G. Calvino: Institutio christianae religionis – Istituzione della religione cristiana – Libro III.




Giovanni Calvino: La vera e la falsa predestinazione.   -  Discorso 100


Institutio christianae religionis III. di Giovanni Calvino

Tradotto e curato dopo l’ultima edizione (1559) da Otto Weber e pubblicato per la prima volta nel 1955 dalla
Neukirchener Verlag, Neukirchen-Vluyn, sesta edizione dell’edizione in volume unico 1997.



Commissionato dalla Federazione Riformata in Germania / JOHANNES A LASCO BIBLIOTHEK Emden e preparato per l’edizione su internet da Matthias Freudenberg sulla base di una scansione del testo acquisita dall’Istituto per la Ricerca sulla Riforma dell’Università di Apeldoorn.

Insegnamento della religione cristiana

La dottrina di Calvino - Libro I: Sulla conoscenza di Dio Creatore

La dottrina di Calvino - Libro II: Sulla conoscenza di Dio come Redentore in Gesù Cristo

La dottrina di Calvino - Libro III: In che modo siamo resi partecipi della grazia di Cristo, quali frutti ne derivano e quali effetti ne derivano

La dottrina di Calvino - Libro IV: Dei mezzi o aiuti esteriori con cui Dio ci invita e ci mantiene nella comunione con Cristo.


Note editoriali

L’edizione originale in tre volumi della traduzione di Otto Weber è stata pubblicata nel 1936-1938. Per la presente edizione su Internet, abbiamo ritenuto che si potesse fare a meno delle note di Weber a margine del testo. Allo stesso modo, le poche annotazioni, la maggior parte delle quali non forniscono spiegazioni concrete, non sono state incluse. La vecchia ortografia è stata mantenuta. Sono stati corretti evidenti errori tipografici, imprecisioni nella citazione di passi biblici e altra letteratura, così come forme insolite di presentazione nella composizione.

Piano di edizione

Libro I Luglio 2006
Libro II Agosto 2006
Libro III Dicembre 2006
Libro IV Marzo 2007





Terzo libro

AIn che modo diventiamo partecipi della grazia di Cristo, quali frutti ci provengono da essa e quali effetti ne derivano



Tabella dei contenuti



Capitolo uno

Ciò che si dice di Cristo viene a noi attraverso l’opera nascosta dello Spirito


Capitolo due

Della fede, della sua natura e dei suoi attributi


Capitolo tre

Per fede siamo nati di nuovo. Qui dobbiamo parlare di pentimento


Capitolo quattro

Tutto quello che i furbi nelle loro scuole inventano sul pentimento è molto lontano dalla purezza del Vangelo. Qui si parla anche di confessione e soddisfazione


Capitolo cinque

Delle Appendici alla Dottrina delle Opere di Soddisfazione, cioè delle Indulgenze e del Purgatorio


Capitolo sei

Della vita di un uomo cristiano; soprattutto con quali ragioni le Scritture ci esortano ad essa.


Capitolo sette

La somma principale della vita cristiana; qui si parla di abnegazione.


Capitolo otto

VoDi portare la croce come un pezzo di abnegazione


Capitolo nove

VAlla ricerca della vita futura


Capitolo dieci

Come dovremmo usare la vita presente e le sue risorse


Capitolo undici

Della giustificazione per fede. Cosa significa l’espressione e di cosa si tratta?


Capitolo dodici

Se la giustificazione per grazia deve diventare una seria certezza, dobbiamo alzare i nostri cuori al seggio del giudizio di Dio.


Capitolo tredici

Due punti principali che richiedono attenzione nella giustificazione per grazia


Capitolo quattordici

L’inizio e il progresso costante della giustificazione


Capitolo quindici

Ciò che si vanta del merito delle opere annulla la lode di Dio per aver portato la giustizia, e allo stesso tempo la garanzia della salvezza


Capitolo sedici

Confutazione delle invettive con cui i papisti cercano di screditare la nostra dottrina


Capitolo diciassette

Come si possono unire le promesse della Legge con quelle del Vangelo?


Capitolo diciotto

Non è giusto dedurre dal salario la rettitudine per opere.


Capitolo diciannove

Della libertà cristiana


Capitolo venti

Della preghiera, che è l’esercizio più nobile della fede, e con la quale prendiamo i doni di Dio ogni giorno


Capitolo ventuno

Dell’Eterna Elezione, per cui Dio ha predestinato alcuni alla salvezza e altri alla distruzione


Capitolo ventidue

Affermazione di questa dottrina dalle Testimonianze delle Sacre Scritture


Capitolo ventitré

Confutazione delle calunnie di cui questa dottrina è stata sempre irragionevolmente accusata


Capitolo ventiquattro

L’elezione è confermata dalla chiamata di Dio; ma i rifiutati incorrono nella giusta condanna a cui sono destinati


Capitolo venticinque

Dell’ultima risurrezione



Capitolo uno

Ciò che si dice di Cristo arriva a noi attraverso l’opera nascosta dello Spirito.

III,1,1 Ora dobbiamo vedere come vengono a noi quei beni che il Padre ha affidato al suo Figlio unigenito, perché non glieli ha dati per uso proprio, ma per arricchire i bisognosi e i poveri. Prima di tutto, bisogna dire che finché Cristo rimane separato da noi e noi siamo separati da lui, tutto quello che ha sofferto e fatto per la salvezza dell’umanità non ci serve e non ha alcuna conseguenza! Perciò, se vuole donarci ciò che ha ricevuto dal Padre, deve diventare nostra proprietà e prendere dimora in noi. Ecco perché è chiamato il nostro "capo" (Efes 4:15) e "il primogenito tra molti fratelli" (Rom 8:29); ecco perché, d’altra parte, siamo chiamati a essere incorporati a lui (Rom 11:17) e a "rivestirci" di lui (Gal 3:27); perché ripeto che tutto ciò che egli possiede non ci riguarda finché non diventiamo uno con lui. È vero, certo, che lo raggiungiamo per fede; ma vediamo anche che non tutti afferrano indiscriminatamente la comunione con Cristo che ci viene offerta nel Vangelo, e quindi la ragione stessa ci insegna a penetrare più a fondo e a porre la questione dell’efficacia nascosta dello Spirito Santo; perché è attraverso di esso che arriviamo a godere di Cristo e di tutti i suoi beni. Dell’eterna divinità ed essenza dello Spirito Santo ho già parlato; dobbiamo accontentarci in questa particolare lezione di affermare: Cristo è venuto in acqua e sangue in modo tale che lo Spirito Santo testimonia di Lui, affinché la salvezza che il Signore ha ottenuto per noi non resti senza effetto in noi (1Gio 5:6). Perché come siamo chiamati tre testimoni in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito, così anche tre sulla terra: acqua, sangue e spirito (1. Giov 5,7 s.). Così la testimonianza dello Spirito avviene entrambe le volte, e questo non è vano; perché impariamo che è impressa come un sigillo sui nostri cuori. Così succede che ci suggella il lavaggio dei nostri peccati e il sacrificio di Cristo. In questo senso Pietro dice anche che i credenti sono scelti "mediante la santificazione dello Spirito, all’obbedienza e all’aspersione del sangue di Gesù Cristo" (1Piet 1,2). Con queste parole vuole insegnarci che le nostre anime, affinché Cristo non abbia versato invano il suo santo sangue, sono purificate con questo sangue attraverso l’aspersione nascosta che lo Spirito pratica su di noi. Paolo dice anche in un luogo, dove parla della purificazione e della giustificazione, che entrambe ci sono date "per il nome di Gesù Cristo e per lo Spirito del nostro Dio" (1Cor 6:11). Riassumo: lo Spirito Santo è il legame con cui Cristo ci unisce effettivamente a sé. Qui rientra anche ciò che ho insegnato nel libro precedente sull’unzione di Cristo (II,15,2).

III,1,2Affinché questo fatto, che è particolarmente degno di riconoscimento, possa essere rivelato in modo ancora più chiaro, dobbiamo innanzitutto notare che Cristo fu dotato dello Spirito Santo in modo molto speciale alla sua venuta: Egli doveva così separarci dal mondo e radunarci alla speranza dell’eredità eterna. Perciò lo Spirito è chiamato "Spirito di santificazione", perché non solo ci anima e ci sostiene con la potenza universale che appare nell’umanità e in tutto il resto della creazione, ma perché è la radice e il seme della vita celeste in noi. Ecco perché i profeti lodano in particolare il regno di Cristo, che lo Spirito Santo si riverserà allora in maggiore abbondanza. Particolarmente notevole è il detto di Gioele. "In quel giorno effonderò il mio Spirito su ogni carne" (Gioele 3:1). Naturalmente, il profeta sembra intendere solo l’ufficio della profezia tra i doni dello Spirito, ma sotto questa immagine indica comunque che Dio avrebbe fatto discepoli tali persone, che prima erano senza alcuna conoscenza e non toccate dall’insegnamento celeste, attraverso l’illuminazione del suo Spirito. A proposito, poiché Dio Padre ci ha dato lo Spirito Santo per amore di Suo Figlio e allo stesso tempo gli ha affidato tutta la pienezza, in modo da amministrare e distribuire così la sua bontà e gentilezza, - è chiamato talvolta lo Spirito del Padre, talvolta lo Spirito del Figlio. "Ma voi", dice Paolo, "non siete carnali, ma spirituali; altrimenti lo Spirito di Dio abita in voi. Ma chi non ha lo Spirito di Cristo non è suo" (Rom 8:9). Ma poi risveglia in noi la speranza di un completo rinnovamento: "Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali perché il suo Spirito abita in voi" (Rom 8:11). Non c’è davvero nulla di assurdo nel fatto che da un lato il Padre sia lodato per i suoi doni, di cui è effettivamente l’autore, e che dall’altro lato a Cristo sia data la stessa parte, perché i doni dello Spirito sono depositati presso di lui ed egli li dà ai suoi. Così invita tutti coloro che hanno sete a bere a lui (Giov 7,37). E secondo l’insegnamento di Paolo, lo Spirito è distribuito a ciascuno "secondo la misura del dono di Cristo" (Efes 4,7). Tuttavia, dobbiamo ricordare che lo Spirito è chiamato Spirito di Cristo non solo in quanto il Verbo eterno di Dio è unito al Padre proprio in questo Spirito, ma anche secondo la persona del Mediatore, perché Cristo sarebbe venuto a noi invano senza essere dotato di questo potere. In questo senso Cristo è anche chiamato il secondo Adamo, che ci è dato dal cielo "come lo Spirito che dà la vita" (1Cor 15,45). Qui Paolo paragona la vita speciale che il Figlio di Dio soffia nei suoi, affinché siano uno con lui, con la vita naturale di cui anche i rifiutati sono partecipi. Allo stesso modo, prima augura ai credenti "la grazia del nostro Signore Gesù Cristo e l’amore di Dio", ma poi aggiunge immediatamente: "e la comunione dello Spirito Santo" (2Cor 13,13); perché senza questi nessuno potrà gustare la bontà paterna di Dio e la beneficenza di Cristo. Paolo dice anche altrove: "L’amore di Dio è sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rom 5:5).

