non privare la farsa della sua conclusione solenne ("Clap"), fu aggiunta la formula: "Si rallegrino e si rallegrino coloro che possiedono l’immagine di Cristo e gli offrono sacrifici! Dov’era la distinzione tra "servizio" e "culto" con cui si vuole sempre ingannare Dio e l’uomo? Il Concilio dà lo stesso alle immagini che al Dio vivente senza eccezione.


Capitolo dodici

Dio si distingue dagli idoli perché solo lui sia onorato.

La vera religione ci lega a Dio come unico e solo


I,12,1 Abbiamo detto all’inizio che la conoscenza di Dio non consiste in un freddo pensiero, ma porta con sé l’adorazione di Dio. Abbiamo anche notato di sfuggita come Dio debba essere adorato correttamente - il che dovrà essere spiegato più dettagliatamente altrove. Ora ripeterò solo in breve: Per quanto la Scrittura sottolinei che c’è un solo Dio, non discute sul semplice nome, ma prescrive anche che ciò che appartiene alla Divinità non deve essere trasferito ad altro. Questa è la differenza tra la religione pura e la superstizione. La parola greca "Eusebeia" (pietà) significa certamente lo stesso di "giusta adorazione di Dio". I greci, infatti, pur brancolando sempre nel buio, sentivano che bisognava osservare una certa regola perché Dio non fosse adorato in modo sbagliato. La parola latina "religio" (religione) è veramente e argutamente derivata da Cicerone da relegere (leggere qualcosa ripetutamente). Ma la ragione che dà per questo è forzata e inverosimile. Perché egli sostiene a favore della sua derivazione che i veri adoratori della divinità leggono e rileggono e meditano con diligenza ciò che è vero. Credo piuttosto che questa parola voglia indicare il contrario della libertà sfrenata, perché la maggior parte del mondo prende tutto ciò che si presenta senza deliberazione, anche svolazzando dall’uno all’altro, mentre la pietà si raccoglie nei suoi limiti per rimanere ferma sul suo cammino. Allo stesso modo, mi sembra che la superstizione prenda il suo nome dal fatto che, non soddisfatta della misura e dell’ordine, accumula cose inutili e vane in grande quantità. Lasciamo però perdere le parole. Per quanto riguarda la questione in sé, è stato generalmente accettato in tutti i tempi che la religione è corrotta e pervertita dall’errore. Da questo concludiamo che tutto ciò che ci concediamo nello zelo sconsiderato non ha alcun valore, e ogni pretesto che gli uomini superstiziosi sollevano è ridicolo. Anche se questa confessione è sulla bocca di tutti, mostra una vergognosa ignoranza, che la gente non aderisce all’unico Dio né prova piacere nel venerarlo, come ho spiegato sopra. Ma Dio vuole stabilire il proprio diritto e perciò si definisce un Dio zelante, e minaccia anche di essere un severo vendicatore se lo si vuole confondere con qualsiasi dio immaginario. Poi descrive la forma di culto che esige per mantenere la razza umana in obbedienza. Queste due cose egli riassume nella sua legge: dapprima egli rivendica ai fedeli di essere il loro unico legislatore; e poi prescrive la regola secondo la quale egli deve essere adorato rettamente e secondo la sua volontà. Ora in effetti dovrò parlare della legge al suo posto, perché la sua applicazione e il suo scopo sono molto vari. Ora toccherò solo quella parte della dottrina della legge che ci mostra che qui viene messo un vincolo all’uomo perché non si arrenda al falso culto. Ma quello che ho già detto sopra deve essere detto anche qui: se non permettiamo all’unico Dio di avere tutto ciò che è divino, allora Egli sarà privato del Suo onore, e il Suo culto sarà corrotto! Qui dobbiamo prestare particolare attenzione all’astuzia della superstizione. Perché non cade verso altri dei in modo tale da far sapere che sta lasciando il dio più alto o lo mette in fila con altri. No, lo lascia il Dio più alto o lo mette in linea con gli altri. No, gli lascia il posto più alto - e si limita a circondarlo con un nugolo di divinità minori, tra le quali poi distribuisce quelle attività che, in fondo, appartengono a Dio stesso. Così, in modo astuto e subdolo, l’onore di Dio è diviso in modo che non rimanga interamente con lui solo. In questo modo, gli antichi, ebrei e pagani, subordinarono al padre e dominatore degli dei quell’immensa schiera di divinità che dovevano poi governare il cielo e la terra insieme a lui, secondo la loro natura e posizione. Allo stesso modo, alcuni secoli fa, i santi che erano partiti da questa vita furono fatti compagni di Dio, che ora erano adorati, invocati e lodati al suo posto! Noi crediamo che con tali abomini la maestà di Dio non sia solo eclissata, ma piuttosto ampiamente soppressa e persino spenta. Al massimo, conserviamo un freddo pensiero della sua supremazia; ma nel frattempo, essendoci lasciati ingannare dalla pretesa di tenere l’unità di Dio, cadiamo nel politeismo.

"Servizio" e "culto" sono la stessa cosa


I,12,2 A questo scopo, la distinzione tra "venerazione" e (semplice) "servizio" è stata tirata fuori: si voleva poter attribuire impunemente gli onori divini agli angeli e ai morti. Perché la venerazione che i papisti conferiscono ai santi non è in realtà evidentemente diversa dalla venerazione di Dio; perché Dio e i santi sono venerati in modo confuso - solo che essi contrappongono a tutti gli attacchi l’affermazione che danno a Dio il suo perché gli riservano la "venerazione"! Ma qui stiamo parlando della materia e non del vocabolario: e chi permette loro di giocare con tanta sicurezza in una materia così importante? Ma - per sorvolare anche su questo - cosa ottengono effettivamente dalla loro distinzione oltre al fatto che mostrano solo "riverenza" a Dio e "servizio" agli altri? Perché "latreia" (culto) tra i greci significa esattamente lo stesso che cultus (culto) tra i latini, ma douleia significa servizio, servitù; tuttavia, questa distinzione è spesso offuscata nella Scrittura. Ma se noi stessi ammettessimo che la differenza rimane, dovremmo chiedere cosa significano le due espressioni. douleia è dunque servizio, latreia significa culto. Ma nessuno dubiterà che il servizio è qualcosa di più grande della venerazione! Perché spesso sarebbe molto difficile servire uno che non si rifiuta di adorare. Proprio per questo è una distribuzione totalmente inappropriata dare il maggiore ai santi, ma riservare a Dio il minore, l’inferiore. Tuttavia, molti degli antichi fanno uso di questa distinzione. Ma cosa succederà quando tutti si renderanno conto che è inappropriato e frivolo?

L’idolatria è qualsiasi tentativo di rubare a Dio ciò che è suo e di appropriarsene alla creatura.


I,12,3 Ma lasciamo questi cavilli e passiamo alla questione in sé. Quando Paolo ricorda ai Galati che tipo di persone erano prima di essere illuminati alla conoscenza di Dio, dice che avevano fatto douleia (servizio) a coloro che non erano dei per natura (Gal 4,8). Quindi non usa la parola "latreia" - ma questo dovrebbe scusare la loro superstizione? In ogni caso, egli condanna questa superstizione, che chiama "servizio", proprio come se avesse usato il termine "latreia" (culto)! E quando Cristo tiene come scudo a Satana la parola: "Adorerai Dio tuo Signore…" (Mat 4,10), non c’era alcuna menzione di latreia nel nome. Perché Satana aveva "solo" chiesto la proskynesis, l’adorazione. Quando Giov riceve un rimprovero dall’angelo perché è caduto in ginocchio davanti a lui (Apoc. 19:10), non dobbiamo supporre che Giov fosse così sciocco da voler trasferire all’angelo l’onore dovuto solo a Dio. Ma ogni onore religioso ha necessariamente qualcosa in esso che appartiene solo a Dio, e quindi Giov non avrebbe potuto cadere davanti all’angelo senza togliere qualcosa all’onore di Dio. Certo, spesso leggiamo che le persone venivano adorate. Ma questo era, per così dire, un onore civico. La religione è un’altra cosa: non appena è legata alla venerazione (di una creatura), comporta inevitabilmente la profanazione dell’onore di Dio. Questo può essere visto anche in Cornelio (Atti 10:25). Non era certamente così poco avanzato nella pietà che non avrebbe accordato a Dio la massima riverenza. E quando si prostrò davanti a Pietro, certamente non lo fece pensando di adorare lui invece di Dio. Ma Pietro glielo proibì severamente! Ma sicuramente questo è perché l’uomo non può mai distinguere così precisamente tra il culto di Dio e il culto della creatura da non trasferire alla creatura ciò che appartiene solo a Dio! Se vogliamo davvero avere un solo Dio, dobbiamo stare attenti a non derubarlo del minimo del suo onore. Perché deve conservare ciò che è suo. Zaccaria, parlando del rinnovamento della Chiesa, dice chiaramente che non solo ci sarà un solo Dio, ma che Egli avrà anche un solo nome (Zac 14:9). Perché Dio non vuole avere nulla in comune con gli idoli. Quale tipo di culto Dio richiede ora, lo vedremo in un altro luogo, quando questa domanda si presenterà. Perché nella sua legge ha comandato agli uomini ciò che è giusto e appropriato ai suoi occhi, e li ha istruiti su una regola fissa, in modo che a nessuno fosse permesso di concepire un culto secondo i propri gusti! Ma non voglio appesantire i lettori discutendo di ogni genere di cose tra di loro, e quindi non voglio ancora arrivare a questo argomento. Lasciateci dire solo questo: Ogni culto religioso che viene reso ad un essere diverso dall’unico Dio è da considerarsi sacrilego. Così la superstizione ha dato prima gli onori divini al sole e agli altri corpi celesti e poi agli idoli. Poi seguì l’orgoglio, che adornava gli uomini mortali con ciò che rubava a Dio, e in questo modo profanò tutto ciò che era sacro. E anche se esisteva il principio che si doveva adorare un essere supremo, tuttavia sorse l’abitudine di offrire sacrifici ai geni o ai semidei o anche agli eroi defunti. Così la degenerazione di questo sacrilegio è tale che tutta una schiera di "dèi" riceve ciò che Dio ha riservato così rigorosamente per sé solo!


Capitolo tredici

La Scrittura ci insegna già dalla creazione che c’è un solo essere divino in tre persone.

La natura di Dio è incommensurabile e spirituale


I,13,1 Ciò che viene insegnato nella Scrittura sulla natura incommensurabile e spirituale di Dio serve non solo a superare la superstizione popolare, ma anche a confutare i sofismi della filosofia empia. Uno degli antichi pensava di aver detto qualcosa di particolarmente profondo quando disse che Dio è tutto ciò che vediamo e tutto ciò che non vediamo. Ha poi immaginato una divinità riversata in tutte le parti del mondo. Ora, per mantenerci prudenti, Dio parla in modo molto prudente del suo essere. Ma con le due affermazioni che ho messo una accanto all’altra sopra (incommensurabile, spirituale), Egli pone fine a queste folli immaginazioni e pone un limite alla presunzione umana. Perché la sua immensità deve dissuaderci dal volerlo misurare secondo la nostra misura, e la sua natura spirituale ci proibisce di attribuirgli qualcosa di terreno e carnale. Fa anche parte di questo il fatto che spesso chiama il cielo la sua dimora. Infatti, sebbene, in virtù della sua incomprensibilità, riempia anche la terra, tuttavia ci permette giustamente di guardare in alto sopra il mondo a causa della nostra pigrizia e incapacità, perché vede come i nostri sensi, nella loro pigrizia, si aggrappano alla terra. Ma qui cade anche l’errore dei manichei, che presuppongono due "principi" e mettono così il diavolo quasi sullo stesso piano di Dio. Perché questo non era altro che un tentativo di negare l’unità di Dio e di limitare la sua immensità. Certamente hanno osato abusare delle testimonianze scritturali a questo scopo. Ma questo era solo un segno della loro vergognosa ignoranza, così come la loro stessa falsa dottrina era scaturita da un’illusione maledetta! Ma gli antropomorfi, che immaginavano che Dio fosse corporeo, perché la Scrittura gli attribuisce spesso bocca, orecchie, occhi, mani e piedi, sono facilmente confutati. Perché un uomo deve essere molto sciocco se non vede che in questi passaggi Dio ci parla in modo infantile, come fanno le infermiere con i bambini piccoli! Tali espressioni, quindi, non hanno lo scopo di mostrare chiaramente com’è Dio, ma piuttosto di adattare la sua conoscenza alla nostra debolezza. Ma perché questo sia possibile, Dio deve scendere in profondità sotto la sua sublimità.

Le tre "persone" in Dio


I,13,2 Ma Dio definisce anche la sua natura con una caratteristica speciale che ci permette di distinguerlo più precisamente da tutti gli idoli. Perché Egli fa sapere che è l’Uno, ma in modo tale che vuole essere considerato diversamente in tre persone. Se non ci atteniamo a queste (tre persone), solo un concetto vuoto (nomen inane) di Dio fluttua nel nostro cervello senza relazione con il vero Dio. Ma che nessuno si sogni che Dio sia triplice, o pensi che l’essere di Dio sia diviso in tre persone, e quindi dobbiamo cercare una definizione breve e comprensibile che ci assicuri contro ogni errore. Alcune persone, tuttavia, attaccano con rabbia il termine "persona" e sostengono che è un peccato dell’uomo. Quando l’apostolo chiama il Figlio di Dio il riflesso (carattere) della persona (essenza) del Padre (Ebr 1,3), egli attribuisce senza dubbio al Padre un’essenza (subsistentia) in cui Egli differisce dal Figlio. Ora alcuni commentatori hanno pensato che invece di essenza si potrebbe semplicemente usare essenza, come se Cristo rappresentasse in sé l’essenza (substantia) del Padre, proprio come la cera sigillata rappresenta il sigillo. Ma questa è una concezione rozza e persino assurda. Perché l’essenza di Dio è uniforme e indivisibile, e quindi colui che la portasse in sé interamente e senza divisione o sottrazione, non farebbe che chiamare inautentico, anzi scorretto, il suo riflesso (carattere)! Ma poiché il Padre, sebbene differisca dal Figlio per la sua peculiarità, si è interamente impresso nel Figlio, si può con la migliore ragione dire che ha rappresentato visibilmente il suo modo di essere (persona, ipostasi) in lui. A questo poi si adatta molto bene anche la designazione immediatamente aggiunta che il Figlio è lo splendore della sua gloria. È dunque certo dalle parole dell’apostolo che il Padre ha un suo modo di essere (ipostasi) che si riflette nel Figlio. Ma ne consegue che anche il Figlio deve avere un suo modo di essere (ipostasi) che lo distingue dal Padre. È esattamente lo stesso con lo Spirito Santo, che da un lato, come mostreremo più avanti, è Dio, ma dall’altro lato deve necessariamente essere pensato come distinto dal Padre. Tuttavia, questa distinzione non si riferisce in nessun modo all’essenza, che in nessun caso può essere immaginata come multipla. Se seguiamo la testimonianza dell’apostolo, ne consegue che in Dio ci sono tre modi di essere (ipostasi). I latini volevano dire la stessa cosa con l’espressione "persona", e sarebbe vana arroganza e testardaggine se si volesse ancora discutere su una questione così chiara. Se si volesse tradurre esattamente la parola greca (hypostasis) in latino, il risultato sarebbe subsistentia (modo di essere, natura). Alcuni hanno anche usato la parola substantia nello stesso senso. (sostanza, essere fondamentale). Tuttavia, la parola "persona" non fu usata solo dai latini, ma anche i greci, per testimoniare con forza l’uguaglianza della loro convinzione con quella dei latini, usarono la forma dottrinale che c’erano "tre prosopa" (prosopon = volto, maschera, persona) in Dio. Per quanto i greci e i latini possano differire nell’uso delle parole, in linea di massima hanno la stessa dottrina.

Le espressioni "Trinità" e "Persona" servono all’interpretazione della Scrittura e sono quindi ammissibili.


I,13,3 Ora, per quanto gli eretici possano strillare contro la parola "persona", e sebbene altri, nella loro grande follia, rifiutino di accettare questa espressione, poiché è un piccolo peccato dell’uomo, tuttavia non possono confutarci che ci sono tre nomi, ognuno dei quali è interamente Dio, e tuttavia non sono diversi dèi; quindi è turpe malvagità rifiutare parole che non fanno che interpretare ciò che è testimoniato e sigillato nella Scrittura! Dicono che sarebbe meglio se mantenessimo non solo i nostri pensieri ma anche le nostre parole entro i limiti delle Scritture, invece di tirare fuori parole strane che darebbero solo origine a dissensi e litigi. È così che ci si stanca nelle lotte di parole, è così che la verità si perde nei litigi, è così che l’amore viene soffocato dalla scherma rabbiosa! Se ora chiamano quella una parola strana che non può essere provata fino alla sillaba nella Scrittura, ci stanno veramente mettendo un giogo ingiusto e condannano ogni interpretazione della Scrittura, a meno che non sia semplicemente rattoppata da testi biblici. Ma se si deve considerare strano ciò che è concepito in modo avventato e difeso in modo superstizioso, che serve più a combattere che a edificare, che è preso in modo burbero e senza scopo, che nella sua crudezza offende le orecchie pie, che distrae dalla semplicità della Parola di Dio - allora naturalmente sostengo con tutto il cuore tale prudente giudizio. Perché io sono dell’opinione che non dobbiamo mostrare meno riverenza nel parlare di Dio che nel pensare. Perché ciò che pensiamo di noi stessi è sciocco, e ciò che poi pronunciamo è improprio. Dobbiamo piuttosto mantenere una certa misura, e dalle Scritture c’è una regola sicura per pensare e parlare, secondo la quale tutto il sentire della nostra mente e tutto il parlare della nostra bocca devono essere diretti. Ma cosa c’è da proibirci di spiegare con parole chiare ciò che nella Scrittura è difficile e intricato per la nostra comprensione, dove, naturalmente, tale interpretazione deve servire solo la verità della Scrittura stessa in riverenza e fede, e deve essere esercitata con moderazione e modestia, e può essere usata solo nella giusta occasione. Ci sono molti esempi di questo. Se, d’altra parte, qualcuno critica la novità delle espressioni anche laddove la Chiesa è stata evidentemente costretta nella massima necessità a usare le parole "Trinità" e "Persona", non si deve sospettare in tale persona un’avversione alla luce della verità, poiché egli si limita a obiettare che la verità sia resa più chiara ed esplicita?

Espressioni come "Trinità", "Persona" ecc. sono state necessarie alla Chiesa per smascherare i falsi maestri


I,13,4 Ma queste nuove espressioni - se si vuole chiamarle così - entrano in uso soprattutto quando si deve affermare la verità contro i suoi nemici che vogliono sfuggirle con ogni sorta di espedienti. Lo sperimentiamo più che abbastanza al giorno d’oggi, dove la lotta contro i nemici della pura e sana dottrina è il nostro lavoro principale, e dove questi serpenti viscidi scivolano attraverso ogni tipo di torsione e curva se non vengono coraggiosamente afferrati e schiacciati. Così anche gli antichi, essendo stati addestrati da molte lotte contro le false dottrine, erano costretti a dire le loro convinzioni con la massima precisione, per non lasciare alcun nascondiglio agli empi, che usavano il guscio delle parole come un nascondiglio per i loro errori. Anche Ario confessò che Cristo era Dio e il Figlio di Dio, poiché non poteva fare nulla contro le testimonianze inconfutabilmente chiare della Scrittura, e, come se tutto fosse in ordine, finse un certo accordo con gli altri. Ma nel frattempo non smise di affermare che Cristo fu creato e ebbe un inizio come il resto delle creature. Ora, per far uscire l’astuzia di quest’uomo dal suo nascondiglio, gli antichi andarono oltre e confessarono che Cristo era il Figlio eterno del Padre e della stessa essenza del Padre. Allora tutto ad un tratto sorse l’incredulità, e gli ariani cominciarono ad odiare e a maledire all’estremo l’espressione "homousios" (della stessa natura). Se avessero veramente confessato prima con sincerità e dal cuore che Cristo era Dio, non avrebbero potuto negare che egli era della stessa natura del Padre! Chi oserebbe ora accusare questi uomini eccellenti di litigiosità perché hanno litigato così ferocemente per una sola parola e hanno disturbato la pace della Chiesa? Solo questa parola distingueva i cristiani di pura fede dagli ariani blasfemi! Più tardi, apparve Sabellio che considerava i nomi del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo quasi niente, contestando che non erano lì per distinguere, ma erano tutti nomi diversi per Dio, come ce ne sono molti. Quando sorse la disputa, confessò di credere che il Padre era Dio, il Figlio era Dio e lo Spirito Santo era Dio. Ma ben presto trovò una via d’uscita, dicendo che non aveva detto altro se non che aveva chiamato Dio forte, giusto e saggio! E così cantò di nuovo un altro canto: il Padre sia il Figlio, e lo Spirito Santo sia il Padre - senza ordine, senza distinzione! I giusti maestri, che avevano a cuore la pietà, ora obiettarono e richiesero, per porre fine alla malizia di quest’uomo, che egli riconoscesse tre peculiarità (proprietates) realmente esistenti nell’unico Dio. E per proteggersi dall’astuzia sinuosa dell’uomo con la verità aperta e semplice, stabilirono la proposizione che nell’unico Dio, o - che è la stessa cosa - nell’unità di Dio, c’è una trinità di persone.

Limiti e necessità delle espressioni dogmatiche


I,13,5 Le espressioni non erano quindi veramente usate con noncuranza - e quindi bisogna stare attenti a non cadere in preda al rimprovero di arrogante noncuranza se le si rimprovera! Per il resto, che siano sepolti, se solo tutti si attengono alla convinzione che il Padre, il Figlio e lo Spirito sono un solo Dio, e tuttavia che il Figlio non è il Padre o lo Spirito il Figlio, ma che sono tutti distinti gli uni dagli altri per una certa peculiarità (proprietas). Non sono affatto di un’ostinazione così rigida da presumere di discutere su semplici parole. Perché vedo che anche gli antichi, che altrimenti parlano di queste cose con tanta riverenza, non sono d’accordo né tra di loro, né individualmente con se stessi. Perché quali formule Hilarius giustifica come usate dai concili! Che libertà si prendeva ogni tanto Agostino! Quanto è grande la differenza tra greci e latini! Ma che basti un esempio per questa differenza. Quando i latini vollero rendere l’espressione "homousios", sostituirono "consubstantialis": così affermarono che il Padre e il Figlio erano della stessa "sostanza" (essere fondamentale) - e quindi usarono il termine "sostanza" dove sarebbe stato appropriato "essenza" (essentia)! Così è che Girolamo, nella sua lettera a Damaso, dice che è sacrilego dire che ci sono tre "sostanze" in Dio. Ma d’altra parte, si può trovare in Ilario più di cento volte che ci sono tre "sostanze" in Dio! E quanto è poco chiaro l’uso che Girolamo fa del termine "hypostasis" (= "persona", modo di essere)! Pensa che c’è del veleno dietro, se si parla di tre "ipostasi" in Dio! E anche se qualcuno in uno stato d’animo pio usa questa espressione, dice apertamente che è un modo di parlare inautentico. Tutto questo nella misura in cui faceva tali discorsi per sincerità. Ma forse l’ha fatto solo per coprire di invettive ingiuste i vescovi d’Oriente, che non gli piacevano, con cognizione e volontà! In ogni caso, non ha difeso molto decentemente l’affermazione che nelle scuole secolari "usia" (essenza) non significa altro che "hypostasis" (modo di essere) - che può essere coerentemente confutata dall’uso ordinario e quotidiano del linguaggio! Agostino procede più moderatamente e con maniere più nobili; sebbene anche lui dica che la parola "ipostasi" in questo senso è nuova per un orecchio latino, tuttavia lascia ai greci la loro abitudine di parlare, così come sopporta senza stridore i latini, che avevano imitato la formula greca (Sulla Trinità, libro 5,8 s.). Inoltre, ciò che (lo storico ecclesiastico) Socrate scrisse di esso nel sesto libro della Historia tripartita dà l’impressione che questa espressione sia stata portata nella questione in modo sbagliato da persone ignoranti. Ilario rimprovera agli eretici di essere costretti dalla loro malizia a esporre al pericolo della parola umana qualcosa che dovrebbe essere meglio conservato in un’anima riverente; e non nasconde che ciò non significa altro che intraprendere cose improprie, dire cose indicibili, presumere cose illecite! Poco dopo si scusa di essere costretto a introdurre nuove espressioni: infatti, dopo aver elencato quelle richieste dalla natura della cosa, cioè Padre, Figlio e Spirito, dichiara che qualsiasi cosa cercata al di là di queste supera la potenza espressiva della parola, la capacità di afferrare il pensiero, la comprensione dell’intelligenza (Della Trinità, Libro 2). E in un altro luogo loda felicemente i vescovi della Gallia, perché non avevano mai stabilito, né accettato, né tantomeno conosciuto altra confessione che quella antica e molto semplice, che era stata in vigore in tutte le chiese fin dal tempo degli apostoli! (Dei Consigli). Anche Agostino parla in modo simile: quell’espressione è stata costretta dalla necessità del discorso umano in una questione così grande e non deve rappresentare ciò che è, ma solo non nascondere perché Padre, Figlio e Spirito Santo sono tre! Questa modestia di tali uomini santi dovrebbe ammonirci ad esercitare una sorta di censura teologica e a giudicare immediatamente e severamente tutti coloro che non vogliono giurare con i termini che abbiamo usato! Ma che non lo facciano per arroganza, impudenza o malizia! Che considerino da soli quanto sia grande la necessità che ci obbliga a parlare in questo modo, e che poi si abituino gradualmente a una forma corretta di dichiarazione teologica! Dobbiamo affrontare gli ariani da una parte e i sabelliani dall’altra. Se essi (quei maestri poco chiari) si arrabbiano perché le evasioni di entrambi sono tagliate, dovrebbero stare attenti a non suscitare sospetti come se essi stessi fossero discepoli di Ario o di Sabellio! Arius dice che Cristo è Dio - ma poi sussurra molto dolcemente che è stato creato e ha avuto un inizio! Dice che Cristo è uno con il Padre - ma poi dice segretamente all’orecchio dei suoi: lui è altrettanto unito al Padre come gli altri credenti, anche se con un privilegio unico! Ma se si dice "della stessa essenza" (consubstantialis), allora si tira via la larva dell’uomo subdolo - e tuttavia non ha aggiunto nulla alla Scrittura! Sabellio dice che Padre, Figlio e Spirito non sono diversi in Dio. Se si dice che ce ne sono tre, farà un gran clamore che si parli di tre dei. Ma se si dice che nell’unico Essere di Dio c’è una Trinità di Persone, allora si dice in una frase ciò che la Scrittura insegna - e si mette fine alle chiacchiere vuote! Ora alcuni possono essere così posseduti dalla paura superstiziosa che non possono sopportare queste espressioni - ma nessuno, per quanto si contorca, potrà negare il fatto: quando sentiamo che Dio è Uno, si deve pensare all’unità della sostanza (l’essere fondamentale); quando sentiamo che ci sono tre in un solo essere, si parla delle persone in questa Trinità! Se questo è affermato senza secondi fini, non soffermiamoci sulle parole. Ma ho fatto abbastanza a lungo e spesso l’esperienza che chi litiga con troppa veemenza sulle espressioni nutre un veleno nascosto. Pertanto, è meglio sfidare liberamente tali persone che parlare in modo poco chiaro a causa loro!

Il significato dei termini più importanti


I,13,6 Ma ora lasciamo la discussione sulle espressioni e andiamo alla questione stessa. Per persona, dunque, intendo un modo di essere (subsistentia) nell’essenza di Dio, che nei suoi rapporti con gli altri possiede una peculiarità non trasferibile. Per "modo d’essere" (subsistentia) vogliamo intendere qualcosa di diverso da "essenza" (essentia). Se il Verbo fosse semplicemente Dio, senza avere nulla per sé solo, allora Giov avrebbe detto qualcosa di sbagliato con la sua frase: "Lo stesso era in principio presso Dio" (Giov 1,1)! Quando poi aggiunge: "E Dio era il Verbo" - ci sta richiamando all’unico Essere! Ma poiché il Verbo non poteva essere con Dio senza dimorare nel Padre, si mostra qui ciò che abbiamo chiamato il "modo d’essere": poiché, sebbene questo sia legato all’"essere" da un legame indissolubile e non possa essere separato da esso, tuttavia ha la sua caratteristica speciale per la quale differisce dall’essere. Perché ognuno dei tre modi di essere si distingue rispetto agli altri per la propria peculiarità. Questa "relazione" (relatio) è qui chiaramente espressa; perché dove si parla semplicemente e senza ulteriore definizione di "Dio", questo nome si riferisce al Figlio e allo Spirito oltre che al Padre. Ma appena si paragona il Padre con il Figlio, la "peculiarità" (proprietas) denota la differenza tra loro. Inoltre, sostengo che la natura propria della persona non è trasferibile, perché, per esempio, non è opportuno applicare o trasferire al Figlio ciò che è la caratteristica distintiva del Padre. Né mi dispiace la definizione di Tertulliano - che è certamente da intendere correttamente! - La definizione di Tertulliano che la Trinità è un certo ordine e disposizione in Dio, che non cambia l’unità dell’essenza (Nel libro contro Prasse 2,9).

La divinità della "Parola"


I,13,7 Prima di andare avanti, però, dobbiamo prima provare la divinità del Figlio e dello Spirito, e in secondo luogo mostrare la differenza tra loro. Quando le Scritture parlano della "Parola" di Dio, questo sarebbe certamente abbastanza assurdo se questa "Parola" fosse solo un suono fugace e vuoto che viene mandato nell’aria e poi fa il suo corso a parte Dio stesso. Le parole di rivelazione date ai Padri e tutte le profezie erano di questo tipo. No, la "Parola" significa la saggezza che abita presso Dio, e dalla quale derivano tutti i detti della rivelazione e delle profezie. Infatti, secondo la testimonianza di Pietro (1Piet 1,11), i profeti di un tempo parlavano non meno dallo spirito di Cristo che gli apostoli e coloro che hanno amministrato l’insegnamento celeste dopo di loro. Ma poiché Cristo non era ancora venuto alla luce, ne consegue che il Verbo era nato dal Padre dall’eternità. E se lo Spirito, i cui strumenti erano i profeti, era lo Spirito della Parola, allora si può concludere senza dubbio che questa Parola era vero Dio. Mosè lo insegna chiaramente anche nel racconto della creazione, perché lì afferma che il Verbo era il mezzo della creazione. Perché avrebbe dovuto riferire altrimenti ancora e ancora che Dio disse alla creazione delle singole opere: "Sia…", se non avesse voluto mostrare che l’insondabile gloria di Dio risplendeva nella sua immagine? Naturalmente, alcuni chiacchieroni sfacciati affermano subito che "parola" significa comando o ordine. Ma gli apostoli sono interpreti migliori, e proclamano che attraverso il Figlio il mondo è stato creato e che Egli porta tutte le cose con la Sua potente Parola (Ebr 1:2). Qui, dunque, vediamo che "Parola" significa il richiamo e il comando del Figlio, che è lui stesso la Parola eterna ed essenziale del Padre. Le persone sagge e umili non trovano oscuro nemmeno il detto di Salomone, in cui mostra come la saggezza nasce da Dio nell’eternità e governa nella creazione di tutte le cose così come in tutte le opere di Dio (Gesù Siracide 24:14). Sarebbe sciocco e blasfemo supporre solo un accenno passeggero di Dio; perché Dio ha voluto in quel momento rivelare il suo consiglio fisso ed eterno, anche cose più nascoste. Anche la parola di Cristo si riferisce a questo: "Io e il Padre mio lavoriamo fino ad oggi" (Giov 5:17; non è il testo di Lutero). Perché lì mostra che egli stesso è all’opera insieme al Padre fin dall’inizio del mondo, e così rende più chiaro ciò che Mosè aveva indicato più brevemente. Quindi dobbiamo concludere che Dio ha parlato in modo tale che la Parola ha avuto la sua parte nell’opera e che in questo modo l’opera era comune ad entrambi. Giov lo afferma di gran lunga più chiaramente quando presenta il Verbo, che in principio era Dio con Dio, come l’origine di tutte le cose insieme al Padre (Giov 1,3). Perché in questo modo egli attribuisce al Verbo un’essenza fissa e duratura, ma gli attribuisce anche qualcosa di peculiare a se stesso e poi mostra anche con la massima trasparenza perché Dio nel suo parlare era il Creatore del mondo. Come tutte le rivelazioni che emanano da Dio portano giustamente il titolo d’onore di "Parola di Dio", così questa Parola proveniente dall’essenza di Dio deve anche ricevere il posto più alto, cioè quello di fonte di ogni rivelazione, perché, non essendo soggetta ad alcun cambiamento, rimane sempre con Dio come una e la stessa ed è Dio stesso!

L’eternità della "Parola"


I,13,8 Qui alcuni cani cominciano a guaire: non possono negare pubblicamente la divinità della Parola, ma perciò cercano di privarla segretamente della sua eternità. Dicono che la Parola è iniziata solo quando Dio ha aperto la sua santa bocca alla creazione del mondo! Ma quando dicono questo, nella loro noncuranza imputano a Dio un cambiamento nella sua natura. Infatti, i nomi che vengono attribuiti a Dio per quanto riguarda la sua opera esteriore non sono stati attaccati a lui che dall’esistenza di questa sua opera, come il nome di "Creatore del cielo e della terra". Ma la pietà non riconosce alcun nome che possa significare che qualcosa è stato aggiunto a Dio in sé. Se si volesse parlare di qualcosa di nuovo aggiunto, la parola di Giacomo porrebbe fine a tutto ciò: "Ogni dono buono e ogni dono perfetto viene dall’alto, scendendo dal Padre delle luci, presso il quale non c’è variazione o cambiamento di luce e di tenebre" (Giac 1,17). Quindi, niente è più insopportabile che imputare un inizio al Verbo che era Dio stesso dall’eternità e poi è diventato il Creatore del mondo! Ma poi arrivano all’idea sofistica: quando Mosè dice nel racconto della creazione che Dio ha parlato in quel momento, lui stesso sta implicando che non c’era parola in Dio prima. Questo è un discorso particolarmente sciocco! Perché se qualcosa si rivela in un certo momento, non si può concludere che non esisteva prima! Concludo diversamente: se in quel momento in cui Dio ha detto: "Sia la luce", la potenza del Verbo è esplosa e si è manifestata, allora deve esserci stata molto tempo prima! Se qualcuno chiede: "Per quanto tempo allora?", non troverà un inizio. Perché Egli stesso non determina alcun periodo di tempo fisso quando dice: "Ed ora, Padre, glorificami con te stesso con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse" (Giov 17:5). Anche Giov ha menzionato questo: infatti dice che prima di procedere alla creazione del mondo, il Verbo era "in principio" presso Dio (Giov 1:1). Così di nuovo troviamo che il Verbo fu generato dal Padre prima dell’inizio dei tempi e poi dimorò con Lui nei secoli dei secoli. Questo prova quindi la sua eternità, il suo essere reale e la sua divinità.

La divinità di Cristo nell’Antico Testamento


I,13,9 Ora non parlo ancora della persona del Mediatore, ma rimando questo a quando tratterò della redenzione. Ma poiché si deve riconoscere universalmente e senza contraddizioni che Cristo è il Verbo fatto carne, tutte le testimonianze che affermano la divinità di Cristo appartengono a questo luogo. Quando si dice nel Sal 45: "Dio, il tuo trono rimane in eterno" (Sal 45:7), gli ebrei adducono la scusa che il nome "Elohim" (Dio) si riferisce anche agli angeli e ai poteri supremi. Ma non c’è un solo passaggio nella Scrittura che stabilisca un trono eterno per la creatura! E colui di cui parla il Sal non è chiamato "Dio" in senso negativo, ma è anche chiamato un sovrano eterno. Inoltre, questo titolo (Dio) non viene dato a nessuno senza un’aggiunta, come per esempio a Mosè viene detto che sarà un dio per il "Faraone" (Es 7:1). Altri vogliono leggere il passaggio in modo tale che "Dio" sia genitivo ("il tuo trono di Dio"). Ma questo è completamente insensato. Confesso che spesso le cose più eccellenti sono chiamate divine, ma il contesto del passaggio mostra che questo sarebbe duro e forzato e non si adatterebbe in alcun modo. Se, tuttavia, persistono nella loro ostinazione, mostriamo loro un passo di Isaia; lì lo stesso Cristo è chiaramente descritto come Dio e dotato del potere supremo - che, dopo tutto, appartiene solo a Dio! Questo è il nome con cui lo chiameranno": Dio di potenza, Padre nei secoli dei secoli…" (Isa 9,5 s. non il testo di Lutero). Ora qui di nuovo gli ebrei strillano e vogliono stravolgere il passaggio in questo modo: "E questo sarà il nome con cui il Dio forte, il Padre per sempre, lo chiamerà…", in modo che solo il nome "Principe della Pace" rimarrebbe per il Figlio. Ma perché si dovrebbero aggiungere così tanti epiteti a Dio Padre, quando il profeta intende adornare Cristo con attributi gloriosi per costruire la nostra fede in Lui? Pertanto, non ci può essere alcun dubbio che qui è chiamato "Dio della potenza" per la stessa ragione per cui è stato chiamato "Immanuel" poco prima. Geremia parla altrettanto chiaramente quando dice che questo sarà il nome con cui sarà chiamata la progenie di Davide: il Signore nostra giustizia (Ger 23:6). Ora gli stessi ebrei insegnano liberamente che tutti gli altri nomi di Dio sono meri epiteti, ma questo, che essi chiamano ineffabile, è l’espressione vivente del suo essere. Da ciò segue che il Figlio è il Dio unico ed eterno - che tuttavia annuncia in un altro luogo che non darà la sua gloria a nessun altro! (Isa 42,8). Ma anche qui cercano scuse e indicano il fatto che Mosè diede lo stesso nome all’altare che aveva costruito ed Ezechiele alla nuova città di Gerusalemme. Ma chi può trascurare il fatto che questo altare è stato costruito come memoriale del fatto che Dio ha esaltato Mosè, e che a Gerusalemme viene dato il nome di Dio solo come segno della presenza di Dio? Perché così dice il profeta: "E allora la città sarà chiamata: "Ecco il Signore!"". (Ez 48:35) E Mosè parla in modo simile: "Costruì un altare e ne chiamò il nome: Il Signore è la mia ’esaltazione’ (il mio paniere)" (Es 17,15). Ma una controversia ancora più grande ruota intorno a un altro passo di Geremia in cui lo stesso nome onorifico è applicato a Gerusalemme: "Questo è il nome con cui sarà chiamata: Il Signore nostra giustizia" (Ger 33:16). Ma questa testimonianza non nega in alcun modo la verità che difendiamo, ma piuttosto la conferma. Infatti, avendo precedentemente testimoniato (Ger 23:6) che Cristo è il vero "Signore" da cui procede la giustizia, ora mostra che la Chiesa di Dio lo sperimenterà così vividamente da potersi vantare del suo nome. In primo luogo viene mostrata la fonte e l’origine della rettitudine, in secondo luogo il suo effetto!