III,1,3 Qui sarà utile notare i termini con cui la Scrittura descrive lo Spirito Santo, dove parla dell’inizio e anche dell’intera restaurazione della nostra salvezza. Prima di tutto, è chiamato "Spirito di adozione", perché è il testimone della benevolenza di Dio, con la quale Dio Padre ci ha abbracciato nel suo amato, unigenito Figlio, per diventare nostro Padre; inoltre risveglia e ravviva in noi la gioia della preghiera, sì, lui stesso ci dà le parole, così che gridiamo senza paura: "Abba, Padre!" (Rom 8:15; Gal 4:6). Per la stessa ragione le Scritture lo chiamano il pegno e il sigillo della nostra eredità (2Cor 1:22); perché egli rende noi, che vaghiamo in questo mondo come pellegrini e siamo come morti, vivi dal cielo, in modo che possiamo essere sicuri: la nostra salvezza è al sicuro sotto la guardia fedele di Dio; perciò è anche chiamato "vita per amore della giustizia" (Ro 8:10). Ma ci rende anche fecondi con la sua aspersione nascosta, per far nascere i germogli della giustizia: per questo è chiamato più volte "acqua", come per esempio in Isaia: "Venite, voi tutti che avete sete, venite all’acqua" (Isa 55,1). (Isa 55:1); anche: "Perché verserò il mio Spirito sugli assetati e fiumi sugli aridi" (Isa 44:3; non testo di Lutero). Questo corrisponde anche alla parola di Cristo già menzionata sopra: "Se qualcuno ha sete, venga a me" (Giov 7,37). Il fatto che lo Spirito Santo sia chiamato acqua, naturalmente, a volte deriva dal suo potere di pulizia e purificazione; per esempio, in Ezechiele, dove il Signore promette "acqua pura" per "lavare" il suo popolo dalla loro "impurità" (Ez 36:25). Ma poiché lo Spirito Santo continua a rinnovare e sostenere il popolo, che ha inondato con la potenza rinfrescante della Sua grazia, a vita forte, ha anche il nome di "olio" o "unzione" (1Gio 2:20,27). D’altra parte, egli brucia costantemente e spazza via i nostri desideri peccaminosi e infiamma i nostri cuori ad amare Dio e a tendere al timore di Dio: per questo effetto è giustamente chiamato "fuoco" (Luca 3,16). Infine, ci viene descritto come una "fonte" (Giov 4:14) da cui sgorgano tutte le ricchezze celesti, o come la "mano di Dio" (Atti 11:21). 11:21), attraverso il quale Dio esercita la sua potenza; perché quando soffia su di noi con la sua potenza, opera la vita divina in noi, così che non siamo più guidati da noi stessi, ma siamo governati dalla sua guida e dal suo impulso: così tutto ciò che è buono in noi è il frutto della sua grazia, ma senza di lui i nostri propri doni sono solo tenebre di mente e perversità di cuore! Ora abbiamo già spiegato chiaramente che Cristo giace lì, per così dire, inutile per noi fino a quando la nostra mente non è rivolta al suo Spirito; perché è una cosa sgradevole per noi immaginare Cristo in vane speculazioni al di fuori, addirittura lontano da noi! Egli è, al contrario, come sappiamo, di benedizione solo per coloro di cui è il "capo" (Efes 4:15), per i quali è "il primogenito tra molti fratelli" (Rom 8:29), in breve, coloro che si sono "rivestiti" di lui! (Gal 3:27). Questa unione con Lui solo fa sì che, per quanto ci riguarda, Egli non sia venuto invano sotto il nome di Salvatore. Questo è anche il significato di quel santo matrimonio per cui diventiamo carne della sua carne e ossa delle sue ossa (Efes 5:30), sì, completamente uno con lui. Ma realizza questa unione con noi solo attraverso lo Spirito Santo. La grazia e la potenza di questo Spirito ci rende anche sue membra, così che Egli ci tiene insieme sotto la sua direzione e noi a nostra volta lo possediamo!

III,1,4 Ma l’opera più nobile dello Spirito Santo è la fede; perciò gran parte delle affermazioni che incontriamo qua e là e che descrivono la sua potenza e la sua opera devono essere riferite anche a lui. Perché è attraverso la sola fede che Egli ci conduce alla luce del Vangelo, proprio come Giov insegna che a coloro che credono in Cristo è dato il privilegio di diventare figli di Dio, che sono nati non da carne e sangue, "ma da Dio" (Giov 1:12, 13). Qui Dio è contrapposto alla carne e al sangue, affermando così chiaramente che è un dono soprannaturale quando persone che altrimenti sarebbero rimaste schiave della loro incredulità accettano Cristo per fede. La risposta che Cristo diede a Pietro è simile: "La carne e il sangue non ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli" (Mat 16,17). Ne parlo qui solo brevemente perché ne ho già parlato più dettagliatamente altrove (II,2,18 ss.). Per inciso, la parola di Paolo è simile quando dice degli Efesini: "Siete stati sigillati con lo Spirito Santo della promessa" (Efes 1:13). Secondo questa parola, lo Spirito Santo è il maestro interiore attraverso la cui opera la promessa di salvezza entra nelle nostre menti - altrimenti colpirebbe solo l’aria o l’orecchio! Quando Paolo dice dei Tessalonicesi che Dio li ha scelti "nella santificazione dello Spirito e nella fede della verità" (2Tess 2:13), in questo contesto attira la nostra attenzione sul fatto che la fede stessa è operata solo dallo Spirito. Questo è espresso più chiaramente in Giovanni: "E da questo sappiamo che egli dimora in noi, nello Spirito che ci ha dato" (1 Giov 3:24), e di conseguenza: "Da questo sappiamo che noi dimoriamo in lui, ed egli in noi, che ci ha dato il suo Spirito" (1Gio 4:13). Per questo motivo Cristo ha promesso ai suoi discepoli lo "Spirito di verità", affinché siano in grado di afferrare la sapienza celeste, "che il mondo non può ricevere" (Giov 14,17). Ed egli attribuisce questo allo Spirito come suo vero e proprio ufficio, per impartire ai discepoli ciò che egli stesso aveva insegnato loro con la sua bocca. Infatti, essi sarebbero ciechi e la luce brillerebbe invano se questo Spirito di conoscenza non aprisse gli occhi della loro mente; quindi, esso può benissimo essere chiamato chiave che ci apre i tesori del regno dei cieli (cfr. Apoc. Giov 3,7), il suo effetto illuminante può certamente essere chiamato potere di vista della nostra mente. Per questo Paolo loda così tanto il "ministero dello spirito" (2Cor 3:6); perché tutti i maestri suonerebbero invano il loro appello se Cristo stesso non attirasse a sé come maestro interiore attraverso il suo spirito coloro che il Padre gli ha dato! (Giov 6:44; 12:32; 17:6). Come abbiamo detto che la giustizia perfetta si trova nella persona di Cristo, così egli ci "battezza" anche "con lo Spirito Santo e con il fuoco" perché diventiamo partecipi di lui (Luca 3,16); ci illumina perché crediamo al suo vangelo, ci fa rinascere a vita nuova perché diventiamo nuove creature (c s. 2Cor 5,17); ci purifica da ogni sporcizia empia e ci consacra a Dio come templi santi! (cfr. 1Cor 3:16,17; 2Cor 6:16; Efes 2:21).



Capitolo due

Della fede, della sua natura e delle sue proprietà

III,2,1 Ma tutto questo sarà più facile da riconoscere non appena avremo stabilito una definizione più chiara della fede, in modo che i lettori abbiano un’idea chiara della sua potenza e natura. Ma è utile ricordare ciò che è già stato detto: (1) Dio ci prescrive per mezzo della legge ciò che dobbiamo fare; così, se siamo caduti in qualche parte, su di noi pende la terribile sentenza di morte eterna che essa pronuncia. (2) Ora, d’altra parte, non solo è difficile per noi, ma è del tutto al di là del nostro potere, e assolutamente al di là di ogni nostra capacità di adempiere la legge come egli richiede; così che se guardiamo solo a noi stessi, e consideriamo quale stato corrisponderebbe ai nostri meriti, non rimane nulla di buona speranza, ma siamo respinti da Dio, e siamo soggetti alla distruzione eterna. (3) In terzo luogo, è stato poi spiegato che c’è solo un mezzo capace di liberarci da tale miserabile miseria, cioè quando Cristo appare come nostro Redentore, per mano del quale il Padre celeste, che nella sua incommensurabile bontà e gentilezza ha avuto pietà di noi, ha voluto portare aiuto a tutti noi, purché accettiamo tale misericordia con ferma fede e ci affidiamo ad essa con costante speranza. Ma ora è necessario considerare come deve essere costituita quella fede con la quale tutti coloro che sono adottati come figli da Dio entrano in possesso del regno dei cieli; perché è certo che nessuna opinione e nemmeno convinzione è in grado di effettuare una tale cosa! Quanto più pericolosa è l’illusione che oggi affligge molte persone in questa materia, tanto maggiore deve essere la cura e l’enfasi con cui dobbiamo esaminare e indagare la vera natura della fede. Per una buona parte degli uomini, quando sentono la parola "fede", non la intendono come qualcosa di più elevato di un’affermazione ordinaria della storia evangelica. In effetti, quando le scuole (papali) discutono della fede, Dio viene prontamente indicato come il suo "oggetto", e così facendo, in un vano gioco di idee - come ho già spiegato altrove - le povere anime vengono sviate invece di essere guidate alla meta. Perché Dio abita "in una luce che nessuno può avvicinare" (1 Tim. 6:16), e quindi è necessario che Cristo si metta in mezzo! Ecco perché Lui si definisce "la luce del mondo" (Giov 8,12) o la "via, la verità e la vita"! (Giov 14,6). Perché nessuno viene al Padre, che è la "fonte della vita" (Sal 36,10), se non attraverso di Lui! (Giov 14,6). Perché Lui solo conosce il Padre e da lì i credenti ai quali lo ha rivelato (Luca 10,22). Per questo Paolo afferma anche di non sapere nulla di ciò che pensava di dover sapere, ma solo Cristo! (1Cor 2,2). E ciò che ha predicato secondo il suo stesso senno di poi nel ventesimo capitolo degli Atti è "la fede in… Cristo": (Atti 20:21). In un altro luogo riferisce come Cristo stesso gli avesse detto: "Io ti mando ai Gentili… perché ricevano il perdono dei peccati e un’eredità con coloro che sono santificati mediante la fede in me" (Atti 26:17, 18; testo non proprio di Lutero). Paolo testimonia che nella sua persona (di Cristo) ci è visibile la gloria di Dio, o - che significa la stessa cosa - che nel suo volto "brilla l’illuminazione della conoscenza della gloria di Dio" (2Cor 4,6).È certamente vero: la fede guarda all’unico Dio; ma bisogna poi aggiungere che deve riconoscere colui che Dio ha mandato, Gesù Cristo! (Giov 17:3). Perché Dio stesso sarebbe lontano e nascosto da noi se Cristo non ci circondasse del suo splendore. Il Padre ha dato tutto ciò che aveva all’unigenito, affinché si rivelasse a noi in lui, e affinché questa stessa comunione di beni esprimesse la vera somiglianza della sua gloria (in Cristo). Quando si è detto sopra che lo Spirito deve attirarci in modo che siamo spinti a cercare Cristo, dobbiamo tenere presente, d’altra parte, che il Padre invisibile è da cercare solo in questa sua immagine! Agostino è particolarmente sottile su questo fatto: parla della meta della fede e poi dice che dobbiamo sapere dove dobbiamo andare e per quale strada possiamo arrivarci; poi arriva subito alla conclusione che la strada che è completamente sicura contro tutti gli errori è quella che è Dio e l’uomo. Perché è a Dio che dobbiamo andare, e un uomo è la via per arrivarci: ma entrambi li troviamo solo in Cristo! (Sullo Stato di Dio XI,2). Quando Paolo predica la fede in Dio, non intende rovesciare le affermazioni sulla fede che inculca così spesso, cioè che la fede ha il suo solido fondamento solo in Cristo. Pietro collega molto chiaramente le due cose: "Per mezzo di Lui voi credete in Dio" (1Piet 1,21).

III,2,2 Questo male (cioè la perversione del concetto di fede) lo dobbiamo, come infinite altre cose, a buon mercato agli scolastici. Hanno, per così dire, tirato una tenda davanti a Cristo e lo hanno coperto. Ma se non guardiamo dritto verso di lui, dobbiamo continuare ad andare avanti e indietro per tutti i tipi di sentieri sbagliati. Oltre al fatto che la loro sinistra descrizione dell’essenza della fede indebolisce e addirittura distrugge tutta la sua potenza, hanno anche inventato il discorso della fede "avvolta" (fides implicita). Con questo nome adornano la più grossolana ignoranza e ingannano così la povera gente nel modo più pernicioso. Sì, questo discorso - dirò più correttamente e più apertamente di cosa si tratta! - non solo seppellisce la vera fede, ma la distrugge dal basso verso l’alto. Significa ancora credere se uno non ha alcuna conoscenza e si limita a sottomettere la propria mente in modo obbediente alla chiesa? No, la fede non si basa sull’ignoranza, ma sulla conoscenza, non solo la conoscenza di Dio, ma anche la conoscenza della volontà divina. Perché non raggiungiamo la salvezza essendo pronti ad accettare come vero tutto ciò che la Chiesa ci dice di credere, o dandole il compito di indagare e imparare, ma solo quando riconosciamo che Dio è il nostro Padre benevolo per l’espiazione fatta attraverso Cristo, e che Cristo ci è stato dato per la giustizia, la santificazione e la vita. Da questa conoscenza, dico, e non dalla sottomissione delle nostre menti, otteniamo l’ingresso nel regno dei cieli. Infatti, quando l’apostolo dice: "Perché se uno crede con il suo cuore, è giustificato; e se lo confessa con la sua bocca, è salvato" (Rom 10:10), mostra chiaramente che non basta che uno creda nel senso di una fede "fasciata", che non comprende affatto, né indaga; no, esige una conoscenza "sviluppata" (explicita) della bontà divina su cui poggia la nostra giustizia..