I,13,10 Se gli ebrei non sono ancora soddisfatti di tutto questo, non so quale scusa vogliono addurre contro il fatto che il "Signore" ("Jehovah") appare così spesso sotto forma di angelo. Così, secondo le Scritture, un angelo è apparso ai santi padri, e questo si attribuisce il nome del Dio eterno! (Giudici 6 e 7). Se qualcuno obietta che questo viene fatto per il bene della persona che rappresenta, il nodo non è affatto sciolto. Perché nessun servo avrebbe derubato Dio del suo onore e ammesso che gli venissero offerti dei sacrifici! L’angelo, invece, rifiuta di mangiare il pane e ordina di sacrificare al "Signore" (Giudici 13:16). Ma poi dimostra che lui stesso è il "Signore". Perciò Manoah e sua moglie riconoscono da questo segno di aver visto Dio. Da qui la parola: "Dobbiamo morire, perché abbiamo visto Dio". Ma quando la donna risponde: "Se il Signore avesse voluto ucciderci, non avrebbe accettato l’olocausto e l’offerta di grano dalle nostre mani" - in tal modo lo confessa come Dio che prima era chiamato "angelo"! (Giudici 13:22 e seguenti). La risposta dell’angelo toglie ogni dubbio: "Perché mi chiedi il mio nome, che è meraviglioso? (V. 18). Tanto più abominevole è l’empietà di Servet, che sostiene che Dio non si è mai rivelato ad Abramo e agli altri arci-padri, ma che invece di Lui hanno adorato un angelo. I maestri ortodossi della Chiesa, tuttavia, riconobbero giustamente e saggiamente la Parola di Dio nel principe degli angeli, che aveva già iniziato la sua mediazione in una sorta di preludio. Infatti, sebbene il Verbo non si fosse ancora fatto carne, è sceso, per così dire, come mediatore, per avvicinarsi ai fedeli in modo ancora più intimo. Tale comunione amichevole con gli uomini gli diede il nome di "angelo": ma tuttavia il Verbo conservò nel frattempo ciò che era suo, cioè che era Dio, di gloria indicibile! Questo è anche ciò che Osea vuole esprimere: dopo aver menzionato la lotta di Giacobbe con l’angelo, dice: "Signore (Jehovah), Dio degli eserciti, Signore è il suo nome" (Os 12:6). Servet, invece, ora blatera che Dio ha preso la forma di un angelo. Come se il profeta non confermasse semplicemente ciò che Mosè aveva già riferito: "Perché mi chiedi il mio nome?". E la confessione del santo arci-padre (Giacobbe) rende abbastanza chiaro che non si trattava di un angelo creato, ma di colui che portava in sé la pienezza della Divinità; poiché egli dice: "Ho visto Dio faccia a faccia" (Gen 32:30, 31). Paolo dice anche che Cristo era il capo del popolo nel deserto (1Cor 10:4). Infatti, anche se il tempo dell’umiliazione non era ancora arrivato, la Parola eterna dava tuttavia un esempio del ministero che doveva compiere. Anche se consideriamo, senza polemica, il secondo capitolo di Zaccaria, notiamo che l’angelo che manda un secondo angelo è subito dopo chiamato Dio degli eserciti, e gli viene attribuito ogni potere. Tralascio innumerevoli altre testimonianze sulle quali la nostra fede può tranquillamente riposare, anche se gli ebrei ne tengono poco conto. Se Isa dice: "Ecco, questo è il nostro Dio…, questo è il Signore, nel quale noi aspettiamo, per rallegrarci ed essere lieti nella sua salvezza" (Isa 25:9), è chiaro a tutti coloro che hanno occhi per vedere che qui è posto Dio davanti a noi, che di nuovo si mette in cammino per aiutare il suo popolo. E le forti indicazioni che vi sono poste doppiamente non permettono altra interpretazione che quella di Cristo. Ancora più chiaro e affidabile è il passo di Malachia, che promette che il sovrano, che a quel tempo era ancora atteso, sarebbe venuto nel suo tempio (Mal 3,1). Ma il tempio, che il profeta concede a Cristo, era consacrato solo al Dio Altissimo! Quindi ne consegue che Egli è lo stesso Dio che era sempre stato adorato dagli ebrei!

La divinità di Cristo nella testimonianza degli apostoli


I,13,11 Il Nuovo Testamento fa sgorgare innumerevoli testimonianze. Dobbiamo quindi sforzarci di portarne alcuni selezionati in breve piuttosto che ammucchiare tutto. Gli apostoli hanno parlato di lui solo dopo che era già apparso come mediatore nella carne. Ma ciò che sto per menzionare sarà in grado di provare molto bene la sua eterna divinità. L’insegnamento degli apostoli è particolarmente degno di attenzione, che in Cristo ciò che prima era stato detto di lui come il Dio eterno era già stato rivelato o sarebbe stato rivelato un giorno. Isa profetizza che il Signore degli eserciti sarà una roccia di offesa e una pietra d’inciampo per gli ebrei e gli israeliti (Isa 8,14) - e Paolo dice che questo si è compiuto in Cristo (Rom 9,32 s.). Egli dichiara così che questo Signore degli eserciti è il Cristo. Allo stesso modo, altrove dice: "Noi tutti saremo presentati davanti al seggio del giudizio di Cristo; perché sta scritto: … ogni ginocchio si inchinerà a me e ogni lingua confesserà Dio" (Rom 14:10 s.). Poiché questo è ciò che Isa dice di Dio (Isa 45,23) e poiché Cristo lo dimostra in se stesso, ne consegue che egli stesso è Dio, la cui gloria non deve essere data a nessun altro. Ciò che Paolo cita dal Sal 68 (v. 19) in Efesini si applica anche a Dio solo: "Egli salì in alto e condusse la cattività in cattività" (Efes 4:8). Paolo riconosce che tale ascensione era già prefigurata dal fatto che Dio ha dimostrato la sua potenza nella vittoria sulle nazioni straniere, e poi mostra che è stata rivelata pienamente solo in Cristo. Giov testimonia che fu la gloria del Figlio ad essere rivelata ad Isa (Giov 12:41; Isa 6:1), quando il profeta stesso scrisse di aver visto la maestà di Dio. Quelle che lo scrittore della Lettera agli Ebrei attribuisce al Figlio sono senza dubbio le lodi più gloriose di Dio: "Tu, Signore, hai fondato la terra fin dal principio…" (Eb 1,10) e "Lo adorino tutti gli angeli di Dio" (Eb 1,6). Ma quando egli riferisce queste lodi a Cristo, ciò non significa abusarne; perché ciò che è cantato in quelle parole del Salmo, solo Lui l’ha compiuto. Fu Lui che si alzò per avere pietà di Sion (Sal 102,14). Fu Lui che prese il dominio su tutti i popoli e le isole (Sal 97:1). E perché Giov avrebbe dovuto esitare ad attribuire la maestà di Dio a Cristo, dato che aveva precedentemente detto che il Verbo era stato Dio dall’eternità? (Giov 1,1.14). Perché Paolo dovrebbe rifuggire dal porre Cristo sul seggio del giudizio di Dio (2Cor 5:10), dopo che in precedenza aveva proclamato la sua divinità con un messaggio araldico così chiaro quando disse che egli era "Dio, altamente lodato in eterno" (Rom 9:5)? E per far capire quanto sia d’accordo con se stesso qui, scrive in un altro luogo: "Dio si è rivelato nella carne…" (1Ti 3:16). Ma se egli è Dio, altamente lodato per l’eternità, allora è anche colui al quale solo è dovuta ogni gloria e onore, come dice in un altro luogo (1Tim 1:17). Non ha nemmeno paura di confessare davanti a tutto il mondo: "Essendo nella forma di Dio, non considerò un furto essere come Dio, svuotando se stesso…" (Fili 2,6 ss.). Ma affinché gli empi non bestemmiassero che era un Dio inventato arbitrariamente, Giov arriva a dire: "Egli è il vero Dio e la vita eterna" (1Gio 5:20). Tuttavia, ci deve bastare che sia chiamato Dio, soprattutto dal testimone che sottolinea con particolare acutezza che non ci sono molti dei, ma uno solo. Questo è Paolo che dice: "Anche se molti dèi sono chiamati in cielo e sulla terra, noi abbiamo un solo Dio, del quale sono tutte le cose…" (1Cor 8:5). Quando sentiamo dalla stessa bocca che Dio si è rivelato nella carne (1Ti 3:16), che Dio ha acquistato la chiesa con il proprio sangue… (Atti 20:28) - come potremmo pensare che si intendesse un secondo Dio, che Paolo non avrebbe mai riconosciuto? E senza dubbio tutti i credenti la pensavano come lui. Quando Tommaso chiama così apertamente Cristo suo "Signore e Dio" (Giov 20,28), lo confessa come l’unico Dio che aveva sempre adorato.

La divinità di Cristo si mostra nelle sue opere


I,13,12 Se ora conosciamo la sua divinità anche dalle opere di Cristo, come gli sono attribuite nella Scrittura, allora essa brillerà ancora più chiaramente davanti a noi. Quando disse che operava con il Padre fin dal principio e fino ad ora (Giov 5,17), i Giudei, che erano completamente ottusi contro tutte le altre sue parole, capirono che egli attribuiva a se stesso il potere divino. Perciò, come riferisce Giovanni, cercarono di ucciderlo ancora di più, perché non solo aveva rotto il sabato, ma aveva dichiarato che Dio era suo Padre e quindi si era reso uguale a Dio (Giov 5,18). Quanto sarebbe grande la nostra cecità se non notassimo qui l’affermazione della sua divinità! È veramente opera del solo Creatore governare il mondo con provvidenza e potenza e dirigere tutto con la Sua volontà - e l’apostolo gli attribuisce questo! (Ebr. 1,3). Ma egli non solo condivide con il Padre l’opera del governo del mondo, ma anche altre efficaci individuali in cui nessuna creatura può avere una parte. Il Signore proclama attraverso il profeta: "Io, io cancello le vostre iniquità per causa mia" (Isa 43:25). Quando gli ebrei pensarono che Gesù bestemmiava perdonando i peccati, Egli non solo rivendicò questa autorità per se stesso, ma la confermò anche con un miracolo (Mat 9,6). Così vediamo che non solo l’ufficio, ma l’autorità (gratuita) di perdonare i peccati era con lui - mentre il Signore rifiuta di trasferirla a chiunque altro! Non è forse il solo potere di Dio di cercare e vedere attraverso i pensieri segreti del cuore? Ma Cristo possedeva anche questo potere (Mat 9,4), da cui emerge nuovamente la sua divinità.

La divinità di Cristo è attestata dai suoi miracoli


I,13,13 Ma come risplende anche dai suoi miracoli! Ora, ammetto prontamente che anche i profeti e gli apostoli hanno fatto miracoli simili o addirittura uguali. Ma il contrasto inconciliabile sta nel fatto che essi distribuivano i doni di Dio nel loro ufficio e ministero, mentre lui lasciava operare la propria potenza! Certo, a volte si è servito della preghiera per dare gloria al Padre, ma nella maggior parte dei casi lo vediamo esprimere la propria potenza. Come potrebbe non essere il vero autore di miracoli, dato che con la sua autorità dà agli altri il potere di farli? Infatti l’evangelista registra che egli diede il potere ai discepoli di risuscitare i morti, di rendere puri i lebbrosi, di scacciare i demoni, ecc. (Mat 10,8; Mar 3,15; 6,7). Ma questi compirono il loro ufficio in modo tale che divenne abbastanza chiaro: il potere non veniva da nessun altro se non da Cristo. "Nel nome di Gesù Cristo alzati e cammina", dice Pietro (Atti 3:6). Non è quindi sorprendente che Cristo si riferisse ai suoi miracoli per sconfiggere l’incredulità dei giudei; perché ciò che era accaduto per suo potere doveva essere allo stesso tempo una prova completa della sua divinità (Giov 5:36; 10:37; 14:11). Se, inoltre, oltre a Dio non c’è salvezza, né giustizia, né vita, e se, d’altra parte, Cristo ha tutte queste cose in sé, allora è certamente provato che è Dio. Ma che nessuno mi dica che la vita e la salvezza sono passate in lui da Dio. Perché non si dice che ha ricevuto la salvezza, ma che è la salvezza! E se non c’è altro bene che Dio solo (Mat 19,17), come potrebbe allora un semplice uomo essere - non buono e giusto, ma - la bontà e la giustizia stessa? Secondo la testimonianza dell’evangelista, non era forse la vita in lui fin dall’inizio del mondo, e non era egli stesso, che era già allora la vita, la luce degli uomini? (Giov 1:4). Perciò, sulla base di tali testimonianze, osiamo mettere la nostra fede e la nostra speranza in lui, anche se sappiamo perfettamente che è un sacrilegio e un’empietà per chiunque mettere la sua fiducia nella creatura! "Se credete in Dio, credete anche in me" dice (Giov 14:1; non è il testo di Lutero). Paolo interpreta anche due passi di Isa in questo modo: "Chi spera in lui non sarà messo in imbarazzo" e "Dalla radice di Jesse sorgerà uno che governerà le nazioni; in lui le nazioni spereranno" (Isa 28:16; 11:10; Rom 10:11; 15:12). Ma perché dovremmo continuare a citare testimonianze scritturali su questo, visto che è detto ancora e ancora: "Chi crede in me ha la vita eterna"? Così anche l’invocazione credente, che in fondo è peculiare della maestà divina, è dovuta a lui, semmai. Perché è detto dal profeta: "Chi invocherà il nome del Signore sarà salvato" (Gioele 3:6). E un altro esclama: "Il nome del Signore è una fortezza; il giusto vi corre e viene protetto" (Prov 18:10). Ma ora il nome di Cristo è invocato per la salvezza; e da questo è chiaro che egli è "il Signore". Abbiamo un esempio di tale invocazione, cioè quella di Stefano: "Signore Gesù, accogli il mio spirito!". (Atti 7:58). Abbiamo anche altri esempi in tutta la Chiesa, come Anania nello stesso libro quando dice: "Signore, tu sai quanto male quest’uomo ha fatto a tutti i santi, a tutti coloro che invocano il tuo nome (Atti 9:13, 14). E affinché si riconosca chiaramente che tutta la pienezza della Divinità abita in lui corporalmente, l’apostolo confessa di non aver rappresentato alcuna dottrina tra i Corinzi se non la conoscenza di Cristo, di non aver predicato altro che questo! (1Cor 2:2). Non è strano che Dio, che ci comanda di vantarci solo della sua conoscenza (Ger 9:23), ci permetta di predicare solo il nome del Figlio? Chi oserebbe dichiararlo una semplice creatura, la cui sola conoscenza è la nostra gloria? Inoltre, Paolo, nelle parole di saluto all’inizio delle sue lettere, chiede al Figlio le stesse benedizioni del Padre. Da questo segue per noi l’insegnamento che noi non riceviamo ciò che il Padre celeste ci dona solo attraverso la sua intercessione per noi, ma che il Figlio, in virtù della sua partecipazione al potere, ne è egli stesso l’autore. Questa conoscenza pratica è senza dubbio più certa e più affidabile di ogni pensiero ozioso. Perché l’anima credente vede Dio in completa vicinanza, lo afferra con le sue mani e sperimenta che è resa viva, illuminata, salvata, giustificata e santificata da Lui!

La divinità dello spirito si dimostra nel suo lavoro


I,13,14 La prova della divinità dello Spirito deve ora essere condotta dalle stesse fonti. Senza alcuna oscurità è la testimonianza di Mosè nel racconto della creazione: lo spirito si librava sull’abisso o sulla materia informe (Gen 1,2). In questo modo egli mostra che non solo la bellezza del mondo come lo vediamo ora dura per la potenza dello Spirito, ma che lo Spirito aveva già preservato la massa disordinata prima che sorgesse tutto questo ornamento. Le parole di Isaia, "E ora il Signore, il Signore e il suo Spirito mi mandano" (Isa 48:16), non ammettono scuse, poiché egli assegna il più alto potere di comando nell’invio dei profeti allo Spirito, dal quale risplende la sua divina maestà. Ma la prova migliore, come ho già detto, viene dall’esperienza familiare. Perché al di sopra di tutte le creature è ciò che le Scritture gli attribuiscono e che noi stessi impariamo nella sicura esperienza della pietà. Perché egli è presente ovunque e sostiene, nutre e anima tutte le cose in cielo e in terra. Solo per questo è sottratto al numero delle creature, che nessun limite lo racchiude. Ma il fatto che egli riversi la sua potenza in ogni cosa e così dia l’essere, la vita e il movimento a tutte le cose, è manifestamente divino. E se, inoltre, la rigenerazione in vita imperitura è più alta e molto più sublime di ogni crescita e divenire attuali, come si deve giudicare lo spirito dal cui potere tale vita procede? Perché che egli stesso è l’autore della rigenerazione, non per trasmissione ma per il suo proprio potere, è insegnato in molti passi della Scrittura. Ma non è solo l’autore della rigenerazione, ma anche il fondatore dell’immortalità futura. Così tutti gli effetti della Divinità sono attribuiti allo Spirito, così come lo sono al Figlio, e specialmente quelli molto particolari. Se lo Spirito scruta le profondità di Dio, che non ha consigliere tra le creature (1Cor 2:10, 16), se offre la saggezza e la capacità di parlare (1Cor 12:10), quando il Signore disse a Mosè che questa era esclusivamente opera sua (Es 4:11), allora attraverso di lui raggiungiamo la comunione con Dio in modo tale da sperimentare la sua potenza come vivificante in noi. La nostra giustificazione è opera sua, da lui viene la potenza, la santificazione, la verità, la grazia e tutte le cose buone che si possono escogitare. Perché è un solo Spirito da cui provengono tutti i doni. La frase di Paolo è particolarmente degna di nota qui: per quanto molteplici siano i doni, per quanto variamente e diversamente siano distribuiti, "c’è un solo Spirito" (1Cor 12:4). Con questo egli afferma che lo Spirito non è semplicemente l’inizio e la fonte, ma realmente l’originatore. Lo esprime ancora più chiaramente poco dopo: "Ma tutte queste cose opera l’unico Spirito, dividendo a ciascuno il suo secondo la sua volontà". (1Cor 12:11). Se lo Spirito non fosse un modo di essere in Dio, certamente non gli si attribuirebbe in alcun modo la scelta e la volontà. Perciò Paolo attribuisce chiaramente la potenza divina allo spirito e mostra che esso abita in Dio come entità propria (hvpostatice).

Testimonianze espresse per la divinità dello spirito


I,13,15 La Scrittura usa anche il nome "Dio" quando parla dello Spirito. Infatti Paolo conclude che lo Spirito abita in noi, che siamo un tempio di Dio (1Cor 3:17; 6:19; 2Cor 6:16). Questo non deve essere passato in fretta. Perché Dio promette così spesso che ci sceglierà come suo tempio - e adempie questa promessa in quanto lo Spirito abita in noi! Agostino ha certamente ragione nella sua eccellente osservazione: Se ci fosse comandato di costruire un tempio allo Spirito in legno e pietra, quando tale culto è dovuto solo a Dio, ciò sarebbe già una chiara prova della sua divinità; ma quanto più chiaro è ora che non dobbiamo costruire un tempio a lui, ma essere noi stessi un tempio! (Lettera 170). L’apostolo scrive una volta che siamo il tempio di Dio, l’altra volta nello stesso senso, che siamo templi dello Spirito Santo! E quando Pietro rimproverò Anania per aver "mentito allo Spirito Santo", disse che Anania "non ha mentito agli uomini ma a Dio" (Atti 5:3 s.). E dove Isa presenta il Signore degli eserciti che parla (Isa 6,9), Paolo insegna che è lo Spirito Santo che parla. (Atti 28:25 e seguenti). Dove i profeti dicono che le parole che hanno pronunciato erano quelle del Signore degli eserciti, Gesù e gli apostoli si riferiscono allo Spirito Santo. Questo dimostra anche che egli è veramente "il Signore" (Jehovah), che è l’autore supremo di ogni profezia. D’altra parte, quando Dio si lamenta che è sfidato dalla testardaggine del popolo, Isa dice che il suo Spirito Santo è stato addolorato (Isa 63:10). E se, infine, la bestemmia dello Spirito non deve essere perdonata né in questo mondo né nel mondo a venire, mentre chi bestemmia il Figlio può ricevere il perdono (Mat 12:31; Mar 3:29; Luca 12:10), anche questa è una chiara espressione della maestà divina dello Spirito, che è un imperdonabile sacrilegio violare o toccare. Con piena intenzione passo sopra molte testimonianze che gli antichi hanno menzionato qui. Sembrava loro appropriato citare il passo dei Salmi: "I cieli sono stati fatti dalla parola del Signore, e tutta la loro schiera dallo spirito della sua bocca" (Sal 33:6), per dimostrare che il mondo è tanto opera dello Spirito Santo quanto del Figlio. Ma poiché nei Sal si usa dire due volte la stessa cosa, e poiché, inoltre, in Isa "Spirito della sua bocca" significa tanto quanto "Parola" (Isa 11:4), questo mi sembra un punto debole di prova. Ho quindi voluto toccare solo brevemente quello su cui il senso pio può tranquillamente contare..

L’unità


I,13,16 Come Dio si è rivelato più chiaramente nella venuta di Cristo, così si è fatto conoscere più intimamente nelle tre persone. Tra le molte testimonianze di questo, una può bastare per noi: Paolo collega questi tre: Dio, fede e battesimo (Efes 4,5) in modo tale da concludere dall’uno all’altro: poiché c’è la fede, ciò dimostra che c’è un Dio, e poiché c’è il battesimo, ciò dimostra che c’è anche la fede. Se, dunque, attraverso il battesimo siamo introdotti nella fede nell’unico Dio e nel suo culto, dobbiamo necessariamente riconoscere come vero Dio quello nel cui nome siamo battezzati. E quando Cristo ha detto: "Battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo", ha voluto testimoniare con una formula così solenne senza dubbio che la luce della fede era già pienamente rivelata. Perché questa formula significa tanto quanto la richiesta del battesimo nel nome dell’unico Dio, che è apparso in piena chiarezza nel Padre, nel Figlio e nello Spirito; e da ciò segue chiaramente che nell’essere di Dio ci sono tre persone, nelle quali si riconosce l’unico Dio! E poiché la fede non deve guardarsi intorno in tutte le direzioni, ma deve guardare all’unico Dio, aggrapparsi a lui e rimanere in lui, se ci fossero diverse fedi, ci dovrebbero essere anche diversi dei. Ma poiché il sacramento della fede è il battesimo, ci assicura l’unità di Dio, perché è un solo battesimo! Ne consegue anche che si può essere battezzati in un solo Dio, perché dobbiamo credere in colui nel cui nome siamo battezzati. Così, quando Cristo comandò che il battesimo fosse nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, cos’altro poteva avere in mente se non che dovevamo credere con una sola fede nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo? Ma se era così, che altro voleva se non testimoniare chiaramente che il Padre, il Figlio e lo Spirito sono un solo Dio? Se rimane dunque che Dio è uno e non molti, allora Parola e Spirito non possono essere altro che l’essere stesso di Dio! Ed è per questo che era particolarmente sciocco e indecoroso per gli ariani confessare la divinità di Cristo ma negare l’essenza di Dio! I macedoni erano spinti da un’illusione molto simile quando pensavano che lo spirito fosse da intendersi solo come i doni della grazia che scorrevano agli esseri umani. Perché come la saggezza, l’intelligenza, la comprensione, la potenza e il timore del Signore vengono da lui, così egli stesso è l’unico Spirito di saggezza, prudenza, potenza e pietà. Egli non è diviso secondo la distribuzione dei suoi doni, ma per quanto diversamente siano divisi i doni, egli rimane sempre uno e lo stesso, come dice l’apostolo (1Cor 12:11).

La trinità


I,13,17 Ma d’altra parte, la Scrittura stabilisce anche una certa differenza tra il Padre e la Parola, e tra la Parola e lo Spirito. La profondità del mistero stesso, tuttavia, ci ammonisce a lavorare con la massima riverenza e prudenza nel considerare questa differenza. Mi piacciono particolarmente le parole di Gregorio di Nazianzo: "Non posso pensare uno senza essere immediatamente circondato dai tre; e non posso separare i tre senza tornare all’uno". (Gregorio di Nazianzo, Del Santo Battesimo). Anche noi non dobbiamo comprendere la Trinità delle Persone in modo tale che i nostri pensieri siano così divisi e separati, e non siano invece immediatamente ricondotti all’unità. Certamente i nomi "Padre", "Figlio" e "Spirito" significano già una distinzione reale, e non si deve pensare che siano solo epiteti che designano Dio secondo i suoi diversi effetti. Ma è una distinzione e non un divorzio. Che lui, il Figlio, possiede una qualità propria distinta dal Padre, ci è stato dimostrato dai passi già citati. Perché il Verbo non sarebbe "con" Dio se non fosse distinto dal Padre, né avrebbe allora la sua gloria "con" il Padre. Allo stesso modo, il Figlio fa una distinzione tra sé e il Padre quando dice: "C’è un altro che testimonia per me" (Giov 5:32; 8:16, ecc.). A questa serie appartiene anche la frase che ricorre in un altro luogo: il Padre ha creato tutto attraverso il Verbo (Ebr. 11,3); perché anche qui si presuppone una distinzione. Non è stato il Padre a venire sulla terra, ma colui che è uscito dal Padre. Non è stato il Padre a morire e risorgere, ma colui che ha mandato. Ma questa distinzione non inizia con l’incarnazione, ma è testimoniato che l’unigenito era già prima nel seno del Padre (Giov 1,18). Perché chi oserebbe affermare che il Figlio è entrato nel seno del Padre solo quando è sceso dal cielo e si è fatto uomo? Egli era già prima nel seno del Padre (Giov 1,18) e possedeva la sua gloria presso il Padre (Giov 17,5). La distinzione dello Spirito Santo dal Padre è indicata da Cristo quando dice che lo Spirito procede dal Padre (Giov 14,26; 15,26); spesso lo distingue anche da se stesso, per esempio quando dice: "Vi manderò un altro Consolatore" (Giov 14,16), ma anche in altri luoghi.

La differenza di Padre, Figlio e Spirito


I,13,18 Per marcare meglio questa distinzione, si sono talvolta prese in prestito delle similitudini dalle circostanze umane. Ma non so se ne verrà fuori qualcosa. Anche gli antichi a volte lo fanno, ma allo stesso tempo ammettono che c’è una grande differenza tra cosa e immagine. Ecco perché rifuggo da qualsiasi audacia qui; potrebbe essere troppo facile che qualcosa di sconsiderato possa causare l’insulto dei malvagi e l’errore dei deboli! Tuttavia, non sta a noi nascondere il tipo di distinzione che troviamo nella Scrittura. Questa distinzione consiste in quanto segue: al Padre è attribuito l’inizio dell’attività, è la fonte e la fontana di tutte le cose; al Figlio appartiene la saggezza, il consiglio e la distribuzione ordinata; allo Spirito appartiene la potenza e l’efficacia nell’azione. Inoltre, l’eternità del Padre è anche quella del Figlio e dello Spirito - perché Dio non potrebbe mai essere senza sapienza e potenza, e nell’eternità, d’altra parte, non si può trovare un prima e un dopo. Ma tuttavia non è affatto un ordine vuoto o superfluo quando il Padre è considerato il primo, poi il Figlio segue da Lui, e poi da entrambi lo Spirito. Perché il cuore di ogni uomo tende naturalmente a guardare prima il Padre, poi la saggezza che scaturisce da Lui, e infine la potenza con cui realizza i suoi consigli. Per questo si dice che il Figlio ha il suo essere solo attraverso il Padre, lo Spirito attraverso il Padre e il Figlio insieme. Troviamo questo in molti passi della Scrittura, ma in nessun luogo più chiaramente che in Romani 8, dove lo stesso Spirito è chiamato una volta lo Spirito di Cristo e poi di nuovo lo Spirito di Colui "che ha risuscitato Cristo dai morti" (Rom 8:9). E giustamente. Pietro testimonia anche che era lo Spirito di Cristo in cui i profeti profetizzavano (1Piet 1,11), quando le Scritture insegnano così spesso che era lo Spirito del Padre.

La relazione tra Padre, Figlio e Spirito


I,13,19 Ma questa distinzione non toglie la piena unità di Dio. Al contrario, si può dimostrare che il Figlio è un solo Dio con il Padre, perché ha anche l’unico Spirito con Lui, e che lo Spirito non è qualcosa di separato dal Padre e dal Figlio, perché è lo Spirito del Padre e del Figlio! Perché per ogni singola persona (ipostasi) si intende l’intera natura (divina), insieme a ciò che appartiene a ciascuna come propria peculiarità. Il Padre è interamente nel Figlio, il Figlio interamente nel Padre, come Egli stesso dice: "Io sono nel Padre e il Padre è in me" (Giov 14:10), e gli scrittori ecclesiastici non ammettono che l’uno sia separato dall’altro da alcuna differenza di essenza. "Con i nomi che appartengono a una distinzione", dice Agostino, "è significata la loro relazione reciproca, ma non l’essere fondamentale (substantia), in cui essi sono ancora uno". (Agostino, Lettera 238). In questo senso, le affermazioni degli antichi devono essere viste insieme - altrimenti dovrebbero dare l’impressione di essere significativamente opposte l’una all’altra. Infatti una volta dicono che il Padre è l’origine del Figlio, un’altra volta insistono che il Figlio ha la sua divinità e il suo essere da se stesso, ed è quindi un inizio con il Padre (Agostino, Lettera 238 e su Sal 109,13). Agostino spiega la ragione di questa differenza molto chiaramente in un altro luogo: "Cristo è chiamato Dio in sé e per sé, ma nella sua relazione con il Padre è chiamato Figlio. E d’altra parte, il Padre è chiamato Dio in se stesso, ma Padre nella sua relazione con il Figlio. Perciò, se Egli è chiamato Padre al Figlio, non è il Figlio, e se il Figlio è chiamato Figlio al Padre, non è il Padre; ma Colui che è chiamato Padre in sé e per sé, e Colui che è chiamato Figlio in sé e per sé, è lo stesso Dio". (Agostino sul Sal 68). Se, dunque, parliamo del Figlio come tale, senza tener conto del Padre, possiamo dire giustamente e veramente che egli è di per sé, e quindi possiamo chiamarlo l’unica origine; ma se consideriamo la sua relazione con il Padre, diciamo giustamente che il Padre è l’origine del Figlio. Lo svolgimento di questi pensieri forma il contenuto del quinto libro dell’opera di Agostino "Della Trinità". In ogni caso, è molto più sicuro rimanere con la definizione della relazione che dà, piuttosto che penetrare più a fondo in questo mistero sublime e poi perdersi in tutti i tipi di giochi di pensiero vuoti.

Il Dio Trino


I,13,20 Dunque, chi vuole essere sobrio di cuore e soddisfatto della misura della fede, può annotare brevemente ciò che è utile sapere. Cioè, quando professiamo di credere in un solo Dio, "Dio" è inteso come l’unico e semplice essere in cui concepiamo tre persone o ipostasi. Se il nome di Dio è usato senza ulteriore definizione, il Figlio e lo Spirito sono intesi non meno del Padre. Se il Figlio viene accanto al Padre, la relazione (relatio) deve essere presa in considerazione, e così si distingue tra le persone. Ma ora le peculiarità (proprietates) delle persone stanno in un certo ordine tra loro, così che il Padre è il principio e l’origine. Dove, quindi, il Padre e il Figlio, o anche lo Spirito, sono chiamati insieme, il nome "Dio" è legato in modo speciale al Padre. In questo modo si mantiene l’unità dell’essenza e si conserva l’ordine; ma questo non toglie nulla alla divinità del Figlio e dello Spirito. E poiché, come abbiamo visto sopra, gli apostoli sostengono che il Figlio di Dio era colui al quale i profeti hanno testimoniato come "il Signore", è certamente necessario tornare ancora e ancora all’unità dell’essenza. Perciò è un sacrilegio detestabile per noi dire che il Figlio è un Dio diverso dal Padre. Perché il semplice nome "Dio" non permette alcuna determinazione di relazione, né si può dire che Dio è questo o quello in relazione a se stesso. Che il nome "il Signore" (Jehovah), se non è designato più specificamente, appartiene anche a Cristo, è evidente anche dalle parole di Paolo: Per questo ho chiesto tre volte al Signore" - perché dopo aver riportato la risposta di Cristo: "Accontentati della mia grazia", subito aggiunge: "… affinché la potenza di Cristo abiti con me…". (2 Cor 12,9). Lì il nome "Signore" è chiaramente messo per "Geova", e quindi sarebbe incauto e infantile limitarlo alla persona del Mediatore; perché è un discorso senza alcun pensiero di un rapporto (interno) divino (assoluto); un confronto tra il Padre e il Figlio quindi non ha luogo. E dall’usanza dei greci sappiamo anche che gli apostoli a volte mettevano il nome "Kyrios" (Signore) per "Jehovah". Non per portare un esempio da lontano: Quando Paolo pregava il "Signore", era nello stesso senso in cui Pietro cita il passo di Gioele: "Chiunque invochi il nome del Signore sarà salvato" (Atti 2:16; Gioele 3:5). Dove questo nome ("Signore") è attaccato in modo speciale al solo Figlio, ha un significato diverso, come sarà mostrato altrove. Ora notiamo solo che: Paolo, dopo aver pregato Dio senza ulteriori specificazioni, aggiunge immediatamente il nome di Cristo. Cristo chiama anche Dio "Spirito" (Giov 4,24). Perché nulla impedisce che tutto l’essere di Dio sia spirituale - poiché in Lui sono compresi Padre, Figlio e Spirito. Questo è anche confermato dalla Scrittura, perché come sentiamo chiamare Dio "Spirito" qui, così sentiamo anche come lo Spirito è detto essere lo Spirito di Dio e venire da Dio, poiché e in quanto è una "persona" (hypostasis) dell’intero essere.

La ragione di tutti i falsi insegnamenti - un avvertimento per tutti!


I,13,21 Ora il diavolo, per sradicare la nostra fede, ha suscitato in ogni tempo tremende dispute da una parte sulla natura divina del Figlio e dello Spirito, e dall’altra sulla distinzione delle persone. E come in quasi tutti i secoli ha suscitato uomini empi per tormentare i maestri ortodossi su questo punto, così anche oggi sta cercando di accendere un nuovo fuoco da vecchie scintille. Per questo motivo, tuttavia, vale la pena di fare qui lo sforzo di contrastare il delirio contorto di alcune di queste persone. Nella presentazione precedente, l’intenzione era principalmente quella di guidare per mano le persone docili, ma non di discutere con quelle rigide e litigiose. Ora, però, la verità, che è stata presentata con calma, deve essere difesa contro tutte le vituperazioni degli empi. Naturalmente, per me è molto importante che coloro che aprono volentieri le orecchie alla parola di Dio abbiano un fondamento su cui stare. Se, in vista dei misteri nascosti della Scrittura, la prudenza e la moderazione sono necessarie nella contemplazione ovunque, ciò è particolarmente vero qui. Una grande cautela è anche necessaria per assicurarsi che il pensiero o il linguaggio non vada oltre quanto la Parola di Dio ci permette di andare. Come può lo spirito dell’uomo voler misurare l’essere incommensurabile di Dio secondo la sua misura, quando non può nemmeno determinare con certezza che tipo di corpo è il sole - che vede con i suoi occhi ogni giorno! O come può arrivare autonomamente a indagare la natura fondamentale di Dio quando non conosce minimamente la propria? Ecco perché vogliamo lasciare a lui la conoscenza di Dio. Perché, secondo le parole di Ilario, solo Lui è un testimone pienamente valido per se stesso, e può essere conosciuto solo attraverso di Lui. Ma procediamo secondo questa intuizione se lo consideriamo come si è rivelato a noi e non cerchiamo la sua conoscenza in nessun altro luogo che nella sua parola. Così ci sono cinque sermoni del Crisostomo su questo argomento contro gli Anhomiti; ma anche questi non sono stati in grado di frenare la presunzione dei sofisti e di mettere una briglia alla loro garrulità. Perché qui non si sono comportati in modo più modesto del solito. Ma dovremmo imparare dalle conseguenze senza speranza di tale presunzione a sviluppare più desiderio di imparare che perspicacia in questa materia, e soprattutto a non lasciare che ci venga in mente di cercare Dio da qualche altra parte se non nella Sua santa Parola, o di pensare qualcosa su di Lui se non sotto la guida della Sua Parola, o di parlare qualsiasi cosa se non ciò che viene dalla Sua Parola. La distinzione tra Padre, Figlio e Spirito all’interno dell’unica Divinità, che è molto difficile da discernere, ha causato ad alcuni spiriti più problemi e lamentele di quanto sia stato utile; ricordiamoci quindi che lo spirito umano si imbatte in un labirinto quando si abbandona alla propria curiosità, e lasciamoci guidare dalle parole celesti della rivelazione, poiché non possiamo comprendere la profondità del mistero.