III,2,3 Poiché, naturalmente, siamo circondati da molta ignoranza, non negherò certo che molte cose sono ancora "avvolte" in noi adesso, anzi, che lo saranno ancora in futuro, finché non avremo deposto il peso della nostra carne e ci saremo avvicinati alla presenza di Dio. Proprio in queste cose non possiamo fare niente di più utile che lasciare in sospeso il giudizio e fare uno sforzo vigoroso per mantenere l’unità con la Chiesa. Ma è puramente assurdo usare questo pretesto per etichettare l’ignoranza mista all’umiltà con il nome di "fede". Perché la fede consiste nella conoscenza di Dio e di Cristo (Giov 17:3), ma non nella riverenza per la Chiesa! Vediamo anche quale labirinto si sono creati gli scolastici con il loro concetto di fede "incartata": così tutto senza distinzione, se si impone semplicemente con riferimento alla Chiesa, viene accettato dagli inesperti come un oracolo, a volte anche l’errore più superstizioso! Questa sconsiderata incoscienza, che deve necessariamente precipitare gli uomini in una sicura rovina, è tuttavia difesa dagli scolastici, perché non crede nulla espressamente, ma tutto solo a condizione: "Purché la Chiesa ci creda"! In questo modo, pretendono, l’uomo avrebbe la verità in mezzo all’errore, la luce nella cecità, la vera conoscenza nell’ignoranza! Non mi soffermerò a lungo sulla confutazione di questi errori, e vorrei solo chiedere al lettore di confrontarli con la nostra dottrina; poiché la chiara trasparenza della verità ci darà di per sé una confutazione sufficientemente chiara dell’errore. La questione con i papisti non è, dopo tutto, se la fede è ancora "avvolta" in molti resti di ignoranza, ma essi affermano espressamente che un uomo che vive nella sorda ignoranza, forse anche compiacendosi ancora in essa, crede legittimamente, purché solo assenta all’autorità e al giudizio della Chiesa su cose che non conosce! Come se la Scrittura non insegnasse ancora e ancora che con la fede viene la comprensione!

III,2,4 Ma ammetto che mentre siamo pellegrini nel mondo, la nostra fede è "avvolta", non solo perché molte cose ci sono ancora nascoste, ma anche perché non possiamo comprendere tutto nelle molte nebbie di errore che ci circondano. Perché anche per i più perfetti, la più alta saggezza consiste nel progredire e sforzarsi in una tranquilla erudizione. Questo è il motivo per cui Paolo esorta i credenti ad aspettare la rivelazione di Dio quando differiscono tra loro su una questione (Fili 3:15). L’esperienza ci insegna che finché la nostra carne è ancora con noi, capiamo meno di quanto vorremmo; e ogni giorno, quando leggiamo le Scritture, incontriamo molti passaggi incomprensibili che ci convincono di quanto siamo ancora ignoranti. Con questo rinforzo Dio ci mantiene nella modestia; egli misura a ciascuno la "misura della fede" (Rom 12:3), in modo che anche il miglior maestro possa essere pronto ad imparare. Esempi particolarmente chiari di questa fede "avvolta" si possono vedere nei discepoli di Cristo prima che avessero ricevuto la piena illuminazione. Lì vediamo quanto sia difficile per loro acquisire il gusto anche per le cose più elementari, così che sono incerti persino sulle più semplici e, sebbene pendano dalla bocca del loro Maestro, non fanno molti progressi! Anche quando si affrettano al sepolcro su ammonimento delle donne, la resurrezione del loro Maestro sembra loro un sogno! Eppure Cristo aveva testimoniato loro in anticipo che credevano, per cui non dobbiamo dire che non avevano alcuna fede; anzi, se non avessero avuto la convinzione che Cristo sarebbe risorto, ogni zelo si sarebbe spento in loro. Ma non fu certo la superstizione a spingere le donne a ungere il cadavere di Cristo con erbe profumate come quello di un morto in cui non si poteva più sperare nella vita. No, anche se credevano alle sue parole - sapevano che era vero! - Eppure l’ottusità che ancora avvolgeva le loro menti aveva talmente avvolto la loro fede nell’oscurità che erano completamente confusi! Per questo si dice di loro che credettero solo quando la verità delle parole di Gesù divenne certa per loro attraverso gli eventi stessi; non come se avessero iniziato a credere solo allora, ma perché il seme di una fede nascosta, che era stato come se fosse morto nei loro cuori, solo ora ricevette forza e scoppiò. La vera fede era viva in loro, ma era ancora "avvolta". Perché avevano accettato con riverenza Cristo come loro unico maestro. Poi, attraverso la sua istruzione, arrivarono anche alla certezza che lui era l’agente della loro salvezza. Infine, credevano anche che fosse venuto dal cielo per radunare lì i suoi discepoli anche per grazia del Padre. Ma per questa condizione (dei discepoli e delle donne) non si può trovare una ragione più nota del fatto che in tutti i credenti la fede è sempre mescolata all’incredulità.

III,2,5 Anche lì si può parlare di una fede "incartata", dove in realtà è solo una preparazione alla fede. Gli evangelisti riferiscono che "credettero" moltissime persone, che erano solo estasiate dai miracoli e non avevano altra conoscenza che quella che Cristo era il Messia promesso, anche se queste persone non avevano idea del vero insegnamento del Vangelo. Questa riverenza, che li ha portati a sottomettersi a Cristo volentieri e con gioia, è adornata con il nome di "fede", anche se in realtà ne era solo l’inizio. Così il re prima credette alla promessa di Cristo che suo figlio sarebbe stato guarito (Giov 4,50), e poi, quando tornò a casa, credette di nuovo secondo la testimonianza dell’evangelista (Giov 4,53). Nel primo caso, ha preso ciò che ha sentito dalla bocca di Cristo come parola di Dio; nel secondo caso, si è sottomesso alla sua autorità e ha accettato il suo insegnamento. Ma dobbiamo tenere presente che, per quanto docile e disposto a imparare come lui, la parola "fede" nel primo caso denota solo una fede "particolare" (particularis fides), mentre nel secondo caso conta questo reale tra i discepoli che hanno confessato Cristo. Giov ci racconta un esempio simile dei Samaritani: prima credettero alle parole della donna e poi si precipitarono avidamente verso Cristo, ma dopo averlo ascoltato, dissero: "Non crediamo ora a causa delle tue parole; abbiamo udito e sappiamo che costui è veramente il Cristo, il Salvatore del mondo" (Giov 4:42). Vediamo qui come persone che non hanno nemmeno ricevuto la loro prima istruzione, se solo sono disposte ad obbedire, sono già chiamate credenti, non in senso proprio, ma nella misura in cui Dio nella sua bontà degna questo pio impulso con tale onore. Ma questa docilità, in cui è insito il desiderio di andare oltre, è cosa ben diversa dalla grossolana ignoranza in cui vivono ottusamente tali persone, che si accontentano di quella fede "incartata" nel senso della fantasmagoria papista! Se Paolo scaglia una dura parola di condanna contro coloro che "imparano sempre e non possono mai arrivare alla conoscenza della verità" (2Tim 3:7) - quanto peggiore vergogna meritano le persone che deliberatamente si prefiggono di non sapere nulla!

III,2,6 La vera conoscenza di Cristo, dunque, consiste nell’accettarlo come il Padre ce lo presenta, rivestito del suo vangelo. Perché come lui è destinato ad essere la meta e la direzione della nostra fede, così noi possiamo prendere la strada giusta verso di lui solo quando il vangelo ci precede. Lì si aprono tutti i tesori della grazia; se questi non fossero resi accessibili a noi, Cristo ci sarebbe poco utile! Così Paolo dà la fede come compagna inseparabile della dottrina: "Ma voi non avete così imparato Cristo, essendo altrimenti… istruiti in lui, come in Cristo è un carattere giusto" (Efes 4:20 s.). Tuttavia, non limito la fede al Vangelo nel senso che negherei che anche Mosè e i profeti ci hanno insegnato cose sufficienti per costruire la fede. Ma la rivelazione più chiara di Cristo ci giunge nel Vangelo, e perciò Paolo la chiama giustamente "dottrina della fede" (1Ti 4,6). In questo senso egli spiega anche che con l’avvento della fede la legge viene meno (Rom 10,4). Qui Paolo intende il vangelo come un modo nuovo e (finora) sconosciuto di insegnare, attraverso il quale Cristo, da quando è apparso come nostro maestro, ha messo la misericordia del Padre in una luce più luminosa e ha dato una testimonianza più certa della nostra salvezza. Nel trattare la dottrina della fede, tuttavia, sarà un modo più facile e appropriato se passiamo dal generale al particolare. Prima di tutto, dobbiamo chiarire a noi stessi che la fede è in costante connessione con la Parola: non può essere separata da essa più di quanto i raggi possano essere separati dal sole da cui provengono. Ecco perché Dio grida in Isaia: "Ascoltatemi e la vostra anima vivrà!". (Isa 55:3; non il testo di Lutero). Giov ci indica la stessa fonte di fede con le parole: "Ma questi sono scritti perché crediate" (Giov 20,31). Il profeta si rivolge anche al popolo per incoraggiarlo a credere: "Oggi, se ascoltate la sua voce". (Sal 95,7). Ancora e ancora la parola "udito" è usata nel senso di "fede". Infine, non è invano che Dio, in Isaia, distingue i figli della Chiesa dagli estranei con il segno che li istruisce tutti, così che sono "istruiti" "dal Signore" (Isa 54:13); perché se questo beneficio fosse comune a tutti gli uomini senza distinzione, non ci sarebbe motivo che si rivolga solo ad alcuni con il suo discorso. Corrisponde anche a questo che gli evangelisti trattano costantemente "credenti" e "discepoli" come parole sinonime; questo accade particolarmente spesso con Luca negli Atti degli Apostoli (Atti 6:1, 2, 7; 9:1, 10, 19, 25, 26, 38; 11:26, 29; 13:52; 14:20, 28; 15:10, ecc.); lì si riferisce persino questo titolo a una donna nel 9 capitolo (9:36)! Se dunque la fede si allontana minimamente da questo punto di mira e di direzione da cui deve essere guidata, non può conservare la sua natura, ma diventa una fedeltà incerta, o addirittura un oscuro errore del nostro senso. Perché la Parola è il fondamento su cui la fede poggia e che la sostiene; se si allontana da essa, crolla. Quindi togliete la Parola e non rimarrà nessuna fede! Non discuto qui se il ministero di un uomo sia indispensabile in tutti i casi per la semina della Parola di Dio, affinché la fede possa germogliare da essa; questo deve essere discusso altrove. Dico solo questo: la Parola stessa - che venga a noi come vuole! - è per noi come uno specchio in cui la fede guarda Dio. Quindi, sia che Dio si serva del servizio degli uomini per questo scopo, sia che operi con la sua sola potenza, egli si presenta sempre a coloro che vuole attirare a sé attraverso la sua parola. Ecco perché Paolo intende la fede come obbedienza al vangelo (Rom 1,5), e in un altro luogo loda l’obbedienza della fede che ha conosciuto tra i Filippesi (Fili 1,3-5). L’intuizione della fede non è solo una questione di riconoscere che c’è un Dio: Si tratta anche e soprattutto di capire qual è la sua volontà nei nostri confronti. Perché non è solo importante per noi sapere chi è in se stesso, ma come vuole comportarsi con noi. Così ora possiamo già affermare quanto segue: la fede è la conoscenza della volontà di Dio verso di noi, creata dalla Parola di Dio. Ma il suo fondamento è una ferma convinzione della verità di Dio. Finché il nostro cuore è in disputa con se stesso sulla certezza di questa verità, la Parola avrà un’autorità solo dubbia e debole, anzi nessuna autorità. Perché non basta credere che Dio è vero e non può ingannare né mentire; no, bisogna anche stabilire al di là di ogni dubbio che tutto ciò che procede da Lui è verità santa e inviolabile.