La negazione della Trinità da parte di Servet


I,13,22 ESarebbe troppo lungo e causerebbe solo un’inutile stanchezza enumerare tutti gli errori con cui l’integrità della fede è stata sfidata in questa parte principale della dottrina. Molti degli artefici dell’eresia, con la loro grossolana illusione, hanno tentato così tanto di annullare la gloria di Dio che si sono accontentati di scuotere o confondere i non iniziati. Ben presto, però, da singole persone nacquero intere sette, alcune delle quali volevano scindere l’essenza di Dio, altre offuscare la distinzione tra le persone. Ma se ora teniamo fermo ciò che è stato sufficientemente dimostrato sopra dalla Scrittura, cioè che l’essenza dell’unico Dio è semplice e indivisibile, e che appartiene (ugualmente) al Padre, al Figlio e allo Spirito, che a sua volta il Padre differisce dal Figlio per una certa peculiarità, e il Figlio dallo Spirito - allora l’ingresso è precluso ad Ario e Sabellio e a tutti i falsi maestri precedenti. Ma nel nostro tempo sono apparsi alcuni ingannatori come Servet e i suoi simili che hanno cercato di confondere tutto con nuovi inganni, e quindi vale la pena di esaminare brevemente i loro inganni. Servet odiava così tanto il termine "Trinità", addirittura lo aborriva, che ci chiamava tutti "Trinitari" e come tali ci dichiarava atei. Passerò sopra le invettive che si è inventato. Il contenuto principale delle sue speculazioni era questo: Se si parlasse dell’esistenza di tre persone nell’essere di Dio, si sarebbe tirato fuori un Dio in tre parti, e questa tripartizione sarebbe pura immaginazione, poiché violerebbe l’unità di Dio. Secondo la sua visione, le persone erano certe idee esterne che non esistevano realmente nell’essere di Dio, ma dovevano solo rappresentare Dio per noi in questa o quella relazione. In principio non c’era stata alcuna distinzione in Dio, perché nei tempi precedenti Parola e Spirito erano stati la stessa cosa; ma poiché Cristo era proceduto da Dio come Dio, anche un altro Spirito era proceduto da Dio, sempre come Dio. A volte veste le sue cretinate con allegorie. Così dice che la Parola eterna di Dio era lo Spirito eterno di Cristo con Dio e un riflesso dell’idea. O anche: lo Spirito era l’ombra della Divinità. Poco dopo, però, annulla entrambe le divinità e afferma che secondo la misura della distribuzione (divina) nel Figlio come nello Spirito c’era una parte di Dio, così come lo stesso Spirito secondo la sua natura fondamentale è presente in noi e anche nel legno e nella pietra come parte di Dio. Quello che blatera sulla persona del Mediatore lo vedremo a tempo debito. La sua grande invenzione che Persona non significa altro che una forma visibile della gloria di Dio non ha bisogno di una lunga confutazione. Perché quando Giov dice che il Logos (la Parola) era già Dio prima della creazione del mondo, intende con questo qualcosa di completamente diverso da un’idea o una forma visibile (Giov 1,1). Ma se il Logos, che era Dio, era con il Padre fin dal principio e da tutta l’eternità, e aveva la sua propria gloria presso il Padre (Giov 17,5), allora non poteva essere un’apparenza esteriore e raffigurativa, ma doveva piuttosto essere un’ipostasi, un modo di essere che abitava in Dio. E sebbene lo spirito sia menzionato solo alla creazione del mondo, non vi appare come un’ombra, ma come la potenza essenziale di Dio, poiché Mosè riferisce anche che si librava intorno e portava questa massa informe (Gen 1:2). Che lo Spirito eterno sia sempre stato in Dio è evidente dal fatto che ha nutrito la materia aggrovigliata del cielo e della terra fino a quando non è arrivata la bellezza e l’ordine. A quel tempo non poteva certo esistere ancora un’immagine, nemmeno una rappresentazione di Dio, come sogna Servet. In un altro luogo, la sua empietà è ancora più evidente quando afferma che Dio si è rivelato visibilmente scegliendo un figlio visibile secondo il suo piano eterno. Perché se questo fosse vero, la divinità di Cristo consisterebbe solo nel fatto che è stato scelto come figlio dal consiglio eterno di Dio. Inoltre, trasforma i fantasmi, che sostituisce alle persone, in modo tale che non ha paura di imputare nuovi attributi a Dio. Ma il più abominevole di tutti è che confonde il Figlio e lo Spirito di Dio con tutte le creature. Infatti egli afferma che queste sono parti o divisioni nell’essenza di Dio, ognuna delle quali è una parte di Dio; soprattutto, che gli spiriti dei credenti sono della stessa eternità e della stessa essenza fondamentale di Dio, così come altrove attribuisce la divinità essenziale all’anima dell’uomo e anche alle altre cose create.

Il Figlio é Dio come il Padre


I,13,23 Da questa palude è sorto un altro mostro simile. Infatti alcuni malfattori, volendo sfuggire al disprezzo e alla vergogna della follia di Servet, hanno confessato che le persone sono tre, ma poi hanno aggiunto come ragione: perché il Padre, che solo è veramente e realmente Dio, ha creato il Figlio e lo Spirito, e così ha fatto traboccare la sua divinità su di loro! Non hanno nemmeno evitato la terribile espressione che il Padre si distingue dal Figlio e dallo Spirito per il fatto che è l’essenziatore. Cercano di rendere il loro caso più rispettabile dicendo che Cristo è sempre chiamato Figlio di Dio, e da questo concludono che nel vero senso solo il Padre è Dio. Così facendo, perdono completamente il punto. Infatti il nome di Dio, che appartiene al Padre e al Figlio insieme, è dato solo occasionalmente al Padre in modo speciale perché egli è la fonte e il principio della Divinità, e questo affinché l’unità indivisibile dell’essenza venga in evidenza! Dicono anche che se Cristo è veramente il Figlio di Dio, è assurdo considerarlo Figlio di una "persona" (cioè il Padre!). Rispondo: entrambi sono veri. Egli infatti è il Figlio di Dio, perché è stato generato dal Padre come Verbo dall’eternità - perché non sto ancora parlando di lui come Mediatore. Ma per la comprensione, bisogna fare attenzione anche alla persona: il nome "Dio" (nell’affermazione "Figlio di Dio") non è quindi qui usato in generale, ma al posto di "Padre". Perché se noi non riconoscessimo altro che Dio come Padre, il Figlio sarebbe manifestamente privato di questa dignità! Perciò, dove si parla della Divinità, un paragone tra Figlio e Padre non è minimamente appropriato, per esempio, come se il solo Padre avesse diritto al nome di "vero Dio". Perché certamente il Dio che apparve a Isa era il vero e unico Dio (Isa 6,1), e tuttavia Giov afferma che era Cristo (Giov 12,41). E colui che proclamò per bocca di Isa che sarebbe stato una pietra d’inciampo per gli ebrei (Isa 8,14) era l’unico Dio - eppure Paolo proclama che era Cristo! (Rom 9,33). Quando esclama attraverso Isaia: "Io vivo! E a me ogni ginocchio si inchinerà …". (Isa 45:23), egli è l’unico Dio, e tuttavia Paolo applica il passaggio a Cristo (Rom 14:11). Aggiungiamo la testimonianza data da un altro apostolo (Ebr 1:10): "Tu, Dio, hai fondato il cielo e la terra" (Sal 102:26) e "Lo adorino tutti gli angeli di Dio" (Sal 97:7). Entrambi si riferiscono all’unico Dio, eppure l’apostolo afferma che sono vere e proprie lodi di Cristo. La scusa che ciò che è proprio di Dio è trasferito a Cristo, perché egli è il riflesso della sua gloria, non può fare nulla contro questo. Poiché il nome "il Signore" è scritto ovunque, ne consegue che egli è di se stesso per quanto riguarda la sua divinità. Se è "il Signore", non si può negare che sia lo stesso Dio che, attraverso Isaia, proclama altrove: "Io sono lui, io, e non c’è altro Dio che io". (Isa 44:6). Notate anche il detto di Geremia: "Spariscano dalla terra che è sotto il cielo gli dei che non hanno fatto il cielo e la terra" (Ger 10:11). D’altra parte, si dovrà ammettere che colui la cui divinità è provata più volte in Isa dalla creazione del mondo è il Figlio di Dio. Come potrebbe il Creatore, che dà l’essere a tutto, non essere di se stesso, ma dover prendere in prestito il suo essere da altrove? Perché chi afferma che il Figlio ha ricevuto il suo essere dal Padre nega che egli sia da se stesso. Ma questo è precisamente ciò che lo Spirito Santo rivendica per Lui chiamandolo "il Signore". Infatti, se dovessimo supporre che tutta l’essenza divina sia nel solo Padre, dovremmo considerarla divisibile o negarla al Figlio, il quale, privato della sua essenza, sarebbe allora Dio solo di nome. L’essenza di Dio, secondo l’opinione di quei chiacchieroni, appartiene solo al Padre, in quanto solo lui ha l’essenza e dà l’essenza al Figlio. Così la divinità del Figlio sarebbe qualcosa di derivato da Dio o la separazione di una parte dal tutto. Ma ora devono ammettere dal loro principio che lo Spirito è solo lo Spirito del Padre; perché se è una derivazione dall’essenza reale, che è solo propria del Padre, non può essere giustamente ritenuto lo Spirito del Figlio. Ma Paolo rifiuta questo nel passo in cui lo chiama lo Spirito del Padre e allo stesso tempo lo Spirito di Cristo (Rom 8,9). Se la persona del Padre è così esclusa dalla Trinità, deve essere chiaramente distinta dal Figlio e dallo Spirito; e in cosa dovrebbe essere fatta questa distinzione se non nel fatto che solo lui è vero Dio? Uno ammette che Cristo è Dio, e tuttavia sostiene che egli differisce (quanto alla sua divinità) dal Padre. D’altra parte, però, ci deve essere anche una caratteristica distintiva, per cui il Padre non è il Figlio. Chi cerca questo nell’essenza stessa ovviamente annulla la vera divinità di Cristo. Perché senza l’essenza, anzi l’intera essenza, non può esistere. Il Padre non si distinguerebbe dal Figlio se non avesse qualcosa di proprio in cui il Figlio non ha parte. Come si fa allora a distinguere? Se la distinzione sta nell’essenza, si dovrebbe rispondere se non ha comunicato l’essenza al Figlio. Ma questo non poteva essere fatto in parte, perché sarebbe stato un sacrilegio immaginare un Dio dimezzato. In questo modo, l’essenza di Dio sarebbe stata lacerata. Resta quindi solo che l’essenza era interamente e indistruttibilmente comune al Padre e al Figlio. Ma allora, per quanto riguarda l’essenza, non c’è differenza tra il Padre e il Figlio. Se invece il Padre, dando l’essenza al Figlio, rimane il solo Dio che ha l’essenza, Cristo è reso un Dio solo apparente, che è tale di nome, ma non di fatto: perché nulla è così peculiare di Dio come l’essere, come sta scritto: "L’Essere mi ha mandato a voi" (Es 3,14).

Il nome "Dio" nella Scrittura non si riferisce solo al Padre.


I,13,24 L’affermazione degli oppositori, che tutte le volte che la Scrittura menziona "Dio" in modo negativo, il Padre è significato esclusivamente, può essere facilmente confutata da molti passi; ma essi mostrano anche la loro sconsideratezza nei passi che citano per sé. Perché lì il nome del Figlio è espressamente aggiunto, e questo stesso fatto dimostra che il nome "Dio" in questo caso ricorre (non per eccellenza, ma) in una relazione ed è quindi limitato alla persona del Padre (cfr. anche la sezione 20 di questo capitolo). Ma la loro contraddizione deve essere messa a tacere con una sola parola. "Se il Padre solo non fosse vero Dio, sarebbe il suo stesso Padre", dicono. Ora non c’è nulla di assurdo nel fatto che, secondo l’ordine e la sequenza, il Padre è chiamato "Dio" in modo speciale, poiché non solo ha generato la sua sapienza da se stesso, ma è anche il Dio del Mediatore, come sarà mostrato più dettagliatamente. Poiché Cristo si è rivelato nella carne, è chiamato "Figlio di Dio" non solo perché è stato generato dal Padre dall’eternità come Parola eterna, ma proprio perché ha assunto la persona e l’ufficio di Mediatore per unirci a Dio. E se queste persone nella loro presunzione escludono Cristo dalla gloria di Dio, vorrei sapere se Cristo non nega allora anche se stesso la qualità di essere buono, quando dice che nessuno è buono tranne l’unico e solo Dio (Mat 19,17). Non sto parlando qui della sua natura umana - potrebbero altrimenti dire che ciò che era buono in questo fluì a lui come un dono gratuito di Dio. No, sto chiedendo se la Parola eterna di Dio è buona o no. Se lo negano, la loro empietà è indiscutibile; se lo ammettono, si distruggono. Ma il fatto che Cristo a prima vista sembra rifiutare la denominazione "buono" conferma la nostra convinzione. Perché se è stato salutato nel solito modo come "buono", che è una lode dovuta solo a Dio, e se poi rifiuta tale falso onore - egli stesso indica che la bontà che possiede è divina! Chiedo inoltre, il fatto che Paolo dichiari che Dio è l’unico immortale, saggio e veritiero (1Ti 1:17) pone Cristo tra i mortali, non saggio e non veritiero? Non dovrebbe essere immortale colui che era la vita fin dall’inizio e ha dato l’immortalità agli angeli? Non dovrebbe essere saggio colui che è la sapienza eterna di Dio? Non dovrebbe essere sincero, che è la verità stessa? Chiedo inoltre se queste persone pensano che Cristo sia da adorare. Perché se egli stesso rivendica questo diritto, che "ogni ginocchio si pieghi a lui" (Fili 2:10), ne consegue che egli è il Dio che ha proibito nella legge di adorare qualcuno all’infuori di lui solo. Se vogliono solo applicare al Padre ciò che sta scritto in Isaia: "Io sono lui, e non c’è nessuno oltre a me" (Isa 44,6), allora applico questa testimonianza contro di loro, poiché vediamo come l’apostolo attribuisce a Cristo ciò che appartiene a Dio! La loro obiezione che Cristo fu esaltato nella carne, nella quale svuotò se stesso, e che tutta l’autorità in cielo e in terra gli fu data dopo la carne, è anche insensata. Perché è vero che la maestà del Re e del Giudice si impadronisce di tutta la persona del Mediatore; ma se Dio non si fosse rivelato in Lui nella carne, non potrebbe essere esaltato a una tale altezza senza che Dio entri in conflitto con se stesso! Paolo mette fine a questa disputa quando insegna che egli era uguale a Dio prima di umiliarsi a somiglianza di un servo (Fili 2,6 s.). Ma come potrebbe esistere questa uguaglianza se non fosse stato il Dio che è chiamato "Jah" e "Jehovah", che cavalca sopra i cherubini, che è Re su tutta la terra e Re nei secoli dei secoli? Per quanto essi resistano, non si può negare a Cristo ciò che Isa dice in un altro luogo: "Ecco, questo è il nostro Dio, nel quale noi aspettiamo" (Isa 25:9); poiché in queste parole il profeta descrive la venuta del Redentore, che non doveva solo liberare il popolo dalla cattività babilonese, ma restaurare la sua Chiesa in ogni modo. Né gli oppositori ottengono nulla con l’altro sotterfugio: che Cristo era Dio solo in Suo Padre. È vero, ammettiamo che secondo l’ordine e la sequenza l’inizio della Divinità è nel Padre. Ma noi dichiariamo che è una finzione abominevole dire che l’essenza divina appartiene solo al Padre, come se avesse quindi reso il Figlio Dio. (filii deificator esset). Perché in questo modo l’essenza divina sarebbe molteplice, altrimenti Cristo sarebbe Dio solo di nome e di immaginazione! Se ammettono che Cristo è Dio, ma solo secondo al Padre e per mezzo di Lui, allora in Lui sarebbe presente generato e formato quell’essere che è non generato e non formato nel Padre. So che molti si fanno beffe del fatto che prendiamo dalle parole di Mosè una distinzione di persone quando Dio parla così: "Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza…" (Gen 1,26). (Gen 1:26). Ma ogni pio lettore si renderà conto di quanto questo soliloquio (divino) di Mosè sarebbe insipido e inappropriato se non ci fossero diverse persone in Dio. Perché quelli a cui si rivolge il Padre devono necessariamente essere stati increati; ma a parte Dio, che è l’Unico, non c’è nulla di increato. Se però non ammettessero che il potere della creazione e l’autorità di comandare sono conferiti al Padre, al Figlio e allo Spirito insieme, ne seguirebbe che Dio non parla in questo modo in se stesso, ma rivolge la parola ad altri maestri oltre a lui. Infine, un passaggio renderà facilmente invalide due delle loro obiezioni allo stesso tempo. Perché la parola di Cristo stesso: "Dio è Spirito" (Giov 4,24) non può essere limitata al solo Padre, come se il Verbo non fosse di essenza spirituale! Quindi, se il Figlio, come il Padre, è chiamato "Spirito", allora il Figlio è anche significato nel termine "Dio", che non è ulteriormente definito. Subito dopo Cristo dice che solo coloro che "lo adorano in spirito e verità" sono riconosciuti come veri adoratori di Dio (Giov 4,24). Da ciò consegue che quando il Figlio esercita l’ufficio di maestro sotto il Capo (il Padre!), egli attribuisce il nome di "Dio" al Padre, non al fine di respingere la sua propria divinità, ma per elevarci gradualmente ad essa.

L’essenza divina è comune a tutte e tre le persone


I,13,25 L’errore dei nostri avversari consiste nel sognare tre esseri individuali in Dio, ognuno dei quali ha una parte dell’essenza (divina). Ma noi insegniamo dalla Scrittura che Dio è uno nell’essenza, e che quindi l’essenza del Figlio e dello Spirito non è generata. In quanto il Padre è il primo nell’ordine e genera la sua sapienza da se stesso, è giustamente chiamato il principio e la fonte della Divinità, come abbiamo detto sopra. Così Dio - senza ulteriore determinazione - è unbegotten, e il Padre anche unbegotten per quanto riguarda la sua persona. Nella loro follia pensano di poter dedurre dalla nostra proposizione l’assunzione di una quadruplice, perché ci imputano falsamente e blasfemamente l’immagine del loro cervello, come se noi pensassimo che le tre persone procedessero alla maniera di una derivazione dall’unico essere (che poi sarebbe un quarto!). Eppure è chiaro dai nostri scritti che noi non deriviamo le persone dall’essenza, ma stabiliamo una distinzione, poiché esse sono basate sull’essenza. Se le persone fossero separate dall’essenza, l’opinione opposta potrebbe essere compresa; ma allora si tratterebbe di una trinità di dei, ma non di persone, che l’unico Dio abbraccia in sé. Così la loro insipida domanda se l’essenza divina contribuisce alla formazione della Trinità scompare - come se noi immaginassimo che tre dei vengono dall’essenza! Se dicono che questa è una Trinità senza Dio, questo è il risultato della stessa assurdità; perché sebbene l’essenza divina non entri nella distinzione come parte o membro, le Persone non sono né senza questa essenza, né fuori di essa: il Padre non potrebbe essere il Padre se non fosse Dio, e il Figlio è il Figlio solo in quanto è Dio. La Divinità per eccellenza è di per sé, e così noi confessiamo che il Figlio come Dio, a parte la persona, è di per sé, ma che come Figlio è dal Padre. Così il suo essere non ha un inizio, ma la sua persona ha il suo inizio in Dio stesso. Così anche gli scrittori ortodossi, che anticamente parlavano della Trinità, riferiscono questo concetto esclusivamente alle Persone; perché sarebbe assurdo, grossolano e empio fare dell’essenza stessa il soggetto di una distinzione. Quindi, chi pensa che i tre lavorino insieme: l’Essere (divino), il Figlio e lo Spirito, ovviamente annulla l’Essere divino del Figlio e dello Spirito stesso! Altrimenti, le "parti" dovrebbero essere mescolate tra loro e cadere insieme (in modo che si fondano tutte nell’"essenza", per così dire!) - ma questo distruggerebbe ogni distinzione! Se infine "Padre" e "Dio" fossero termini sinonimi, essendo quindi il Padre il Dio creatore (deificatore), allora nel Figlio non rimarrebbe che un’ombra, e tutta la Trinità non sarebbe altro che l’unione di Dio con - due cose create!

La subordinazione del Verbo fatto carne al Padre non è una prova del contrario


I,13,26 Si è già risposto all’obiezione che Cristo, se è Dio nel vero senso della parola, è erroneamente chiamato Figlio di Dio: Dove si paragona una persona con un’altra, il nome "Dio" non è usato in senso generale, assoluto, ma è limitato al Padre, perché Egli è il principio della Divinità, e non - come dicono gli entusiasti - secondo la sua essenza, ma secondo l’ordine. Il discorso di Cristo al Padre va inteso in questo senso: "Questa è la vita eterna, che conoscano te, che sei il solo vero Dio, e che tu hai mandato…" (Giov 17,3). (Giov 17:3). Perché quando parla come Mediatore, Egli sta in mezzo tra Dio e gli uomini - ma la Sua maestà non è per questo diminuita. Infatti, pur avendo svuotato se stesso, non ha perso la sua gloria presso il Padre, che era nascosta al mondo. Così l’autore della Lettera agli Ebrei, sebbene confessi che Cristo è stato per un certo tempo umiliato tra gli angeli (Eb 2,7.9), non si tira indietro nell’affermare allo stesso tempo che è il Dio eterno che ha fondato la terra (Eb 1,10). Dobbiamo quindi notare che tutte le volte che Cristo si rivolge al Padre come nostro mediatore, egli intende con il nome "Dio" la divinità che gli appartiene. Quando dice agli apostoli: "È bene che io vada al Padre, perché il Padre è più grande di me" (Giov 16,7, 14,28), non si attribuisce una sorta di "divinità secondaria", come se fosse inferiore al Padre anche per quanto riguarda la divinità eterna, ma lo dice perché lui, in possesso della sua gloria celeste, conduce anche i fedeli a partecipare a questa gloria. Egli dà al Padre il posto più alto, in quanto la perfezione visibile dello splendore che appare in cielo differisce dalla misura della gloria che si vedeva in lui nella sua forma carnale. In questo senso Paolo dice anche che Cristo restituirà il regno a Dio e al Padre, affinché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,24). Non c’è niente di più assurdo che negare l’esistenza perpetua della divinità di Cristo. Perché non cesserà mai di essere il Figlio di Dio, e rimarrà sempre quello che era fin dall’inizio; da ciò segue che qui per "Padre" si deve intendere l’unico essere di Dio, che è comune al Padre e al Figlio. E Cristo è certamente venuto sulla terra per attirarci non solo al Padre, ma allo stesso tempo a se stesso, perché è uno con il Padre. Ma limitare il nome "Dio" al Padre e toglierlo al Figlio non è permesso né giusto. Perché quando Giov dice che lui è vero Dio (Giov 1,1), voleva anche evitare che qualcuno pensasse che lui fosse su un secondo livello di divinità sotto il Padre. Non riesco nemmeno a immaginare cosa pensino realmente questi creatori di nuovi dei quando da un lato confessano che Cristo è vero Dio - e tuttavia poi lo escludono dalla divinità del Padre, come se fosse vero Dio chi non lo è, e come se una divinità trasferita non fosse un nuovo miraggio!

Gli oppositori si riferiscono erroneamente a Ireneo


I,13,27 Ora gli oppositori della dottrina della Trinità ammassano un sacco di passaggi di Ireneo dove egli afferma che il Padre di Gesù Cristo è l’unico, eterno Dio di Israele. Ma questo viene fatto per vergognosa ignoranza o per suprema empietà. Perché avrebbero dovuto notare che quest’uomo giusto ha dovuto trattare e discutere con degli imbroglioni che sostenevano che il Padre di Cristo non era il Dio che aveva parlato una volta attraverso Mosè e i profeti, ma non so quale fantasma che era scaturito dalla decadenza del mondo. Pertanto, tutto il suo sforzo consiste nel mostrare che nessun altro Dio è proclamato nella Scrittura se non il Padre di Cristo, e che è assurdo immaginarne un altro. Per questo non sorprende che egli affermi così spesso che il Dio d’Israele non è altro che quello che Cristo e gli apostoli hanno glorificato! Anche ora, quando dovremo affrontare l’errore opposto, diremo in verità che il Dio che una volta apparve ai padri non era altro che Cristo. E se qualcuno dovesse poi obiettare che è stato il Padre, gli risponderemo subito: se sosteniamo la divinità di Cristo, non escludiamo affatto quella del Padre. Se il lettore presta attenzione all’intenzione dichiarata da Ireneo, ogni disputa cesserà. Ma già dal sesto capitolo del terzo libro la controversia è facilmente risolvibile: perché lì il pio uomo afferma enfaticamente una cosa: Il vero, unico Dio è colui che nella Scrittura è chiamato Dio per eccellenza e senza ulteriori definizioni - ma Cristo è chiamato Dio per eccellenza. Ricordiamo, tuttavia, che questo era il punto principale della discussione - come è chiaro da tutto il treno del pensiero e specialmente dal 46° capitolo del secondo libro: cioè, che la Scrittura non chiama il Padre per figurazione o similitudine come se Egli non fosse in realtà Dio. Afferma anche che il Figlio e il Padre sono chiamati "Dio" insieme dai profeti e dagli apostoli (Libro III, capitolo 9). Poi spiega come Cristo, che è Signore, Re, Dio e Giudice di tutti, ha ricevuto il suo potere da colui che è Dio su tutti - naturalmente in termini della sua umiliazione, perché è stato umiliato fino alla morte sulla croce (Libro III, cap. 12). Poco dopo, però, afferma che il Figlio è il Creatore del cielo e della terra, che ha dato la legge per mano di Mosè ed è apparso ai padri (Libro III, cap. 15). Se ancora oggi qualcuno blatera che per Ireneo il Dio d’Israele è solo il Padre, allora gli contrapporrò quello che lo stesso scrittore insegna apertamente, cioè che lo stesso vale anche per Gesù Cristo - così come Ireneo riferisce a lui la profezia di Abacuc: "Dio verrà dal sud". (Hab. 3,3; Ireneo Libro III, cap. 16 e 20). A questo appartiene anche ciò che si può leggere nel nono capitolo del quarto libro: Lui, Cristo è con il Padre l’unico Dio dei viventi. E nel dodicesimo capitolo dello stesso libro afferma che Abramo credette a Dio, perché Cristo è il Creatore del cielo e della terra e l’unico Dio!

Anche l’appello a Tertulliano non è convincente.


I,13,28 Né fanno sinceramente di Tertulliano il loro patrono. Infatti, anche se a volte è rozzo e confuso nel suo modo di parlare, egli espone con perfetta chiarezza il contenuto principale della dottrina che stiamo difendendo qui: cioè, che c’è un solo Dio, e tuttavia che secondo un certo ordine il suo Verbo è lì, che egli è un solo Dio attraverso l’unità dell’essenza (substantia), e tuttavia che l’unità nel mistero della sua operazione si ordina nella Trinità. Tre, dice, non sono secondo lo status ma secondo il grado, non secondo la sostanza ma secondo la forma, non secondo la potenza ma secondo il numero di persone. Anche se pretende di difendere che il Figlio è inferiore al Padre, non lo considera quindi come un altro, ma fa solo una distinzione. Occasionalmente chiama il Figlio visibile; ma dopo aver parlato a favore e contro, conclude comunque che è invisibile, in quanto è il Verbo. Infine, afferma che il Padre è determinato dalla sua stessa persona - e così dimostra quanto sia lontano dall’idea che stiamo combattendo qui. Certamente, non riconosce altro Dio che il Padre. Ma subito dopo espone la propria opinione e mostra che non esclude il Figlio, perché nega che sia un Dio distinto dal Padre, e dimostra così che la monarchia di Dio è preservata dalla distinzione delle Persone. Ma il significato delle sue parole si può discernere dall’intenzione permanente che persegue. Infatti egli combatte contro Prasse e gli afferma: anche se Dio è distinto in tre persone, ciò non dà luogo a più dèi, e l’unità di Dio non viene lacerata. E poiché, secondo la fantasia di Prasse, Cristo potrebbe essere Dio solo se fosse anche il Padre, Tertulliano si prende tanta briga con la distinzione. Il fatto che si riferisca alla Parola e allo Spirito come parti del tutto è un modo duro di parlare, ma almeno può essere scusato. Infatti, secondo la sua stessa testimonianza, egli non riferisce questa espressione all’essere fondamentale (ad substantiam), ma vuole solo designare una disposizione e una forma di azione (dispensatio) che appartiene alle singole persone. Da qui anche la parola: "Tu contorto Prassede, quante ’persone’ pensi che ci siano? Non sono tanti quanti sono i nomi?". O analogamente poco dopo: "Si deve credere nel Padre e nel Figlio, ciascuno nel suo nome e nella sua persona". A mio parere, queste spiegazioni sono sufficienti per contrastare queste persone che, nella loro impudenza, cercano di ingannare i semplici con l’autorità di Tertulliano.

Tutti i maestri di chiesa riconosciuti confermano la dottrina della Trinità


I,13,29 Chiunque confronti attentamente gli scritti degli antichi non troverà certamente nulla di diverso in Ireneo che negli altri venuti dopo di lui. Giustino è uno dei più antichi maestri della Chiesa; è d’accordo con noi su tutti i punti. Si obietta che in lui, come in altri, il Padre di Cristo è chiamato l’unico Dio. Ma anche Ilario dice la stessa cosa; anzi, usa la dura espressione che l’eternità è nel Padre. Ma vuole negare la natura di Dio al Figlio? È completamente in difesa della fede che professiamo! Ma ancora, c’è gente che non si vergogna di raccogliere chissà quali detti strappati per dimostrare che Ilario è un patrono del loro errore! Vogliono rivendicare Ignazio per se stessi. Ma se si vuole dare un valore a questo, si deve prima provare che gli apostoli avevano dato una legge sul digiuno di quaranta giorni, o qualche errore simile. Niente è più vergognoso delle sciocchezze che sono uscite sotto il nome di Ignazio. Ma tanto più intollerabile è la sfacciataggine di queste persone che usano tali larve per la loro truffa! L’accordo degli antichi è già chiaro dal fatto che al Concilio di Nicea Ario non ha osato nascondersi dietro l’autorità di qualche scrittore riconosciuto, e che nessuno dei greci o dei latini si scusa per essersi discostato dagli antichi. Non c’è bisogno di elaborare con quanta cura Agostino, che questi palloni gonfiati odiano sopra ogni cosa, ha cercato gli scritti di tutti i Padri, con quanta riverenza li ha trattati! Ha l’abitudine di dichiarare senza la minima esitazione perché è costretto a discostarsene. Né lo nasconde affatto se ha trovato qualcosa di ambiguo o oscuro in altri su questa questione. Ma per quanto riguarda la dottrina, che queste persone vogliono contestare, egli assume come generalmente noto che essa esiste senza contestazioni fin dai tempi più antichi. E che ciò che altri avevano insegnato prima di lui non gli era nascosto è evidente da una sola parola: egli dice in un luogo che l’unità è nel Padre (On Christian Instruction, Book I). Si vuole ora gridare che si era dimenticato di se stesso (con questa formula)? Ma in un altro luogo si purifica da questo rimprovero quando chiama il Padre il principio di tutta la Divinità, perché non deve la sua esistenza a nessuno; allo stesso tempo considera saggiamente che il nome "Dio" è attaccato al Padre in modo speciale, poiché la semplice unità di Dio non può essere compresa se non si comincia da lui. Da tutto questo, spero che il pio lettore veda ora come tutte le vituperazioni con cui il diavolo ha cercato finora di distorcere e oscurare la purezza della nostra fede siano nulle. In breve, spero di aver presentato fedelmente il contenuto principale di questa dottrina - solo i lettori devono tenere a freno la loro curiosità, per evitare di essere coinvolti indebitamente in dispute noiose e contorte. Per coloro che si dilettano in speculazioni intemperanti - soddisfarli non è il mio ufficio. In ogni caso, non sono passato sopra a nulla con l’astuzia che pensavo potesse opporsi a me. Ma siccome sto cercando di costruire la Chiesa, mi è sembrato opportuno non toccare molte cose che avrebbero potuto essere di scarsa utilità e che avrebbero solo appesantito i lettori con una fatica superflua. Per esempio, a cosa serve discutere se il Padre genera ancora il Figlio? Perché è sciocco inventare una generazione perpetua, ora che è chiaro che in Dio ci sono tre Persone dall’eternità!


Capitolo quattordici

Già alla creazione del mondo e di tutte le cose, secondo la Scrittura, il vero Dio si distingue dagli idoli per chiare caratteristiche.

Non possiamo e non dobbiamo andare dietro l’atto di creazione di Dio con i nostri pensieri


I,14,1 Isa accusa giustamente gli idolatri di sconsideratezza, che non avevano (già) imparato dalle fondamenta della terra e dalla periferia del cielo chi fosse il vero Dio (Isa 40,21). Ma poiché il nostro intelletto è così ottuso, Dio doveva essere presentato ancora più chiaramente ai credenti, affinché non cadessero nelle finzioni dei pagani. Infatti la descrizione dell’essere di Dio, che è ancora considerata la più tollerabile dai filosofi, cioè: Dio è l’anima del mondo, è un discorso vuoto, e quindi una conoscenza più familiare è tanto più necessaria, in modo da non vacillare sempre incerto da una parte all’altra. Per questo Dio ci ha dato il racconto della creazione: sulla base di esso, la fede della Chiesa non deve cercare altro Dio che quello che Mosè proclama come Creatore e Fondatore del mondo. Prima di tutto, il tempo è designato, in modo che i credenti possano risalire attraverso la serie ininterrotta di anni all’origine di tutte le cose. Tale conoscenza è utile: può essere usata per contrastare quelle favole avventurose che sono diffuse in Egitto e in altre parti della terra - e tanto più l’eternità di Dio risplende più chiaramente e ci attira ancora di più nell’ammirazione quando riconosciamo che il mondo ha avuto un inizio. Non è degno di considerazione il comune disprezzo secondo cui è sorprendente che non sia venuto in mente prima a Dio di creare il cielo e la terra, ma che abbia lasciato passare pigramente un periodo di tempo incommensurabile, quando avrebbe potuto far nascere tutto molti millenni prima - eppure il mondo, che già si avvicina alla sua fine, ha appena raggiunto i seimila anni! Perché la domanda sul perché Dio abbia aspettato così a lungo non è permessa né ha alcuna importanza. Se il nostro intelletto volesse penetrarvi, dovrebbe inciampare cento volte lungo la strada. Né serve a nulla riconoscere ciò che Dio ha permesso deliberatamente di nascondere per mettere alla prova la modestia della nostra fede. Era abbastanza comprensibile quando un vecchio una volta rispose alla domanda beffarda su cosa avesse fatto Dio prima della creazione del mondo dicendo che aveva fatto l’inferno per gli avventati! Questa ammonizione, tanto seria quanto severa, può domare la frivolezza che solletica alcune persone e le spinge a giochi mentali (speculazioni) perversi e dannosi! Infine, dobbiamo ricordare che Dio, che è invisibile e la cui saggezza, potenza e giustizia sono incomprensibili, ci offre la storia (della creazione) di Mosè come uno specchio in cui appare la sua immagine vivente. Perché come gli occhi, quando sono indeboliti dall’età o spenti dalla malattia, non possono più vedere nulla senza occhiali, così nella nostra debolezza andiamo inevitabilmente fuori strada se le Scritture non ci guidano quando cerchiamo Dio. Ma chi non vuole essere avvertito ora e si abbandona ai suoi desideri, si renderà conto troppo tardi, in una terribile rovina, di quanto sarebbe stato meglio guardare i consigli segreti di Dio con riverenza, piuttosto che mettere invettive nel mondo e così oscurare il cielo. Agostino lamenta giustamente che si fa un torto a Dio quando si cerca per le cose una ragione superiore alla sua volontà (Libro della Gen contro i manichei). In un altro luogo fa giustamente notare che è sbagliato porre molte domande sull’immensità del tempo così come sull’infinità dello spazio (On the State of God, Book 11). Certamente, per quanto si estende la circonferenza del cielo, ha una certa dimensione. Ma se qualcuno sostenesse con Dio che lo spazio vuoto è cento volte più grande (dello spazio pieno), non sarebbe un’impertinenza ripugnante per tutti i pii? Ma altrettanto grandi sono coloro che rimproverano pigramente Dio per non aver creato il mondo innumerevoli secoli fa secondo i loro gusti. Per poter indulgere alla loro lussuria, cercano di uscire dal mondo - come se non incontrassimo abbastanza cose nella vasta circonferenza del cielo e della terra che riempiono tutti i nostri sensi con il loro glorioso splendore, come se Dio non ci avesse dato abbastanza prove nei sei millenni, la cui considerazione costante potrebbe occupare completamente la nostra anima! Così ci piace rimanere nei limiti che Dio ha voluto stabilire per noi, e trattenere la nostra anima, per così dire, in modo che non corra libera e si perda!

Non possiamo e non dobbiamo andare dietro l’atto di creazione di Dio con i nostri pensieri


I,14,2 Per una ragione simile Mosè riferisce anche che l’opera di Dio non fu completata in un momento ma in sei giorni. Anche in questo modo, infatti, siamo indirizzati da tutti gli dei fittizi all’unico Dio che ha compiuto la sua opera in sei giorni, in modo che non sia pesante per noi contemplare quest’opera per tutta la vita. Certamente, ovunque i nostri occhi si volgano, sono sempre costretti a soffermarsi sulla vista delle opere di Dio. Ma vediamo quanto è fugace questa attenzione e quanto velocemente passano le pie considerazioni che ci toccano! Anche qui la ragione umana resiste, come se tale successione (del lavoro di sei giorni) fosse contraria al potere divino - finché, sotto l’obbedienza della fede, non impara a coltivare quel riposo a cui la santificazione del settimo giorno ci invita. È proprio nell’ordine delle cose che l’amore paterno di Dio verso l’umanità deve essere diligentemente osservato: dopo tutto, non ha creato Adamo finché non ha dotato il mondo della pienezza di tutti i beni! Perché se lo avesse posto sulla terra ancora arida e vuota, se gli avesse dato la vita prima della creazione della luce, si avrebbe l’impressione che non si sia preoccupato del suo benessere. Ma ora ha ordinato il movimento del sole e dei corpi celesti a beneficio dell’uomo, ha riempito la terra, l’acqua e l’aria con ogni tipo di creature viventi, ha dato in abbondanza ogni tipo di frutti per il nutrimento; così si mostra come un padrone di casa provvidente e fedele, che nella sua cura rivela la sua meravigliosa bontà verso di noi. Se qualcuno considera ciò che ho solo sfiorato brevemente, gli sarà chiaro che Mosè era un testimone affidabile e un araldo dell’unico Dio, il Creatore. Passerò qui quello che ho già spiegato: cioè che qui non si parla del mero essere di Dio, ma anche della sapienza eterna di Dio e del suo spirito santo, affinché non si possa sognare un altro Dio se non quello che vuole essere riconosciuto in quella chiara immagine.

Dio è il Signore su tutti!


I,14,3 Ma prima di cominciare a parlare più dettagliatamente della natura dell’uomo, bisogna aggiungere qualcosa sugli angeli. Naturalmente, Mosè, adattandosi alla semplice comprensione della grande moltitudine, menziona nel racconto della creazione solo le opere di Dio che possiamo percepire con i nostri occhi. Ma quando più tardi menziona gli angeli come servi di Dio, ne consegue facilmente che il Dio a cui dedicano i loro poteri e servizi è anche il loro Creatore. Così, anche se Mosè, nel suo modo di parlare popolare, non menziona gli angeli tra le creature di Dio proprio all’inizio, nulla ci impedisce di trattare qui in modo dettagliato e chiaro ciò che la Scrittura insegna altrimenti in tutto il testo. Perché se ci interessa conoscere Dio dalle sue opere, una prova così gloriosa e nobile della sua attività non può essere ignorata. Questa sezione della dottrina è anche molto importante per scongiurare molti errori. L’eccellente posizione dell’essere degli angeli (Angelicae naturae) ha fatto una tale impressione su molte persone che hanno pensato che sarebbe successo a queste voci se fossero state sottoposte al dominio dell’unico Dio, tenute in ordine, per così dire; e così è stata imputata loro la divinità. Anche Manichaeus (Mani) apparve con la sua setta e inventò due esseri primordiali (principia), Dio e il diavolo, attribuendo a Dio l’origine di tutte le cose buone, ma attribuendo tutti gli esseri cattivi al diavolo come l’origine. Se questa follia tenesse prigionieri i nostri cuori, la gloria di Dio nella creazione del mondo non durerebbe. Perché nulla è più proprio di Dio che l’eternità e l’"autusia", l’essere da sé, se posso esprimermi così. Quindi, chi attribuisce questo al diavolo (facendolo anche essere primordiale) lo adorna davvero della dignità della divinità! E dov’è l’onnipotenza di Dio se si concede al diavolo un tale potere di dominio da poter fare ciò che vuole anche contro la volontà e la resistenza di Dio? L’unica ragione data dai manichei, cioè che è sbagliato attribuire a Dio, il Bene, la creazione di qualsiasi essere malvagio, non soddisfa in alcun modo la giusta dottrina. Perché questo nega che in tutto il mondo ci sia un essere malvagio per natura (una natura malvagia; aliqua mala natura). Perché la corruzione e la malvagità dell’uomo, così come del diavolo, e tutto il peccato che ne deriva, non hanno avuto origine nella natura, ma nella corruzione della natura. Fin dal principio non c’era nulla in cui Dio non avesse posto una testimonianza della sua saggezza e della sua giustizia! Per contrastare queste illusioni contorte, bisogna innalzare i propri pensieri più in alto di quanto gli occhi siano in grado di vedere. Anche il simbolo niceno ce lo ricorda quando menziona esplicitamente le cose invisibili nell’articolo su Dio, il Creatore di tutte le cose. Dobbiamo, naturalmente, essere molto attenti a mantenere la misura prescritta dalla regola della pietà, per non andare più a fondo nelle nostre speculazioni di quanto sia giusto, e quindi allontanarci dalla semplicità della fede. In verità, lo Spirito Santo ci insegna sempre ciò che è salutare per noi, e nasconde o tocca solo brevemente ciò che è di poca edificazione. Perciò è anche nostro dovere rinunciare volentieri alla conoscenza di quelle cose che sono inutili.

 Non dobbiamo anche speculare sugli angeli, ma indagare la testimonianza della Scrittura


I,14,4 Che gli angeli, in quanto servi di Dio, destinati ad eseguire i suoi comandi, siano anche sue creature, deve essere fuori dubbio. Iniziare una disputa sul tempo e l’ordine in cui sono stati creati sarebbe presunzione, ma non proprio un pensiero corretto. Mosè ci dice (Gen 2:1) che la terra fu completata, e anche i cieli e tutti i loro eserciti; a che serve cercare esattamente in quale giorno, oltre ai corpi celesti e ai pianeti, iniziarono anche quegli altri eserciti dei cieli più nascosti? In breve, teniamo presente qui, come in tutto l’insegnamento cristiano, che c’è una regola di modestia e sobrietà da osservare: non dobbiamo parlare di cose nascoste, non pensare nulla, non voler sapere nulla se non ciò che ci viene fatto conoscere nella Parola di Dio. In secondo luogo, quando leggiamo le Scritture, dobbiamo sempre cercare e considerare ciò che serve a edificarci, ma non darci alla vanagloria e all’investigazione di questioni inutili. E poiché il Signore non ha voluto istruirci in questioni poco importanti, ma nella vera pietà, nel timore del suo nome, nella giusta fiducia, nella santificazione della vita, accontentiamoci di questa conoscenza. Se, dunque, vogliamo procedere correttamente, dobbiamo abbandonare quei discorsi vuoti (mataiomata) che gli oziosi hanno fatto, a parte la Parola di Dio, sulla natura, gli ordini di grado e il numero degli angeli. So bene che alcuni prendono queste cose con grande entusiasmo e trovano molto più piacere in esse che in ciò che è impostato per il nostro uso quotidiano. Ma se non abbiamo paura di essere discepoli di Cristo, non dobbiamo avere paura di seguire il metodo di conoscenza che ci ha dato. Se facciamo questo, allora siamo soddisfatti di lui come nostro Maestro e affrontiamo questi giochi di pensiero superflui, che lui ci proibisce, con rifiuto, persino con disgusto. Nessuno negherà che Dionigi, chiunque egli sia, abbia presentato molte cose belle e astute sulla gerarchia celeste. Ma se si guarda più da vicino, si scopre che la maggior parte di esso è un puro gibberish. Un teologo, però, non deve solleticare le orecchie con i pettegolezzi, ma insegnare ciò che è vero, certo e benefico, e così sollevare le coscienze! Se si legge quel libro (di Dionigi Areopagita), allora si pensa che un uomo caduto dal cielo riferisce non ciò che ha sentito, ma ciò che ha visto con i suoi occhi! Paolo, invece, che fu preso nel terzo cielo (2Cor 12:2), non solo non riferì nulla del genere, ma addirittura testimoniò che nessun uomo poteva pronunciare i misteri che vedeva (2Cor 12:4). Diciamo dunque addio a questa saggezza garrula e osserviamo dal chiaro insegnamento delle Scritture ciò che il Signore ha voluto farci sapere sui suoi angeli.

La designazione degli angeli nella Scrittura


I,14,5 Ora si può leggere in tutta la Scrittura che gli angeli sono spiriti celesti del cui servizio e obbedienza Dio si serve per eseguire tutti i suoi comandi. Ecco perché è stato dato loro questo nome ("angeli" = messaggeri), perché Dio li usa come mediatori, come "messaggeri", per rivelarsi alle persone. Anche le altre denominazioni con cui si distinguono sono basate sulla stessa ragione. Sono chiamati "esercito" perché, come portatori di scudi, circondano il loro Signore, adornano la sua gloria e la rendono visibile, come soldati sempre in attesa del richiamo del loro capo e quindi pronti ed equipaggiati per ricevere i suoi comandi, per prepararsi a lavorare al suo richiamo o piuttosto per essere già al lavoro. I profeti ci danno una tale immagine del trono di Dio per far conoscere la gloria di Dio; Daniele lo fa in modo speciale quando dice che mille volte mille, anche diecimila volte diecimila, stavano davanti a Dio quando si sedette per giudicare (Dan 7:10). Ma poiché il Signore dimostra e rivela meravigliosamente la potenza e la forza della sua mano attraverso di loro, sono anche chiamate "potenze". E poiché egli esercita e amministra il suo comando attraverso di loro nel mondo, essi sono chiamati talvolta "principati", talvolta "potenze", talvolta "domini" (Col 1,16; Efes 1,21). E infine: poiché la gloria di Dio, l’onore di Dio ha la sua sede in essi, sono anche chiamati "troni" (Col 1,16). Tuttavia, non voglio dire nulla sull’ultimo punto, perché un’altra interpretazione si adatterebbe altrettanto bene, forse anche meglio. Ma anche se omettiamo quest’ultimo nome, lo Spirito Santo usa frequentemente gli altri per esaltare la dignità del ministero degli angeli. Perché non sarebbe giusto lasciare non lodati quegli strumenti attraverso i quali Dio manifesta specialmente la sua presenza. Infatti, più di una volta sono chiamati "dei" per questo motivo, perché nel loro ministero ci presentano, come in uno specchio, la potenza e la gloria stessa di Dio. Naturalmente, non disdegno l’opinione di alcuni scrittori antichi: dove la Scrittura parla dell’angelo di Dio che appare ad Abramo, Giacobbe, Mosè e altri, Cristo era quell’angelo (Gen 18:1; 32:1, 28; Gios 5:14; Giudici 6:14; 13:22). Ma diverse volte, dove gli angeli sono menzionati nella loro interezza, ricevono quel nome ("dei"). Né questo può essere sorprendente: perché se ai principi e alle altre autorità viene accordato questo onore (Sal 82,6), perché nel loro ufficio agiscono al posto di Dio, che è il Re e il Giudice supremo, esso può tuttavia essere trasferito con diritto ancora maggiore agli angeli, nei quali la chiarezza dell’onore di Dio risplende in modo ancora più potente.

Gli angeli come protettori e aiutanti dei fedeli


I,14,6 Ma la Scrittura mette in evidenza ciò che più ci può servire per il conforto e l’edificazione della fede: cioè che gli angeli amministrano e dispensano la bontà di Dio verso di noi. Perciò si dice che stanno a guardia della nostra salvezza, guidando la nostra difesa, dirigendo i nostri sentieri e proteggendoci, affinché non ci accada nulla di spiacevole. Comprensivi sono i passi scritturali che si riferiscono prima a Cristo come capo della Chiesa e poi anche a tutti i credenti. "Egli ha ordinato ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie, di sostenerti nelle loro mani e che tu non colpisca il tuo piede contro una pietra" (Sal 91:11 s.). Oppure: "L’angelo del Signore si accampa intorno a coloro che lo temono e li aiuta ad uscire" (Sal 34:8). In questo modo Dio mostra che ha affidato ai suoi angeli la protezione di coloro che vuole preservare. Di conseguenza, l’angelo del Signore conforta Agar nella sua fuga e le ordina di riconciliarsi con la sua padrona (Gen 16:9). Così Abramo promette al suo servo che un angelo sarà la sua guida sul cammino (Gen 24:7). Così Giacobbe, nella benedizione su Efraim e Manasse, chiede che l’angelo del Signore, dal quale era stato liberato da ogni male, possa benedire anche loro (Gen 48:16). Così un angelo fu incaricato di istruire l’accampamento degli Israeliti (Es 14:19; 23:20), e quando Dio volle liberare Israele dalla mano dei suoi nemici, Egli suscitò dei salvatori per lei attraverso il ministero degli angeli (Giudici 2:1; 6:11; 13:3f s.). Così infine - per non enumerare altro - gli angeli hanno servito Cristo (Mat 4,1) e gli sono stati accanto in tutte le paure (Luca 22,43). Alle donne proclamarono la sua risurrezione e ai discepoli il suo ritorno glorioso (Mat 28,5.7; Luca 24,5; Atti 1,10). Per compiere il loro dovere di proteggerci, combattono contro il diavolo e tutti i nostri nemici ed eseguono il castigo di Dio su coloro che ci odiano. Così leggiamo anche che l’angelo di Dio, per liberare Gerusalemme dall’assedio, uccise in una notte centottantacinquemila uomini nel campo del re d’Assiria (2Re 19:35; Isa 37:36).

Angelo custode?


I,14,7 Se i singoli angeli siano assegnati ai singoli credenti per la loro protezione, non oserei affermare con certezza. Certamente, quando Daniele menziona un angelo dei Persiani e un angelo dei Greci (Dan 10,13.20; 12,1), sta indicando che certi angeli sono stati nominati come supervisori di regni e territori. Quando Cristo dice che gli angeli dei bambini guardavano sempre la faccia del Padre (Mat 18, 10), sta indicando che il loro benessere è affidato a certi angeli. Ma non so se si può concludere da questo che ognuno ha il suo angelo. In ogni caso, è certo che non un solo angelo si occupa di ciascuno di noi, ma che tutti vegliano sulla nostra salvezza con un solo accordo! Perché è detto di tutti gli angeli insieme che si rallegrano più per un peccatore che si pente che per novantanove giusti che non hanno bisogno di pentimento (Luca 15,7). Si dice anche di diversi angeli che portarono l’anima di Lazzaro nel seno di Abramo (Luca 16,22). E non è senza motivo che Eliseo mostra al suo servo tanti carri infuocati che erano destinati specialmente a lui (2 Re 6:17). Ora c’è un passaggio che sembra provare questo (cioè che ci sono "angeli custodi") più chiaramente di altri. In particolare, quando Pietro bussò alla porta della casa dove erano riuniti i fratelli dopo la sua liberazione dalla prigione, essi dissero, perché non potevano sospettare che fosse lui, che era "il suo angelo" (Atti 12:15). Questo sembra essere avvenuto secondo l’opinione generale che i singoli credenti hanno i loro angeli assegnati a loro per la protezione. Naturalmente, si può rispondere che questo può anche essere inteso come un qualsiasi angelo a cui il Signore aveva assegnato la protezione di Pietro in quel momento, senza che dovesse essere il suo guardiano costante, come si immagina di solito, come se due angeli, uno buono e uno cattivo, fossero assegnati ad ogni uomo come geni! Ma non vale la pena di indagare esattamente su ciò che può essere poco utile sapere. A chi non basta che tutti gli ordini delle schiere celesti stiano in guardia per la sua salvezza, - a cosa gli servirà l’intuizione che un angelo gli è stato dato in modo speciale per custodirlo? Ma colui che limita a un solo angelo tutte le cure che Dio dà a ciascuno di noi, fa ingiustizia a se stesso e a tutti i membri della Chiesa: agisce come se ci fossero promessi senza motivo quegli ausiliari che ci circondano e ci proteggono da ogni parte, affinché possiamo combattere più valorosamente!

Circa l’ordine, il numero e la forma degli angeli


I,14,8 Chi ora vuole fare affermazioni più precise sul numero e sugli ordini degli angeli, veda su cosa le basa. Lo ammetto: Michele è chiamato grande principe in Daniele (Dan 12,1), e in Giuda è chiamato "arcangelo" (Giuda 9). Secondo Paolo, sarà un arcangelo a chiamare gli uomini al giudizio con il suono della tromba (1Tess 4:16). Ma chi da lì potrebbe determinare i gradi di onore tra gli angeli, distinguere i segni e le dignità, e assegnare a ciascuno il suo posto e la sua posizione? Perché anche i due nomi che appaiono nella Scrittura - cioè Michele e Gabriele, a cui si aggiungerebbe anche il terzo (Raffaele) del Libro di Tobia - possono essere figurativamente collegati agli angeli per la debolezza della nostra comprensione - anche se preferirei lasciare questa domanda in sospeso. Per quanto riguarda il numero, sentiamo dalla bocca di Cristo molte legioni (Mat 26:53), da Daniele molte decine di migliaia (Dan 7:10); il servo di Eliseo vide molti carri (2 Re 6:17), e suggerisce un numero immenso quando sentiamo che si accampano intorno a coloro che temono Dio (Sal 34:8). È certo che gli spiriti non hanno forma; ma tuttavia, secondo la misura della nostra comprensione, le Scritture non senza ragione rappresentano i cherubini e i serafini come se avessero le ali, per non dubitare che, non appena saranno necessari, saranno lì per aiutarci con incredibile rapidità, come quando il fulmine scende su di noi con la sua velocità! Dobbiamo credere, tra l’altro, che le domande più dettagliate su questo argomento appartengono a quel tipo di mistero la cui piena rivelazione è riservata all’Ultimo Giorno. Facciamo dunque attenzione a non essere troppo curiosi nelle nostre domande e troppo audaci nei nostri discorsi!

Gli angeli non sono pensieri ma realtà


I,14,9 Tuttavia - contro il dubbio di alcuni inquieti! - Questo deve essere certo: gli angeli sono "spiriti ministri" (Ebr. 1,14), della cui obbedienza Dio si serve per proteggere i suoi, e attraverso i quali distribuisce i suoi benefici tra gli uomini e compie anche altre sue opere. Ora c’era una volta l’opinione dei Sadducei che gli angeli dovevano essere intesi come semplici impulsi che Dio impartisce agli uomini, o anche come manifestazioni della sua potenza. Ma così tante testimonianze della Scrittura contraddicono questa follia che ci si deve meravigliare che un’ignoranza così grossolana sia stata tollerata tra quel popolo. Passerò brevemente sui passi menzionati sopra, dove si parla di migliaia e legioni di angeli, dove si dice che si rallegrano, dove si dice che portano i fedeli sulle loro mani, portano le loro anime in riposo, vedono il volto del Padre - e simili. Al contrario, ci sono altri passi dai quali è abbastanza chiaro che gli angeli sono spiriti di natura propria (spiritus naturae subsistentis). Stefano e Paolo dicono che la legge fu data per mano di angeli (Atti 7:53; Galati 3:19). Cristo promette che dopo la resurrezione gli eletti saranno come gli angeli, o che il giorno del giudizio non è noto nemmeno agli angeli (Mat 22,30; 24,36), o che Cristo verrà allora con i suoi santi angeli (Mat 25,31; Luca 9,26). Non importa come si torcono e girano questi passaggi, devono essere intesi in questo senso. Quando Paolo "testimonia" a Timoteo "davanti al Signore Gesù Cristo e agli angeli eletti" che deve osservare i suoi precetti (1Ti 5:21), non intende gli angeli come attributi o ispirazioni senza un proprio essere, ma spiriti reali! E quando leggiamo nella Lettera agli Ebrei che Cristo è stato reso superiore agli angeli (Ebr 1,4), che il mondo non era soggetto agli angeli (Ebr 2,5), che Cristo non ha preso la loro natura ma quella dell’uomo (Ebr 1,4; 2,16) - questo ha senso solo se lo intendiamo come spiriti beati ai quali si applicano tali paragoni. L’autore della Lettera agli Ebrei interpreta la sua stessa affermazione quando mette fianco a fianco le anime dei credenti e gli angeli santi nel regno di Dio (Eb 12,22). A questo si deve aggiungere ciò che abbiamo già detto: che gli angeli dei bambini guardano sempre il volto di Dio, che siamo difesi dalla loro protezione, che si rallegrano della nostra salvezza, ammirano la multiforme grazia di Dio nella sua Chiesa, e che sono soggetti a Cristo come capo. Questo include anche il fatto che spesso sono apparsi ai santi padri in forma umana, hanno parlato con loro e sono stati persino ospitati da loro! Cristo stesso è anche chiamato "angelo" a causa della posizione di autorità che esercita come mediatore (Mal 3,1). Questo può bastare per proteggere i semplici da quei pensieri sciocchi e perversi che furono sollevati da Satana molti secoli fa e che si ripresentano di tanto in tanto.

L’onore divino non è dovuto agli angeli


I,14,10 Ora dobbiamo affrontare la superstizione che di solito nasce dal fatto che si dice degli angeli che tutte le cose buone ci accadono attraverso il loro servizio. La ragione dell’uomo si lascia facilmente trasportare per conferire loro ogni onore. Così viene dato loro ciò che appartiene solo a Dio e a Cristo. In questo modo, come vediamo, l’onore di Cristo è stato oscurato in molti modi per molti secoli, coprendo gli angeli con ogni tipo di gloria esorbitante senza giustificazione nella Parola di Dio. E di tutte le corruzioni contro cui dobbiamo combattere oggi, quasi nessuna è più vecchia di questa. Paolo evidentemente ha dovuto scontrarsi con alcune persone che esaltavano gli angeli così in alto che Cristo era quasi ridotto al loro pari! Ecco perché nella sua lettera ai Colossesi insiste così fortemente che Cristo non solo ha la priorità su tutti gli angeli, ma che è anche la fonte di ogni bene per loro (Col 1,16.20). Perciò non dobbiamo lasciare il Signore e rivolgerci agli angeli, che non possono esistere da soli, ma attingono alla stessa fonte come noi! Certo, poiché un riflesso della gloria divina brilla da loro, succede abbastanza facilmente che ci inchiniamo davanti a loro in adorazione per una certa costernazione interiore e poi attribuiamo loro tutto ciò che è dovuto solo a Dio. Giov stesso scrive nell’Apocalisse che questo gli accadde, ma poi aggiunge subito che gli fu risposto: "Guarda, non farlo, io sono il tuo servo… adora Dio! (Apok. 19,10).

Dio non usa gli angeli per il suo bene, ma per il nostro.


I,14,11 Possiamo evitare il pericolo di una tale superstizione se consideriamo perché Dio preferisce rivelare la sua potenza attraverso gli angeli piuttosto che senza il loro intervento, puramente da sé, per creare la salvezza per i suoi e per comunicare loro i beni della sua bontà. Certamente non lo fa per necessità, come se non potesse farne a meno. Perché tutte le volte che gli piace, egli compie la sua opera senza di loro, unicamente attraverso la sua volontà e il suo volere. Quindi non c’è dubbio che debbano aiutarlo, perché senza di loro il suo lavoro sarebbe troppo difficile. Egli quindi ci conforta nella nostra debolezza, in modo che non ci manchi nulla per innalzare le nostre anime alla gioiosa speranza e alla ferma certezza. Di per sé, una cosa dovrebbe essere più che sufficiente per noi, che il Signore promette di essere il nostro guardiano. Ma quando ci vediamo circondati da così tanti pericoli, così tante difficoltà, così tanti nemici, quanto facilmente potremmo tremare o addirittura disperare nella nostra debolezza e fragilità se il Signore non ci desse la sua grazia attuale secondo la nostra comprensione! Ecco perché promette non solo che si prenderà cura di noi, ma anche che ha innumerevoli portatori di scudi ai quali ha affidato la cura della nostra salvezza, e che - qualunque pericolo ci minacci - nessun male può toccarci finché siamo sotto la loro protezione, la loro guardia! Certo, è sbagliato per noi, di fronte alla semplice promessa che solo Dio è il nostro guardiano, guardarci ancora intorno per cercare aiuto. Ma il Signore, nella sua incommensurabile dolcezza e bontà, vuole venire in nostro aiuto nella nostra follia, e quindi non dobbiamo pensare meno di un dono così grande. Ne abbiamo un esempio nel servo di Eliseo: quando vide che la montagna era completamente circondata dall’esercito dei siriani e che non c’era via d’uscita, fu preso dal terrore, come se sia lui che il suo padrone fossero morti. Allora Eliseo chiese a Dio di aprirgli gli occhi, e subito vide la montagna piena di carri infuocati, cioè una moltitudine di angeli che dovevano proteggerlo con il profeta! (2 Re 6:17) Quando vide questo, fu rafforzato e composto in modo da poter disprezzare senza paura i nemici la cui vista lo aveva quasi ucciso prima!

Gli angeli non devono dissuaderci dal fissare il nostro sguardo solo sul Signore


I,14,12 Tutto ciò che si può dire del servizio degli angeli deve dunque servire a porre fine ad ogni mancanza di fiducia e a rafforzare la nostra speranza in Dio. Questa protezione è dunque preparata per noi da Dio, affinché non ci lasciamo spaventare dal numero dei nemici, come se fossero troppo forti per Lui, ma piuttosto ci rifugiamo nel detto di Eliseo: Ce ne sono più per noi che contro di noi (2 Re 6:16; non letteralmente). Come sarebbe assurdo se ci lasciassimo allontanare da Dio dagli angeli, che sono ordinati per testimoniarci quanto sia vicino il suo aiuto! Poi, naturalmente, ci porteranno fuori strada da Dio, se non ci guideranno sulla retta via in modo che guardiamo a lui come nostro unico aiutante, se non lo invochiamo e lo lodiamo, se non li consideriamo come le sue mani che non si muovono a nessuna opera senza il suo comando, se non ci tengono con l’unico mediatore Cristo, in modo che dipendiamo interamente da lui, dimoriamo in lui, ci rivolgiamo a lui e abbiamo la nostra piena soddisfazione in lui! Per quello che ci viene descritto nella visione di Giacobbe (Gen 28:12), dobbiamo prendere fermamente a cuore: che gli angeli scendono agli uomini sulla terra e dagli uomini salgono di nuovo al cielo - sulla "scala" su cui il Signore degli eserciti siede in cima! Diventa chiaro che solo attraverso l’intercessione di Cristo per noi si realizza il ministero degli angeli, come Lui stesso dice: "D’ora in poi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo" (Giov 1:51). Così anche il servo di Abramo, comandato alla guardia dell’angelo, non gli chiede aiuto, ma, confidando in quella promessa, porta la sua preghiera davanti al Signore e gli chiede di mostrare la sua misericordia ad Abramo (Gen 24:7). Perché Dio non rende gli angeli servitori della sua potenza e della sua bontà per condividere con loro la sua gloria, e allo stesso modo non ci promette il suo aiuto attraverso il loro servizio, affinché noi dividiamo la nostra fiducia tra lui e gli angeli! Quindi, non vogliamo avere niente a che fare con quella saggezza platonica che ci istruisce a cercare l’accesso a Dio attraverso la mediazione degli angeli e a mostrare loro riverenza affinché ci rendano più inclini a Dio! (Platone, Epinomis; Kratylos). Questa è la filosofia che superstiziosi e sfacciati hanno cercato di introdurre nella nostra religione fin dall’inizio e lo fanno ancora con insistenza!

La pericolosità del nemico


I,14,13 Ciò che le Scritture insegnano sui diavoli è tutto per farci stare in guardia contro le loro fughe e rievocazioni, e armarci di armi abbastanza forti e solide per resistere a loro come i nemici più pericolosi. Perché quando il diavolo è descritto come il dio e il principe di questo mondo, quando si dice che è un uomo dall’arma forte (Mat 12:29), il "principe che domina nell’aria" (Efes 2:2), un "leone ruggente" (1Piet 5:8) - tali descrizioni non hanno altro scopo che renderci più cauti, più vigili e più pronti a combattere. A volte questo viene anche detto esplicitamente. Pietro dice che il diavolo va in giro come un leone ruggente, cercando chi può divorare (1Piet 5,8). Ma poi aggiunge l’ammonizione di resistere coraggiosamente nella fede! E Paolo, che ci ricorda che non dobbiamo lottare contro la carne e il sangue, ma contro i principi dell’aria, i dominatori delle tenebre e gli spiriti maligni (Efes 6,12), ci comanda immediatamente di prendere le armi con le quali possiamo sopportare un combattimento così pericoloso (Efes 6,13 ss.). Perciò, dobbiamo fare del nostro meglio per prevenire il nemico - il più pronto alla battaglia nella sua audacia, il più formidabile nella sua forza, il più astuto nelle sue trame, instancabile nella sua prudenza e rapidità, pieno di astuzie di ogni tipo, esperto nella battaglia al massimo, che, siamo avvertiti, ci minaccia senza sosta! -che questo nemico non ci sorprenda con la negligenza e l’ignavia, ma che noi possiamo prendere saldamente in mano uno spirito coraggioso e retto per resistergli! E poiché questo servizio militare (milizia) finisce solo con la morte, siamo esortati alla perseveranza. Ma soprattutto, nella consapevolezza della nostra debolezza e inesperienza, dobbiamo invocare l’aiuto di Dio e non fare nulla senza confidare in Lui, perché Lui solo può darci consiglio e forza, coraggio e armatura!

 Il regno della malvagità!


I,14,14 Ma per incoraggiarci e spronarci ancora di più ad un tale conflitto, le Scritture ci mostrano che non abbiamo a che fare con uno o due nemici, o almeno solo un piccolo numero, ma che in questa guerra ci troviamo di fronte ad un grande esercito! Perché è detto che Maria Maddalena fu liberata da sette demoni che l’avevano posseduta (Mar 16:9), e Gesù dichiara che è una cosa regolare che se lo spirito malvagio, dopo essere stato cacciato, è di nuovo ammesso, porta con sé altri sette spiriti malvagi e ritorna alla possessione vuota (Mat 12:43). Sì, abbiamo sentito che un’intera legione ha posseduto un solo uomo! (Luca 8,30). Da questo impariamo che dobbiamo combattere con un numero infinito di nemici - in modo da non pensare sprezzantemente che ce ne siano solo alcuni, e poi diventare negligenti nella lotta o addirittura darci all’accidia pensando che ci sia concessa una pausa nella lotta. Che Satana o il diavolo, d’altra parte, ci affronti spesso come individuo, dovrebbe mostrarci che c’è un regno di malvagità che si oppone al regno della giustizia. Perché come la chiesa e la società (societas) dei santi hanno Cristo per loro capo, così anche la società degli empi e l’empietà stessa sono poste davanti a noi con il loro principe, che lì è il capo supremo. Da qui il detto: "Andate, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli" (Mat 25,41).

Lotta spietata!


I,14,15 Anche questo deve spronarci alla lotta incessante contro il diavolo, che è chiamato ovunque nemico di Dio e nostro nemico. Perché se, come è giusto, l’onore di Dio ci è caro, dobbiamo lottare con tutte le nostre forze contro colui che vuole spegnere questo onore! Se siamo davvero intenzionati ad affermare il regno di Cristo, come deve essere, allora dobbiamo necessariamente avere una guerra inconciliabile con colui che ha cospirato per rovesciarlo. Se invece ci preoccupiamo della nostra salvezza, non ci può essere né pace né riposo nelle armi contro colui che è sempre avido di distruggerla insidiosamente. Così ci viene descritto nel terzo capitolo della Genesi: lì attira l’uomo dalla sua colpevole obbedienza a Dio per sottrarre a Dio l’onore che gli spetta e allo stesso tempo per far precipitare l’uomo stesso nel disastro. Così ci appare negli evangelisti: lì è chiamato il "nemico" (Mat 13,28), e lì sparge licheni per distruggere il seme della vita eterna (Mat 13,25). In generale, ciò che Cristo dice di Lui, cioè che era un assassino di uomini e un bugiardo fin dal principio, lo sperimentiamo in tutte le sue azioni! (Giov 8,44). Perché con la menzogna combatte contro la verità di Dio, con le tenebre copre la luce, con l’errore tiene prigionieri i cuori delle persone, fomenta l’odio, causa discordia e conflitto - e tutto questo per distruggere il regno di Dio e trascinare le persone con lui nella rovina eterna! Egli è dunque - questo è certo - corrotto, malvagio e malvagio per natura. Perché in una mente che si occupa solo della distruzione dell’onore di Dio e della salvezza degli uomini, ci deve necessariamente essere la più profonda corruzione! Giov lo esprime nella sua prima lettera: "Ha peccato fin dal principio" (1Gio 3:8). Questo significa che egli è l’autore, il capobanda e il padrone di tutta la malvagità e l’ingiustizia!

Il diavolo è una creatura degenerata di Dio


I,14,16 Ma poiché il diavolo è creato da Dio, dobbiamo considerare: tutta questa malvagità che noi attribuiamo alla sua natura non viene dalla creazione, ma dalla corruzione! Qualunque cosa abbia in sé di dannoso, se l’è portata addosso nell’apostasia e nell’indignazione! La Scrittura ce lo ricorda, affinché non pensiamo che sia uscito così dalla mano di Dio, per poi attribuire a Dio ciò che gli è più estraneo. Per questo motivo Cristo dichiara che Satana parla dalla sua stessa bocca quando dice una bugia (Giov 8:44), e aggiunge come motivo: perché non è stabilito nella verità. Se ora dice che non è esistito nella verità, implica che una volta era in essa, e se lo chiama padre della menzogna, lo priva così della possibilità di attribuire a Dio la corruzione che lui stesso ha causato! Ora, anche se questo è detto solo brevemente e non molto chiaramente, è abbastanza per liberare la maestà di Dio da ogni rimprovero. E cosa ci dovrebbe importare di sapere di più sui diavoli, o di imparare qualcosa a qualsiasi altro scopo? Ci sono alcuni che si lamentano che le Scritture non descrivono più dettagliatamente quel caso, la sua causa, la sua natura, il suo tempo e il corso più prossimo degli eventi. Ma poiché queste cose non ci riguardano, era meglio che fossero, se non nascoste, solo brevemente sfiorate. Perché non è degno dello Spirito Santo soddisfare la nostra curiosità con storie inutili e senza frutto. E vediamo anche che il Signore non intendeva insegnarci nulla nelle sue sante parole che non potesse portare alla nostra edificazione. Pertanto, non vogliamo perdere tempo con le superfluità. Ci deve bastare sapere della natura dei diavoli, che all’inizio, nella creazione, erano angeli di Dio, ma, corrotti dalla degenerazione, divennero poi strumenti di distruzione per gli altri, perché questo è utile da sapere, come è anche chiaramente insegnato in Pietro e Giuda. "Gli angeli", è detto, "che hanno peccato e non hanno conservato il loro principato, Dio non li ha risparmiati" (2 Pietro 2:4; Giuda 6). E quando Paolo parla di "angeli scelti", implica senza dubbio che ci sono anche quelli rifiutati (1 Tim 5:21).

Il diavolo è sotto il potere di Dio


I,14,17 Ma per quanto riguarda l’opposizione e la lotta che il diavolo conduce contro Dio, dobbiamo basare ogni considerazione sulla ferma certezza che il diavolo non può fare nulla senza la volontà e il permesso di Dio (nisi volente et annuente Deo). Infatti leggiamo nella storia di Giobbe che egli sta davanti a Dio per ricevere ordini, e che senza permesso non osa procedere a compiere un’opera (Giobbe 1:6; 2:1). E quando Achab deve essere sviato, si prende la responsabilità di essere uno spirito di falsità sulla bocca di tutti i profeti: il Signore lo manda, ed egli esegue il suo comando (1Re 22:22 ss.). Per questo è anche chiamato lo spirito maligno del Signore, che tormentava Saul, perché da lui, come con un flagello, venivano puniti i peccati del re senza Dio (1Sam 16:14; 18:10). E in un altro luogo è scritto che le piaghe furono inflitte agli egiziani da Dio attraverso angeli malvagi (Sal 78,49). Secondo questi esempi individuali Paolo testimonia in generale che la cecità degli infedeli è un’opera di Dio - anche se prima l’aveva chiamata un effetto di Satana: (2 Te ss. 2,9.11). È quindi certo che Satana è sotto il potere di Dio ed è così controllato dalla sua volontà che è costretto ad obbedirgli. Sì, quando diciamo che Satana resiste a Dio e che le sue opere sono in conflitto con le opere di Dio, stiamo allo stesso tempo affermando che questa resistenza e questo conflitto dipendono anche dal permesso (permissio) di Dio! Ora non sto parlando della volontà del diavolo e nemmeno della sua intenzione, ma solo di ciò che effettivamente compie. Perché il diavolo è senza Dio per natura e quindi non è affatto incline all’obbedienza alla volontà di Dio, ma ha una tendenza incessante alla resistenza e all’indignazione. Quindi è da se stesso e dalla sua malvagità che resiste a Dio con volontà e proposito. Questa malvagità lo tenta a intraprendere cose che pensa siano del tutto ripugnanti per Dio. Ma Dio lo tiene saldamente legato dalle redini della sua onnipotenza, e quindi può compiere solo ciò che Dio gli permette di fare; così, che gli piaccia o no, obbedisce al suo Creatore, perché è costretto a servirlo, qualunque sia l’uso che ne fa!

Certezza della vittoria!


I,14,18 Ma poiché Dio governa gli spiriti immondi secondo la sua volontà, lo fa in modo che essi affliggano i fedeli in battaglia, li attacchino con l’inganno, li disturbino con ogni sorta di tentativi, li molestino in battaglia, e li stanchino anche spesso, Dall’altro lato, essi conducono i malvagi in cattività, esercitano il loro dominio sulle loro anime e sui loro corpi e abusano di loro come schiavi di ogni sorta di male. I credenti, turbati da tali nemici, ascoltano perciò l’ammonimento: "Non pregate il diavolo" (Efes 4:27; Lutero: "al bestemmiatore") o: "Il diavolo, vostro avversario, va in giro come un leone ruggente, cercando chi divorare; resistetegli fermamente nella fede…" (1Piet 5,8) e simili. Persino Paolo confessa di non essere stato indenne da questo tipo di conflitto quando scrive che "l’angelo di Satana" gli fu dato per umiliarlo (2Cor 12:7). Questo esercizio di battaglia è quindi comune a tutti i figli di Dio. Ma la promessa che la testa di Satana sarà schiacciata si riferisce a Cristo, e con lui a tutte le sue membra, e quindi dico che i credenti non possono essere né sconfitti né oppressi dal diavolo. Sono davvero spesso spaventati, ma non disperano e si riuniscono per una nuova lotta, cadono sotto la forza degli attacchi, ma poi si rialzano, sono feriti, ma non a morte, insomma, sono in una dura lotta per tutta la vita, ma in modo tale che alla fine mantengono la vittoria. Naturalmente, non voglio fare riferimento ad ogni fase della battaglia separatamente. Sappiamo infatti che per il giusto castigo di Dio Davide fu per un certo tempo abbandonato a Satana, così da contare il suo popolo sul suo impulso (2 Sam. 24:1), e Paolo non senza ragione dà speranza di perdono anche a coloro che sono stati presi nelle insidie del diavolo (2Tim 2:26). Lo stesso Paolo mostra altrove che la suddetta promessa (Gen 3:15) si realizzerà solo all’inizio in questa vita, dove c’è un combattimento, ma poi completamente dopo il combattimento, quando dice: "Ma il Dio della pace calpesterà Satana sotto i vostri piedi in poco tempo" (Rom 16:20). Nel nostro Capo (Cristo) questa vittoria è sempre completa, perché il principe di questo mondo non è in grado di fare nulla contro di lui, ma in noi, le membra, ora appare solo in parte, ma sarà un giorno completa quando ci spoglieremo della nostra carne, che ci lascia sempre soggetti alla debolezza, e quando saremo pieni della potenza dello Spirito Santo. Perché dove sorge e si stabilisce il regno di Cristo, Satana cade con tutto il suo potere, come dice il Signore stesso: "Ho visto Satana cadere dal cielo come un fulmine" (Luca 10,18). Con questa risposta conferma la relazione degli apostoli sulla potenza del loro annuncio, ancora una volta dice anche: "Se un uomo forte mantiene il suo palazzo, il suo rimane in pace, ma se un uomo più forte gli viene addosso… sarà cacciato…" (Luca 11,21 s. finale impreciso). E a questo scopo Cristo nella sua morte ha vinto Satana, che aveva il potere della morte, e ha condotto il trionfo su tutto il suo esercito, affinché nessun danno venisse alla Chiesa, che altrimenti sarebbe stata calpestata cento volte dal diavolo in ogni momento! Perché come dovremmo - con la nostra debolezza e con la violenza furiosa del diavolo! - resistere minimamente ai suoi molteplici e astuti tentativi, senza confidare nella vittoria del nostro Duca? Perché Dio non permette che il regno di Satana sia nei cuori dei credenti, ma gli consegna solo per il governo gli empi e gli increduli, che non merita di essere annoverato tra il suo gregge. Infatti è detto di lui che possiede questo mondo senza opposizione fino a quando non sarà cacciato da Cristo (Luca 11,21). Sentiamo anche che egli acceca tutti coloro che non credono al vangelo (2Cor 4:4). O che opera nei figli ribelli (Efes 2,2). E giustamente; perché gli empi sono tutti vasi d’ira - e a chi dunque dovrebbero essere soggetti se non al ministro della vendetta divina? Sì, dopo tutto, si dice che sono del loro padre il diavolo (Giov 8,44). Perché come i credenti sono riconosciuti come figli di Dio per il fatto che portano la sua somiglianza, così quelli dimostrano di essere figli di Satana per la sua somiglianza, alla quale sono degenerati! (1Gio 3:8).