III,2,7 Ma non ogni parola di Dio è in grado di muovere il cuore umano alla fede. Quindi dobbiamo ora esaminare cosa cerca effettivamente la fede nella Parola. Era la parola di Dio quando fu detto ad Adamo: "Tu morirai di morte" (Gen 2:17). (Gen 2:17). Era la parola di Dio quando Caino dovette ascoltare: "La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra" (Gen 4:10). Ma nessuna di queste parole è in grado di fare altro che scuotere la fede; in ogni caso, sono del tutto inadatte a stabilirla. Non voglio certo negare che sia l’ufficio della fede a firmare la verità di Dio, per quanto spesso dica ciò che dice e in qualunque modo lo faccia. È solo una questione di ciò che la fede trova nella parola del Signore per sostenersi e fondarsi. Come può la nostra coscienza non tremare ed essere terrorizzata quando sente solo rabbia e vendetta? Come non fuggire da un Dio davanti al quale è terrorizzato? Ma la fede deve cercare Dio e non fuggire da lui! La nostra precedente descrizione della natura della fede non è quindi ancora completa; perché non è ancora da considerarsi fede se si conosce la volontà di Dio in una forma o nell’altra. Ma come sarà se sostituiamo alla volontà di Dio - la cui manifestazione è spesso triste, la cui testimonianza è spesso terribile - la sua benevolenza e misericordia? In questo modo ci avviciniamo certamente alla vera essenza della fede; perché siamo attratti a cercare Dio solo quando abbiamo imparato che con lui sta la nostra salvezza, e questo diventa una certezza per noi quando lui dichiara che si preoccupa ed è zelante per la nostra salvezza. È quindi necessaria la promessa della grazia, con la quale ci testimonia che è il nostro Padre misericordioso; perché solo allora possiamo avvicinarci a lui, e solo su di essa il cuore umano può riposare con sicurezza. Per questo motivo troviamo nei Sal sempre più spesso due parole messe insieme che in realtà appartengono l’una all’altra: Misericordia e verità. Perché non ci servirebbe a nulla sapere che Dio è veritiero, se non ci attirasse allo stesso tempo gentilmente a sé, e d’altra parte non potremmo cogliere la sua misericordia se non ce la offrisse nella sua parola! Così leggiamo: "Parlo della tua verità e della tua salvezza; non nascondo la tua bontà e la tua verità; … la tua bontà e la tua verità mi custodiscano sempre" (Sal 40:11, 12; non testo di Lutero). Oppure sentiamo altrove: "La tua bontà arriva fino al cielo, e la tua verità fino alle nuvole!". (Sal 36:6). O anche: "Le vie del Signore sono bontà e verità per coloro che osservano la sua alleanza" (Sal 25:10). Allo stesso modo: "Molta è la sua misericordia su di noi, e la sua verità è su di noi per sempre" (Sal 117:2; testo di Lutero più breve). O anche: "Renderò grazie al tuo nome per la tua bontà e verità" (Sal 138,2). Passo sopra le dichiarazioni corrispondenti dei profeti, che testimoniano anche che Dio è misericordioso e fedele nelle sue promesse. Sarebbe un’audacia presuntuosa affermare che Dio è misericordioso con noi - se non lo testimoniasse egli stesso, e ci precedesse con il suo invito, affinché la sua volontà non sia dubbia e oscura! Ma abbiamo già visto che l’unico pegno dell’amore di Dio è Cristo; senza di lui appaiono ovunque solo segni di odio e ira! Ma poiché la conoscenza della bontà divina sarebbe di poco conto se non ci portasse ad affidarci ad essa con certezza, quella conoscenza che è mescolata al dubbio e che non è certa di se stessa ma è in contrasto con se stessa deve rimanere esclusa dalla fede. Ma il nostro intelletto umano è cieco e oscurato, e non può penetrare così lontano e salire così in alto per afferrare la volontà di Dio; il nostro cuore va su e giù nel dubbio costante, ed è anche lontano dal poter stare saldamente in tale convinzione. Quindi, se la Parola di Dio deve trovare piena fede in noi, la nostra comprensione deve essere illuminata da un altro lato, il nostro cuore deve essere rafforzato. Siamo ora giunti al punto in cui possiamo dare una descrizione corretta della natura della fede; dobbiamo dire che essa è la conoscenza ferma e certa della benevolenza divina verso di noi, basata sulla verità della promessa di grazia presentata a noi in Cristo, rivelata alla nostra mente e sigillata nei nostri cuori dallo Spirito Santo.

III,2,8 Prima di procedere oltre, tuttavia, sono necessarie alcune osservazioni preliminari per sciogliere i nodi che potrebbero altrimenti offendere il lettore. Prima di tutto, devo confutare l’insensata distinzione tra fede "formata" e "non formata" (fides formata e fides informis) che circola nelle scuole papiste. Perché immaginano che anche tali persone "credano" tutto ciò che è necessario per la salvezza, che non provino alcun timore di Dio, nessuna emozione di pietà. Ma come se lo Spirito Santo, quando illumina i nostri cuori con il suo splendore per farci credere, non fosse allo stesso tempo il testimone della nostra accoglienza nella filialità! Tuttavia, contro la contraddizione di tutta la Scrittura, essi danno orgogliosamente il nome di "fede" a quella convinzione (persuasio) che manca di ogni timore di Dio! Una lunga discussione su questa definizione non è necessaria; è sufficiente descrivere la natura della fede come ci è stata tramandata dalla Parola di Dio. Da ciò risulterà perfettamente chiaro come i papisti parlino di queste cose in modo maldestro e sciocco, anzi, piuttosto ciarlatano. Ho già toccato una parte sopra; il resto seguirà al suo posto qui sotto. Ora dirò solo che non si può immaginare niente di più assurdo di questa invenzione degli scolastici. Sono dell’opinione, quindi, che la fede sia un (mero) assenso, in virtù del quale anche ogni dispregiatore di Dio può adottare come proprio ciò che gli viene presentato dalla Scrittura. Ma avrebbero dovuto prima vedere se ogni essere umano può acquisire la fede con le proprie forze e la propria risoluzione, o se non è lo Spirito Santo che testimonia la nostra filiazione attraverso la fede! È dunque infantile e sciocco quando si chiede se la fede, quando l’essere aggiunto (cioè l’amore) l’ha resa una fede "formata", è ancora la stessa fede o una fede diversa, nuova. Da questo è sicuramente già chiaro che non hanno mai pensato al dono speciale dello Spirito Santo nelle loro chiacchiere; perché l’inizio stesso della fede include la riconciliazione, attraverso la quale l’uomo ha accesso a Dio! Se considerassero la parola di Paolo: "Se uno crede di cuore, è giustificato" (Rom 10,10), allora smetterebbero di propria iniziativa di inventare un concetto così gelido come quello (da "aggiungere" alla fede, da "formare") dell’entità (cioè l’amore)! Se avessimo anche solo questa prova, sarebbe già sufficiente per porre fine alla lotta: perché quell’accordo, come ho già accennato e ripeterò presto in modo più dettagliato, è già di per sé più una questione di cuore che di cervello, più una questione di movimento interiore che di intelletto. Ecco perché si chiama anche "obbedienza della fede" (Rom 1,5); nessun’altra obbedienza è più cara al Signore, e giustamente: niente è più prezioso per Lui della Sua verità, e proprio questa verità - di cui Giov il Battista è testimone! (Giov 3,33) - è "sigillato" dai credenti con la firma, per così dire. La questione è infatti abbastanza chiara, e quindi la dichiarerò in una parola: è un discorso sciocco quando si dice che la fede si "forma" per il fatto che all’"assenso" (assensus) si aggiunge un impulso interiore, pio; perché questo "assenso" esiste, almeno come insegna la Scrittura, anche in tale impulso pio! Ma c’è una seconda prova, molto più chiara. La fede apprende Cristo come datoci dal Padre; ma egli non ci è dato solo per la giustizia, per il perdono dei peccati e per la pace, ma anche per la santificazione e come fonte di acqua viva: la fede, quindi, senza dubbio, non può mai riconoscerlo propriamente senza apprendere allo stesso tempo la santificazione dello Spirito. Se qualcuno vuole sentirlo ancora più chiaramente, dirò questo: la fede poggia sulla conoscenza di Cristo. Ma Cristo può essere conosciuto solo insieme alla santificazione del suo Spirito. La fede, quindi, non può in alcun modo essere separata dalle pie emozioni del cuore.

III,2,9 I papisti obiettano a questo con le parole di Paolo: "Se avessi tutta la fede, per poter spostare le montagne, e se non avessi la carità, non sarei nulla" (1Cor 13,2). Da questo vorrebbero dedurre che la fede, se fosse senza amore, sarebbe "informe". Ma non capiscono cosa intende l’apostolo per "fede" in questo passaggio. Nel capitolo precedente (12) ha parlato dei diversi doni spirituali, ai quali ha aggiunto "molte lingue" (1Cor 12:10), tutti i tipi di poteri e anche il dono della profezia (1Cor 12:4-10). Poi esorta i Corinzi a sforzarsi per i "doni migliori" (1Cor 12:31), cioè quelli che portano più frutto e benedizione a tutto il corpo della Chiesa. E alla fine aggiunge: "E io vi mostrerò una via più deliziosa" (1Cor 12:31). Vuole mostrare loro che tutti questi doni, per quanto grandi ed eccellenti siano in se stessi, non hanno alcun valore se non servono all’amore. Perché sono dati per l’edificazione della chiesa, e perdono la loro grazia se non servono a questo scopo. Per dimostrare questo, ora usa una divisione: ora ripete (1Cor 13:1-3) gli stessi doni spirituali che ha trattato nel capitolo precedente, ma sotto nomi diversi. Per "poteri" e "fede", tuttavia, egli intende la stessa cosa, cioè la capacità di fare miracoli. Questi "poteri", rispettivamente questa "fede" sono un dono speciale di Dio, che qualsiasi persona senza Dio può anche possedere e - abusare, proprio come il parlare in lingue, la profezia o gli altri doni spirituali; quindi non c’è da meravigliarsi se sono separati dall’amore! Ma l’intero errore dei papisti consiste ora nel fatto che essi non considerano l’ambiguità effettivamente esistente della parola "fede" e conducono la loro argomentazione come se la parola avesse sempre lo stesso significato. - Il passo di Giacomo (Giac 2,21), che essi usano anche per proteggere il loro errore, sarà discusso altrove. Per lo scopo della nostra istruzione, cioè mostrare come la conoscenza di Dio sia negli empi, ammettiamo liberamente che ci sono diverse forme di fede. Tuttavia, sulla base dell’insegnamento della Scrittura, riconosciamo e predichiamo che un tipo di fede si trova sempre tra i pii. Molti credono certamente che c’è un solo Dio, molti considerano il racconto del Vangelo e gli altri passi della Scrittura come veri - così come si è abituati a giudicare i resoconti di eventi passati o anche il presente vissuto da se stessi. Ci sono anche persone che vanno oltre: considerano la Parola di Dio un oracolo infallibile, non disprezzano affatto i suoi comandamenti e sono almeno commossi dalle minacce e dalle promesse. Tali persone sono effettivamente testimoniate come "credenti", ma la parola "credenti" è usata in un senso non genuino: non negano, disprezzano e rifiutano la parola di Dio con evidente empietà, ma piuttosto mostrano una certa apparenza di obbedienza..

III,2,10 Ma quest’ombra, questo simulacro di fede non ha alcuna importanza e quindi non merita il nome di "fede". Quanto essa rimanga lontana dalla vera essenza della fede sarà presto mostrato in modo più dettagliato, ma non c’è nessuna obiezione a chiarirlo qui di sfuggita. Per esempio, si dice di Simone lo stregone che "credeva" (Atti 8:13), eppure lasciò che la sua incredulità venisse alla luce dopo poco tempo (Atti 8:18). Che sia testimoniato di aver creduto, non capisco con alcuni esegeti che abbia finto una fede con parole che non portava nel suo cuore. Piuttosto, me lo immagino così: è stato sopraffatto dalla maestà del Vangelo e in un certo senso ci ha anche creduto, in questo modo ha compreso Cristo come datore di vita e di salvezza e quindi lo ha riconosciuto come Signore. Allo stesso modo è anche detto nel Vangelo di Luca di persone con le quali il seme della Parola è soffocato prima che possa germogliare fruttuosamente, o con le quali appassisce e si rovina prima di mettere radici, esse "hanno creduto per un tempo" (Luca 8:8, 7, 13). Indubbiamente queste persone hanno sentito un certo gusto della Parola dentro di loro e l’afferrano avidamente; sentono anche la sua potenza divina, così che con l’apparenza ingannevole della fede ora ingannano non solo l’occhio degli altri uomini, ma anche il loro stesso cuore. Perché si persuadono che questa riverenza che fanno alla parola di Dio è la pietà stessa; perché per empietà possono intendere solo questo, che uno evidentemente e dichiaratamente disprezza e disprezza la parola di Dio. Ora questa approvazione può apparire come vuole, non penetra in ogni caso nel cuore per rimanervi saldamente radicata; può anche dare talvolta l’impressione di aver messo radici, ma queste non sono vive. Il cuore umano contiene così tanti nascondigli per la vanità, così tanti angoli e fessure per la menzogna; è racchiuso in una tale ipocrisia ingannevole che spesso inganna se stesso! Ma chi vuole vantarsi di una tale illusione di fede, sappia che in questa commedia non ha la precedenza nemmeno davanti ai diavoli! Sì, il primo gruppo di cui abbiamo parlato, cioè la gente che sente e capisce e tuttavia rimane ottusa, è ancora molto al di sotto dei diavoli, perché questi almeno tremano di fronte a tale conoscenza! (Giac 2,19). Altri, invece, sono come i diavoli in quanto ogni sentimento che li tocca, di qualsiasi tipo esso sia, finisce in terrore e orrore.