I diavoli non sono pensieri ma realtà


I,14,19 Ora abbiamo sopra respinto quella saggezza mondana pettegola (nugatoria philosophia) che insegna dei santi angeli che essi sono solo buone ispirazioni e impulsi che Dio fa sorgere nel cuore degli uomini. Allo stesso modo, dobbiamo opporci a coloro che dicono che i diavoli sono solo cattivi sentimenti o pensieri confusi che ci dà la nostra carne. Ma questo può essere fatto molto brevemente, poiché ci sono numerose e del tutto chiare testimonianze scritturali su questo argomento. Prima di tutto, gli spiriti immondi sono anche chiamati angeli apostati che sono "degenerati dalla loro origine" (Giuda 6). Questi nomi esprimono abbastanza chiaramente che non si tratta di emozioni e sentimenti, ma in realtà, come è evidente dalla formulazione, di spiriti ed esseri con sentimenti e comprensione! Allo stesso modo, Cristo e Giov confrontano i figli di Dio con i figli del diavolo (Giov 8,44; 1. Giov 3,10). Questo sarebbe ovviamente inappropriato se il termine "diavolo" si riferisse solo alle ispirazioni maligne! Giov aggiunge ancora più chiaramente che il diavolo pecca fin dal principio (1Gio 3,8). E quando Giuda menziona un combattimento dell’arcangelo Michele con il diavolo (Giuda 9), sicuramente oppone l’angelo buono ad uno cattivo e apostata. Questo corrisponde di nuovo a ciò che leggiamo nel libro di Giobbe: cioè che Satana apparve davanti a Dio con gli angeli santi (Giobbe 1:6; 2:1). I passaggi più chiari, tuttavia, sono quelli che menzionano la punizione che i diavoli sperimenteranno attraverso il giudizio di Dio, prima già ora, ma solo dopo nella risurrezione! "Figlio di Davide, perché vieni prima del tempo e ci tormenti?". (Mat 8:29). "Partite, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli" (Mat 25:41). "Perché Dio non ha risparmiato gli angeli che hanno peccato, ma li ha gettati negli inferi con catene di tenebre e li ha consegnati per essere custoditi per il giudizio" (2 Pt. 2:4). Che discorsi senza senso sarebbero questi, i diavoli sarebbero consegnati al giudizio eterno, il fuoco eterno sarebbe preparato per loro, sarebbero già ora tormentati e martirizzati dalla gloria di Cristo - se non ci fossero affatto i diavoli! Certo, queste cose non hanno bisogno di discussioni con coloro che credono alla Parola di Dio, e d’altra parte, poco si ottiene dalla testimonianza della Scrittura con i vani speculatori che amano solo il nuovo. Perciò credo di aver raggiunto il mio scopo e di aver sufficientemente assicurato le anime pie contro queste sciocchezze, con le quali persone senza scrupoli confondono se stesse e gli altri, i più semplici. Tuttavia, queste cose dovevano essere toccate, affinché l’uomo non si lasciasse sedurre dall’errore di pensare di non avere alcun nemico, e diventasse quindi più indolente e disattento nel resistere!

La grandezza e la ricchezza della creazione


I,14,20 Nel frattempo, però, non manchiamo di trarre pio ristoro dalle opere rivelate di Dio che ci confrontano in questa gloriosa casa di spettacolo (theatrum)! Perché è, come abbiamo già detto, non il massimo, ma tuttavia, secondo l’ordine della natura, la prima prova della fede, se noi, ovunque dirigiamo i nostri occhi, consideriamo tutto ciò che incontriamo come opera di Dio e allo stesso tempo consideriamo con pia deliberazione per quale scopo Dio lo ha creato. Per afferrare con vera fede ciò che dobbiamo conoscere di Dio, dobbiamo innanzitutto attenerci alla storia della creazione del mondo, così come ci viene raccontata brevemente da Mosè e come è stata poi illuminata più dettagliatamente da uomini pii come Basilio e Ambrogio in particolare. Da questo apprendiamo che Dio, con la potenza della sua Parola e del suo Spirito, ha creato il cielo e la terra dal nulla, poi ha fatto nascere tutte le specie di animali e anche gli esseri inanimati, ha distinto l’infinita molteplicità delle cose in un ordine meraviglioso, ha impregnato ogni razza della sua natura, ha assegnato il suo servizio e le ha dato il suo posto e la sua dimora, e che, poiché tutto è soggetto alla corruzione (corruptio), ha tuttavia provveduto affinché tutte le specie restino illese fino all’ultimo giorno! Così - sentiamo ancora - egli conserva una specie in modo misterioso e a volte lascia che nuova vitalità trabocchi in essa, per così dire, e ad altre ha dato di nuovo il potere di riproduzione, in modo che con la fine dell’individuo la specie non si estingua! Per questo motivo ha dotato il cielo e la terra della più grande abbondanza immaginabile, della diversità e della bellezza di tutte le cose, e li ha gloriosamente adornati come una vasta e gloriosa casa, fornita e attrezzata con gli utensili più squisiti e meravigliosi. Dopo tutto, egli ha - apprendiamo - formato l’uomo, lo ha distinto con un ornamento così delizioso, con tanti e così gloriosi doni, e ne ha fatto in questo modo il capolavoro tra le sue opere! Ma non intendo qui raccontare la creazione del mondo, e quindi può bastare aver menzionato questo poco di sfuggita. È meglio, come ho già sottolineato, che il lettore ottenga una conoscenza più dettagliata da Mosè e dagli altri che hanno tramandato fedelmente e accuratamente la creazione del mondo.

Come dobbiamo guardare le opere di Dio?


I,14,21 Lo scopo e il punto di vista essenziale per una considerazione delle opere di Dio non hanno bisogno di essere discussi in dettaglio. Perché se ne è già parlato più dettagliatamente altrove, e nel contesto della presente considerazione sono necessarie solo poche parole. In verità, se si volesse ritrarre degnamente come l’ineffabile saggezza, potenza, giustizia e bontà di Dio si rendono visibili nella costruzione del mondo, nessuno splendore di discorso, nessun ornamento di esposizione corrisponderebbe alla grandezza della questione. Senza dubbio il Signore ha voluto che perseverassimo sempre in questa santa contemplazione. E quindi non dobbiamo passare attraverso le incommensurabili ricchezze della sua saggezza, giustizia, bontà e potenza, come le vediamo in tutte le creature come in uno specchio, solo con uno sguardo fugace e, per così dire, con una vuota contemplazione, ma dobbiamo soffermarci a lungo su tale conoscenza, muoverla seriamente e fedelmente nei nostri cuori, e ricordarla sempre e subito. Ma ora siamo impegnati in un lavoro dottrinale e dobbiamo sorvolare su ciò che in realtà richiederebbe un lungo discorso. Sarò breve: il lettore riconoscerà allora certamente in vera fede ciò che significa effettivamente che Dio è il Creatore del cielo e della terra se, in primo luogo, seguirà la regola universalmente valida di non passare con ingrata sconsideratezza e dimenticanza la potenza e la bontà che Dio rivela nelle sue creature, e se, in secondo luogo, saprà applicare questa conoscenza a se stesso in modo tale che lo afferri nel suo essere più intimo! Se seguiamo la prima regola, consideriamo, per esempio considerate quale artista deve essere colui che ha ordinato e disposto così bene la miriade di stelle nel cielo che non si può concepire uno spettacolo più sublime, che ha permesso ad alcune di rimanere fisse e immobili al loro posto, e ad altre di correre più liberamente, che ha così diretto i movimenti di tutti i corpi celesti che i giorni e le notti, i mesi, gli anni e le stagioni sono misurati da essi, e che ha così regolato l’ineguaglianza dei giorni che nessuna confusione ne deriva. Un altro esempio della prima regola è che dobbiamo concentrarci sulla sua potenza, con la quale porta tali pesi e dirige questo rapido movimento dell’edificio celeste, e simili esempi. Questi pochissimi accenni mostrano chiaramente cosa significa riconoscere la potenza di Dio nella creazione del mondo. A proposito, se volessimo rappresentare il tutto, come ho detto, non ci sarebbe niente da fare. Perché ci sono tante meraviglie della potenza divina, tanti segni della sua bontà, tante prove della sua saggezza, quante sono le specie tra le creature del mondo, anche le singole cose, grandi e piccole.

La contemplazione della bontà di Dio nella sua creazione dovrebbe portarci alla gratitudine e alla fiducia


I,14,22 Ora rimane il secondo requisito, che è ancora più vicino all’essenza della fede. Quando vediamo come Dio ha organizzato tutto per il nostro bene, per la nostra salvezza, e quando sentiamo la sua potenza e la sua grazia, che mostra in noi e in tanti doni che ci ha dato, allora dovremmo lasciarci portare a fidarci di lui, a chiamarlo, a lodarlo e ad amarlo! Perché il fatto che ha creato tutto per il bene dell’uomo è stato mostrato dal Signore stesso nell’ordine della sua creazione, come ho osservato sopra. Perché non era senza motivo che egli ha diviso la creazione del mondo in sei giorni; perché sarebbe stato altrettanto facile per lui presentare l’intera opera in tutta la sua perfezione in un momento quanto lo sarebbe stato per lui raggiungere la perfezione in un progresso così graduale. Ma ha voluto mostrarci la sua provvidenza e la sua cura paterna in quanto, prima di creare l’uomo, ha preparato tutto ciò che, secondo la sua previsione, poteva essere utile e benefico per lui. Che ingratitudine sarebbe se dubitassimo delle cure di questo Padre infinitamente buono, che si è già preso cura di noi prima della nostra nascita! Che empietà sarebbe se dovessimo mai tremare con il sospetto che la Sua bontà possa abbandonarci nella nostra angoscia, che, come abbiamo notato, era già evidente prima della nostra esistenza nell’abbondanza di tutti i beni! Inoltre, sentiamo da Mosè che nella sua generosità ci ha sottoposto anche tutto ciò che è nel mondo (Gen 1:28; 9:2). E certamente non l’ha fatto per ingannarci con la semplice apparenza di un dono. Perciò non saremo mai privati di nulla di ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra salvezza. Infine, così come spesso chiamiamo Dio il Creatore del cielo e della terra, dovremmo anche ricordare che l’amministrazione di tutto ciò che ha fatto è nella sua mano e nel suo potere - ma che noi siamo i suoi figli, che Egli ha preso nella sua fedeltà e cura per preservare ed educare! Perciò dovremmo aspettarci la pienezza di tutti i beni solo da lui e confidare in lui che non ci farà mai mancare ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra salvezza - e così la nostra speranza non dovrebbe dipendere da nient’altro che da lui! Per questo dovremmo anche, se desideriamo qualcosa, fissare i nostri occhi solo su di lui, riconoscere tutte le cose buone che ci arrivano come sua benedizione e rendergli grazie per esse! E per tutte queste ragioni, attratti da tanta adorabile bontà e gentilezza, dovremmo sforzarci di amarlo e onorarlo con tutto il nostro cuore.


Capitolo quindici

Della creazione dell’uomo, delle facoltà della sua anima, dell’immagine di Dio, del libero arbitrio e della purezza originale della natura umana.

L’uomo è uscito immacolato dalla mano di Dio; perciò non deve incolpare il Creatore per il suo peccato


I,15,1 Ora dobbiamo parlare anche della creazione dell’uomo. Perché, di tutte le opere di Dio, è la prova più nobile e visibile della sua giustizia, saggezza e bontà. E soprattutto, come abbiamo detto all’inizio, Dio non può essere conosciuto da noi in modo puro e certo se non vi si aggiunge la conoscenza di sé. Questa conoscenza di sé, naturalmente, è di una duplice natura: dobbiamo prima sapere come siamo stati creati all’inizio, e poi anche come siamo stati dalla caduta di Adamo: - non ci servirebbe a molto conoscere la nostra creazione, se non riconoscessimo la corruzione e la distorsione della nostra natura in tutta questa terribile decadenza in cui ora viviamo! Tuttavia, descriviamo qui prima la nostra natura originariamente pura (integrae). E infatti, prima di passare alla miserabile condizione dell’uomo a cui è sottoposto oggi, vale la pena considerare come è stato effettivamente creato all’inizio. Perché dobbiamo stare molto attenti a non sembrare di attribuire la cattiveria naturale dell’uomo all’autore della natura, semplicemente descrivendola in dettaglio. Perché l’empietà sarebbe fin troppo contenta di difendersi con questo pretesto, quando si impegna ad affermare che tutto il male che porta in sé è, per così dire, proceduto da Dio - e anzi, quando viene punita, non esita affatto a volersi mettere in regola con Dio stesso e a imputargli la colpa di cui è giustamente accusata. E le persone che danno molta importanza all’apparenza di un discorso più pio sulla Divinità amano scusare la loro falsità con la natura e non considerano nemmeno che così facendo stanno anche insultando Dio - anche se un po’ più segretamente! Perché sarebbe una disgrazia per lui se si potesse dimostrare che c’è qualcosa di sbagliato nella natura. Così vediamo come la carne cerca ogni tipo di scusa per poter, a suo parere, spostare la colpa da sé a qualcun altro. E a questa malvagità dobbiamo opporci con diligenza. Pertanto, la calamità umana deve essere trattata in modo tale che tutte le vie d’uscita siano tagliate fin dall’inizio e la giustizia di Dio rimanga libera da ogni accusa. Più tardi, quando saremo pronti, vedremo quanto noi esseri umani siamo lontani dalla purezza che fu data ad Adamo. Ma prima dobbiamo considerare questo: l’uomo è fatto di terra e di argilla, e così si mette un freno al suo orgoglio; perché sarebbe del tutto assurdo che uno si vanti della sua eccellente posizione che non solo ha la sua dimora in una capanna di argilla, ma è lui stesso in parte fatto di terra e cenere! Certo, Dio si è degnato di rendere questo vaso di terra vivo (di animarlo), e lo ha anche reso la dimora di uno spirito immortale. Adamo poteva giustamente vantarsi di una tale magnanimità da parte del suo Creatore!

Corpo e anima nella loro diversità


I,15,2 Inoltre, deve essere fuori discussione che l’uomo è composto da anima e corpo. Per "anima" intendo un essere immortale, sebbene creato, che è la parte più nobile dell’uomo. È spesso chiamato anche "spirito", e sebbene questi due nomi, quando si trovano fianco a fianco, abbiano un significato diverso, tuttavia "spirito", quando la parola ricorre da sola, significa lo stesso di "anima". Per esempio, Salomone parla della morte e dice che allora "lo spirito" ritorna a Dio che lo ha dato (Eccl. 12:7). Cristo comanda anche il suo "spirito" al Padre (Luca 23,46), come Stefano a Cristo (At 7,58), e con questo non intendono altro che quando l’anima è redenta dalla casa schiava della carne, Dio è il suo guardiano per sempre. Alcuni pensano che l’anima sia chiamata "spirito" perché è un soffio o una potenza di Dio, che egli ha infuso nei corpi e che non ha un essere proprio. Ma la questione stessa, così come tutta la Scrittura, mostra che questa è una grossolana sciocchezza. Certamente, poiché gli uomini sono troppo attaccati alla terra, diventano miopi, anzi, nella loro alienazione dal Padre della Luce, sono accecati dalle tenebre, così che difficilmente sono in grado di accettare una vita dopo la morte. Ma nel frattempo la luce non è ancora così spenta nelle tenebre da non essere toccati da un presentimento di immortalità! Infatti la coscienza, che nella sua distinzione tra bene e male corrisponde al giudizio di Dio, è un segno indubitabile dell’immortalità dello spirito umano (immortalitatis spiritus). Come potrebbe un mero impulso senza alcuna essenza propria presentarsi davanti al seggio del giudizio di Dio ed essere terrorizzato dalla certezza della colpa? Né il corpo può essere preso dal timore della punizione spirituale, ma solo l’anima, e da questo ne consegue che essa possiede un essere proprio. Sì, la sola conoscenza di Dio prova sufficientemente che uno spirito che si eleva al di sopra del mondo è immortale, perché nessuna potenza non sostanziale potrebbe penetrare alla fonte della vita. Dopo tutto, la mente dell’uomo è anche così piena di doni meravigliosi che testimoniano a gran voce che qualcosa di divino è inciso in lui - e questi doni sono tutti testimoni dell’immortalità. Perché il sentimento che abita negli animali insensati non va oltre il corpo e almeno non si estende oltre gli oggetti che gli si presentano immediatamente. Ma lo spirito umano, nella sua mobilità, cerca il cielo e la terra e i segreti della natura, e quando ha afferrato tutti i secoli con l’intelletto e la memoria (intellectu et memoria), organizza tutto individualmente, deduce il futuro dal passato - e dimostra proprio con questo mezzo che qualcosa si nasconde nell’uomo che è diverso dal corpo. Possiamo pensare a Dio invisibile e agli angeli con il nostro intelletto; anche questo non è affatto dovuto al corpo! Siamo in grado di cogliere il giusto, il buono, il decente, che tuttavia è nascosto ai sensi corporei. Quindi la sede di tale comprensione deve essere lo spirito. Anche il sonno, che stupisce l’uomo e sembra quasi privarlo della vita, è una chiara testimonianza dell’immortalità. Perché ci costringe a pensare a cose che non sono mai accadute, persino a presentimenti del futuro. Tocco queste cose solo brevemente: anche gli scrittori pagani le sollevano con forza in discorsi scintillanti; con i pii, naturalmente, la semplice menzione sarà sufficiente. Se l’anima non fosse un essere indipendente, distinto dal corpo, la Scrittura non potrebbe dire che noi abitiamo in capanne di fango, vaghiamo fuori dalla tenda della carne nella morte, scacciamo ciò che è corruttibile, e poi nell’ultimo giorno portiamo via la ricompensa, secondo quanto ciascuno ha agito nella vita del corpo. Perché questi passi scritturali e altri simili, che ricorrono abbastanza spesso, distinguono certamente l’anima in modo abbastanza chiaro dal corpo; anzi, danno anche all’anima il nome di "uomo" e mostrano così chiaramente che essa è la parte più importante. Quando poi Paolo esorta i credenti a purificarsi da ogni sporcizia della carne e dello spirito (2Cor 7:1), afferma così che ci sono due aree in cui abita la sporcizia del peccato. Anche questo: Pietro chiama Cristo "pastore e guardiano di anime" (1Piet 2,25), - e questo sarebbe del tutto sbagliato se non ci fossero anime sulle quali Egli potrebbe esercitare un tale ufficio! Se l’anima non avesse un essere proprio, non avrebbe senso che egli parli della salvezza eterna dell’anima (1Piet 1,9), o che dia il comando di purificare le anime e dica che i desideri malvagi combattono contro l’anima (1Piet 2,11). Sarebbe allora anche incoerente che l’autore della Lettera agli Ebrei scriva che i pastori stanno in guardia per rendere conto delle nostre anime (Eb 13,17). Allo stesso modo, Paolo chiama Dio a testimoniare "sulla" sua "anima" (2Cor 1,23); perché non potrebbe essere accusata davanti a Dio se non fosse capace di punizione. Questo è espresso ancora più chiaramente nelle parole di Cristo che si dovrebbe temere Colui che, avendo ucciso il corpo, potrebbe anche gettare l’anima nel fuoco infernale (Mat 10,28; Luca 12,5). E quando l’autore della Lettera agli Ebrei distingue i nostri padri fisici da Dio, che è "il Padre degli spiriti" (Eb 12,9), non potrebbe affermare più chiaramente l’essere proprio dell’anima. Se l’anima non rimanesse dopo la sua liberazione dalla casa di schiavi del corpo, sarebbe assurdo per Cristo dire che l’anima di Lazzaro godeva di gioia nel seno di Abramo, e che l’anima del ricco soffriva di dolore nel suo tormento (Luca 16,22 ss.). Paolo è d’accordo con questo quando dice che siamo lontani dal Signore finché abitiamo nella carne, ma che godiamo della Sua presenza al di fuori della carne (2Cor 5:6, 8). Non voglio entrare troppo nei dettagli di questa chiara questione. Solo questo: Luca ci dice che era uno degli errori dei Sadducei negare l’esistenza degli spiriti e degli angeli (Atti 23:8).

Dell’immagine di Dio nell’uomo


I,15,3 Una prova affidabile di questa verità sta nel fatto che si dice dell’uomo che è stato creato a immagine di Dio (Gen 1,27). Ora la gloria di Dio risplende certamente nell’uomo esteriore, ma la vera sede di questa immagine è senza dubbio nell’anima. Non nego certo che la forma esteriore che ci distingue e separa dagli animali ci collega anche con Dio. Né voglio arrabbiarmi se qualcuno include nell’immagine di Dio il fatto che, mentre gli altri esseri viventi guardano la terra con il capo chino, "all’uomo fu dato un alto volto per contemplare i cieli e per alzare gli occhi alle stelle" (Ovidio). Ma questo deve rimanere fermo: l’immagine di Dio che risplende visibilmente in queste caratteristiche esterne è spirituale. Perché Osiandro - che, secondo i suoi scritti, era prudente in modo perverso - riferisce l’immagine di Dio tanto al corpo quanto all’anima, e confonde così il cielo e la terra. Dice che Padre, Figlio e Spirito Santo rappresentano la loro immagine nell’uomo; perché anche Cristo sarebbe diventato uomo se Adamo non avesse peccato. Così il corpo che Cristo avrebbe assunto una volta sarebbe stato il modello e l’archetipo della forma corporea che fu formata in quel momento (nella creazione dell’uomo)! Ma dove vuole trovare Osiander che Cristo (che dopo tutto si è fatto uomo!) è anche l’immagine dello spirito? Certamente, la gloria di tutta la Divinità risplende nella persona del Mediatore - ma come potrebbe il Verbo eterno essere chiamato allo stesso tempo immagine dello Spirito, che precede nell’ordine (trinitario)? Inoltre, la distinzione tra Figlio e Spirito è abolita quando Osiander chiama il Figlio immagine dello Spirito! Vorrei anche sapere da Osiander perché il Cristo in carne, che lui supponeva, era simile allo Spirito, e con quali caratteristiche o allusioni prova la somiglianza con lui. Ma anche il: "Facciamo l’uomo" (Gen 1,26) è anche tale del Figlio - e secondo Osiander dovrebbe allora essere la sua propria immagine, il che sarebbe contrario ad ogni ragione! Inoltre, se si volessero adottare le fantasie di Osiander! - l’uomo sarebbe stato creato solo a immagine e somiglianza di Cristo; e così Cristo, se prendesse la carne, sarebbe l’immagine da cui Adamo fu preso. Ma le Scritture insegnano tutt’altro: dicono che è stato creato a immagine di Dio! Altri capiscono la questione in questo modo: Adamo è stato creato a immagine di Dio perché è stato conformato a Cristo, che è l’unica immagine di Dio. Questo modo di parlare sofistico ha più colore; ma non c’è nulla di proprio in esso. Inoltre, c’è un notevole disaccordo sui termini "immagine" (imago) e "somiglianza" (similitudo). Gli interpreti stanno cercando una differenza tra le due espressioni che non c’è affatto. Solo "somiglianza" è usato per spiegare "somiglianza" in modo più dettagliato. Prima di tutto, sappiamo che gli ebrei sono abituati alle ripetizioni che dicono solo due volte la stessa cosa. E in secondo luogo, non c’è ambiguità nella questione stessa: l’uomo è chiamato "immagine" di Dio perché è "come" Dio! Ecco perché le persone che sviluppano una filosofia sofistica su questi nomi si rendono ridicole. Alcuni pensano che la parola "zelem" (cioè immagine, imago) si riferisca alla natura fondamentale dell’anima, mentre "demuth" (cioè somiglianza, similitudo) si riferisce alle caratteristiche. Altri cercano di descrivere la differenza in modo diverso. Ma il fatto è questo: Dio ha deciso di creare l’uomo "a sua immagine"; questa espressione è forse un po’ difficile da capire; allora ripete: "a somiglianza, in similitudine", come se volesse dire: farò un uomo che mi rappresenti come in un’immagine, e questo in virtù delle caratteristiche di similitudine impresse in lui! Ecco perché Mosè, quando menziona di nuovo la stessa cosa (Gen 1:27), usa due volte "immagine di Dio" senza usare di nuovo "somiglianza"! Ma è abbastanza assurdo quando Osiander sostiene che non è solo una parte dell’uomo, come l’anima con le sue facoltà, ad essere chiamata immagine di Dio, ma l’intero Adamo, che ha ricevuto il suo nome dalla terra da cui è stato preso! Ogni lettore ragionevole sarà d’accordo con me che questo è di cattivo gusto! Infatti, anche se tutto l’uomo è chiamato mortale, l’anima non è dunque soggetta alla morte, e se, d’altra parte, tutto l’uomo è chiamato essere razionale, la ragione e la comprensione non si applicano anche al suo corpo! Così, anche se l’uomo non è l’anima, non è assurdo che sia chiamato immagine di Dio per la sua anima - per cui, naturalmente, aderisco al principio sviluppato sopra che l’immagine di Dio si estende a tutta la posizione privilegiata di cui la natura dell’uomo gode su tutti gli altri tipi di esseri viventi. Quindi, questa espressione (immagine) si riferisce alla purezza originale che Adamo possedeva quando la sua mente era perfettamente giusta, le sue inclinazioni erano in accordo con la ragione, tutte le sue sensazioni erano nel migliore ordine, ed egli effettivamente metteva in evidenza la gloria del suo Creatore nei suoi eccellenti doni! Ma come certamente la sede dell’immagine divina era principalmente nella mente e nel cuore, nell’anima e nelle sue disposizioni, non c’era nulla in lui, compreso il corpo, in cui certe scintille di essa non brillassero. Certamente in tutte le parti del mondo ci sono alcuni accenni della gloria di Dio: ma se l’immagine di Dio è rappresentata nell’uomo, allora c’è evidentemente una tacita differenza che eleva l’uomo al di sopra di tutte le altre creature e lo separa, per così dire, dalla loro grande massa. Ora non si può certo negare che gli angeli siano creati a immagine di Dio; perché secondo la testimonianza di Cristo, la nostra più alta perfezione consiste nel diventare come loro (Mat 22,30). Ma Mosè ha ragione quando loda la grazia di Dio verso di noi in questa speciale distinzione, soprattutto perché paragona solo le creature visibili con l’uomo.

L’essenza stessa dell’immagine di Dio può essere colta da ciò che la Scrittura dice del suo rinnovamento attraverso Cristo


I,15,4 Tuttavia, mi sembra che la descrizione dell’immagine sia ancora incompleta se non si chiarisce quali sono queste qualità che distinguono l’uomo e nelle quali si deve riconoscere uno specchio della gloria di Dio. Ma questo può essere visto meglio dal ripristino della natura corrotta. Perché Adamo era senza dubbio alienato con la sua apostasia da Dio. Così, anche se ammettiamo che l’immagine di Dio non era completamente estinta o distrutta in lui, era tuttavia così corrotta che tutto ciò che rimaneva era solo una raccapricciante distorsione! Se quindi riacquistiamo la salvezza, essa inizia con il rinnovamento che riceviamo attraverso Cristo, che è anche chiamato il secondo Adamo per la ragione che ci riporta alla vera e duratura innocenza. Naturalmente, Paolo contrappone lo spirito vivificante che Cristo dà ai credenti con "l’anima vivente" che Adamo fu creato per essere (1Cor 15:45). Egli mostra così che nella rigenerazione c’è una misura più ricca di grazia; ma non abolisce il secondo punto principale, cioè che lo scopo della rigenerazione è che Cristo ci rinnovi nell’immagine di Dio. Ecco perché dice altrove che l’uomo nuovo è rinnovato secondo l’immagine di Colui che lo ha creato (Col 3:10). Questo corrisponde anche alla richiesta: "Rivestitevi dell’uomo nuovo, creato a immagine di Dio" (Efes 4:24). Ora vediamo che cosa intende principalmente Paolo con questo rinnovamento. In primo luogo menziona la conoscenza, in secondo luogo la rettitudine e la santità. Da ciò deriva che all’inizio l’immagine di Dio doveva essere vista nell’illuminazione dello spirito, nella sincerità del cuore e nella perfezione di tutto l’uomo. Ammetto che Paolo sta parlando in modo suggestivo qui, ma il principio non può essere rovesciato: ciò che viene prima nel rinnovamento dell’immagine di Dio deve essere stato anche la cosa più essenziale nella creazione stessa. Questo include anche la frase: "Ma ora in noi tutta la gloria del Signore si riflette a viso scoperto, e noi siamo trasfigurati nella stessa immagine…" (2 Cor 3,18). Da questo possiamo vedere: Cristo è l’immagine più perfetta di Dio, noi dobbiamo essere conformi a Lui e quindi rinnovati in modo tale da portare l’immagine di Dio in vera pietà, rettitudine, purezza e conoscenza. Se questo è stabilito, allora la fantasia di Osiander sull’archetipo del corpo è automaticamente finita. Il passo di Paolo, in cui solo l’uomo è chiamato immagine e somiglianza di Dio e la donna è esclusa da questa dignità e onore (1Cor 11,7), si riferisce ovviamente all’ordine civile (ad ordinem politicum). Credo di aver dimostrato a sufficienza che la somiglianza di cui abbiamo parlato si riferisce a tutto ciò che riguarda la vita spirituale, eterna. Giov lo testimonia anche con altre parole quando dice che la vita che era in principio nel Verbo eterno era la luce degli uomini (Giov 1:4). Perché egli intende lodare la grazia unica di Dio, che distingue l’uomo da tutte le altre creature viventi, e così distinguerlo da tutto ciò che è comune, perché non solo ha raggiunto la vita ordinaria, ma anche la luce della conoscenza; e così mostra allo stesso tempo perché l’uomo è stato creato a immagine di Dio. L’immagine di Dio, quindi, è la posizione originariamente eccezionale della natura umana, che brillava brillantemente in Adamo prima della caduta, ma in seguito fu così corrotta, anzi quasi distrutta, che dalla caduta rimase solo il confuso, mutilato e macchiato. Questa stessa immagine sarà ora di nuovo parzialmente visibile negli eletti, a condizione che siano nati di nuovo dallo Spirito, ma riceverà il suo pieno splendore in cielo! Per sapere correttamente in quali parti consiste questa immagine di Dio, dobbiamo parlare delle facoltà dell’anima. Infatti l’opinione giocosa di Agostino che l’anima sia uno specchio della Trinità, perché in essa dimorano intelletto, volontà e memoria, è senza sostanza (Sulla Trinità, libro 10; Sullo stato di Dio, libro 11). Né si può accettare l’opinione che l’immagine di Dio consista nel potere di governo conferito all’uomo, come se solo questa caratteristica contenesse una somiglianza con Dio, che l’uomo è nominato erede e possessore di tutte le cose. Perché l’immagine di Dio deve essere cercata nell’uomo e con l’uomo, ma non a parte di lui; anzi, è un tesoro interiore dell’anima.

L’anima umana è creata da Dio, ma non è un effluvio del suo essere


I,15,5 Prima di andare avanti, però, devo affrontare la follia dei manichei, che Servet ha cercato oggi di rinnovare. Quando dicono che Dio soffiò un alito vivente nelle narici dell’uomo (Gen 2:7), intendevano dire che l’anima era una fuoriuscita dell’essere fondamentale di Dio, come se una parte dell’incommensurabile divinità fosse passata all’uomo! Ma è facile mostrare quali assurdità grossolane e vergognose comporta questo errore diabolico. Perché se l’anima dell’uomo è un effluvio della natura di Dio, ne consegue che la natura di Dio è soggetta al cambiamento e anche alla passione, anche all’ignoranza, ai desideri bassi, alla debolezza e a tutti i vizi! Perché niente è più incostante dell’uomo, perché gli impulsi contrastanti muovono la sua anima di qua e di là e la dividono nei modi più diversi. È spesso ingannato dall’ignoranza, è soggetto anche alle più piccole tentazioni, anzi sappiamo che l’anima stessa è una palude e un porto di ogni sporcizia. E tutto questo dovrebbe essere attribuito alla natura di Dio, se si supponesse che l’anima abbia avuto origine nell’essere di Dio o fosse una fuoriuscita nascosta della Divinità! Chi non dovrebbe inorridire di fronte a una tale mostruosità! È vero che Paolo ci dice giustamente, secondo Arato, che siamo "del suo seme" (Atti 17:28). Ma non nell’essenza, ma nella natura - in quanto Dio ci ha adornato con doni divini! È anche un’assurdità assoluta dividere l’essenza del Creatore in modo che ognuno possieda una parte! Bisogna dunque affermare: sebbene l’immagine di Dio sia impressa nell’anima, essa è tuttavia creata, come lo sono gli angeli. La creazione, tuttavia, non è una fuoriuscita (dell’essere divino), ma l’inizio di un essere dal nulla. Anche se lo spirito è dato da Dio e, emigrato dalla carne, ritorna a lui, non si può assolutamente dire immediatamente che è preso dall’essere fondamentale di Dio (substantia). Anche in questo pezzo, Osiander, al di sopra di tutte le sue fantasticherie, è caduto nell’empio errore di non riconoscere l’immagine di Dio nell’uomo senza giustizia essenziale (sine essentiali justitia), - come se Dio, nella potenza incommensurabile del suo Spirito, potesse conformarci a sé solo se Cristo passasse in noi essenzialmente! Anche se alcune persone possono colorare questa illusione, non accecheranno mai gli occhi dei lettori comprensivi a tal punto da non notare l’errore manicheo. Inoltre, dove Paolo parla del rinnovamento dell’immagine, le sue parole mostrano chiaramente che l’uomo non è formato come Dio dallo straripamento dell’essere di base (la "sostanza"), ma dalla grazia e dalla potenza dello Spirito. Infatti egli dice che noi, guardando la gloria di Cristo, veniamo trasformati nella stessa immagine dallo Spirito del Signore (2Cor 3:18). E questo spirito opera certamente in noi in modo tale da non renderci simili a Dio!

L’anima e le sue capacità


I,15,6 Sarebbe sciocco prendere in prestito dai filosofi una definizione dell’essenza dell’anima. Infatti, a parte Platone, quasi nessuno di loro lo riconosceva veramente come un essere immortale (substantia immortalis). È vero che anche altri socratici ne parlano; ma nessuno lo insegna chiaramente, perché nessuno ne era del tutto convinto! L’opinione di Platone è dunque la più corretta, perché riconosce l’immagine di Dio nell’anima. Altri attaccano i loro poteri e facoltà (potentiae et facultates) alla vita presente in modo tale che alla fine non lasciano altro che il corpo. Abbiamo già insegnato che l’anima è incorporea. Ora si deve osservare che, sebbene non sia racchiuso in un certo spazio, è tuttavia collegato al corpo e dimora in esso come in una locanda. Non solo in modo tale da animare tutte le sue parti e rendere i suoi organi abili e servizievoli per la loro efficacia, ma esercita la supremazia nella condotta della vita umana, e questo non solo per quanto riguarda i doveri della vita terrena, ma allo stesso tempo per eccitare l’uomo al culto di Dio. Anche se quest’ultimo non si nota chiaramente nella corruzione, i segni stessi rimangono impressi nei vizi. Da dove viene dunque la grande preoccupazione degli uomini per il loro buon nome se non dalla vergogna? Ma da dove viene la vergogna se non dalla riverenza per ciò che è giusto? E questo ancora una volta viene dalla consapevolezza che sono nati per sostenere la giustizia - in cui è racchiuso il germe della religione! Perché come l’uomo è stato indubbiamente creato per aspirare alla vita celeste (ad caelestis vitae meditationem), così sicuramente è stata impiantata in lui anche una conoscenza di essa. L’uomo sarebbe veramente privato dell’uso più glorioso dell’intelletto (intelligentia) se non conoscesse la beatitudine la cui perfezione consiste nell’unione con Dio. Pertanto, l’attività più importante dell’anima è quella di lottare per questa beatitudine, e più uno si sforza di avvicinarsi a Dio, più dimostra di essere dotato di ragione. Alcuni pensano che l’uomo abbia diverse anime, una senziente e una pensante. Ma anche se sembrano avanzare qualcosa di vicino alla verità, dobbiamo tuttavia respingere la loro opinione, perché le loro ragioni non hanno alcuna forza probatoria, a meno che non vogliamo preoccuparci di cose frivole e inutili. Così dicono che c’è un grande conflitto tra gli impulsi degli strumenti del corpo e la parte razionale dell’anima. Come se la ragione stessa non fosse in contrasto con se stessa, e le sue delibere e decisioni combattessero tra loro come eserciti ostili! Ma questa confusione deriva dalla corruzione della natura, e quindi è sbagliato concludere dal fatto che le facoltà non mantengono l’equilibrio richiesto tra loro che ci sono due anime (nell’uomo). Lascio ai filosofi il compito di fare indagini sottili su queste disposizioni; per noi una semplice descrizione può bastare per l’edificazione della pietà. Ciò che insegnano, lo ammetto, è vero e non solo piacevole da sperimentare, ma necessario da conoscere, e molto abilmente messo insieme da loro. Pertanto, non voglio ostacolare chiunque sia desideroso di studiarli. Ammetto dunque, prima di tutto, che ci sono cinque sensi, che Platone, tra l’altro, preferisce chiamare organi. Portano tutti gli oggetti alla sensazione generale (sensus communis) come un contenitore (Platone, Theaetet). Poi viene l’immaginazione (phantasia): essa giudica ciò che è afferrato dal senso generale. Poi viene la ragione (ratio), alla quale appartiene il giudizio generale. E infine la mente (mens): osserva con sguardo fermo e calmo ciò che la ragione tende a far volare. Allo stesso modo, tre facoltà desideranti corrispondono alla mente, alla ragione e all’immaginazione come le tre facoltà conoscitive dell’anima: la volontà, che desidera ciò che la mente e la ragione le offrono; la potenza dell’ira, che afferra ciò che la ragione e l’immaginazione le offrono, e la potenza del desiderio, che accetta ciò che l’immaginazione e i sensi le gettano addosso. A mio parere, non ci si dovrebbe preoccupare troppo di queste cose - per quanto vere o almeno probabili possano essere. Perché temo che la loro oscurità possa in ogni caso causare più confusione che bene. Alcuni vorrebbero dividere diversamente le disposizioni dell’anima: in una disposizione desiderante, che, pur essendo essa stessa senza ragione, è tuttavia obbediente alla ragione e alla sua guida, e una disposizione comprensiva, che sarebbe essa stessa partecipe della ragione (così Aristotele, Nic. Etica, I,13). Non sollevo alcuna obiezione sostanziale a questo. Né rifiuterei l’assunzione di tre potenze fondamentali, cioè sensi, ragione e desiderio (Aristotele, Nic. Etica, VI,2). Ma noi preferiamo scegliere una divisione che tutti possono afferrare - che, naturalmente, non può certo essere presa in prestito dai filosofi! Perché se vogliono parlare in modo semplice, dividono l’anima in desiderio e pensiero, e poi dividono di nuovo ciascuno in due pezzi. Da un lato, chiamano la mente "contemplativa" (contemplativus), nella misura in cui essa, soddisfatta della sola conoscenza, non sente alcun impulso ad agire (Temistio, De anima …) - che di nuovo Cicerone pensa di poter esprimere con il termine "auto-mente" (ingenium). D’altra parte, è anche chiamata "pratica" (practicus), nella misura in cui stimola la volontà in vari modi attraverso la conoscenza del bene e del male. Questo include anche la conoscenza della buona e giusta condotta di vita. Il desiderio, invece, si divide in volontà e desiderio (voluntas et concupiscentia). Parlano della volontà (bulesis), nella misura in cui l’impulso (che chiamano "horme") obbedisce alla ragione, e del desiderio appassionato (pathos), invece, dove l’impulso si scrolla di dosso il giogo della ragione e scoppia senza freni. In tutti i casi, quindi, si presume che la ragione sia quella che nell’uomo potrebbe governarsi correttamente!