III,2,11Ora so che ad alcuni sembra difficile quando a volte si dice dei respinti che credono. Ricordate che la fede, secondo Paolo, è il frutto dell’elezione (1 Tess 1:4 s.). Questa difficoltà, tuttavia, è facilmente risolvibile. L’illuminazione alla fede e il vero sentimento della potenza del Vangelo è dato solo a coloro che sono ordinati alla salvezza; ma l’esperienza dimostra che i respinti sono talvolta colti quasi dallo stesso impulso interiore degli eletti, così che anche nel loro stesso giudizio non differiscono in nulla dagli eletti. Non è quindi affatto assurdo quando l’apostolo attribuisce loro un gusto dei beni celesti o una fede temporanea in Cristo. Questo non perché essi assorbano veramente la potenza della grazia spirituale o la luce inconfondibile della fede, ma perché il Signore, per condannarli ancora di più e renderli inescusabili, penetra nel loro intimo fino a quando si è capaci di gustare la sua bontà senza lo spirito di filiazione! Ma qualcuno potrebbe ora obiettare che in queste circostanze non ci sarebbe più nulla per i credenti con cui essere sicuri della loro accoglienza nella filialità. A questo rispondo: per quanto grande sia la somiglianza e la parentela tra gli eletti di Dio e coloro che hanno ricevuto solo un dono temporaneo della fede, solo negli eletti vive quella fiducia che Paolo loda così tanto, quella fiducia che li fa gridare con bocca gioiosa: "Abba, caro Padre! (Gal 4:6). Dio solo ha "fatto rinascere… da un seme incorruttibile… che rimane in eterno" (1Piet 1,23), affinché il seme della vita seminato nei loro cuori non possa mai perire completamente; e allo stesso modo egli sigilla in loro anche questa grazia di filiazione, affinché sia ferma e valida! Ma questo non impedisce affatto che quell’effetto minore dello Spirito Santo faccia il suo corso anche nei respinti. Tuttavia, i credenti sono ammoniti a esaminare se stessi accuratamente e umilmente, per evitare che la certezza della fede sia sostituita dalla certezza carnale. Inoltre, ai rifiutati viene sempre dato solo un senso confuso della grazia: essi afferrano quindi un’ombra piuttosto che il corpo reale; poiché il perdono dei peccati è sigillato dallo Spirito Santo nel senso proprio solo negli eletti, in modo che essi possano appropriarsene con fede speciale a loro beneficio. Tuttavia, si può giustamente dire dei rifiutati che essi credono che Dio sia benevolo con loro; perché anch’essi sentono il dono della riconciliazione, certo in modo confuso e non abbastanza chiaro. Questo non significa che abbiano la stessa fede dei figli di Dio, o che siano nati di nuovo come loro; ma sembrano avere l’inizio (principium) della fede in comune con loro sotto la copertura dell’ipocrisia. Né posso negare che Dio illumini il loro essere interiore in modo tale che riconoscano la sua grazia; ma distingue questo sentimento dalla testimonianza speciale che concede ai suoi eletti, in quanto l’effetto potente e il godimento (della grazia) rimangono sconosciuti ai respinti. Perché Dio non mostra loro misericordia nel senso che li strappa davvero dalla morte e li prende sotto la sua protezione, ma li lascia solo sperimentare la sua misericordia presente. Ma ai soli fedeli egli dà la radice viva della fede, affinché possano perseverare fino alla fine. Questo risolve l’obiezione che se Dio mostra veramente la sua misericordia ad un uomo, allora tale atto è di solidità permanente: nulla impedisce che Dio illumini certi uomini con un senso momentaneo della sua misericordia, che poi passa di nuovo.

III,2,12 Sebbene la fede sia la conoscenza della benevolenza divina verso di noi e la convinzione certa della sua verità, non c’è da meravigliarsi se in coloro che credono temporaneamente il sentimento dell’amore divino scompare di nuovo: esso è sì legato alla fede, ma è fondamentalmente diverso da essa. La volontà di Dio - lo ammetto - è immutabile, e la sua verità rimane sempre la stessa; ma nego che i respinti penetrino in quella rivelazione nascosta che la Scrittura riserva solo agli eletti. Nego, quindi, che essi comprendano la volontà di Dio nella sua immutabilità, o afferrino la sua verità con costanza. Perché sono bloccati da una sensazione fugace; sono come un albero che non è piantato abbastanza in profondità da far germogliare radici vive, e che quindi appassisce col tempo, anche se per alcuni anni può aver dato non solo fiori e foglie, ma anche frutti. Insomma, come l’immagine di Dio poté scomparire dalla mente e dall’anima del primo uomo in seguito alla sua apostasia da Dio, così non c’è da meravigliarsi se Dio appare al rifiutato in qualche raggio della sua grazia, che tuttavia in seguito lascia di nuovo spegnere. Non c’è motivo per cui non debba bagnare alcuni di loro con leggerezza con la conoscenza del suo Vangelo, ma saturarne altri in profondità! Dobbiamo, tuttavia, tenere a mente questo: per quanto poca fede ci possa essere negli eletti, per quanto debole possa essere, la sua testimonianza incisa non potrà mai più essere strappata dai loro cuori, poiché per loro lo Spirito Santo è il pegno e il sigillo sicuro della loro adozione; gli empi, invece, sono toccati dai raggi di una luce che poi passa di nuovo. Eppure lo Spirito Santo è senza inganno, perché il seme che Egli semina nei cuori degli empi non dà vita e quindi non può rimanere sempre con loro in modo imperituro, come avviene per gli eletti. Vado anche oltre: poiché è evidente dall’insegnamento della Scrittura come dall’esperienza quotidiana che anche i rifiutati sono talvolta toccati interiormente da un senso di grazia divina, un certo desiderio deve necessariamente sorgere nei loro cuori per amare nuovamente Dio. Così, per un certo tempo, un pio impulso fu all’opera in Saulo per amare Dio, che, secondo il suo stesso riconoscimento, lo trattava paternamente, così che egli fu, per così dire, preso dalla dolcezza di tale bontà divina. Ma come questa convinzione dell’amore di Dio non scende fino alle radici nei respinti, così essi non lo amano veramente di nuovo, come fanno i bambini, ma sono piuttosto guidati da una specie di affetto come quello che può avere un lavoratore a giornata! Poiché lo spirito d’amore è dato solo a Cristo, perché anche lui lo affondi nelle sue membra; non oltre la moltitudine degli eletti vale la parola di Paolo: "Perché l’amore di Dio è sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rom 5:5). Questo è l’amore che risveglia in noi la suddetta gioiosa fiducia di invocare Dio (Gal 4:6). D’altra parte, vediamo come Dio sia meravigliosamente arrabbiato con i suoi figli, anche se non cessa di amarli. Questo non perché li odi in se stesso, ma perché vuole spaventarli con la sensazione della sua ira, per umiliare l’orgoglio della carne, per smuoverli dalla loro pigrizia, e quindi per spronarli al pentimento. Perciò lo afferrano allo stesso tempo come colui che è arrabbiato con loro o con il loro peccato - e come colui che è benevolo con loro; perché non è ipocrisia quando gli chiedono di allontanare la sua ira - e tuttavia fuggono a lui con tranquilla fiducia! Da ciò consegue che non è ipocrisia quando persone che non hanno una vera fede sembrano tuttavia credere; no, perché si lasciano guidare da uno zelo improvviso, si ingannano con una falsa opinione! Senza dubbio l’accidia si è impossessata di loro, così che non esaminano i loro cuori così accuratamente come dovrebbero. Quelle persone di cui Giov testimoniò che "credettero in Cristo" (Giov 2,23) erano probabilmente di questo tipo, ma egli disse anche: "Ma Gesù non confidava in loro, perché li conosceva tutti… perché sapeva ciò che era nell’uomo" (Giov 2,24 s.). Molti di loro si sono allontanati dalla fede "generale" - chiamo questa fede "generale" perché la fede temporanea ha molto in comune con la fede viva e duratura! Altrimenti Cristo non avrebbe detto ai suoi discepoli: "Se perseverate nei miei detti, allora siete miei veri discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi" (Giov 8:31, 32). Si sta rivolgendo a coloro che hanno accettato il suo insegnamento, esortandoli a continuare nella fede per non spegnere pigramente la luce che è stata data loro. Ecco perché Paolo (Tt 1,1) assegna la fede ai soli eletti; egli mostra che molti periscono nella vanità perché non hanno preso una radice viva. Secondo il racconto di Matteo, Cristo dice anche: "Ogni pianta che il Padre mio celeste non ha piantato sarà sradicata" (Mat 15,13). Ma ci sono altri che sono pieni di falsità più grossolane: non si vergognano di ingannare Dio e gli uomini! Contro questo tipo di persone, che sotto un manto ingannevole rendono la fede empiamente meschina, Giacomo tratta acutamente (Giac 2,14 ss.). Persino Paolo non pretenderebbe una "fede non finta" dai figli di Dio (1Ti 1:5), se molti non volessero presumere ciò che non è loro, e se non ingannassero gli altri e talvolta se stessi con tale vana pretesa! Perciò egli paragona la buona coscienza a un contenitore in cui si conserva la fede, perché molti avevano perso la loro buona coscienza ed erano naufragati nella loro fede (1Ti 1:19, cfr. 3:9).

III,2,13 Dobbiamo anche considerare che la parola "fede" può avere diversi significati. Spesso significa "la sana dottrina della pietà". Questo è il caso del passaggio recentemente menzionato (1Tim 4,6). Nella stessa lettera l’apostolo Paolo vuole avere tali persone come diaconi "che abbiano il mistero della fede in una coscienza pura" (1Tim 3,9). Allo stesso modo la parola 1Tim 4,1 è usata dove Paolo annuncia che (negli ultimi tempi) "alcuni si allontaneranno dalla fede". D’altra parte dice di Timoteo che è stato "educato nelle parole della fede" (1Ti 4:6). Qui appartiene anche il passaggio in cui parla delle "chiacchiere poco spirituali, sciolte e le dispute dell’arte falsamente famosa" che hanno portato molti a cadere lontano dalla fede (1Ti 6:20, 21); altrove chiama tali persone "inadatte alla fede" (2Tim 3:8). Quando incarica anche Tito di esortare i membri della chiesa "ad essere sani nella fede" (Tt. 1,13; 2,2), egli intende per "solidità" della fede nient’altro che la purezza della dottrina, che facilmente cade in decadenza e degenera per la negligenza degli uomini. Poiché in Cristo, che la fede possiede, "sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza" (Col 2,3), la fede si riferisce all’intero ambito della dottrina celeste, da cui non può essere separata! D’altra parte, la fede è talvolta limitata a un singolo caso speciale, ad esempio quando Mat riferisce che Cristo vide la "fede" degli uomini che fecero scendere dal tetto l’uomo con la gotta (Mat 9,2), o quando Cristo stesso esclama di non aver trovato in Israele una fede come quella che aveva mostrato il centurione di Cafarnao (Mat 8,10). Si può supporre che pensasse esclusivamente alla guarigione di suo figlio (Calvino si riferisce qui a Giov 4,47 e seguenti): la preoccupazione per lui aveva occupato completamente il suo cuore. Ma poiché si accontenta solo della parola e della risposta di Cristo, e non chiede la sua presenza corporea, ecco perché Cristo si vanta così potentemente della sua fede. Sopra ho già spiegato come "fede" in Paolo può significare il dono di fare miracoli (cfr. setta 9), che può essere dato anche a persone che non sono nate di nuovo dallo Spirito di Dio e non temono seriamente Dio. In un altro luogo, "fede" in Paolo è anche sinonimo dell’istruzione con cui ci viene insegnata la fede. Quando scrive che la fede cesserà un giorno (1Cor 13:10; il passo non lo dice letteralmente!), dobbiamo senza dubbio riferirci al ministero di predicazione della chiesa, che è ancora utile alla nostra debolezza oggi. C’è ovviamente una corrispondenza in tutte queste espressioni (menzionate finora). Ma se poi la parola "fede" continua ad essere applicata in un senso inautentico anche dove si fanno dichiarazioni false e affermazioni ingannevoli, questo è un trasferimento di nomi non più duro dell’uso dell’espressione "timore del Signore" per designare il culto perverso e corrotto di Dio! Così sentiamo più volte nella storia sacra che i popoli stranieri che si erano stabiliti in Samaria e nelle zone circostanti avevano "temuto" divinità immaginarie e il Dio d’Israele! (2 Re 17:24 e seguenti). Eppure quello che hanno fatto non significa niente di meno che mescolare il cielo e la terra insieme! Ma noi chiediamo qui che tipo di fede è quella che distingue i figli di Dio dai non credenti, che ci fa invocare Dio come Padre, attraverso la quale passiamo dalla morte alla vita, attraverso la quale Cristo, la salvezza e la vita eterna, abita in noi. Spero di aver ora spiegato brevemente e chiaramente il potere e la natura di questa fede.