Mente e volontà come effettive forze di base


I,15,7 Ma proprio perché i filosofi non sanno nulla della corruzione della natura, come è nata dalla punizione per l’apostasia, e perché in questo modo confondono nel modo più perverso due condizioni ("stati", status) molto diverse dell’uomo, perciò dobbiamo deviare un po’ da questo modo di insegnare. Così troviamo che nell’anima umana ci sono due facoltà (partes) che si adattano molto bene al nostro attuale compito di insegnamento, cioè l’intelletto e la volontà (intellectus et voluntas). Come compito dell’intelletto vogliamo considerare: distinguere gli oggetti a seconda che sembrino approvati o disapprovati; come compito della volontà: scegliere e seguire ciò che l’intelletto ha riconosciuto come buono, disprezzare ed evitare ciò che ha rifiutato (così Platone nel Fedro). La meschinità di Aristotele non dovrebbe fermarci, che crede che la mente (mens) non ha movimento in sé, ma che ciò che la muove è la facoltà di scelta (electio), che lui chiama anche "mente desiderante". Per non soffermarci su questioni superflue, ci dovrebbe bastare affermare che l’intelletto è, per così dire, la guida e il timone dell’anima, mentre la volontà attende sempre il suo suggerimento e attende il suo giudizio nei suoi desideri. In questo senso, lo stesso Aristotele insegna che nel desiderio il fuggire e l’inseguire è qualcosa di simile al negare e affermare nella mente (in mente, Nic. Etica, VI,2). Ma quanto sia affidabile questa guida dell’intelletto sulla volontà, lo vedremo più avanti. Qui diremo solo che non c’è nessuna facoltà nell’anima che non possa essere giustamente assegnata a una delle due facoltà fondamentali (comprensione e volontà). Così noi subordiniamo anche le inclinazioni dei sensi (sensus) all’intelletto; altri fanno qui una distinzione e dicono che i sensi tendono al piacere, mentre l’intelletto, invece, segue il bene, per cui così il desiderio e la concupiscenza nascono dall’impulso del senso, ma la volontà da quello dell’intelletto. D’altra parte, invece del termine "appetitus", che quelli preferiscono, io preferisco usare il termine "volontà", perché è più comune.

Dal libero arbitrio


I,15,8 Così Dio ha dotato l’anima dell’uomo della comprensione con la quale l’uomo deve distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, e vedere alla luce della ragione ciò che deve perseguire e ciò da cui deve fuggire. Ecco perché i filosofi hanno anche chiamato questa facoltà "guida" (a hegemonikόn). A questo ha aggiunto la volontà, alla quale spetta la decisione. Lo stato originale (prima conditio) dell’uomo era adornato con questi doni gloriosi, così che la ragione, la comprensione, la prudenza e il giudizio (iudicium) non solo erano sufficienti a guidarlo nella vita terrena, ma lo elevavano anche a Dio e alla beatitudine eterna. A questo si aggiungeva il potere di scelta (electio), che guidava i desideri e controllava tutti gli impulsi sensuali, così che la volontà era in pieno accordo con la guida dell’intelletto. In questa purezza originale l’uomo era in possesso del libero arbitrio, in modo da poter raggiungere la vita eterna se lo desiderava. Sollevare la questione della predestinazione nascosta di Dio a questo punto sarebbe prematuro; perché la questione qui non è ciò che potrebbe o non potrebbe accadere, ma ciò che la natura dell’uomo era effettivamente. Adamo, quindi, poteva persistere nella sua innocenza originale se voleva; perché cadde solo per sua volontà. Tuttavia, poiché la sua volontà poteva piegarsi in qualsiasi direzione e non gli fu data la costanza di perseverare, ecco perché cadde così facilmente. Tuttavia, la sua decisione sul bene e sul male era libera, e non solo: la perfetta rettitudine prevaleva nella mente e nella volontà, e tutte le facoltà sensuali erano finemente organizzate per il servizio - finché non si corruppe e perse così i suoi vantaggi. Ma è da qui che viene questa grande oscurità che circonda i filosofi: essi cercano l’edificio sotto le rovine e le giunture di montaggio sotto il dissesto! Come principio, essi sostenevano che l’uomo non era un essere razionale se non aveva la libera scelta tra il bene e il male; si pensava anche che la differenza tra la virtù e il vizio sarebbe diventata invalida se l’uomo non avesse ordinato la sua vita secondo il proprio destino. Fino ad allora, tutto era corretto - se solo non si fosse verificato alcun cambiamento nell’uomo! Ma essi non lo sapevano - e quindi non c’è da meravigliarsi che abbiano gettato il cielo e la terra nella confusione! Ma colui che ha professato di essere un discepolo di Cristo, e tuttavia cerca ancora il libero arbitrio nell’uomo perduto e spiritualmente miserabile, e così si divide tra l’opinione dei filosofi e la dottrina celeste, va completamente fuori strada e manca il cielo e la terra! Ma c’è altro da dire su questo in un luogo più adatto. Ora solo questo deve essere affermato: l’uomo nella sua creazione, all’inizio, era qualcosa di completamente diverso da tutti i suoi discendenti; poiché essi hanno la loro origine nell’uomo caduto e hanno ricevuto la corruzione da lui come eredità. Perché tutte le disposizioni dell’anima erano giustamente create, la salute dell’anima esisteva, e in più c’era una volontà che era libera di scegliere il bene! (Agostino, Sulla Genesi, II,7). Certo, qualcuno potrebbe obiettare che la volontà, a causa della sua debolezza, è stata, per così dire, messa sul terreno scivoloso. Ma la sua posizione (nella sua purezza originale) da sola è sufficiente a togliere ogni scusa; né Dio potrebbe essere costretto con la legge a creare un essere umano che non potrebbe o non vorrebbe peccare affatto. Certamente un tale essere sarebbe stato ancora più eccellente; ma sarebbe stato più che ingiusto giudicare di queste cose con Dio, come se avesse dovuto concederle all’uomo; poiché era a sua libera discrezione dargli quanto voleva. Ma perché non lo ha sostenuto con la forza della perseveranza (perseverantiae virtute) è nascosto nel suo consiglio - il nostro compito è di essere saggi nella sobrietà! L’uomo possedeva la capacità, se voleva, ma non la volontà di poterlo fare - perché una tale volontà sarebbe stata seguita dalla perseveranza (Agostino, Del castigo e della grazia, 11,32). Tuttavia, non è scusabile; perché aveva ricevuto così tanto che ha portato la rovina su se stesso di sua spontanea volontà. Ma non c’era legge che Dio gli desse un’altra volontà che una volontà così mutevole che stava nel mezzo; voleva prendere anche dalla sua caduta un’occasione per mostrare la sua gloria.


Capitolo sedici

Dio conserva e protegge il mondo che ha creato e lo governa fino all’ultimo dettaglio con la sua provvidenza.

Creazione e Provvidenza


I,16,1 Fare di Dio un creatore per il momento, che avrebbe finito la sua opera una volta per tutte, sarebbe una cosa fredda e infruttuosa; e noi dobbiamo distinguerci dai mondani proprio in questo, che la presenza della potenza di Dio ci risplende tanto nella continua esistenza del mondo quanto nella sua origine. Certamente la vista del cielo e della terra costringe anche i senza Dio ad elevare le loro anime al Creatore. Ma la fede ha il suo modo di offrire a Dio una lode indivisa per la creazione. Questo include la parola dell’apostolo, che abbiamo citato sopra, che solo nella fede riconosciamo che il mondo è stato finito dalla parola di Dio (Ebr 11:3). Perché capiamo cosa significa che Dio è il Creatore solo quando afferriamo anche la sua provvidenza, anche se per il resto sembriamo capirlo nella nostra mente e confessarlo con la nostra lingua. La mente della carne, una volta che ha immaginato la potenza di Dio nella creazione, si ferma lì; se va molto lontano, al massimo considera e contempla la saggezza, la potenza e la bontà del Maestro che ha creato un’opera così gloriosa - perché tutto questo si mostra e si impone anche a chi resiste! Ma nella conservazione e nella direzione di questo lavoro egli vede solo una forza generale all’opera da cui il movimento emana. Infine, egli (il senso della carne) pensa che il potere che Dio ha dato al mondo in principio sia sufficiente per la conservazione di tutte le cose. La fede, d’altra parte, deve penetrare più in alto, perché deve sapere che colui che ha conosciuto come il Creatore di tutte le cose è anche la loro guida e il loro sostegno costante, e questo sostegno non avviene mantenendo il mondo intero così come le sue singole parti in movimento in modo meramente generale; no, in una provvidenza speciale egli sopporta, nutre e si prende cura di ogni singola cosa che ha creato, fino al più piccolo passero. Così lo sentiamo con Davide: come ha detto brevemente che il mondo è stato creato da Dio, arriva subito a parlare del corso continuo della sua provvidenza. "I cieli sono stati fatti dalla parola del Signore e tutto il suo esercito dallo spirito della sua bocca" (Sal 33,6), dice all’inizio, e poi aggiunge subito: "Il Signore guarda… tutti i figli degli uomini…" (Sal 33:13); anche gli altri versi hanno lo stesso senso. Sarebbe abbastanza inconcepibile, anche se non tutti qui pensano razionalmente, che Dio diriga tutti i destini umani se non fosse il Creatore del mondo. E d’altra parte, nessuno può credere seriamente che il mondo è fatto da Dio senza essere allo stesso tempo convinto che Dio si prende cura delle sue creature. Proprio per questo è nell’ordine migliore che David ce li mostri entrambi uno dopo l’altro. In generale, anche i filosofi insegnano e la mente umana comprende che tutte le parti del mondo esistono, per così dire, attraverso una segreta ispirazione di Dio. Ma non sono in grado di raggiungere l’altezza a cui Davide è arrivato e a cui conduce tutti i pii: "Tutte le cose ti aspettano, o Signore, perché tu dia loro il cibo a suo tempo; tu dai ed esse raccolgono; tu apri la tua mano ed esse si saziano di bene; tu nascondi la tua faccia ed esse hanno paura; tu togli loro il respiro ed esse periscono e ritornano alla polvere; tu mandi il tuo respiro ed esse sono create e tu rinnovi la forma della terra" (Sal 104:27 e seguenti). Anche se i filosofi sono d’accordo con la frase di Paolo: "in lui viviamo, tessiamo e siamo" (Atti 17,28), sono ancora lontani dal sentimento vivo della grazia che egli loda, perché non gustano la cura speciale di Dio, dalla quale si riconosce la sua grazia paterna.

Non c’è nessuna coincidenza


I,16,2 Affinché questo contrasto diventi ancora più chiaro, dobbiamo sapere che la provvidenza di Dio, come è insegnata nella Scrittura, si oppone ad ogni pensiero di "fortuna" e "caso". È vero che in tutti i tempi si è creduto generalmente, e ancora oggi l’opinione prevale tra quasi tutti i mortali, che tutto accade "per caso". Ma un’opinione così errata certamente oscura e quasi seppellisce ciò che dobbiamo sapere sulla Provvidenza. Un uomo cade tra i briganti o in potere delle bestie selvagge, una tempesta improvvisa fa naufragare una nave sul mare, un uomo viene ucciso sotto le rovine di una casa o sotto un albero che cade, un altro che ha vagato per il deserto trova qualcosa per soddisfare la sua fame, o un naufrago raggiunge il porto, o un uomo sfugge miracolosamente alla morte per il pelo dei denti: tutti questi eventi felici o infelici sono attribuiti al caso dalla ragione della carne! Ma colui che viene insegnato dalla bocca di Cristo che i capelli della nostra testa sono tutti numerati, vede la ragione più profondamente e si aggrappa al fatto che tutti gli eventi sono governati dal consiglio nascosto di Dio! Nel caso delle cose inanimate dobbiamo pensarla in questo modo: ognuna ha certamente la sua propria natura dentro di sé; ma nessuna può far funzionare la sua potenza se non è guidata dalla mano presente di Dio. Non sono quindi altro che strumenti, ai quali Dio concede con cura tutto il potere che vuole, e che dirige e guida a questo o quell’effetto secondo la sua discrezione. Così nessuna creatura ha un potere più meraviglioso e glorioso del sole. Oltre al fatto che illumina il mondo intero con il suo splendore: Com’è meraviglioso che sostenga e ravvivi tutte le cose viventi con il suo calore, renda la terra fertile con i suoi raggi, riscaldi il seme nel grembo della terra, poi lo faccia rinverdire, lo rinfreschi con nuovo cibo, lo nutra e lo rafforzi finché non diventa uno stelo, continui a nutrirlo con la rugiada finché non diventa un fiore e poi un frutto, che poi matura di nuovo sotto il suo calore - che gli alberi e le viti germoglino e portino il fogliame, fioriscano e portino frutto sotto il suo calore! Ma il Signore, affinché solo Lui potesse ricevere la giusta lode per tutto questo, fece in modo che prima ci fosse la luce e che la terra fosse piena di ogni tipo di erbe e frutti - prima di creare il sole! (Gen 1:3, 11). Pertanto, l’uomo pio non deve fare del sole la causa principale o la ragione necessaria delle cose che esistevano già prima della sua creazione, ma deve considerarlo solo come uno strumento di cui Dio ha bisogno perché lo vuole così! Perché Egli può altrettanto facilmente agire senza di loro, puramente da se stesso! E quando leggiamo che il sole rimase fermo per due giorni alla preghiera di Giosuè (Gios 10:13), o che la sua ombra si spostò di dieci gradi all’indietro per il re Ezechia (2 Re 20:11), Dio testimoniò con questi pochi miracoli: il sole non sorge e tramonta ogni giorno per cieco istinto naturale; no, egli dirige il suo corso per rinnovare costantemente il ricordo della sua paterna bontà verso di noi! Non c’è niente di più naturale che l’inverno sia seguito dalla primavera, la primavera dall’estate, l’estate dall’autunno. Ma in questa successione c’è una tale diversità e disuguaglianza che è facile vedere che i singoli anni, mesi e giorni sono ordinati e governati in una nuova e speciale provvidenza di Dio.

La provvidenza di Dio deriva dalla sua onnipotenza


I,16,3 Così Dio vuole veramente appropriarsi dell’onnipotenza e farcela riconoscere. Questa, naturalmente, non è quella "onnipotenza" vuota, oziosa e quasi assopita che immaginavano i sofisti, ma è vigile, attiva ed efficace e sempre in azione. Non si tratta semplicemente dell’inizio generale di un movimento confuso, come se si lasciasse scorrere un fiume all’interno degli argini già stabiliti; ma agisce sui movimenti individuali e particolari tutti insieme. È chiamato onnipotente non perché, pur essendo in grado di fare tutto, di tanto in tanto si riposa o cessa o permette che il corso della natura (naturae ordo), una volta fisso, continui a funzionare per l’impulso generale che gli ha dato. No, è chiamato onnipotente perché dirige il cielo e la terra con la sua provvidenza e dispone tutto in modo che nulla accada senza la sua volontà. Perché quando si dice nel Salmo: "Egli può fare ciò che vuole" (Sal 115,3), questo descrive la sua volontà come ferma e ben ponderata. Perché sarebbe sciocco interpretare questa parola profetica alla maniera dei filosofi, che Dio è il primum agens, poiché è il principio e la causa di ogni movimento. Piuttosto, i fedeli si rallegrano nelle disgrazie nella confortante certezza che nulla accadrà loro senza l’ordine e il comando di Dio, perché sono nelle sue mani. Se, dunque, la guida di Dio si estende a tutte le sue opere, è una sciocchezza infantile includerle nel corso della natura. Perché chi vuole costringere la provvidenza di Dio in limiti così stretti, come se lasciasse tutto alla ferma legge della natura (naturae lex) secondo il suo libero corso, deruba Dio del suo onore e allo stesso modo deruba se stesso di un’intuizione molto utile; perché niente sarebbe più miserabile dell’uomo se fosse semplicemente esposto a tutti i movimenti del cielo, dell’aria, della terra e dell’acqua! Inoltre, in questo modo la bontà speciale di Dio verso ogni individuo verrebbe indegnamente sminuita! Davide esclama che anche i bambini piccoli che sono ancora aggrappati al seno della madre sono capaci di glorificare Dio (Sal 8,3), perché quando hanno appena lasciato il grembo della madre, trovano già il nutrimento che la cura celeste ha preparato per loro! È abbastanza vero in generale, ma non dobbiamo far passare con gli occhi e con i sensi ciò che l’esperienza mostra chiaramente: una madre può nutrire abbondantemente il suo bambino, l’altra meno, a seconda di quanto Dio vuole nutrire l’uno e quanto modestamente l’altro. Coloro che lodano l’onnipotenza di Dio hanno una doppia benedizione: in primo luogo, riconoscono che Dio è in grado di fare un bene inesauribile, poiché ha il cielo e la terra in suo possesso e poiché tutte le creature cercano in lui la guida per obbedirgli. In secondo luogo, impara che si può riposare tranquillamente nella sua protezione, perché tutto è sottomesso alla sua volontà che altrimenti sarebbe da temere come nocivo; il suo comando tiene in scacco Satana con tutto il suo esercito e tutte le sue astuzie come per un freno, e anche ciò che è contrario alla nostra salvezza dipende dal suo cenno! Solo così si può temperare e spegnere la paura intemperante e superstiziosa che a volte proviamo nei confronti dei pericoli. Ho detto che è superstizioso avere paura, che ogni volta che le creature ci minacciano o ci spaventano, ci spaventiamo immediatamente, come se avessero forza o potere proprio per farci del male, o potessero farci del male da sole o per caso, o come se non ci fosse abbastanza aiuto da Dio contro le loro ostilità! Per esempio, il profeta comanda ai figli di Dio di non aver paura delle stelle e dei segni nel cielo, come fanno i miscredenti (Ger 10:2). Certamente non condanna tutta la paura. Ma se i miscredenti prendono la guida del mondo da Dio e la attribuiscono alle stelle, e immaginano che la loro fortuna e la loro sfortuna dipendano dal destino o dalla prescienza delle stelle e non dalla volontà di Dio, allora il loro timore viene distolto da Colui sul quale dovrebbero guardare, alle stelle e alle comete, Chiunque voglia guardarsi da tale incredulità dovrebbe sempre tenere a mente che le creature non hanno in sé alcun potere, attività o movimento disordinato, ma che sono così governate dal segreto consiglio di Dio che nulla accade che non sia deciso secondo la sua conoscenza e volontà.

La natura della provvidenza. "Generale" e "speciale" provvidenza


I,16,4 Provvidenza - deve notare il lettore - non significa quindi che Dio contempli oziosamente in cielo ciò che accade sulla terra, ma al contrario che Egli tiene, per così dire, il timone e dirige così tutti gli eventi. Quando Abramo disse a suo figlio: "Dio provvederà" (Gen 22,8), non stava semplicemente affermando che Dio prevedeva gli eventi futuri, ma piuttosto che voleva gettare la preoccupazione per il futuro incerto sulla volontà di Colui che sa sempre come dare un esito alle cose intricate e confuse. Ne consegue che la provvidenza di Dio consiste nel suo operare, e quindi non è saggio che alcuni vantino una mera prescienza di Dio. Non così grossolano è l’errore di coloro che attribuiscono a Dio un governo, ma un governo confuso e confuso (con gli "altri" poteri), come ho già detto. Secondo questo, egli dirigerebbe e guiderebbe effettivamente la costruzione del mondo con tutte le sue parti in movimento generale, ma non, per esempio, governerebbe particolarmente l’efficacia di ogni singola creatura. Tuttavia, anche questo errore è inaccettabile, perché si dichiara che questa provvidenza, che si chiama "generale", non impedisce in alcun modo le creature nel loro movimento casuale, né impedisce all’uomo di girare di qua o di là in una libera decisione della volontà. In questo modo si divide tra Dio e l’uomo. Dio, attraverso la sua potenza, dovrebbe dare all’uomo il movimento per mezzo del quale egli potrebbe poi agire secondo la natura insita in lui - ma l’uomo potrebbe determinare le sue azioni secondo la sua libera decisione! Quindi, in breve, si pensa che il mondo, il destino dell’uomo e l’uomo stesso siano governati dal potere di Dio, ma non dal suo destino! Passo sopra gli epicurei - il mondo è sempre stato pieno di questa piaga! che sognano un Dio ozioso e pigro, e altri che non erano affatto più sensibili, che un tempo pensavano che Dio governasse solo la regione centrale dell’aria, lasciando al destino ciò che accadeva in basso - perché anche le creature mute si oppongono sufficientemente a una follia così evidente! Perché voglio qui confutare l’opinione molto generalmente diffusa che attribuisce a Dio una sorta di, per così dire, confusa forza motrice e così lo priva della cosa più essenziale, cioè che Egli dirige e guida tutto nella sua imperscrutabile saggezza al suo scopo. Questa opinione fa di Dio il governatore del mondo solo a parole, ma non nei fatti; perché gli toglie la direzione stessa! Cosa significa governare se non che si presiede a una questione in modo tale che si dirige anche in un certo ordine ciò che si controlla? Tuttavia, non voglio respingere del tutto l’espressione di provvidenza "generale"; solo, d’altra parte, bisogna ammettere che il mondo è governato da Dio, in quanto egli non solo mantiene l’ordine che ha dato alla natura, ma esercita anche una cura speciale per ciascuna delle sue opere! Perché è vero che le singole specie si muovono per un istinto naturale nascosto (arcano naturae instinctu), come se obbedissero a un eterno comando di Dio e come se ciò che Dio aveva ordinato una volta ora scorresse di sua spontanea volontà. Questo si vede anche nella testimonianza di Cristo che Lui e il Padre sono all’opera fin dall’inizio (Giov 5,17), nell’insegnamento di Paolo che "in Lui viviamo, tessiamo e siamo" (Atti 17,28), o nell’autore della Lettera agli Ebrei che, per provare la divinità di Cristo, dice che attraverso la sua potente Parola tutte le cose sono conservate (Eb 1,3). Ma è del tutto sbagliato usare questo pretesto per oscurare la provvidenza "speciale" che è affermata da testimonianze scritturali così certe e chiare che ci si sorprende che qualcuno possa averne dubitato. Infatti, anche coloro che si coprono con una tale coltre devono essi stessi aggiungere, per correggere il loro errore, che molte cose accadono per la speciale provvidenza di Dio; ma a torto limitano questo ad atti individuali. Teniamo dunque duro: L’azione di Dio si svolge in modo tale che Egli dirige tutti i singoli eventi, e quindi tutto viene dal Suo preciso consiglio; quindi nulla accade per "caso"!

La provvidenza di Dio guida anche l’individuo


I,16,5 Se ammettiamo che l’inizio del movimento è di Dio, ma che in seguito tutto è diretto dal caso, ovunque l’inclinazione naturale lo conduca, allora l’alternanza del giorno e della notte, dell’inverno e dell’estate è opera di Dio, nella misura in cui Egli ha dato loro un corso e un compito e una certa legge. Questo sarebbe comunque vero se tutto fosse sempre nello stesso ordine: i giorni nella loro successione con le notti, i mesi con i mesi e gli anni con gli anni. Se però il caldo eccessivo e la siccità bruciassero presto tutti i frutti, se gli acquazzoni intempestivi rovinassero presto i raccolti, se la grandine e la tempesta causassero improvvise catastrofi, allora questa non sarebbe opera di Dio - o almeno solo nella misura in cui le nuvole e i cieli sereni, il freddo e il caldo traggono la loro origine dalla posizione e dal corso dei corpi celesti o da altre cause naturali. Ma in questo modo non c’è spazio né per la grazia paterna di Dio né per i suoi giudizi. Se si dice che Dio mostra sufficientemente la sua bontà alla razza umana dando al cielo e alla terra il potere ordinato di produrre cibo, questa è una vana ed empia illusione - come se la fecondità di un anno non fosse la benedizione speciale di Dio, e la mancanza e la fame non la sua maledizione e castigo! Ma sarebbe troppo lungo elencare tutte le ragioni; lasciamo che sia sufficiente l’autorità di Dio stesso. Nella Legge e nei Profeti egli proclama spesso che quando copre la terra con la rugiada e la pioggia, testimonia così la sua misericordia; quando invece il cielo si congela come ferro al suo comando, quando la ruggine e altri danni consumano i raccolti, quando la grandine e la tempesta devastano i campi, questo è un segno della sua certa, speciale punizione. Se accettiamo questo, ci è chiaro che non una goccia di pioggia cade senza il comando certo di Dio. Così Davide loda la provvidenza "generale" di Dio nel dare cibo ai giovani corvi che lo invocano (Sal 147,9). Ma se, d’altra parte, Dio stesso minaccia gli animali con la fame, non spiega a sufficienza che egli provvede e nutre tutti gli esseri viventi, a volte in misura minore, a volte in misura più abbondante, secondo il suo piacere; è, come ho già detto, infantile se si vuole limitare questo ad atti individuali; Cristo stesso dice senza eccezione che nemmeno un passero senza valore cade sulla terra senza la volontà del Padre (Mat 10,29). In verità, se Dio dirige il volo degli uccelli con un consiglio preciso, dobbiamo confessare con il profeta: "Chi è come il Signore nostro Dio, che si è posto così in alto e guarda gli umili in cielo e in terra?" (Sal 113:5 s.).

La provvidenza di Dio è specialmente per l’uomo


I,16,6 Ma sappiamo che il mondo è stato creato principalmente per il bene della razza umana: dobbiamo anche tenere presente questo scopo quando pensiamo al governo del mondo. Il profeta Geremia proclama: "Io so, o Signore, che le azioni dell’uomo non sono in suo potere, né è in potere di qualcuno dirigere il suo corso" (Ger 10:23). (Ger 10:23). E Salomone dice: "Il cammino di ogni uomo è del Signore; quale uomo capisce la sua via?". (Prov 20:24). Ora si dovrebbe andare a dire che l’uomo è sì mosso da Dio secondo l’inclinazione della sua natura, ma egli dirige questo movimento dove lui stesso vuole! Se questo fosse vero, allora l’uomo avrebbe il diritto di decidere le proprie strade! Si potrebbe negare questo, perché l’uomo non può fare nulla senza il potere di Dio. Ma il profeta e Salomone attribuiscono a Dio non solo il potere, ma anche la decisione e il destino, e quindi questa obiezione non aiuta. In un altro passo, Salomone punisce anche sottilmente la presunzione dell’uomo che si pone un obiettivo senza tener conto di Dio, come se non fosse guidato dalla Sua mano: "L’uomo si pone il cuore, ma dal Signore viene ciò che la lingua deve dire" (Prov 16:1). È certamente una follia ridicola per i miserabili uomini voler agire senza Dio, che non può nemmeno parlare senza la sua volontà! Inoltre, per esprimere ancora più chiaramente che nulla nel mondo accade senza il Suo scopo, la Scrittura mostra che proprio ciò che sembra del tutto accidentale è soggetto a Lui. Cosa c’è di più da attribuire al caso che quando un ramo si stacca da un albero e colpisce un viandante che passa? Ma il Signore dice, al contrario, che l’ha lasciato cadere in mano a colui che lo uccide (Es 21:13). Chi non attribuirà il sorteggio alla cieca fortuna? Ma anche questo non è subito dal Signore, che si è riservato anche la decisione per sé. Perché non si limita a insegnare che è per suo potere che le pietre della lotteria vengono gettate nel grembo e tirate fuori di nuovo, no, proprio quello che si vorrebbe quasi attribuire alla sola fortuna è, secondo la sua testimonianza, da lui! (Prov 16,33). A questo appartengono anche le parole di Salomone: "Il povero e il ricco si incontrano, e il Signore illumina entrambi i loro occhi" (Prov 29:13). Infatti nel mondo i ricchi sono mescolati con i poveri, perché Dio assegna a ciascuno la sua posizione; e perciò Salomone ci ricorda che Dio, che dà a tutti la luce, non chiude egli stesso l’occhio, e in questo modo esorta i poveri alla pazienza, perché coloro che sono insoddisfatti della loro sorte cercano di scrollarsi di dosso il peso che Dio impone loro. Allo stesso modo, un altro profeta rimprovera i mondani perché attribuiscono all’opera degli uomini o alla fortuna il fatto che alcuni giacciano nella polvere e altri arrivino alla gloria: "Non dal sorgere, né dal cadere, né dal deserto viene l’esaltazione, perché Dio è il giudice, umile ed esaltato" (Sal 75 non testo di Lutero). Perché Dio non può togliere a se stesso l’ufficio del giudizio, e da questo si trae qui la conclusione che è per suo consiglio nascosto che alcuni diventano grandi persone e altri devono rimanere in una posizione disprezzata.

La provvidenza di Dio governa anche gli eventi "naturali"


I,16,7 I singoli eventi sono anche testimonianze molto generali della provvidenza "speciale" di Dio. Dio sollevò un vento da est nel deserto che portò una moltitudine di uccelli al popolo (Es 16,13). Quando volle gettare Giona in mare, mandò un potente vento di tempesta (Jon. 1,4). Coloro che non credono che Dio abbia il governo del mondo nelle sue mani, diranno che questo è accaduto al di fuori del normale corso degli eventi. Io, invece, traggo la conclusione che nessun vento sorge o si scatena senza un comando speciale di Dio. Se egli non dirigesse le nuvole e i venti secondo il suo piacere e non mostrasse in essi la presenza speciale della sua potenza, allora non sarebbe vera la parola che egli fa dei venti i suoi messaggeri, delle fiamme del fuoco i suoi servi, delle nuvole il suo veicolo e cavalca sulle ali del vento (Sal 104:4). Così riceviamo anche l’insegnamento altrove: ogni volta che il mare è agitato dal fragore del vento di tempesta (Sal 107:25, 29), tale tempesta testimonia la presenza speciale di Dio. Comanda il vento, suscita la tempesta e alza le onde del mare, poi fa fermare il vento della tempesta in modo che le onde si calmino. In un altro luogo sentiamo anche che egli flagellò il popolo con venti ardenti (Am. 4:9). Gli uomini hanno certamente la capacità naturale di generare figli, ma tuttavia Dio vuole che sia un segno della Sua grazia speciale il fatto che lasci alcuni senza figli e benedica altri con una prole, perché il frutto del grembo è un dono di Dio (Sal 127:3). Così anche Giacobbe dice a sua moglie: "Sono io Dio che ti do dei figli? (Gen 30:2). E per concludere questo: Non c’è niente di più naturale al mondo che essere nutriti con il pane. Eppure lo Spirito dice che non solo i prodotti della terra sono un dono speciale di Dio, ma anche: "L’uomo non vive di solo pane" (Deut 8:3); perché non è la sazietà stessa che ci nutre, ma la benedizione nascosta di Dio. D’altra parte, egli minaccia anche di rompere il potere nutritivo del pane (Isa 3,1). E la richiesta del pane quotidiano non potrebbe essere presa sul serio se Dio non ci desse il cibo con mano paterna! Ecco perché il profeta, per convincere i fedeli che Dio è il migliore dei padroni di casa nel nutrirli, dice che dà cibo a ogni carne (Sal 136,25). Infine, sentiamo da un lato: "Gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sul loro grido" (Sal 34:16), e poi dall’altro: "La faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, per cancellare il loro ricordo dalla terra" (Sal 34:17). Da questo dobbiamo riconoscere che tutte le creature in cielo e in terra sono pronte a servirlo, che ha bisogno di loro per tutto ciò che vuole! E da questo segue che non solo la sua provvidenza "generale" è all’opera sulla creatura, in modo da mantenere l’ordine della natura (ordo naturae), ma che la creatura, secondo il meraviglioso consiglio di Dio, è resa utile per uno scopo definito e speciale.

La dottrina della provvidenza non è una credenza stoica nel destino


I,16,8 Coloro che vogliono rendere odiosa questa dottrina bestemmiano che è una dottrina degli stoici (dogma Stoicorum), che non è altro che la dottrina del destino (fatum). Agostino fu accusato una volta di questo (Libro contro due lettere dei pelagiani, a Bonifacio, II,6). Anche se non mi piace litigare sulle parole, non voglio adottare l’espressione "destino" (fatum); perché da un lato appartiene a ciò che Paolo ci insegna ad evitare come "discorsi poco spirituali e sciolti" (1Tim 6:20), e dall’altro si cerca di mettere in cattiva luce la verità di Dio con il suo aiuto. Ma la dottrina (del fatum) ci viene rimproverata molto falsamente e con malizia! Perché noi non parliamo con gli stoici di "necessità", che viene dall’intreccio costante delle cause (ex perpetuo causarum nexu) e consiste in una connessione fissa come quella contenuta nella natura. Al contrario, noi parliamo di Dio: che è il sovrano e il Walter su tutti, che nella sua saggezza ha determinato da tutta l’eternità ciò che vuole fare, e ora lo esegue nella sua potenza. Per questo sosteniamo anche che la sua provvidenza governa non solo il cielo e la terra e le cose inanimate, ma anche le volontà degli uomini, così che tutto deve essere conforme al fine da essa determinato. Perché allora, vi chiederete, nulla accade davvero per caso, nulla accade davvero per caso? Rispondo: Basilio il Grande diceva giustamente che "fortuna" e "caso" sono espressioni pagane, con il cui contenuto il popolo timorato di Dio non dovrebbe avere nulla a che fare. Perché se ogni successo è la benedizione di Dio, ogni difficoltà e avversità la sua maledizione, allora non c’è spazio per la "fortuna" o il "caso", almeno per quanto riguarda i destini umani. Anche l’affermazione di Agostino deve essere presa a cuore: "Mi irrita che nei libri contro gli accademici abbia usato così spesso l’espressione ’fortuna’, sebbene con essa non abbia inteso una divinità, ma il risultato accidentale delle cose negli eventi esterni, sia esso buono o cattivo. Da qui anche quelle espressioni: ’forse, circa, forse, probabilmente, accidentalmente’, che nessuna religione vieta di usare. Eppure tutto deve essere riferito interamente alla divina provvidenza. Non l’ho nascosto, perché ho detto che forse ciò che si chiama comunemente ’fortuna’ è anche guidato da un ordine nascosto; e negli eventi che generalmente chiamiamo ’caso’ quello di cui non si conosce la causa e la ragione. Ho detto questo, ma mi dispiace ancora di aver usato l’espressione ’fortuna’; perché gli uomini, vedo, hanno la cattiva abitudine, dove si dovrebbe dire, ’Dio ha voluto così’, di dire in realtà, ’La fortuna ha voluto così’! (Retract. I,1). Agostino insegna anche che se si permettesse alla "fortuna" di avere un’influenza, il mondo sarebbe soggetto al cieco caso. Ora, naturalmente, a un certo punto insegna che tutto accade in parte per il libero arbitrio dell’uomo e in parte per la provvidenza di Dio. Ma subito dopo mostra che gli uomini sono soggetti alla Provvidenza e sono governati da essa, e così facendo stabilisce il principio che la più grande assurdità è l’affermazione che qualcosa accade senza l’ordine di Dio, perché allora accadrebbe senza alcuna causa. Per questo esclude anche la contingenza, che dipende dal libero arbitrio dell’uomo, e poi dice chiaramente che non si deve cercare una ragione della volontà di Dio. Egli menziona spesso il "permesso" (permissio), ma cosa si debba intendere con questo è abbastanza chiaro da un passo in cui dice che la volontà di Dio è la ragione suprema e prima di tutto, e che solo per suo ordine o permesso accade qualcosa (Domande varie, 83; Della Trinità, III,4). Non immagina un Dio che, quando vuole permettere qualcosa, sta a guardare pigramente ed esitante; no, la sua volontà attiva (actualis voluntas) è efficace anche in questo, per così dire! Altrimenti questa non si potrebbe chiamare affatto una ragione!