III,2,14 Ripercorriamo ora una per una le parti della definizione sopra data dell’essenza della fede (cfr. Sez. 7 Conclusione, pag. 347). Quando li avremo discussi a fondo, credo che non rimarrà alcun dubbio. Abbiamo chiamato la fede cognizione (cognitio). Con questo non intendiamo quella comprensione che avviene nel caso di oggetti soggetti alla nostra facoltà umana di percezione (sensus). Questa cognizione è superiore, e quindi lo spirito umano deve elevarsi al di sopra di se stesso, lasciarsi alle spalle, per raggiungerla. Ma anche quando l’ha raggiunto, non afferra ciò che sente. Piuttosto, ottiene una ferma convinzione di qualcosa che non può afferrare, ma questa convinzione è di un tipo tale che attraverso la sua certezza capisce più di quanto potrebbe se afferrasse le cose umane con la sua facoltà concettuale. Per questo Paolo lo descrive meravigliosamente: "affinché comprendiate… quale sia l’ampiezza, la lunghezza, la profondità e l’altezza, conoscendo anche l’amore di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza" (Efes 3,18 s.). Con queste parole voleva mostrare che la realtà che la nostra comprensione (mens) coglie nella fede è infinita in ogni direzione, e che questo modo di conoscere è molto più sublime di ogni comprensione (intelligentia). Ma poiché il Signore ha rivelato ai suoi santi il mistero della sua volontà, "che era nascosto dal mondo e dai secoli" (Col 1:26; 2:2), è ben fondato quando la fede è ripetutamente chiamata conoscenza (agnitio) nella Scrittura. Giov la chiama addirittura conoscenza: secondo la sua testimonianza, i credenti sanno di essere figli di Dio (1Gio 3:2). In effetti, è una conoscenza, ma si basa sul fatto che hanno raggiunto la certezza attraverso la convinzione della verità divina, non sull’istruzione della ragione. Questo è dimostrato anche dalle parole di Paolo: "Mentre camminiamo nel corpo, camminiamo lontano dal Signore, perché camminiamo per fede e non per vista" (2Cor 5:6 s.). Qui ci fa capire come ciò che afferriamo per fede è tuttavia nascosto lontano da noi e dalla nostra vista. Così troviamo che la conoscenza della fede consiste nella certezza, ma non nell’apprensione.

III,2,15 WChiamiamo inoltre la conoscenza della fede "ferma e certa" per esprimere con più forza la permanenza della convinzione. Perché la fede non si accontenta di un’opinione incerta e vacillante, né di una visione oscura e confusa, ma richiede una certezza piena e ferma, come quella che siamo soliti avere riguardo alle cose stabilite e provate. Perché l’incredulità è così profondamente insediata e radicata nei nostri cuori, e la nostra inclinazione ad essa è così grande, che sebbene tutti professino con la bocca che Dio è fedele, nessuno ne ottiene la convinzione senza una dura lotta. Soprattutto quando si tratta di una riunione, tutti noi vacilliamo e quindi riveliamo il danno che era nascosto nei nostri cuori. Non per nulla, però, lo Spirito Santo sottolinea l’autorità della Parola di Dio con parole di lode così gloriose: ma così facendo vuole guarire quella malattia che ho appena descritto, affinché Dio trovi con noi piena fiducia nelle sue promesse. "Le parole del Signore", dice Davide, "sono pure come l’argento affinato in un vaso di terra, provato sette volte" (Sal 12,7). Allo stesso modo, "Le parole del Signore sono raffinate; egli è uno scudo per tutti coloro che confidano in lui" (Sal 18:31). Anche Salomone lo afferma con quasi le stesse parole: "Tutte le parole di Dio sono purificate…" (Prov 30:5). Ma poiché il Sal 119 tratta quasi esclusivamente questo argomento, sarebbe superfluo riprodurre qui altri passaggi. Così come spesso Dio loda la Sua Parola in questo modo, Egli rimprovera anche la nostra incredulità, perché non vuole ottenere altro che sradicare il dubbio perverso dal nostro cuore. Molti infatti si aggrappano alla misericordia di Dio, ma in modo tale che ne ricevono ben poco conforto. Questo perché si lasciano imprigionare dalla misera paura e dal dubbio se Dio continuerà ad essere misericordioso con loro in futuro: tracciano limiti molto stretti alla bontà di Dio di cui pensano di essere così completamente convinti. Credono che questa bontà è grande e ricca, che si è riversata su molti ed è aperta e pronta per tutti, ma pensano ancora che non è certo che li raggiunga, o meglio, che siano capaci di raggiungerla! Un tale pensiero, che si ferma a metà del cammino, è una mezza misura. Per questo fa poco per rafforzare il nostro spirito con una calma fiduciosa, ma ha piuttosto un effetto inquietante con il suo dubbio vacillante. La "piena fiducia" che viene sempre attribuita alla fede nella Scrittura è ben diversa: essa pone la bontà di Dio, che è così chiaramente tenuta davanti ai nostri occhi, fuori da ogni dubbio. Ma questo non può accadere senza che noi sentiamo e sperimentiamo veramente la dolcezza della bontà di Dio. Ecco perché l’Apostolo fa derivare la fiducia (fiducia; confidenza) dalla fede, e da questa a sua volta la gioia audace (audacia). Perché egli dice: "Per mezzo del quale abbiamo gioia e accesso in ogni fiducia mediante la fede in lui" (Efes 3:12). Con queste parole mostra veramente che la vera fede è solo dove abbiamo il coraggio di venire davanti al volto di Dio con un cuore tranquillo. Questa gioia audace viene solo da una certa fiducia nella benevolenza e nella salvezza di Dio. Questo è così vero che la parola "fede" è spesso usata per "fiducia".

III,2,16 La cosa principale della fede è che non consideriamo le promesse che il Signore ci fa come vere solo fuori di noi, ma per niente dentro di noi, ma che le afferriamo interiormente e le facciamo nostre. Solo da questo cresce la fiducia che Paolo chiama "pace" in un altro passo (Rom 5,1) - a meno che qualcuno non preferisca derivare questa pace dalla fiducia. Questa pace è una certezza che rende la nostra coscienza calma e allegra di fronte al giudizio divino. Senza questa sicurezza, la nostra coscienza deve necessariamente essere tormentata da un terrore impetuoso, addirittura quasi lacerata, a meno che non dimentichi forse Dio e se stessa e si addormenti così per un momento. Ma questo funziona davvero solo per un momento, questa miserabile dimenticanza non può essere assaporata a lungo - al contrario, il pensiero del giudizio di Dio si ripresenterà molto rapidamente e lo tormenterà ferocemente. Tutto sommato, solo un uomo che è convinto con ferma certezza che Dio è il suo Padre benevolo e benintenzionato, e che si aspetta tutto dalla sua bontà, solo un uomo che confida nelle promesse della benevolenza divina verso di lui e quindi si aspetta audacemente la beatitudine, libero dal dubbio, è veramente fedele. L’apostolo descrive tali persone con le parole: "Se altrimenti manteniamo la fiducia e ci vantiamo nella speranza fino alla fine" (Ebr. 3,14; non il testo di Lutero). Solo lì vede la vera speranza nel Signore, dove ci si vanta con fiducia di essere un erede del regno dei cieli. Un credente, dico, è solo uno che sta fiduciosamente nella certezza della sua salvezza e si beffa allegramente del diavolo e della morte, come impariamo dalla gloriosa esclamazione di Paolo: "Io sono sicuro che né la morte né la vita, né gli angeli né i principati né le potenze, né le cose presenti né quelle future… potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù…" (Rom 8,37.38). Secondo Paolo, gli occhi della nostra mente sono illuminati solo quando riconosciamo la speranza dell’eredità eterna alla quale siamo stati chiamati (Efes 1,18). Così insegna dappertutto, e con questo vuole far capire che non possiamo comprendere correttamente la bontà di Dio senza trarne il frutto di una grande certezza.

III,2,17 Ma qualcuno forse dirà: ciò che i credenti sperimentano è qualcosa di ben diverso; spesso accade loro che, mentre riflettono sulla grazia divina nei loro confronti, sono sfidati dall’inquietudine, sì, a volte sono scossi dal terrore più terribile; la forza delle tentazioni che cercano di confondere il loro essere interiore è enorme - e tutto questo non sembra far rima con la certezza della fede! Se, dunque, vogliamo che la dottrina come l’abbiamo sviluppata sopra duri, dobbiamo sciogliere questo nodo. Quando insegniamo che la fede deve essere certa e sicura, non intendiamo certo con questo una certezza che non sia più toccata dal dubbio, una sicurezza che non sia più oppressa dalla preoccupazione e dalla paura; no, diciamo che il fedele è sempre in lotta contro la propria mancanza di fiducia. Non pensiamo alle loro coscienze che vivono in una tranquilla tranquillità, che nessun’altra scossa potrebbe mettere in discussione. Ma per quanto siano afflitti, neghiamo, d’altra parte, che si allontanino o si allontanino dalla certa fiducia che hanno ottenuto dalla misericordia di Dio! Il più glorioso e memorabile esempio di fede che vediamo nelle Scritture è Davide - specialmente quando consideriamo la sua vita nel contesto. Ma anche lui non era certo sempre di animo tranquillo; questo è evidente da tante lamentele, di cui dobbiamo citare solo alcune. Egli rimprovera la violenta inquietudine della sua anima, e nel farlo non fa altro che arrabbiarsi con la sua stessa incredulità: "Perché sei addolorata, o anima mia, e sei turbata dentro di me; aspetta Dio…" (Sal 42:6, 12; 43:5). Quel turbamento interiore in cui si sentiva abbandonato da Dio era certamente un chiaro segno di mancanza di fiducia. Leggiamo una confessione ancora più aperta nel 31 Salmo: "Ho detto nella mia angoscia: sono stato scacciato dai tuoi occhi…". (Sal 31:23). Anche in altri passaggi, egli discute con se stesso in una confusione spaventosa e deplorevole, anzi, egli stesso si interroga sulla natura di Dio: "Dio ha dimenticato di essere misericordioso? Sarà poi scacciato per sempre?". (Sal 77,10; seconda metà non testo di Lutero). La continuazione è ancora più dura: "Ma io ho detto: ora devo perire; perché la destra dell’Altissimo è cambiata!" (Sal 77,11; non il testo di Lutero, ma piuttosto vicino al testo base). Qui è come un uomo disperato, e sta parlando a se stesso di distruzione; confessa non solo che il dubbio lo spinge ad andare avanti e indietro, ma anche che, come se fosse sconfitto nella battaglia, non c’è più niente per lui; perché Dio lo ha - così pensa - abbandonato, e ha rivolto la sua mano, che altrimenti gli era così utile, a distruggerlo! Non è senza motivo che egli chiama la sua anima: "Sii di nuovo soddisfatta, anima mia!". (Sal 116:7); perché aveva sperimentato come era stato strappato in mezzo alle onde impetuose. Eppure accade il miracoloso: in mezzo a tutti questi sconvolgimenti, la fede sostiene il cuore del pio; essa è veramente come una palma: contro tutti i pesi si raddrizza e si distende in alto! Così anche Davide, quando poteva sembrare completamente schiacciato, si rimproverava soltanto e non cessava di elevarsi a Dio. Ma chi si rifugia nella fede al di sopra di ogni conflitto con la propria debolezza nelle sue paure ha già vinto una buona parte della vittoria! Questo si può vedere, tra l’altro, in un detto come questo: "Aspettate il Signore! Abbiate fiducia, egli rafforzerà il vostro cuore! Raccogli la tua forza nel Signore!". (Sal 27,14; non il testo di Lutero). Lì si accusa di paura, e ripetendo l’auto-incoraggiamento (Harre des Herrn!) egli stesso confessa che a volte è soggetto a molti impulsi! Ma nel frattempo, sotto tali afflizioni, non è affatto a suo agio con se stesso, e si sforza strenuamente per migliorare. Forse si potrebbe paragonare un tale credente più da vicino al re Ahaz in un giusto esame: c’è veramente una grande differenza. Isa fu mandato a somministrare un rimedio a questo re ipocrita e senza Dio; si rivolse a lui: "Attento, stai fermo e non temere…" (Isa 7:4). E cosa fece Ahaz? Rimase esattamente come viene descritto prima: "allora il suo cuore tremò come gli alberi della foresta tremano al vento!". (Isa 7:2). Non si lasciò smuovere in alcun modo dalla sua paura proprio dalla promessa che aveva sentito. Ecco dunque la vera ricompensa, la vera punizione per l’incredulità: chi non apre la porta nella fede trema a tal punto che si allontana da Dio nel mezzo della tentazione! I fedeli, invece, che sono piegati dal peso della tentazione e quasi schiacciati a terra, tuttavia si rialzano sempre, anche se non senza sforzo e difficoltà! E poiché sanno della propria debolezza, pregano con il profeta: "E non togliere dalla mia bocca la parola di verità…" (Sal 119,43). Poi impariamo che a volte tacciono, come se la loro fede fosse stata schiacciata a terra; ma tuttavia non si arrendono e non fuggono, ma proseguono sempre la loro lotta, lottando con le loro preghiere contro la loro pigrizia, per non diventare ottusi di indulgenza contro se stessi!