Le vere cause di ciò che accade ci sono nascoste


I,16,9 Ma la nostra mente, nella sua pigrizia, non raggiunge lontanamente l’altezza della provvidenza di Dio; e quindi un discernimento deve essere applicato al suo supporto. Perciò mi esprimerò così: anche se tutto è ordinato dal consiglio di Dio in una disposizione fissa, è tuttavia "accidentale" per noi. Questo non significa che pensiamo che il mondo e gli esseri umani sono sotto il dominio della fortuna e che tutto in cielo e in terra accade per caso - perché una tale follia deve rimanere lontana dal cuore di un uomo cristiano! Ma poiché l’ordine, la causa, lo scopo e la necessità degli eventi non sono compresi dalla conoscenza umana, poiché sono per la maggior parte nascosti nel consiglio di Dio, ciò che effettivamente proviene con certezza dalla volontà di Dio è, per così dire, accidentale per noi! Non emerge un quadro diverso se guardiamo il tutto in termini di natura propria o anche secondo la nostra comprensione e giudizio. Immaginiamo, per esempio, un mercante che va in una foresta in compagnia di persone affidabili, si allontana incautamente dai suoi compagni, cade in potere di una banda di ladri sulla sua strada e viene ucciso. La sua morte è stata vista in anticipo dall’occhio di Dio e anche determinata dal suo consiglio. Infatti non si dice (solo) che egli ha visto in anticipo la durata della vita di ogni uomo, ma che ha fissato e determinato dei limiti oltre i quali non si può andare (Giobbe 14:5). Ma per quanto riguarda la nostra comprensione, sembra tutto accidentale. Cosa deve pensare l’uomo cristiano? Egli riconoscerà certamente ciò che ha causato una tale morte come accidentale nella sua natura, come in effetti è, ma non dubiterà tuttavia che la provvidenza di Dio ha avuto la guida in questo per dirigere l’"incidente" al suo scopo! Questo è esattamente il modo in cui le coincidenze del futuro devono essere considerate. Perché tutto ciò che verrà è incerto per noi, e quindi lo lasciamo indeterminato, come se potesse pendere da una parte o dall’altra. Ma tuttavia abbiamo la ferma certezza nei nostri cuori che nulla può accadere che il Signore non abbia già previsto! In questo senso, il predicatore ha anche bisogno della parola "uscita" (fine?) più volte; perché la gente non può penetrare alla causa finale a prima vista, perché è lontana e nascosta. Eppure ciò che le Scritture insegnano sulla provvidenza nascosta di Dio non è mai stato così sradicato dal cuore degli uomini che non sarebbe rimasta ancora qualche scintilla in mezzo alle tenebre. Così gli indovini dei Filistei, pur vacillando nei loro dubbi, attribuiscono la sfortuna in parte a Dio e in parte alla fortuna: "Se l’arca va in una direzione, sappiamo che è Dio che ci ha fatto del male; se va in un’altra, ci è capitato per caso" (1Sam 6:9). È certamente sciocco per loro, mancando la profezia, ricorrere al caso; tuttavia notiamo come sono costretti a non osare pensare che la sfortuna che li colpisce sia del tutto casuale. A proposito, possiamo vedere in un esempio molto chiaro come Dio, con le redini della sua provvidenza, dirige tutti gli eventi nel modo che vuole: proprio nel momento in cui Davide fu attaccato nel deserto di Maon, i filistei irruppero nel paese e Saul dovette cedere! (1Sam 23,26 s.). Dio, per salvare il suo servo, ha voluto mettere questo ostacolo sulla strada di Saul - e come certamente i Filistei hanno preso rapidamente le armi oltre ogni aspettativa, non possiamo dire che questo è accaduto per caso, ma la fede riconoscerà che ciò che ci appare come un caso era in realtà l’impulso segreto di Dio! Questo principio non appare sempre così chiaramente; ma dobbiamo comunque ritenere che tutti i cambiamenti nel mondo devono essere considerati come effetti nascosti della Sua mano. Ciò che Dio ha deciso deve necessariamente accadere, anche se non è necessario in sé, per sua natura. Abbiamo un esempio ben noto nelle ossa di Cristo. Dato che ha assunto un corpo come il nostro, nessun uomo ragionevole dubiterà che le sue ossa fossero fragili - eppure è stato impossibile romperle! (Giov 19,33-36) Da questo possiamo vedere che non era senza motivo che si faceva una distinzione nella teologia scolastica tra necessità condizionata (necessitas secundum quid) e assoluta (necessitas absoluta), o di conseguenza tra quegli eventi che sono condizionatamente necessari (cioè co-determinati da "mezzi-causa") (necessitas consequentis) e quelli che accadono con una necessità incondizionata (necessitas consequentiae) (basata sull’ordine e la volontà di Dio). Perché Dio non ha voluto che le ossa di suo Figlio fossero effettivamente rotte, ma le ha tuttavia sottoposte (in virtù dell’incarnazione) alla fragilità; così ha limitato qualcosa che poteva accadere per natura sotto la necessità del suo consiglio!


Capitolo diciassette

In quale direzione e da quale punto di vista si deve applicare questo insegnamento, affinché si possa essere certi della sua benedizione.

Il significato delle vie di Dio


I,17,1 Ma la mente umana è incline a vuoti sofismi, e quindi tutti coloro che non afferrano il buono e giusto uso di questo insegnamento devono necessariamente impigliarsi in nodi confusi. È bene quindi toccare brevemente lo scopo per cui la Scrittura insegna che tutto è ordinato da Dio. Prima di tutto, bisogna notare che la provvidenza di Dio deve riguardare sia il futuro che il passato. Inoltre, dobbiamo notare che dirige tutte le cose in modo tale che a volte lavora con l’intervento di mezzi, a volte senza tali mezzi, a volte contro tutti i mezzi. Infine, il punto di vista principale è che Dio vuole mostrare come si prende cura di tutto il genere umano, ma come veglia specialmente sul governo della chiesa, che egli degna del suo sguardo più attento. A questo si deve aggiungere: Certo, in tutto il corso della provvidenza, o la sua grazia paterna e la sua beneficenza o la serietà del suo giudizio brillano spesso chiaramente; ma le ragioni di ciò che accade sono spesso sconosciute, così che sorge l’opinione che il destino umano sia girato e contorto dal cieco impulso della natura, o che la carne ci tenta all’obiezione come se Dio lanciasse gli uomini come palle e giocasse con loro il suo gioco. Ma è anche vero che se fossimo disposti ad imparare con un cuore calmo e sereno, ci sarebbe già chiaro dal risultato come Dio, con i suoi consigli, prende sempre la strada migliore per educare i suoi alla pazienza, o per emendare le loro cattive inclinazioni e domare la loro lussuria, o per portarli all’abnegazione, o per risvegliarli dal sonno, ma d’altra parte anche per abbattere i dissoluti, per rendere vana la violazione dei malvagi e per dissipare i loro intrighi. E anche se le sue ragioni possono essere nascoste e lontane da noi, possiamo tranquillamente credere che siano nascoste presso di lui, e quindi esclamare con Davide: "Signore, mio Dio, grandi sono le tue meraviglie, e i tuoi pensieri, che tu hai dimostrato in noi, non sono da comprendere; se cerco di ragionare su di essi, essi superano tutte le parole (Sal 40:6; non testo di Lutero). Infatti, anche se nelle tribolazioni dobbiamo sempre ricordare i nostri peccati, e anche se la punizione stessa ci provoca al pentimento, tuttavia vediamo come Cristo attribuisca al segreto consiglio del Padre un diritto ancora più grande del semplice fatto di punire ciascuno secondo il suo merito. Perché Egli dice dell’uomo nato cieco: "Né quest’uomo ha peccato, né i suoi genitori, ma perché la gloria di Dio si rivelasse in lui!". (Giov 9:3). La disgrazia era già presente prima del giorno della nascita, e il sentimento si ribella, come se Dio trattasse l’innocente così duramente senza pietà. Ma Cristo testimonia che in questo evento la gloria di Suo Padre risplende, se solo avessimo occhi chiari per vederla! Dobbiamo mantenere l’umiltà che non chiama Dio in causa; dobbiamo piuttosto onorare i suoi consigli nascosti, affinché la sua volontà sia per noi il fondamento più giusto di tutte le cose! Quando spesse nuvole coprono il cielo e scoppiano violente tempeste, i nostri occhi vedono solo tristi tenebre, le nostre orecchie sono assordate dai tuoni, e tutti i nostri sensi sono congelati dal terrore; perciò tutto ci sembra crollare e diventare confuso - ma intanto la stessa calma e serenità rimangono sempre in cielo! Così dobbiamo anche tenere duro: se nel mondo la confusione vuole renderci impossibile ogni giudizio, tuttavia Dio stesso, con la luce pura della sua giustizia e saggezza, guida tutti questi movimenti in un certo ordine e li conduce alla giusta meta. È davvero una strana dipendenza quando alcune persone, con una così grande sicurezza di sé, pretendono le opere di Dio davanti alla loro corte, ricalcolano i suoi consigli segreti, e giudicano subito cose sconosciute, più di quanto farebbero nelle azioni degli uomini mortali! Perché cosa c’è di più sbagliato che essere modesti nei nostri giudizi verso i nostri simili, piuttosto che essere rimproverati di essere frettolosi, e d’altra parte essere impudenti nei nostri giudizi sui giudizi nascosti di Dio, che dovremmo considerare con riverenza?

La regola di Dio deve essere considerata con riverenza


I,17,2 Pertanto, nessuno considererà giustamente e con beneficio la provvidenza di Dio, se non considera che sta trattando con il suo Creatore e l’Operaio del mondo, e di conseguenza si sottomette a Lui in timore e riverenza con la dovuta umiltà. Che tanti cani oggi attacchino questa dottrina con morsi velenosi o almeno con il loro abbaiare è dovuto al fatto che non vogliono concedere a Dio più di quanto la loro stessa ragione gli impone. Ci combattono anche con tutta l’insolenza di cui dispongono, perché non ci accontenteremmo delle norme della legge, in cui è stabilita la volontà di Dio, ma pretenderemmo anche che il mondo sia governato dai suoi consigli nascosti. Come se questa dottrina fosse un parto del nostro cervello, come se lo Spirito Santo non avesse chiarito tutto questo ovunque e non continuasse a ripeterlo con innumerevoli parafrasi! Ma hanno una certa timidezza nel riversare i loro vizi contro il cielo, e quindi, per poter correre più liberamente, fingono che sia una disputa con noi! Ma se non ammettono che tutto ciò che accade nel mondo è guidato dal consiglio incomprensibile di Dio, allora che ci dicano perché le Scritture dicono che i giudizi di Dio sono un abisso profondo! (Sal 36,7). Infatti, quando Mosè esclama che la volontà di Dio non è lontana tra le nuvole, né va cercata nell’abisso, perché è chiaramente esposta nella legge (Deut 30,11 ss.), ne consegue che un’altra volontà nascosta è paragonata all’abisso! Anche Paolo parla di questo quando dice: "Oh, quale profondità di ricchezze, sia della sapienza che della conoscenza di Dio; come sono imperscrutabili i suoi giudizi e come sono incomprensibili le sue vie! Perché chi ha conosciuto la mente del Signore? O chi è stato il suo consigliere?". (Rom 11:33 s.). È vero che la Legge e il Vangelo contengono misteri che vanno ben oltre la nostra comprensione. Ma Dio illumina il cuore dei suoi con lo spirito di conoscenza per afferrare questi misteri che ha ritenuto opportuno rivelare nella sua parola; e così qui non c’è più un abisso, ma una via per camminare in sicurezza, e una lampada per i nostri piedi, la luce della vita, la scuola della verità certa e chiara! La natura meravigliosa del governo del mondo, d’altra parte, è giustamente chiamata un abisso; perché dobbiamo adorarlo con riverenza nel suo nascondimento. Mosè esprime entrambe in modo molto bello in poche parole: "Il segreto è presso il nostro Dio; ma ciò che è scritto qui riguarda voi e i vostri figli" (Deut 29:29; non testo di Lutero). Lì, come vediamo, egli comanda non solo di osservare diligentemente la legge, ma anche di considerare con riverenza la segreta provvidenza di Dio. Una lode di questa sublimità si trova anche nel Libro di Giobbe - ed è umiliante per noi quello che vi sentiamo! Dopo che l’autore ha contemplato la costruzione del mondo di sopra e di sotto, e ha parlato magnificamente delle opere di Dio, aggiunge alla fine: "In verità, questo è l’insieme delle sue vie, e quanto poco ne abbiamo sentito parlare!" (Giobbe 26:14; non il testo di Lutero). In questo senso egli fa anche altrove una distinzione tra la saggezza che dimora presso Dio e il tipo di saggezza che egli ha comandato agli uomini di avere. Infatti, dopo aver parlato dei misteri della natura, dice che la saggezza è nota solo a Dio, e sfugge agli occhi di tutti i viventi (Giobbe 28:21, 23). Ma poi aggiunge che è reso noto perché l’uomo possa conoscerlo, perché "Ecco, il timore del Signore è saggezza" (Giobbe 28:28). In questa direzione va anche il detto di Agostino: "Poiché non conosciamo tutto ciò che Dio fa per noi nell’ordine migliore, ci limitiamo ad agire secondo la legge nella buona volontà, e in tutto il resto siamo guidati secondo la legge - poiché la sua provvidenza è una legge immutabile!" (Varie Domande 83:27) Poiché Dio si è riservato il diritto di governo del mondo, che ci è sconosciuto, questa deve essere la legge della nostra umiltà e modestia, per pendere dal suo comando supremo, affinché la sua volontà sia per noi l’unica guida della rettitudine e la causa più giusta di tutte le cose! Ma questa non è quella "volontà assoluta" di cui parlano i sofisti, che in una divisione empia ed empia separano la sua giustizia dalla sua potenza; ma è la provvidenza che governa tutte le cose, da cui proviene ogni bene, per quanto nascoste siano le sue ragioni per noi!

La provvidenza di Dio non ci toglie la responsabilità


I,17,3 Chi ha ottenuto tale modestia non si lamenterà contro Dio per le avversità dei tempi passati, né lo incolperà dei misfatti, come fa Agamennone in Omero: "Non sono io da incolpare, ma Zeus e il destino! Né, come quel giovane di Plauto, come travolto dal destino, si getterà disperatamente verso il suo destino: "La sorte delle cose è volubile, il destino agisce arbitrariamente sull’uomo; andrò alla roccia per porre fine alla questione con la mia vita!" Né egli, dopo l’esempio di un altro, impallidirà i suoi misfatti con il nome di Dio. Così lo pronuncia Liconide in un’altra commedia (di Plauto), "Dio è stato l’istigatore, credo che gli dei abbiano voluto così; perché so che se non l’avessero voluto, non sarebbe successo!" No, egli cercherà nelle Scritture e imparerà ciò che piace a Dio, per raggiungerlo sotto la guida dello Spirito; allo stesso tempo sarà pronto a seguire Dio ovunque Egli lo chiami, dimostrando così che nulla è più salutare che conoscere questo insegnamento. I senza Dio fanno un gran trambusto con la loro follia, così che quasi, per così dire, gettano il cielo e la terra nella confusione: "Se, dopo tutto, il Signore ha stabilito il tempo della nostra morte, non c’è scampo, e tutte le precauzioni sono vane fatiche!" Così quando uno evita un sentiero che sa essere pericoloso, per non essere ucciso dai ladri, - quando un altro va a chiamare il medico e si affanna per avere medicine per preservare la sua vita, - o quando un altro ancora si astiene dai cibi più pesanti per preservare la sua debole salute, - o quando uno ha dei dubbi sull’andare a vivere in una casa fatiscente, - o quando tutti insieme escogitiamo dei modi e con grande sforzo pensiamo a come ottenere ciò che desideriamo - allora (secondo loro) questi sono tutti mezzi inutili con cui si desidera cambiare la volontà di Dio; altrimenti la vita e la morte, la salute e la malattia, la pace e la guerra, e tutto ciò che gli uomini si sforzano di ottenere o di odiare, e quindi si sforzano con grande diligenza di ottenere o di tenere lontano, non è affatto determinato dalla sua decisione certa! Sì, anche le preghiere dei fedeli sono allora considerate sbagliate, persino superflue - poiché in esse si chiede la guida di Dio in queste cose, che Dio ha, dopo tutto, determinato per tutta l’eternità! In breve, tutte le disposizioni per il futuro sono annullate in quanto contraddittorie con la provvidenza di Dio - poiché quest’ultima ha già deciso cosa accadrà senza tenerne conto. E ciò che accade realmente viene attribuito alla provvidenza di Dio in modo tale da scusare l’uomo, che l’ha fatto certamente con deliberazione. Un assassino uccide un cittadino giusto - ha, dicono, eseguito il consiglio di Dio! Qualcuno ha rubato o commesso adulterio - è un servo della provvidenza di Dio, perché ha fatto ciò che era previsto e ordinato dal Signore! Un figlio disattento lascia morire suo padre senza cercare un rimedio - non poteva resistere a Dio, che lo aveva decretato dall’eternità! In questo modo, tutte le malefatte sono chiamate malefatte, perché presumibilmente servono l’ordine di Dio!

La provvidenza di Dio non ci solleva dalla nostra prudenza


I,17,4 Per quanto riguarda ciò che verrà, Salomone mette facilmente insieme i ragionamenti degli uomini con la provvidenza di Dio. È vero, si prende gioco della follia di queste persone che attaccano avventatamente ogni sorta di cose senza il Signore, come se non fossero governate dalla Sua mano. Ma dice anche altrove: "Il cuore dell’uomo escogita la sua via; e il Signore dà solo da andare per la sua strada" (Prov 16:9). In questo modo mostra che il proposito eterno di Dio non ci impedisce in alcun modo di prenderci cura di noi stessi sotto la sua volontà e di provvedere a tutte le nostre necessità. C’è anche una ragione facilmente riconoscibile per questo. Perché Colui che ha posto i suoi limiti alla nostra vita, ce ne ha affidato allo stesso tempo la cura, ci ha dato la comprensione e i mezzi per conservarla, ci ha fatto conoscere i pericoli che la minacciano, e ci ha dato cautela e mezzi di protezione affinché questi pericoli non ci attacchino all’improvviso. Ora è chiaro qual è il nostro dovere: se il Signore ci ha incaricato di proteggere la nostra vita, dobbiamo proteggerla; se ci dà dei rimedi, dobbiamo usarli; se ci mostra in anticipo i pericoli, non dobbiamo corrervi avventatamente; se viene in nostro aiuto con dei rimedi, non dobbiamo stimarli alla leggera! "Ma" - uno interviene - "tutto il pericolo che incontro è fatale (fatal) dopo tutto, e nessun rimedio mi aiuterà!". Ma come, se i pericoli non sono inevitabili perché il Signore ti ha dato i mezzi per affrontarli e superarli? Vedete, come potrete unire una tale conclusione con l’ordine della guida divina? Tu pensi che non dovremmo stare attenti al pericolo; perché se non fosse destinato (ad avere un esito malvagio), allora lo sfuggiremmo anche senza cautela. Ma il Signore fa della prudenza il tuo dovere proprio perché non vuole che la sfortuna ti colpisca fatalmente! Tali sciocchi non tengono conto di ciò che è davanti ai loro occhi, cioè che il Signore ha dato all’uomo la capacità di prevedere e di prendersi cura, con cui deve servire la Sua Provvidenza nella conservazione della sua vita! Allo stesso modo, l’uomo, attraverso la negligenza e l’ignavia, porta su di sé i mali che Dio gli ha collegato. Un uomo previdente che cerca aiuto in questo modo sfugge anche ai pericoli imminenti; lo sciocco, invece, perisce nella sua noncuranza. Da dove viene questo se non dal fatto che anche la follia e la prudenza sono strumenti di guida divina, ognuno a suo modo? Dio ci ha fatto nascondere tutto ciò che deve venire, ma in modo tale che ci avviciniamo ad esso proprio come una cosa dubbia e non cessiamo di opporci ad esso con i mezzi preparati finché non sia stato superato o si sia dimostrato più forte di ogni cura! Ho già osservato che la provvidenza di Dio non ci viene sempre incontro "semplicemente", ma Dio la riveste, per così dire, con i mezzi utilizzati per essa.

La provvidenza di Dio non giustifica la nostra cattiveria


I,17,5 Le stesse persone riferiscono anche gli eventi del passato alla "semplice" provvidenza di Dio in modo sbagliato e sconsiderato. Poiché tutto ciò che accade dipende dalla provvidenza di Dio, essi concludono: "Perciò non si commette né furto, né adulterio, né omicidio senza che la volontà di Dio sia all’opera. "Perché dunque", chiedono, "sarà punito un ladro che ha ancora depredato un uomo che il Signore vuole colpire con la povertà? Perché l’assassino dovrebbe essere punito; ha solo ucciso un uomo a cui il Signore aveva messo fine alla vita? Se tali criminali servono tutti la volontà di Dio - perché punirli?". Ma nego che servano la volontà di Dio. Perché non ammetteremo che un uomo che segue i suoi istinti malvagi renda servizio al comando di Dio; dopo tutto, egli serve solo la sua malvagia concupiscenza. Piuttosto, colui che ha imparato a conoscere la volontà di Dio e poi si sforza dove è chiamato da essa, obbedisce a Dio! Ma da dove riceviamo tale istruzione se non dalla Sua Parola? Perciò, nelle nostre azioni dobbiamo concentrarci sulla volontà di Dio come Lui ce la mostra nella Sua Parola! Dio esige solo una cosa da noi: ciò che ha comandato! Se decidiamo di fare qualcosa contro il Suo comandamento, non è obbedienza, ma disprezzo e trasgressione! "Ma noi non agiremmo affatto se lui non volesse!". Lo ammetto. Ma dobbiamo fare del male per obbedirgli in questo modo? Egli non ci comanda affatto di fare queste cose; piuttosto, ci lasciamo trasportare e non consideriamo ciò che vuole, ma ci abbandoniamo così furiosamente all’intemperanza dei nostri desideri che decidiamo fermamente di andare contro la sua volontà! "Proprio per questo noi serviamo il suo giusto ordine con le nostre cattive azioni; perché nella sua grande saggezza egli sa come usare bene e saggiamente gli strumenti cattivi per il bene!" Ora vedi come è assurda la loro conclusione: vogliono che la malvagità del suo autore rimanga impunita, perché è solo attraverso la guida di Dio che si realizza! Ammetto ancora di più: i ladri e gli assassini e altri malfattori sono davvero strumenti della divina provvidenza, usati dal Signore per eseguire i giudizi che ha decretato in se stesso. Ma nego che quindi i misfatti di queste persone meritino qualche scusa. Perché come potrebbero effettivamente coinvolgere Dio con se stessi nella loro malvagità, o coprire la loro malvagità con la sua giustizia? Sicuramente non possono fare nessuna delle due cose! Così che non possono lavarsi, la loro stessa coscienza li punisce; così che non incolpano Dio, trovano che il male è tutto in loro, mentre presso Dio sta solo il giusto uso della loro cattiveria! "Sì, ma egli opera attraverso di loro!". Ma ora chiedo: da dove viene il fetore di un bue che è stato putrefatto e dissolto dal calore del sole? Tutti possono vedere che questo è causato dai raggi del sole, ma nessuno dirà che i raggi del sole sono puzzolenti. Se, dunque, un uomo cattivo porta in sé la causa e la colpa del male, come potrà Dio subire alcuna contaminazione quando si serve di tale strumento secondo il suo buon volere? Via, dunque, la follia del cane che abbaia alla giustizia di Dio, ma non può nuocerle!

La provvidenza di Dio come conforto dei credenti


I,17,6 Ma tali bestemmie, anche fantasie insane, saranno distrutte da una pia e santa contemplazione della Provvidenza, come ci comanda la linea guida della pietà: così ne crescerà il frutto migliore e più bello! Poiché il cristiano ha nel suo cuore la convinzione irrevocabile che tutto avviene per guida di Dio e nulla per caso, fisserà sempre gli occhi su di Lui come causa suprema di tutte le cose, ma non trascurerà le cause inferiori al loro posto. Inoltre, non dubiterà che la speciale provvidenza di Dio è all’erta per preservarlo; dopo tutto, non permetterà che accada nulla che non sia per il suo bene e la sua salvezza! Ma dovendo trattare prima con gli esseri umani, poi anche con le altre creature, sarà certo: la provvidenza di Dio governa entrambi! Per quanto riguarda gli esseri umani, che siano buoni o cattivi, riconoscerà che le loro decisioni e le loro intenzioni, i loro tentativi e le loro capacità sono nelle mani di Dio, e che è nel Suo buon volere girarli dove vuole, e anche ostacolarli quando vuole! Che la speciale provvidenza di Dio vegli sulla salvezza dei credenti è testimoniata da molte promesse molto chiare: "Getta la tua preoccupazione sul Signore, ed egli provvederà a te, e non lascerà il giusto in difficoltà per sempre" (Sal 55:23). "Perché lui si prende cura di noi!" (1Piet 5:7). "Chi siede sotto lo scudo dell’Altissimo rimane sotto la protezione di Dio che è nei cieli" (Sal 91:1; non il testo di Lutero), "Chi ti tocca tocca il pomo del suo (di Dio) occhio!" (Zac 2:12). "Io sarò il tuo scudo (Gen 15:1), il tuo muro di ottone" (Isa 26:1; Ger 1:18). "Io sarò ostile a coloro che ti sono ostili" (Isa 49:25). "Anche se una madre dimenticasse il suo bambino, io non ti dimenticherò" (Isa 49:15). Non è il punto di vista più importante nelle storie della Bibbia da insegnare: il Signore custodisce le vie dei santi con tale diligenza "che non battono il piede contro una pietra" (cfr. Sal 91,12). Abbiamo giustamente respinto sopra (XVI:4) l’opinione di coloro che pensano solo ad una provvidenza "generale" di Dio che non condiscende in modo speciale a prendersi cura di ogni singola creatura. Quindi, vale ancora di più la pena di riconoscere questa cura "speciale" per noi. Cristo afferma che nemmeno il più piccolo passero cade a terra senza la volontà del Padre (Mat 10,29), e lo mette subito in questo modo. Poiché noi siamo più che passeri, dobbiamo considerarci tanto più sicuri della speciale cura di Dio; egli estende questa cura a tal punto che dobbiamo credere con fiducia che anche i capelli del nostro capo sono tutti contati (Mat 10,30). Cos’altro possiamo desiderare, se nemmeno un capello della nostra testa può cadere senza la Sua volontà? Non parlo solo della razza umana, ma poiché Dio ha scelto la chiesa come sua dimora, senza dubbio mostra la sua cura paterna nella sua guida attraverso testimonianze speciali.

I,17,7Rafforzato da tali promesse ed esempi, il servo di Dio ricorderà anche le testimonianze che insegnano che tutti gli uomini sono sotto il potere di Dio, sia che i loro cuori debbano essere resi favorevoli a noi, sia che la loro malvagità debba essere messa sotto controllo affinché non faccia danno. Perché è il Signore che ci fa grazia, non solo con coloro che ci sono favorevoli, ma anche "agli occhi degli Egiziani" (Es 3:21); ma l’insolenza dei nostri nemici egli sa spezzare in molti modi. A volte toglie loro la ragione, così che non possono fare nulla di saggio e prudente. Così manda Satana a riempire la bocca di tutti i profeti di bugie per ingannare Achab (1Re 22:22). Oppure conduce Rehoboam fuori strada attraverso i consigli dei giovani, affinché egli perda il suo dominio a causa della sua follia (1Re 12:10, 15). A volte lascia che abbiano il loro ingegno, ma li mette in un tale terrore e stupefazione che non vogliono più o realizzano ciò che si sono prefissati. A volte, inoltre, permette loro di provare ciò che la lussuria e l’ira hanno dato loro, e poi, al momento giusto, frena la loro impetuosità, non permette loro di realizzare ciò che hanno progettato! Così egli distrusse il consiglio di Ahithophel, che avrebbe potuto essere fatale a Davide, prima del tempo (2 Sam. 17:7, 14). Così è Sua cura guidare tutte le creature al Suo bene e alla Sua salvezza, e vediamo come anche il diavolo non osò tentare Giobbe senza il Suo permesso (permissio) o ordine (Giobbe 1:12). Chi riconosce questo avrà necessariamente una gratitudine di cuore nel felice successo, una pazienza nella sofferenza e un’incredibile certezza per il futuro. Attribuirà a Dio solo tutto ciò che riesce felicemente secondo il desiderio del suo cuore, sia che abbia sperimentato la sua beneficenza attraverso il servizio degli uomini, sia che sia stato aiutato da creature inanimate. Egli dirà a se stesso in cuor suo: È certamente il Signore che ha inclinato le loro anime verso di me e le ha portate da me perché diventassero strumenti della sua bontà verso di me! Quando il raccolto sarà abbondante, penserà: è il Signore che ha "sentito" il cielo, affinché il cielo "senta" la terra e la terra possa di nuovo "sentire" la sua discendenza (cfr. Os 2,23 ss.). Anche in altre cose, non dubiterà che tutto fiorisce solo grazie alla benedizione del Signore - e, incoraggiato da tante cause, non potrà essere ingrato!

La certezza della provvidenza di Dio ci aiuta in tutte le avversità.


I,17,8 Se un tale uomo è colpito da qualcosa di spiacevole, alzerà subito il suo cuore a Dio, perché la sua mano è più capace di darci pazienza e dolcezza di cuore. Se Giuseppe si fosse fermato a considerare l’infedeltà dei suoi fratelli, non sarebbe mai stato in grado di acquisire un atteggiamento fraterno nei loro confronti. Ma egli guardò al Signore, e lì dimenticò l’ingiustizia e fu incline alla dolcezza e alla misericordia, così che anche di sua spontanea volontà confortò i fratelli e disse: "Non siete stati voi a vendermi in Egitto, ma la volontà di Dio che mi ha mandato davanti a voi, affinché io preservassi le vostre vite! (Gen 45:7 s s. sommariamente). "Tu volevi farmi del male, ma Dio voleva fare del bene!". (Gen 50:20). Se Giobbe avesse guardato i Caldei che lo tormentavano, si sarebbe subito infiammato di vendetta. Ma riconosce (nell’evento) l’opera del Signore, e lì può consolarsi con la frase gloriosa: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia lodato il nome del Signore!". (Giobbe 1:21). Se Davide, quando Shimei lo attaccò con insulti e lanci di pietre, avesse fissato gli occhi su quell’uomo, avrebbe esortato i suoi a vendicarsi del torto subito; ma vedendo che l’uomo non agiva senza la forza motrice del Signore, li placò piuttosto dicendo: "Lasciatelo stare, perché il Signore glielo ha ordinato: maledite Davide!" (2 Sam. 16:10). Con le stesse briglie egli trattiene il suo dolore intemperante in un altro luogo: "Tacerò e non aprirò la mia bocca, perché tu l’hai fatto" (Sal 39:10). Non c’è rimedio più potente di questo per l’ira e l’impazienza; così chi ha imparato a contemplare la provvidenza di Dio in questo pezzo ha certamente già ottenuto molto, così che può dire a se stesso ancora e ancora: Il Signore l’ha voluto, quindi devo sopportarlo, non solo perché non devo resistere, ma anche perché Egli non vuole altro che ciò che è giusto e salutare! In breve, se siamo stati ingiustamente feriti dagli uomini, non dovremmo prestare ulteriore attenzione alla loro cattiveria - aggraverebbe solo il nostro dolore e inciterebbe i nostri cuori alla vendetta! - Ma innalzatevi a Dio e imparate a tenervi stretti alla certezza che ciò che il nemico ci ha inflitto con la sua cattiveria, Dio l’ha giustamente permesso, anzi mandato! Paolo ci ricorda giustamente, per dissuaderci dalla ritorsione del male, che dobbiamo combattere "non con la carne e il sangue", ma con il nemico spirituale, il diavolo, contro il quale dobbiamo armarci per la battaglia! (Efes 6,12). Questa è la migliore esortazione per frenare ogni desiderio di vendetta: che Dio stesso arma il diavolo e tutti gli empi per la battaglia e siede in trono come un giudice per esercitarci nella pazienza! Se, senza colpa dell’uomo, la sfortuna e la miseria ci colpiscono, dovremmo ricordare l’insegnamento della Legge: tutto ciò che è salutare scaturisce dalla fonte della benedizione di Dio, tutto ciò che è sgradevole è la sua maledizione (Deut 28:20 ss.), e dovremmo essere terrorizzati dal terribile annuncio: "Se per caso tu ’camminerai contro di me’, allora per caso anche io ’camminerò contro di te’" (Lev 26:15 ss.). (Lev 26:15 s. specialmente il v. 24). Con queste parole viene punita la nostra pigrizia, quando, secondo la carne comune, consideriamo tutto ciò che ci capita, buono o cattivo, come accidentale, e non ci lasciamo incoraggiare dalle buone azioni di Dio ad adorarlo, né ci lasciamo portare al pentimento dai suoi colpi. Per questo motivo Geremia e Amos erano così amareggiati con gli ebrei, perché pensavano che il bene come il male accadessero senza il comando di Dio (c s. 3,38; Amos 3,6). Anche le parole di Isa si riferiscono a questo: "Io sono il Dio che fa la luce e crea le tenebre, io do la pace e creo il male, io sono il Signore che fa tutte queste cose" (Isa 45,7).

Nessuna mancanza di rispetto per le "cause di mezzo"!


I,17,9 Ma nel frattempo l’uomo pio non trascurerà le cause inferiori (causas inferiores). Dall’intuizione che coloro che gli fanno del bene sono effettivamente servitori della bontà di Dio, egli non trarrà la conclusione di poterli ignorare (con ingratitudine) come se non meritassero ringraziamenti per la loro gentilezza (humanitas), ma si sentirà profondamente in debito con loro, si riconoscerà volentieri come il destinatario del dono e, secondo la sua capacità, si sforzerà anche di rendergli grazie con i fatti. Insomma, egli certamente loderà ed esalterà Dio come l’autore più nobile nel ricevere buoni doni, ma onorerà gli uomini come suoi servitori e si renderà conto, come in effetti è, di essere obbligato dalla volontà di Dio a ringraziare coloro attraverso la cui mano Dio ha voluto mostrarsi caritatevole! Se ha subito un danno per negligenza o imprudenza, affermerà sì che questo gli è successo per volontà di Dio, ma lo attribuirà anche a se stesso! Se qualcuno è morto per una malattia che egli era obbligato a curare ma che ha curato con negligenza, egli saprà certamente che l’interessato è giunto alla fine che non poteva evitare, ma non trascurerà il suo peccato; al contrario, non ha adempiuto fedelmente al suo ufficio verso quella persona e quindi considererà la questione come se fosse morto per colpa della sua negligenza. Tanto meno scuserà, nel caso di un omicidio o di un furto, la malvagità e la cattiveria del suo cuore che è attivo in questo con la scusa della provvidenza divina; piuttosto, nello stesso atto, considererà la giustizia di Dio e la cattiveria dell’uomo, come entrambi si rivelano, nella loro differenza. E soprattutto si prenderà cura di tali cause subordinate per quanto riguarda il futuro. Infatti, egli lo annovererà tra le benedizioni del Signore, se non gli mancherà l’aiuto umano, di cui potrà avvalersi per il suo benessere. Per questo non desisterà dal cercare consigli, né diventerà pigro nell’invocare l’aiuto di quelle persone che possono ben sostenerlo; no, considererà che tutte le creature che possono essergli utili gli sono date dal Signore, e quindi le userà come giusti strumenti della divina provvidenza per il suo bene. E anche se non è sicuro del successo che avranno le sue imprese - a parte il fatto che lo sa: il Signore avrà in mente il suo meglio in tutto! Ciononostante, egli si sforzerà avidamente per ciò che gli sembra utile, nella misura in cui può ottenerlo attraverso l’intelletto e il pensiero. E tuttavia non sarà schiavo della propria mente nelle sue decisioni, ma si affiderà alla saggezza di Dio e si lascerà guidare dalla Sua guida verso la giusta meta. Né porrà la sua fiducia nell’aiuto esterno a tal punto da riposare con sicurezza in esso quando è disponibile, ma subito trema come un uomo smarrito quando manca. Egli porrà sempre il suo cuore sulla sola provvidenza di Dio e non si lascerà distogliere da una ferma visione di essa dalla contemplazione della rispettiva situazione. Anche Joab sapeva molto bene che l’esito della battaglia era nelle mani e nella volontà di Dio, ma non si arrese all’inattività al riguardo, ma eseguì con diligenza ciò che era suo dovere, lasciando l’esito al Signore: "Siamo forti per il nostro popolo e per le città del nostro Dio; ma il Signore faccia ciò che è bene ai suoi occhi" (2 Sam. 10:12). Se pensiamo in questo modo, ci asterremo da ogni lungimiranza, da ogni falsa fiducia in noi stessi e in ogni altra creatura, e saremo spinti continuamente all’invocazione di Dio. Ma in questo modo di pensare i nostri cuori saranno anche rafforzati in una buona fiducia, in modo che guarderemo con coraggio e con audacia tutti i pericoli che possono circondarci senza esitazione.

Senza la certezza della provvidenza di Dio, la vita sarebbe insopportabile.


I,17,10 Ma qui si dimostra l’indescrivibile felicità di un cuore pio. Innumerevoli sono i mali che assediano la nostra vita umana; la morte è sempre in agguato. Non dobbiamo andare oltre noi stessi: il nostro corpo è un nido di mille malattie, e quante cause di malattia porta e nutre in sé! L’uomo non può muoversi senza portare in sé la sua rovina in molte forme, e conduce la sua vita, per così dire, sempre intrecciata alla morte! Come altro si può dire - quando non si può sopportare né il gelo né il sudore senza pericolo? E ovunque ci giriamo: tutto ciò che ci circonda non solo è di dubbia affidabilità, ma quasi ci affronta con un’aperta minaccia e sembra annunciare la vicinanza della morte. Sali su una nave - e sei a un passo dalla morte! Sali a cavallo - la tua vita è appesa all’inciampo di un piede! Cammina per le strade della città - quante tegole ci sono sui tetti, tanti sono i pericoli a cui sei esposto! Se un’arma è in mano tua o di un tuo amico - il male ti aspetta! Quante bestie selvagge vedi - sono pronte a rovinarti! E se vuoi chiuderti in un giardino recintato, dove non ti appare altro che la bellezza, anche lì a volte si nasconde un serpente! La tua casa è sempre esposta alla conflagrazione; ogni giorno può renderti povero, ogni notte può ucciderti! Il campo è in pericolo a causa della grandine, della brina, della siccità e di altre tempeste - e questo significa per voi cattiva crescita e fame! Passo sopra l’avvelenamento, il tradimento, la rapina, la violenza aperta, che ci perseguitano in casa nostra o anche fuori! Sotto tali paure non dovrebbe essere completamente miserabile un uomo che è mezzo morto per tutta la sua vita e mantiene il suo spirito spaventato e ottuso povero e malaticcio, come se una spada fosse sempre appesa al suo collo? Si può dire che tutto questo accade raramente, o almeno non sempre, e non a tutte le persone, e, inoltre, mai tutte insieme. Lo ammetto; ma l’esempio degli altri ci insegna che può succedere anche a noi, e la nostra vita non è più un’eccezione della loro; quindi anche noi dobbiamo necessariamente provare paura e terrore che possa succedere anche a noi! Ma cosa c’è di più spiacevole di questa paura? Inoltre, non sarebbe senza disprezzo per Dio dire che ha abbandonato l’uomo, la più nobile delle sue creature, ai colpi ciechi e accidentali del destino! Ma ho voluto parlare qui solo della miseria dell’uomo, come dovrebbe sentirla se fosse soggetto alla regola del caso.