III,2,18 Se vogliamo capire bene questo, dobbiamo tornare alla differenza tra la carne e lo spirito che abbiamo già menzionato, perché è particolarmente chiara in questo passo. Il cuore devoto, dunque, sente in sé una differenza: da un lato, si sente addolcito dalla conoscenza della bontà divina; dall’altro, è amaramente spaventato dal senso della propria miseria; da un lato, riposa saldamente sulla promessa del Vangelo; dall’altro, trema alla testimonianza della propria ingiustizia; da un lato, si rallegra perché gli è permesso di prendere la vita, dall’altro, è spaventato dalla morte! Questa disparità è dovuta al fatto che la fede è imperfetta; perché nel corso di questa vita non siamo mai così bene da essere completamente guariti dalla malattia della nostra mancanza di fede, e completamente riempiti e posseduti dalla fede. Tutto questo conflitto nasce in modo tale che la mancanza di fede, che rimane nei resti della carne, si alza per combattere contro la fede che ha messo radici nel nostro essere interiore. Ma se in una mente credente la certezza è sempre mescolata al dubbio, non dobbiamo allora giungere sempre alla conclusione che la fede non è certa e chiara, ma consiste solo in una conoscenza oscura e confusa della volontà divina nei nostri confronti. Perché anche se siamo spinti dai pensieri più diversi, non siamo immediatamente strappati dalla fede; e anche se la mancanza di fiducia ci tormenta ovunque con il suo andirivieni, non siamo inghiottiti dal suo abisso. Anche se siamo scossi, non cadiamo comunque dalla nostra posizione! Tale lotta finisce sempre con la fede che vince vittoriosamente le afflizioni che la assediano e sembrano metterla in pericolo.

III,2,19 La cosa principale è questa. Non appena la minima goccia di fede viene spruzzata nei nostri cuori, cominciamo a vedere il volto di Dio come dolce e gentile e grazioso per noi, forse lontano, in lontananza, ma con tale certezza che sappiamo di non essere ingannati! Se poi procediamo - e dobbiamo sempre procedere! Man mano che andiamo avanti, per così dire, arriviamo sempre più ad una visione più vicina e quindi più certa del suo volto: così ci diventa sempre più familiare proprio mentre andiamo avanti. Se la nostra mente è illuminata dalla conoscenza di Dio, la vediamo all’inizio ancora avvolta da ogni tipo di ignoranza, che lentamente sfugge. Tuttavia, il fatto che non conosca molte cose e che veda ancora ciò che vede in modo oscuro non gli impedisce di godere della chiara conoscenza della volontà divina nei suoi confronti - e questa è la prima e più importante cosa nella fede! Se un uomo giace imprigionato e nella sua prigione vede i raggi del sole solo brillare attraverso una finestra stretta, storta e, per così dire, dimezzata, gli viene effettivamente impedito di vedere il sole liberamente - eppure si tratta di una radiosità reale che egli afferra con gli occhi e ne fa uso! Allo stesso modo, anche noi siamo rinchiusi nelle catene del corpo terreno, e tutto intorno giace nelle tenebre e nell’ombra; ma se anche solo un po’ della luce di Dio risplende su di noi e ci rivela la Sua misericordia, riceviamo abbastanza illuminazione per giungere a una ferma certezza.

III,2,20 Entrambi (cioè la potenza e la debolezza della fede!) l’apostolo insegna molto finemente in vari luoghi. Egli dichiara: "La nostra conoscenza è frammentaria, e la nostra profezia è frammentaria, … ora vediamo attraverso uno specchio in una parola oscura …" (1Cor 13:9, 12); lì ci mostra quale piccolo pezzo di quella saggezza divina ci è realmente dato in questa vita presente. In queste parole non ci dice che la nostra fede è imperfetta finché gemiamo sotto il peso della carne, ma ci mostra che la nostra imperfezione è la ragione per cui dobbiamo sempre imparare di nuovo; ma ci dice che con la nostra misura e nella nostra limitatezza non possiamo afferrare ciò che è incommensurabile. E questo è ciò che Paolo proclama di tutta la Chiesa: la nostra ignoranza è una pietra d’inciampo e un ostacolo per tutti noi, così che non possiamo avvicinarci come vorremmo. Ma come Dio ci dia un gusto sicuro e del tutto inconfondibile di Lui anche attraverso la più piccola goccia di fede, Paolo lo testimonia in un altro passaggio sottolineando: attraverso il vangelo vediamo la gloria di Dio a viso scoperto, senza alcuna copertura, con tale potenza che siamo "trasfigurati nella stessa immagine!" (2Cor 3:18). Se siamo circondati da tanta ignoranza, ci deve essere anche molto dubbio e trepidazione, soprattutto perché il nostro cuore è naturalmente incline all’incredulità. Poi arrivano le tentazioni e ci attaccano continuamente con grande impeto, infinite nel numero e molteplici nella loro natura. Soprattutto, la nostra stessa coscienza è appesantita dal peso dei peccati che giace su di essa, e presto si lamenta e sospira a se stessa, presto si accusa, a volte brontola in silenzio, a volte si infuria pubblicamente! Ogni volta che la ripugnanza ci mostra l’ira di Dio, ogni volta che la nostra coscienza trova in se stessa la prova e la causa di questa ira, l’incredulità prende sempre da essa proiettili e strumenti di tempesta per gettare a terra la nostra fede; ma tutti questi tentativi hanno un solo scopo, che noi pensiamo che Dio ci sia ostile, che sia arrabbiato contro di noi, così che non dobbiamo più sperare in nessun aiuto da Lui e dobbiamo temerlo come temiamo il nostro nemico mortale!

III,2,21 Per poter resistere a tali tentativi, la fede si arma e si protegge con la parola del Signore. E quando una tale tentazione lo assale, che cerca di fargli credere che Dio è un nemico, perché è arrabbiato, la fede gli tiene contro che è misericordioso, anche quando ci castiga, che il castigo scaturisce dall’amore e non dall’ira; quando il pensiero cerca di colpirlo che Dio è il vendicatore della nostra ingiustizia, gli tiene contro che il perdono è pronto per tutte le offese, ogni volta che un peccatore si rifugia nella bontà di Dio. Così, per quanto una mente pia possa essere turbata e afflitta, alla fine si eleva al di sopra di tutte le difficoltà e non permette che la sua fiducia nella misericordia di Dio le sia tolta di mano. No, tutte le lotte che lo affliggono e lo stancano devono piuttosto finire finalmente in una fiduciosa certezza. La prova di questo è il fatto che i santi, proprio quando pensano di essere più duramente afflitti dalla vendetta di Dio, gli portano le loro lamentele, e quando sembra loro che egli non voglia affatto ascoltarli, lo invocano ancora! A cosa servirebbe lamentarsi con uno da cui non possono aspettarsi alcuna consolazione? Certamente non avrebbero mai pensato di chiamarlo se non avessero creduto che egli aveva in serbo qualche aiuto per loro! Così i discepoli, di cui Cristo rimproverò la poca fede, si lamentarono: "Noi periremo" - ma loro lo implorarono di aiutarlo! (Mat 8,25). Se poi il Signore li rimprovera per la loro poca fede, non li caccia dalla compagnia dei suoi, né li annovera tra gli increduli, ma li esorta a rifiutare questa infermità! Dobbiamo dunque riaffermare ciò che abbiamo già detto sopra: la radice della fede non è mai strappata da un cuore devoto, ma rimane saldamente attaccata nel profondo, per quanto possa essere tagliata e sembrare che si sporga; la luce della fede non è mai così oscurata o spenta che non brilli ancora sotto la cenere. Questa è una prova evidente che la Parola, che è un seme imperituro, produce un frutto della sua stessa natura, il cui germoglio non appassisce e non perisce mai del tutto. Certamente è un terribile motivo di disperazione per i santi quando sentono la mano di Dio tesa alla loro distruzione secondo l’apparenza presente; ma tuttavia la speranza di Giobbe, secondo la sua confessione, va così lontano che non cesserebbe di sperare nel Signore anche se Egli - lo uccidesse! (Giobbe 13:15; non il testo di Lutero). È proprio così: l’incredulità non regna all’interno, nel cuore dei pii, ma li deruba dall’esterno; può accanirsi contro di loro, ma non li ferisce a morte con le sue frecce; se li ferisce, almeno la ferita non è incurabile! Perché la fede, come insegna Paolo, è uno scudo per noi (Efes 6:16): se la teniamo contro i proiettili del nemico, assorbe la loro violenza, in modo che siano completamente tagliati, o almeno così spezzati da non andare in vita. Se, dunque, la fede è scossa, è come quando un guerriero altrimenti saldo perde il suo saldo portamento sotto la forza di un colpo violento e deve cedere un po’; ma se tale fede stessa è ferita, è come quando uno scudo riceve una breccia sotto la forza (di un proiettile), ma non è ancora trafitto! Perché la mente pia arriva sempre così in alto da poter dire con Davide: "Anche se cammino nell’ombra della morte, non ho paura, perché tu sei con me…! (Sal 23,4; non il testo di Lutero). È certamente terribile camminare nelle tenebre della morte, e non può essere altrimenti che i credenti, per quanto fermi possano essere, ne siano spaventati. Ma il pensiero che hanno Dio presente con loro e che si prenderà cura della loro salvezza ha ancora il sopravvento; e così la paura è subito vinta dalla ferma certezza. Agostino dice: "Qualunque cosa il diavolo possa portare contro di noi, sarà scacciato perché non possiede il cuore in cui abita la fede! Così, a giudicare dal risultato, i credenti escono indenni da ogni battaglia, così che subito dopo sono pronti ad entrare di nuovo sul campo di battaglia con forza rinnovata; infatti, si adempie anche ciò che dice Giov nella sua prima epistola: "La nostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo!" (1Gio 5:4). Perché la fede non è rimanere vittoriosa in un solo incontro, o in pochi, o contro un solo attacco, ma prevalere contro il mondo intero, anche se può essere attaccata mille volte!