La certezza della provvidenza di Dio ci dà una gioiosa fiducia in Dio nel nostro cuore.


I,17,11 Ma non appena la luce della divina provvidenza albeggia su un uomo pio, egli non solo è liberato e liberato da quella terribile angoscia e paura che lo opprimeva prima, ma da ogni ansia. Perché come giustamente prova un brivido davanti al "caso", così ora osa affidarsi a Dio nella certezza. Questa è la consolazione, dico, che riconosce che il Padre celeste tiene tutto insieme con la sua potenza, governa tutto con il suo comando e la sua direzione, ordina tutto con la sua saggezza, così che nulla accade senza il suo scopo. Questa è la consolazione che il credente, affidato alla sua protezione e alla cura degli angeli, ora sa che nessun danno dell’acqua, del fuoco o della spada può nuocergli, se non nella misura in cui è piaciuto a Dio, che siede nel reggimento, dare loro spazio. Così canta il Salmo: "Egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla pestilenza rumorosa. Egli ti coprirà con le sue ali e la tua sicurezza sarà sotto le sue ali; la sua verità sarà il tuo scudo e la tua corazza, affinché tu non abbia paura del terrore della notte, né delle frecce che volano di giorno, né della peste che cammina nelle tenebre, né della peste che distrugge a mezzogiorno" (Sal 91,3 ss.). Per questo i santi hanno una fiducia così esultante: "Il Signore è con me, perciò non temo; cosa possono farmi gli uomini? Il Signore è il mio aiuto, perché dovrei tremare? Anche se un esercito venisse contro di me, anche se camminassi nell’ombra della morte, non smetterei di sperare" (Sal 118:6; 27:3; 56:5, ecc.). Dove, chiedo, hanno questa certezza incrollabile? Dal fatto che, anche se il mondo sembra essere mosso dal caso, essi sanno che il Signore è all’opera ovunque, e credono con fiducia che la sua opera sarà benefica per loro! Se la loro salvezza è minacciata dal diavolo o da uomini malvagi, crollerebbero immediatamente se non fossero tenuti in piedi dal ricordo e dal pensiero della Provvidenza. Ma sono molto confortati quando ricordano che il diavolo, con tutta l’orda dei malvagi, è tenuto da tutte le parti dalla mano di Dio come dalle redini; non può dunque decidere alcun male contro di noi, né mettere in atto ciò che ha progettato, e nemmeno alzare un dito con il massimo sforzo per realizzarlo, a meno che Dio non lo permetta, anzi, a meno che non l’abbia comandato; perché sta legato nelle sue bande, costretto con la briglia a obbedirgli! Perché come è il Signore a dare armi al furore del nemico, a volgerlo e dirigerlo dove vuole, così egli stabilisce anche una misura e una meta, affinché non si scatenino senza freni a loro piacere! È sulla base di questa certezza che Paolo dice di un viaggio in un luogo che era impedito da Satana, e in un altro che dipendeva dal permesso di Dio (1Tess 2,18; 1Cor 16,7). Se si fosse limitato a scrivere che l’ostacolo era di Satana, sarebbe sembrato attribuire troppo potere a Satana, come se fosse anche nelle sue mani distruggere i piani di Dio; ma ora afferma che Dio è il sovrano dal cui permesso dipendono tutte le vie, e così dimostra che Satana può realizzare qualcosa solo a sua disposizione, qualunque cosa egli possa mettere in atto! Davide pensa allo stesso modo quando, di fronte alle molte vicissitudini da cui la vita umana è costantemente girata e fatta girare come una ruota, si ritira in questo rifugio: "I miei tempi sono nelle tue mani" (Sal 31,16). Poteva certamente anche dire "corso della vita" o mettere "tempo" al singolare; ma con l’espressione "tempi" voleva mostrare che, per quanto incostante possa essere la situazione dell’uomo, ogni cambiamento che può avvenire è comunque diretto da Dio. Ecco perché Rezin e il re d’Israele, che sono apparsi come torce ardenti per distruggere e consumare la terra con i loro eserciti uniti per la distruzione di Giuda, sono anche chiamati dal profeta fuochi di fuoco fumanti, che possono emettere solo un po’ di fumo (Isa 7,4). Anche il faraone, che era temibile per tutti a causa del suo potere, della sua forza e della grandezza del suo esercito, è paragonato a un mostro marino e il suo esercito a dei pesci (Ez 29,4). E Dio annuncia che catturerà il capo e l’esercito con una canna da pesca e li trascinerà dove vuole. In breve, non voglio dilungarmi oltre su questo; è facile capirlo quando lo si guarda: la peggiore miseria è non conoscere la Provvidenza, ma la più alta felicità è averne conoscenza.

Del "pentimento" di Dio


I,17,12 Si è detto abbastanza sulla provvidenza di Dio. Naturalmente, solo quanto è utile per la sicura istruzione e il conforto dei fedeli; perché nulla può bastare a soddisfare la curiosità degli uomini vanitosi, né si può desiderare che ciò accada! - Ma ci sono alcuni passaggi che sembrano dare l’impressione che il consiglio di Dio - contrariamente a quanto abbiamo affermato sopra - non sia in fondo costantemente fisso e immutabile, ma variabile secondo le circostanze delle cose subordinate. Prima di tutto, il pentimento di Dio è talvolta menzionato. Egli "si pentì di aver fatto l’uomo" (Gen 6:6), di aver innalzato Saul alla regalità (1Sam 15:11). Oppure si pentì del male che aveva deciso di infliggere al suo popolo non appena vide in loro un qualche pentimento (Ger 18:8). Inoltre, di tanto in tanto sentiamo come cambia le sue decisioni. Così, attraverso Giona, aveva minacciato i Niniviti che Ninive sarebbe perita dopo quaranta giorni, ma fu presto persuaso dal loro pentimento ad essere più clemente (Giona 3:4, 10). Così aveva dato a Ezechia un preavviso di morte per bocca di Isaia, ma le lacrime e le preghiere del re lo convinsero a rimandare la morte (Isa 38:1, 5; 2 Re 20:1, 5). Da questo, alcuni concludono che Dio non ha determinato i destini umani in una decisione eterna, ma che decide secondo il merito di ogni persona, o come ritiene giusto e corretto, nel corso dei singoli anni, giorni e ore, a volte in un modo, a volte in un altro! Per quanto riguarda il pentimento, questo non può essere imputato a Dio più che, per esempio, l’ignoranza, l’errore o l’impotenza. Perché nessuno con conoscenza e volontà entra nella necessità di pentirsi di una cosa; non potremmo quindi imputare a Dio il pentimento senza dire allo stesso tempo che non conosce il futuro, o che non può sfuggirgli, o che si precipita a caso e avventatamente in una decisione di cui si pente immediatamente. Ma questo è così lontano dal significato dello Spirito Santo che in un contesto in cui tale "pentimento" di Dio è menzionato (1Sam 15,11!), egli nega che Dio possa essere guidato dal pentimento, perché non è un uomo che si pente (1Sam 15,29). Bisogna notare come nello stesso capitolo entrambe le affermazioni sono collegate in modo tale che si nota come qui ci sia un confronto che elimina in modo eccellente l’apparenza di contraddizione. È una rappresentazione figurata del cambiamento che ha avuto luogo quando sentiamo che Dio si è "pentito" di aver fatto re Saul. Subito dopo è detto: "L’uomo forte d’Israele non mente e non si pente della sua via, perché non è un uomo che si debba pentire. In queste parole si afferma apertamente l’immutabilità di Dio, senza immagine. Così, dunque, la disposizione di Dio nella direzione dei destini dell’uomo è certamente permanente e soprattutto il pentimento. E perché la sua permanenza fosse al di là di ogni dubbio, anche i suoi nemici furono costretti a testimoniarlo. Infatti Balaam, anche se contro la sua volontà, dovette prorompere nelle parole: "Perché Dio non è un uomo che menta, né il figlio dell’uomo che cambi. Dovrebbe dire qualcosa e non farlo? Dovrebbe dire una cosa e non mantenerla?". (Num 23:19; non proprio il testo di Lutero).

La Scrittura parla del "pentimento di Dio" in adattamento alla nostra comprensione


I,17,13 Cosa significa dunque l’espressione "pentimento"? Certamente niente di diverso da tutte le altre forme di discorso che ci descrivono Dio in termini umani. Poiché la nostra debolezza non raggiunge la sua altezza, la descrizione del suo essere che ci viene data deve essere adattata al nostro potere di comprensione per essere compresa da noi. Ma questo avviene in modo tale che egli si presenta a noi, non come è in se stesso, ma come viene vissuto da noi. In questo modo è libero da ogni agitazione interiore per passione - eppure testimonia che è arrabbiato con i peccatori! Così, quando sentiamo che Dio è arrabbiato, non dobbiamo immaginare un’agitazione in se stesso; piuttosto, dobbiamo considerare che questo modo di parlare è tratto dalla nostra esperienza, perché Dio ci appare indignato e arrabbiato tutte le volte che esegue il suo giudizio. Così, con la parola "pentimento" non possiamo intendere altro che una modifica delle sue opere e dei suoi atti; poiché gli uomini, modificando le loro azioni, testimoniano che esse gli dispiacciono. Ogni cambiamento tra gli uomini è il miglioramento di una cosa che dispiace; ma questo miglioramento viene dal pentimento; e così l’espressione "pentimento" vuole dire: Dio cambia qualcosa nelle sue opere! Nel frattempo, però, né il suo consiglio né la sua volontà vengono cambiati, né la sua inclinazione (affectus) trasformata; ma ciò che ha previsto dall’eternità, ciò che ha trovato giusto e deciso, lo esegue in misura costante, per quanto brusco possa essere il cambiamento dell’uomo davanti ai suoi occhi!

Dio porta avanti costantemente il suo piano


I,17,14 Ora, quando la narrazione sacra (sacra historia) riporta come ai Niniviti fu perdonato il loro destino già annunciato (Giona 3,10) e come la vita di Ezechia fu prolungata ancora una volta nonostante l’annuncio di morte (Isa 38,5), non afferma che i decreti di Dio furono annullati. Coloro che lo pensano si illudono con queste minacce; esse sembrano semplicemente contenere un’affermazione, ma il risultato dimostra che portano comunque una condizione implicita. Perché il Signore mandò Giona dagli abitanti di Ninive per annunciare loro la distruzione della città? Perché mandò Isa a dire a Ezechia della sua morte? Avrebbe potuto distruggere quelli e anche questo senza annunciare il disastro! Quindi aveva in mente qualcos’altro che non fosse che queste persone sapessero in anticipo della loro morte e poi la vedessero arrivare da lontano. Voleva che non perissero, ma che si migliorassero per sfuggire al loro destino! Così, quando Giona profetizza che la città di Ninive sarà distrutta dopo quaranta giorni, è perché non perisca! Quando la speranza di Hezekiah di un’altra vita è tagliata, è perché possa avere un’altra vita! Chi non vede che con tali minacce il Signore voleva risvegliare al pentimento il popolo che egli terrorizzava, per sottrarlo al giudizio che meritava con i suoi peccati! Se questo è il caso, allora la questione stessa ci porta a sentire una condizione implicita dal semplice annuncio. Questo è confermato da esempi simili. Così il Signore rimprovera Abimelech, il re, per aver preso la moglie di Abramo, e usa le parole: "Tu sei morto a causa della donna che hai preso, perché è la moglie di un uomo" (Gen 20:3). Ma dopo che si è scusato, Dio gli dice: "Ridagli la moglie, perché è un profeta, e lascia che preghi per te, e vivrai; ma se non gliela ridai, sappi che devi morire, e tutto ciò che è tuo" (Gen 20,7). Qui vediamo come nella prima parola scuote violentemente il suo cuore per renderlo pronto alla soddisfazione, ma poi nella seconda esprime chiaramente la sua volontà! È lo stesso per altri passaggi, e quindi non si deve pensare che sia stato tolto qualcosa al precedente consiglio del Signore, perché non ha attuato ciò che aveva annunciato. No, il Signore apre piuttosto la strada al suo decreto eterno quando, minacciando il castigo, spinge al pentimento le persone che vuole risparmiare, e questo senza cambiare nulla nella sua volontà e nemmeno nelle sue parole, solo che non esprime esattamente alla lettera ciò che è comunque abbastanza chiaro da capire. Così la parola di Isa deve rimanere vera: "Il Signore degli eserciti lo ha decretato, e chi lo impedirà? La sua mano è tesa e chi la respingerà? (Isa 14,27).


Capitolo diciotto

Dio si serve anche delle azioni dei malvagi e dirige i loro pensieri per eseguire i suoi giudizi; ma egli stesso rimane libero da ogni rimprovero.

Nessuna semplice "approvazione


I,18,1 Secondo altri passi, Dio stesso dirige e tira Satana e tutti gli empi dove gli piace. Ma qui sorge una domanda ancora più difficile. Come può Dio, se agisce attraverso di loro, non essere macchiato dalle loro offese, come può essere libero da ogni colpa in un’opera comune e tuttavia condannare giustamente coloro che usa come servi? Questo il senso della carne non lo capisce. Così è nata la distinzione tra "fare" e "permettere" (di Dio): sembra a molti un nodo irrisolvibile quando si dice che Satana e tutti gli empi sono in mano a Dio in modo tale che egli dirige la loro malvagità al fine che gli piace, e che si serve dei loro crimini per eseguire i suoi giudizi! Le perplessità di tali persone sarebbero anche del tutto perdonabili se fossero semplicemente spaventate dall’apparenza dell’assurdo; solo che non devono cercare a torto di giustificare la giustizia di Dio davanti al rimprovero con una falsità! A loro sembra assurdo che un uomo debba essere accecato dalla volontà e dal comando di Dio e poi sopportare la punizione per la sua cecità. Così cercano di aiutarsi con la scusa che è solo per permesso di Dio e non per sua volontà! Ma Dio stesso distrugge questa scusa quando dice chiaramente che agisce! Ma che l’uomo non può fare nulla senza il comando segreto di Dio, né può compiere qualcosa per deliberazione, senza che Dio l’abbia già deciso in sé e l’abbia realizzato nella sua guida nascosta, è provato da innumerevoli e chiare testimonianze scritturali, quello che abbiamo citato sopra dal Salmo: "Dio può fare ciò che vuole" (Sal 115:3), questo si riferisce certamente a tutte le azioni dell’uomo. Se Dio è davvero, come è detto, il controllore infallibile della guerra e della pace (Isa 45:7), e questo senza alcuna eccezione, come può allora qualcuno osare affermare che l’uomo è guidato insensatamente da un impulso cieco, senza la conoscenza e l’intervento di Dio? Ma esempi particolari faranno più luce su questo, sappiamo come nel primo capitolo del Libro di Giobbe Satana si presenta davanti a Dio per prendere ordini, proprio come gli angeli che obbediscono di loro iniziativa. Lo fa in un modo completamente diverso e per uno scopo completamente diverso, ma ancora in modo tale che non può fare nulla senza la volontà di Dio. Ora questa sembra essere una semplice ammissione, cioè che egli attacca l’uomo santo (Giobbe). Ma il suo detto è vero: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come è piaciuto al Signore, così è stato fatto" (Giobbe 1:21). E quindi dobbiamo concludere che questa tentazione, di cui Satana e i malvagi ladri erano i servitori effettivi, aveva in realtà Dio come autore. Lì Satana cerca di far infuriare il santo uomo con la disperazione, lì i Sabei vengono a rubare crudelmente e empiamente i beni altrui. Ma Giobbe riconosce che è stato derubato di tutti i suoi beni da Dio, che è diventato un povero perché a Dio è piaciuto così! Così, qualunque cosa gli uomini o anche Satana stesso intraprendano, Dio ha il timone in mano per dirigere le loro imprese verso l’esecuzione dei suoi giudizi. Dio vuole che il re infedele Achab sia sviato - il diavolo offre il suo servizio per questo scopo, e viene mandato fuori con il chiaro ordine di essere uno spirito di menzogna nella bocca di tutti i profeti! (1Re 22:20,22). La cecità di Achab è il giudizio di Dio - e così ogni tentativo di sognare un "semplice permesso" cade a pezzi. Perché sarebbe ridicolo se il giudice si limitasse a "permettere" e non ordinasse effettivamente ciò che voleva che accadesse e desse ai suoi servi l’ordine di eseguirlo! I giudei avevano l’intenzione di uccidere Cristo, e Pilato e i suoi servi di guerra stavano assecondando la loro furiosa brama di omicidio - eppure i discepoli confessano in solenne preghiera che tutti gli empi non avevano fatto altro che ciò che la mano e il consiglio di Dio avevano decretato! (Atti 4,28). Pietro aveva già detto in un sermone che a Gesù era stato dato di essere ucciso per deliberato consiglio e provvidenza di Dio (Atti 2,23), come a dire: Dio, al quale nulla fu nascosto fin dal principio, ha determinato con conoscenza e volontà ciò che i Giudei hanno fatto. Così lo ripete in un altro luogo: "Dio, ciò che aveva dichiarato in anticipo per bocca di tutti i suoi profeti, come Cristo dovesse soffrire, lo ha così adempiuto" (Atti 3:18). Absalom contaminò il letto di suo padre con un comportamento adultero, commettendo così un crimine atroce (2 Sam. 16:22). Ma Dio proclamò che questa era la sua opera: "Tu l’hai fatto in segreto, io lo farò pubblicamente, davanti al sole!". (2 Sam. 12:12). E Geremia dice che tutte le crudeltà commesse dai Caldei in Giudea sono opera di Dio (Ger 50:25; 1:15 e molte altre volte). Per questo motivo Nabucodonosor è chiamato servo di Dio! (Ger 25:9; 27:6). Dio proclama ripetutamente che il suo richiamo (Isa 7:18), il suono della sua tromba (Os 8:1), il suo comando e il suo ordine (Zeph. 2:1) chiamano i malvagi alla guerra! L’Assiro lo chiama il bastone della sua ira (Isa 10,5) e una scure che brandisce con la sua mano! Egli chiama la distruzione della città santa e la desolazione del tempio opera sua (Isa 28,21). Davide non vuole brontolare contro Dio quando dice che le maledizioni di Shimei vengono dal suo comando: "Il Signore gli ha ordinato di maledire" (2 Sam. 16:10). No, riconosce Dio come il giusto giudice! Si ripete spesso nella storia sacra che qualsiasi cosa venga dal Signore, viene dal Signore, per esempio l’apostasia delle dieci tribù (1Re 11:31), la distruzione dei figli di Eli (1Sam 2:34) e molto altro di questo tipo. Coloro che hanno una certa familiarità con le Scritture vedranno che, per essere breve, ho citato solo alcune testimonianze tra le tante. Ma da questi è già più che chiaro: chi mette la semplice ammissione al posto della provvidenza di Dio sta blaterando e parlando a vanvera! Come se Dio si sedesse in tranquilla contemplazione e aspettasse gli eventi casuali! Come se i suoi giudizi dipendessero dal piacere dell’uomo!

Come avviene la spinta di Dio nelle persone?


I,18,2 Ora, per quanto riguarda gli impulsi segreti che Dio produce nell’uomo, ciò che Salomone dice del cuore del re vale certamente per ogni uomo: Dio la inclina dove vuole (Prov 21:1). E questo significa tanto quanto se avesse detto: qualunque cosa intraprendiamo interiormente, tutto sarà guidato dalla direzione segreta di Dio verso la meta che Lui ha fissato. In verità, se non fosse all’opera nei cuori degli uomini, sarebbe sbagliato per lui chiudere la bocca dei sinceri, togliere la saggezza agli anziani (Ezechi 7:26), togliere la comprensione ai principi della terra, perché si smarriscano! (Sal 107,40). Questa è anche la ragione per cui spesso leggiamo che la gente si spaventava quando il suo terrore si impadroniva dei loro cuori (Lev 26:36). Così Davide poté fuggire inosservato dall’accampamento di Saul perché un sonno era caduto dal Signore su tutti i nemici (1 Sam 26,12). Ma non possiamo chiedere niente di più chiaro del fatto che egli proclama così spesso che acceca lo spirito dell’uomo (Isa 29:14), lo colpisce con l’illusione, lo fa ubriacare con uno spirito di sonno (Isa 29:10), lo dà in pasto alla follia (Rom 1:28) e indurisce i cuori (Es 4:21 e altro). Molti lo collegano anche all’"ammissione": Dio rinuncia ai rifiutati e permette loro di essere accecati da Satana. Ma lo Spirito dice chiaramente che secondo il giusto giudizio di Dio essi caddero nella cecità e nella follia (Rom 1:20ss). Si dice anche che indurì o indurì il cuore del faraone o lo irrigidì (nella sua malvagità) (Es 8:15). Alcuni cercano di dare a queste forme di discorso un altro significato distorcendole; si riferiscono ad un altro passo dove si dice che Faraone stesso ha indurito il suo cuore, e così la sua propria volontà è considerata come la causa dell’indurimento (Es 8:11). Eppure queste due affermazioni sono perfettamente coerenti tra loro, perché, certo in modi diversi, l’uomo, quando è guidato da Dio, allo stesso tempo agisce se stesso! Io dirigo contro se stessi ciò che essi obiettano: perché se "ostinato" significa (generalmente) una semplice "ammissione", allora l’impulso alla ribellione non è da ricercare effettivamente nel Faraone! Ma quanto sarebbe sciocco e insensato interpretare la questione come se il faraone avesse semplicemente permesso che si indurisse! Inoltre, le Scritture tolgono ogni potere a tali sofismi: "Io indurirò il suo cuore", dice Dio! (Es 4:21). Mosè dice anche degli abitanti della terra di Canaan che andarono a combattere perché Dio aveva indurito i loro cuori! (Gios 11,20). Anche un altro profeta ripete: "Egli ha trasformato i loro cuori, così che si sono arrabbiati con il suo popolo" (Sal 105:25). Allo stesso modo, in Isaia, Dio minaccia di mandare gli Assiri contro il popolo infedele e di ordinare loro di portare via il bottino e di distribuire il bottino (Isa 10:6). Questo non significa che voleva insegnare alle persone senza Dio e dalla dura cervice ad obbedire di loro spontanea volontà; ma significa che vuole costringerle ad eseguire i suoi giudizi come se i suoi comandi fossero incisi nei loro cuori! Da questo è chiaro: erano spinti dal chiaro scopo di Dio! Certo, Dio agisce spesso nell’empio in modo tale che Satana deve cooperare come strumento; ma ancora in modo tale che quest’ultimo fa le sue cose sull’impulso di Dio e arriva solo fin dove gli viene dato! Uno spirito malvagio confonde Saul; ma è detto che era "di Dio" (1Sam 16:14), così sappiamo che la furia di Saul viene dalla giusta punizione di Dio. Si dice anche che Satana acceca le menti dei miscredenti (2Cor 4:4). Ma da dove viene questo se non dal fatto che il potere dell’errore scaturisce da Dio stesso, così che coloro che rifiutano di obbedire alla verità ora credono alla menzogna? Nel primo senso (cfr. riga 29) dice: "Se un profeta dice qualcosa di falso, io, Dio, l’ho ingannato" (Ez 14,9; non testo di Lutero). E nel secondo senso (cfr. riga 30) sentiamo che Egli stesso dà agli uomini la loro mente sbagliata e li fa camminare nei loro desideri malvagi (Rom 1:28); poiché Egli è l’autore effettivo della sua giusta punizione, Satana è solo un servo! Ma dobbiamo tornare su queste cose quando parleremo del libero o non libero arbitrio dell’uomo nel secondo libro, e credo di aver spiegato brevemente quanto la presente lezione (locus) richiedeva. La cosa principale deve essere: se la volontà di Dio è la causa di tutte le cose, allora la sua provvidenza deve anche necessariamente essere la guida in tutti i piani e le azioni degli uomini, in modo che non solo mostra la sua potenza nei fedeli, che sono governati dallo Spirito Santo, ma costringe anche gli empi all’obbedienza.

La volontà di Dio è unificata


I,18,3 Finora ho detto solo ciò che la Scrittura ci insegna in modo chiaro e inequivocabile. Chi non ha paura di mettere stigmi malvagi sulle parole celesti, veda che tipo di giudizio presume! Certo, uno finge di essere ignorante e vorrebbe persino essere lodato per la sua modestia - ma cosa c’è di più arrogante che opporsi all’autorità di Dio con una piccola parola? "Mi sembra diverso" - "Questo non dovrebbe essere toccato"! Ma se uno vuole bestemmiare palesemente (la verità), a cosa serve deridere il cielo? Questa audacia non è nuova, perché ci sono sempre stati dei senza Dio e degli empi che hanno strillato contro questo insegnamento. Ma alla luce dei fatti, essi devono ammettere la verità di ciò che lo Spirito proclamò una volta per bocca di Davide, cioè che Dio avrà ragione quando sarà giudicato (Sal 51:6). Senza dirlo, Davide sta punendo la follia degli uomini, che si esprime nell’impudenza sfrenata non solo di voler essere giusti con Dio per la loro sporcizia, ma addirittura di arrogarsi il potere di condannarlo! Nel frattempo, accenna brevemente al fatto che tutte le bestemmie che vengono vomitate contro il cielo non raggiungono Dio e non gli impediscono di sfondare tutte le nuvole di abusi e di far risplendere la sua giustizia. Ma la nostra fede, essendo fondata nella santa parola di Dio, vince il mondo (1Gio 5:4), e quindi guarda giù dalla sua altezza su tali nebbie! La prima accusa è che se tutto fosse fatto dalla volontà di Dio, ci sarebbero due volontà opposte in Lui, perché Egli decide nel suo consiglio nascosto ciò che ha proibito nella sua legge! Questo è facile da confutare. Ma prima di rispondere, vorrei ricordare ancora una volta ai lettori che questo sofisma non è realmente diretto contro di me, ma contro lo Spirito Santo. Sicuramente lo Spirito Santo ispirò il santo uomo Giobbe a confessare: "Come è piaciuto a Dio, così è stato fatto!". (Giobbe 1:21; non il testo di Lutero). E disse questo quando fu saccheggiato dai briganti e tuttavia riconobbe la giusta punizione di Dio nella loro ingiustizia e cattiva azione! E cos’altro dice la Scrittura? I figli di Eli disobbedirono al loro padre perché Dio voleva ucciderli! (1 Sam 2:25). Un altro profeta proclama: "Il nostro Dio è nei cieli, egli può fare quello che vuole" (Sal 115,3). E ho già dimostrato abbastanza chiaramente che, secondo la Scrittura, Dio è l’autore di tutto ciò che, secondo l’opinione di questi critici, avviene semplicemente sotto il suo pigro permesso! Egli testimonia di se stesso che crea la luce e le tenebre, che fa il bene e il male (Isa 45:7), che non succede nessun male che non faccia (Amos 3:6). Ora ditemi solo se esegue i suoi giudizi con o senza volontà! Mosè insegna che chi viene ucciso da una scure che cade è dato da Dio in mano all’uccisore (Deut 19:5). E allo stesso modo, tutta la Chiesa dice in Luca che Erode e Pilato divennero uno per fare ciò che la mano e il consiglio di Dio avevano deciso! (Atti 4:28). E veramente, se Cristo non fosse stato crocifisso con la volontà di Dio, da dove verrebbe la nostra redenzione? Ma è per questo che la volontà di Dio non litiga con se stessa, non cambia, non finge di non volere ciò che vuole; no, benché sia una e unica in se stessa, ci appare molteplice, perché nella nostra miopia non riusciamo a capire come da un lato voglia che qualcosa accada nella stessa cosa in modi diversi, e tuttavia non la voglia dall’altro! Nel passo in cui Paolo parla della chiamata dei gentili come di un mistero nascosto (Efes 3,9), aggiunge immediatamente che in esso la "molteplice" (polypoikilos) sapienza di Dio viene alla luce! (Efes 3,10). Ma poiché, a causa della debolezza della nostra vista, la saggezza di Dio ci appare molteplice - o, come lo traduce un vecchio commentatore, "multiforme" - dovremmo sognare che ci sia diversità in Dio stesso, come se Egli cambiasse il suo piano o fosse in disaccordo con se stesso? E se non riusciamo a capire come Dio possa volere che accada qualcosa che ha proibito, ricordiamoci della nostra debolezza e consideriamo che la luce in cui abita non è chiamata inavvicinabile senza ragione, perché è avvolta dalle tenebre! (1Tim 6:16). Pertanto, tutte le persone pie e umili saranno volentieri d’accordo con il detto di Agostino: "A volte un uomo vuole giustamente ciò che Dio non vuole; come, per esempio, un buon figlio vuole che suo padre viva, ma Dio vuole che muoia. Allo stesso modo può accadere che un uomo nella cattiva volontà voglia ciò che Dio nel bene vuole, per esempio, se un figlio cattivo vuole che suo padre muoia, ma Dio vuole lo stesso. Così il secondo vuole ciò che Dio non vuole, ma il primo vuole ciò che Dio vuole! Eppure l’atteggiamento pio dell’uno è più conforme alla volontà di Dio, sebbene voglia qualcos’altro - che l’empietà dell’altro, sebbene voglia lo stesso di Dio! È così importante prestare attenzione a ciò che l’uomo dovrebbe volere secondo la tassa, e ciò che d’altra parte è la giusta volontà di Dio, anche quale scopo sta al di sopra della volontà di ogni uomo, secondo il quale è riconosciuto o respinto. Perché Dio, che vuole giustamente, compie la sua volontà attraverso la cattiva volontà degli uomini cattivi" (Handbüchlein an Laurentius, 101). Poco prima, spiega: "Gli angeli apostati e tutti i respinti hanno fatto, per quanto li riguarda, nella loro apostasia, ciò che Dio non voleva che facessero; ma di fronte all’onnipotenza di Dio non hanno potuto farlo affatto, perché agendo contro la volontà di Dio, la volontà di Dio si compie in loro! E perciò esclama: "Grandi sono le opere di Dio, squisite in tutta la sua volontà (Sal 111,2; testo di Lutero diverso)! Perché ciò che accade contro la Sua volontà non accade senza la Sua volontà in modo miracoloso e inesprimibile! Non accadrebbe affatto se non lo permettesse, né lo permette senza la sua volontà, ma con essa, e d’altra parte lui, il bene, non permetterebbe affatto che accada qualcosa di male, se lui, l’Onnipotente, non potesse a sua volta farlo bene con il male!" (Manuale, 100).

Anche se Dio usa le azioni dei malvagi per i suoi piani, non viene rimproverato


I,18,4 In questo modo la seconda obiezione è risolta, addirittura scompare. Si dice: se Dio non solo usa le opere dei malvagi, ma addirittura dirige i loro piani e le loro menti, allora è l’autore di tutta la malvagità! E così sarebbe sbagliato condannare le persone quando stanno solo eseguendo ciò che Dio ha decretato, poiché stanno obbedendo alla Sua volontà! - In un tale modo di vedere le cose, la volontà di Dio viene erroneamente confusa con il suo comandamento; ma è chiaro da innumerevoli esempi che qui c’è un’enorme differenza. Anche se Dio, quando Absalom commise adulterio con le mogli di suo padre (2 Sam. 16:22), volle punire l’adulterio di Davide con questo misfatto, egli "permise" al figlio nefasto di commettere questo incesto solo nel senso che esso colpì suo padre, così come comprende anche gli insulti di Simei. Infatti, quando confessa che questo (Simei) bestemmia per "comando" di Dio (2 Sam. 16:10), non vuole affatto lodare la sua obbedienza, come se questo cane insolente (consapevolmente) obbedisse al comando di Dio, ma riconosce il suo discorso come il flagello di Dio e si lascia battere pazientemente! Così dobbiamo ritenere: quando Dio esegue attraverso gli empi ciò che ha ordinato nel suo giudizio nascosto, questi non sono scusabili come se obbedissero al suo comando - perché questo lo violano con tutte le loro forze, secondo la loro propria brama! L’elezione di Geroboamo a re (1Re 12:20) è un esempio particolarmente chiaro di come ciò che gli uomini fanno nella loro perversità viene da Dio ed è governato dal Suo consiglio nascosto. Lì, da un lato, si condanna l’imprudenza e la follia del popolo, perché ha rovesciato l’ordine stabilito da Dio e si è allontanato senza fede dalla casa di Davide. Eppure, dall’altra parte, sappiamo che Dio ha voluto questa unzione. Da questo si ricava l’apparenza di una contraddizione in Osea, poiché da un lato Dio si lamenta che questa regalità è stata stabilita senza la sua conoscenza e volontà (Os 8:4), e dall’altro dice che ha dato il re a Geroboamo "nella sua ira" (Os 13:11). Come si concilia questo - si dice che Geroboamo sia diventato re senza Dio e tuttavia si dice che sia stato nominato da lui? Nel modo seguente: Il popolo non poteva certo allontanarsi dalla casa di Davide senza gettare via il giogo impostogli da Dio - ma questo non privava Dio stesso della libertà di punire l’ingratitudine di Salomone in questo modo! Così vediamo come Dio, che non vuole l’infedeltà, tuttavia vuole l’apostasia per uno scopo diverso con una giusta intenzione; allo stesso modo Geroboamo, contro ogni aspettativa, è portato a governare attraverso la santa unzione! In questo modo, dice la storia sacra, un nemico fu risvegliato da Dio, che privò il figlio di Salomone di parte del suo dominio (1Re 11:23). Il lettore deve considerare entrambi con attenzione: Dio era contento che il popolo fosse governato sotto la mano di un re; che ora si spezzi in due è contro la sua volontà - eppure la discordia ha avuto origine nella sua volontà! Infatti, il fatto che il profeta abbia instillato la speranza della regalità nell’ignaro Geroboamo con la sua parola e con l’aspettativa inerente all’unzione, certamente non è avvenuto senza conoscenza, né senza la volontà di Dio, che aveva appena comandato che accadesse in questo modo. Eppure l’apostasia del popolo è giustamente condannata perché si è allontanato dalla casa di Davide contro la volontà di Dio, per così dire! In questo senso è detto più tardi che Rehoboam aveva così arrogantemente gettato al vento le suppliche del popolo, che questo era stato fatto da Dio in modo che si adempisse la parola che aveva detto attraverso il suo servo Ahijah! (1Re 12:15). Notate che contro la volontà di Dio la santa unità è lacerata - eppure dieci tribù si separano dal Figlio di Salomone per la stessa volontà! Potrebbe esserci un altro esempio simile: Lì, con il consenso, anzi con la cooperazione del popolo, i figli del re Achab vengono uccisi, e tutta la famiglia viene sterminata (2 Re 10:7). Jehu dice giustamente che nessuna delle parole di Dio è caduta sulla terra, ma che Dio ha fatto quello che ha detto attraverso il suo servo Elia. Eppure non punisce senza motivo i cittadini di Samaria per aver contribuito a farlo: "Siete giusti? Se ho cospirato contro il mio Signore, chi ha ucciso tutti questi? (2 Re 10:9; non il testo di Lutero). Ho già spiegato sopra - se non mi sbaglio: chiaramente - come il crimine dell’uomo e la giustizia di Dio si mostrano nella stessa opera. E i lettori modesti saranno sempre soddisfatti della risposta di Agostino: "Se il Padre ha rinunciato al Figlio, e Cristo ha rinunciato al suo corpo, e Giuda ha rinunciato al Signore, come può Dio essere giusto e l’uomo colpevole in questa molteplice "rinuncia", se nella stessa cosa che hanno fatto, la ragione per cui hanno agito non fosse una sola!" (Lettera 93). Quindi ora dobbiamo dire: non c’è nessun terreno comune tra Dio e l’uomo quando quest’ultimo fa ciò che non gli è permesso di fare per un giusto impulso di Dio! Per coloro che non si ritrovano in questo, venga in loro aiuto un detto dello stesso Agostino: "Chi non tremerà di fronte a quei giudizi, quando Dio opera nel cuore dei malvagi ciò che vuole - e poi li ripaga secondo i loro meriti!" (Sulla grazia e il libero arbitrio 21:42). Eppure, vista l’infedeltà di Giuda, sarebbe altrettanto sbagliato incolpare Dio per la sua azione nefasta, perché egli stesso voleva che suo Figlio fosse consegnato, eppure lo consegnò lui stesso alla morte - così come sarebbe sbagliato, d’altra parte, dare a Giuda il merito della salvezza! Perciò è molto giusto quando lo stesso Agostino ci ricorda in un altro luogo che in questa indagine Dio non chiede cosa avrebbe potuto fare l’uomo, né cosa avrebbe fatto, ma cosa avrebbe voluto, perché il piano e la volontà ne rendano conto! Ora, colui che pensa che questo sia "difficile" consideri un po’ se tale mormorazione sia perdonabile, quando disprezza una dottrina sostenuta da una chiara testimonianza scritturale solo perché va oltre la sua comprensione, e si arrabbia per il fatto che vengono fuori cose da discutere che Dio non avrebbe mai fatto insegnare dai suoi profeti e apostoli se non sapesse che sono utili da sapere! Perché la nostra saggezza non può consistere in nient’altro che nell’accettare con umile desiderio di imparare tutto - senza eccezione - ciò che ci viene fatto conoscere nelle Sacre Scritture. Ma chi si vanta dell’insolenza ovviamente strilla contro Dio e non è degno di una confutazione prolungata.

Giovanni Calvino: La vera e la falsa predestinazione.   -  Discorso 100