III,2,22 C’è un altro tipo di timore e tremore, che, naturalmente, non toglie la certezza della fede, ma piuttosto la rende più forte e solida. Se (per esempio) i fedeli considerano gli esempi di castigo divino sugli empi come ammiccamenti di Dio a loro stessi, staranno attenti a non portare l’ira di Dio su di loro con gli stessi vizi. Oppure, considerando la propria miseria, impareranno sempre più ad attaccarsi completamente al Signore, senza il quale sanno di essere più fuggitivi e vani di qualsiasi alito di vento. Così l’apostolo presenta ai Corinzi i castighi con cui il Signore ha punito una volta il popolo d’Israele e li spaventa affinché non si impiglino nella stessa cattiveria (1Cor 10:11). In questo modo non scuote la loro fede, ma scaccia solo la pigrizia della loro carne, che tende a distruggere invece di rafforzare la loro fede! Quando prende la caduta dei Giudei come occasione per ammonire: "Chi crede di stare in piedi stia attento a non cadere" (1Cor 10:12). (1Cor 10:12; Rom 11:20), non ci fa vacillare e vacillare, come se non fossimo abbastanza sicuri della nostra fermezza, ma ci toglie semplicemente l’arroganza e la fiducia presuntuosa nelle nostre proprie forze, per evitare che i Gentili, che sono stati accettati al loro posto dopo la cacciata dei Giudei, si vantino troppo arrogantemente! Tuttavia, in questo passaggio non si rivolge solo ai fedeli, ma include nel suo discorso anche gli ipocriti, che si vantavano solo di un aspetto esteriore. La sua ammonizione non si applica a singole persone, ma paragona i Giudei con i Gentili; prima mostra come i Giudei, nel loro rifiuto, ricevono la giusta punizione per la loro incredulità e ingratitudine, e poi ammonisce i Gentili affinché non perdano, nell’orgoglio e nella pomposità, la grazia della figliolanza che era appena stata data loro. Ma come in quel rifiuto dei Giudei rimasero alcuni di loro che non erano affatto caduti dal patto di adozione filiale, così anche dall’altra parte potevano apparire tra i Gentili persone che, senza vera fede, si gonfiavano solo per una sciocca fiducia in se stessi della carne, e così abusavano della bontà di Dio a loro danno. Ma anche se si pensa che questo passaggio sia indirizzato solo agli eletti e ai fedeli, non c’è nulla di incoerente in esso. Perché è un’altra cosa se l’apostolo frena la presunzione che, per i resti della carne, a volte turba anche i fedeli, in modo che non si lascino andare a insensate confidenze, o se scuote la coscienza con paura, in modo che non possa riposare con piena sicurezza nella misericordia di Dio!

III,2,23 Quando Paolo prosegue insegnando: "Create la vostra beatitudine con timore e tremore" (Fili 2,12), non chiede altro che abituarci ad umiliarci profondamente e a guardare alla sola forza del Signore. Perché niente può spingerci a gettare la fiducia e la sicurezza dei nostri cuori sul Signore come la sfiducia in noi stessi e la paura che nasce in noi dalla coscienza del nostro bisogno. In questo senso dobbiamo anche comprendere le parole del profeta: "Ma io entrerò nella tua casa sulla tua grande bontà, e adorerò… nel tuo timore" (Sal 5:8). Lì il profeta combina molto finemente l’audace gioia della fede, che si basa sulla misericordia di Dio, con il timore timido (religioso timore), che è necessario per noi ogni volta che veniamo davanti al volto della maestà divina e riconosciamo dal suo splendore quanto grande sia la nostra impurità. Salomone dice anche giustamente: "Beato chi teme sempre, ma chi indurisce il suo cuore cadrà in errore" (Prov 28:14). Ma qui intende la paura che ci rende più cauti, non quella che ci colpisce con il suo attacco. Ecco: lo spirito, confuso in se stesso, si raccoglie in Dio; in Lui si innalza, mentre in se stesso si adagia; è senza fiducia in se stesso, ma nella fiducia in Lui respira di nuovo! Così è del tutto possibile per i credenti avere paura e allo stesso tempo ottenere la più certa consolazione, a seconda che dirigano il loro sguardo verso la propria vana natura o dirigano tutti i sensi del loro cuore verso la verità di Dio. Ora forse qualcuno chiederà: come possono allora il timore e la fede avere la loro dimora nello stesso cuore? Rispondo: così come, d’altra parte, la pigra sicurezza e la paura dimorano insieme in essa! Perché i malvagi vorrebbero indurirsi completamente, in modo che il timore di Dio non li tormenti più; ma il giudizio di Dio li incalza in modo che non ottengano ciò a cui aspirano. Così nulla impedisce a Dio di esercitare i suoi nell’umiltà, affinché si tengano nella briglia della modestia in una lotta coraggiosa. Questo, come si può vedere dal contesto, era l’intenzione dell’apostolo: per "timore e tremore" egli dà come motivo il buon piacere di Dio, che dà ai suoi affinché compiano rettamente e diligentemente la loro volontà (Fili 2,12.13). In questo senso dobbiamo anche comprendere le parole del profeta: "I figli d’Israele… verranno con tremore al Signore e alla sua misericordia…" (Os 3:5); perché non è la sola pietà che produce riverenza per Dio, ma la delizia e la dolcezza della grazia stessa riempie l’uomo che è umiliato in se stesso di timore e allo stesso tempo di ammirazione, così che si aggrappa a Dio e si sottomette umilmente alla sua potenza.

III,2,24 Ma dicendo questo non intendo dare spazio alla perniciosa saggezza mondana che alcuni semi-papisti cominciano oggi a forgiare nei loro angoli. Poiché non possono più difendere il rozzo dubbio tramandato dalle scuole (papiste), ricorrono a una nuova fantasia: dicono che la fiducia è sempre mescolata all’incredulità! Se guardiamo a Cristo, troviamo, secondo la loro ammissione, pieno motivo di gioiosa speranza in lui; ma poiché siamo sempre indegni di tutti quei beni che ci vengono offerti in Cristo, pensano che dobbiamo sempre vacillare ed esitare in vista della nostra indegnità. Così, tutto sommato, essi pongono la coscienza tra la speranza e il timore; così che questi due sono sempre separati in noi; ma timore e speranza si contrappongono in modo tale che con l’avvento della speranza si combatte il timore, e con l’avvento del timore si spezza la speranza. Così Satana, vedendo che gli strumenti di tempesta aperta con cui prima era abituato a distruggere la certezza della fede non sono più efficaci, cerca di abbattere questa certezza con mine sotterranee. Perché che tipo di fiducia è questa che cede immediatamente il passo alla disperazione? Dicono: "Se guardi a Cristo, sei sicuro della salvezza, ma se torni a te stesso, sei sicuro della dannazione! Così l’infedeltà e la gioiosa speranza devono alternativamente regnare nel tuo spirito!". Come se dovessimo pensare a Cristo, per così dire, come uno che sta lontano! Come se non dovessimo piuttosto pensare a lui come colui che abita in noi! Se ci aspettiamo la salvezza da lui, non è perché ci appare in lontananza, ma perché ci ha incorporato nel suo corpo e ci ha reso così partecipi non solo di tutti i suoi beni e doni, ma di se stesso! Preferisco quindi volgere l’argomento di queste persone in un’altra direzione: "Certamente, se ti guardi, sei sicuro della dannazione. Ma Cristo si è dato a te con tutta la pienezza dei suoi beni in modo tale che tutto ciò che è suo sia ora tuo, che tu diventi suo membro e in questo modo uno con lui! La sua giustizia annulla i tuoi peccati, la sua salvezza annulla la tua condanna, con la sua degnazione egli stesso intercede per te presso Dio, affinché la tua indegnità non si presenti davanti al volto di Dio!" È proprio così: non si tratta lontanamente di separare Cristo da noi o noi da lui, ma dobbiamo tenere stretta con entrambe le mani la comunione in cui si è unito a noi. Così l’apostolo ci insegna: "Il corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito di Cristo che abita in voi è vita a causa della giustizia" (Rom 8:10, un po’ ampliato). Se avesse pensato stupidamente come quei mezzi papisti, avrebbe dovuto dire: Cristo ha davvero la vita in sé, ma voi, voi siete peccatori e quindi rimanete morti e soggetti alla condanna! Ma lui parla in modo molto diverso. Perché ci mostra come la condanna che meritiamo da noi stessi è inghiottita dalla salvezza che Cristo ci ha portato; e per confermare questo si serve della stessa ragione che ho già dato: Cristo non è separato da noi, ma abita in noi; non solo ci lega a sé con un indissolubile legame di comunione, ma con una meravigliosa comunione cresce sempre più insieme a noi giorno per giorno in un unico corpo, fino a diventare interamente uno con noi. Tuttavia, come ho già detto, non nego che la nostra fede subisca a volte una sorta di interruzione, in quanto è sballottata nella sua debolezza sotto i feroci assalti che la assalgono. Così la sua luce è soffocata nell’oscurità densa delle tentazioni. Ma qualunque cosa accada, non cessa di cercare Dio diligentemente!

III,2,25 Bernardo non insegna diversamente; parla espressamente di questa questione nel suo quinto sermone sulla dedicazione del tempio. "Quando, per la benevolenza di Dio, rifletto talvolta sulla mia anima, mi sembra di trovarvi, per così dire, due cose opposte. Se lo guardo io stesso, così com’è in sé e da sé, non posso dire niente di più vero di quello che è fondamentalmente venuto al nulla. Che bisogno ho di enumerare tutte le sue miserie, come è carica di peccati, coperta di tenebre, impigliata nelle sue concupiscenze, come è lussuriosa nei suoi desideri, soggetta alle passioni, piena di immaginazioni sciocche, sempre incline al male, pronta per tutti i vizi, come è infine piena di vergogna e confusione? E se anche la nostra giustizia, vista alla luce della verità, "è come una veste sporca" (Isa 64,5), come sarà giudicata la nostra ingiustizia! Se la luce che è in noi è tenebra, quanto sarà grande l’oscurità! (Mat 6:23; leggermente modificato). Cosa posso dire? Senza dubbio, l’uomo è diventato come la vanità, è diventato vuoto, non è niente! Ma come può essere nulla colui che Dio rende grande? Come può essere nulla colui al quale è rivolto il cuore di Dio? Tiriamo un sospiro di sollievo, fratelli! Noi non siamo certamente nulla nei nostri cuori - ma forse ci può essere qualcosa di nascosto in noi nel cuore di Dio! Padre di misericordia, Padre dei miserabili, come rivolgi il tuo cuore verso di noi? Perché il tuo cuore è dove si trova il tuo tesoro! Ma come potremo essere il tuo tesoro, se non siamo niente? Tutti i pagani sono davanti a te, come se non ci fossero; non sono contati per niente (Isa 40,17). Ma davanti a te e non in te, davanti al giudizio della tua verità, ma non nello slancio della tua bontà! Perché tu chiami a ciò che non è, come se lo fosse! (Rom 4:17; non il testo di Lutero). Non lo è, perché tu chiami solo ciò che non lo è! Ma lo è, perché tu lo chiami! Perché i gentili, quando si tratta di se stessi, non lo sono davvero, ma con voi lo sono - secondo la parola dell’apostolo: "Non per merito delle opere, ma per la grazia del chiamante!" (Rom 9:12). (Alla faccia di Bernhard all’inizio). Poi spiega che questa connessione dei diversi modi di vedere le cose è meravigliosa. Sono collegati l’uno con l’altro, e quindi non si annullano certo a vicenda. Alla fine lo spiega ancora più chiaramente: "Se consideriamo a fondo ciò che siamo in entrambi i modi di guardare le cose, allora secondo l’uno vediamo come niente affatto, e secondo l’altro quanto grandemente siamo fatti, e così penso che la nostra gloria sembra essere diminuita - ma forse è anche aumentata; perché ora è fondamentale, così che non ci vantiamo in noi stessi, ma nel Signore! Perché se consideriamo questa cosa, che con la decisione di farci benedire ci farà anche benedire tutti insieme, possiamo già tirare un sospiro di sollievo! Ma vogliamo ancora salire a un livello più alto, vogliamo cercare la città di Dio, vogliamo cercare la Sua casa, il Suo tempio, vogliamo cercare la Sposa! Non l’ho dimenticato, certo, ma con timore e riverenza lo dico: siamo qualcosa, dico - ma nel cuore di Dio! Noi siamo qualcosa - ma in quanto Lui ci rende degni di questo, e non in quanto noi siamo degni!".

III,2,26 Inoltre: il timore del Signore, che è attestato più volte come proprio di tutti i credenti, che è considerato come "l’inizio della saggezza", anzi come la saggezza stessa (Sal 111,10; Prov 1,7; 15,31; Giobbe 28,28), è sì sempre uno e lo stesso, ma tuttavia scaturisce da un doppio sentimento. Perché Dio reclama la riverenza dovuta a Lui come Padre e quella dovuta a Lui come Signore. Chi vuole onorarlo come si deve, si sforzerà di dimostrargli di essere un figlio obbediente e un servo obbediente. L’obbedienza che gli è dovuta come Padre, il Signore, per bocca del Profeta, chiama "onore"; l’obbedienza che gli è dovuta come Signore, chiama "timore". "Un figlio onorerà suo padre e un servo il suo signore. Sono dunque padre, dov’è il mio onore? Sono io Signore, dove mi temono?". (Mal 1:6). Qui distingue "onore" e "timore" - ma allo stesso tempo unisce le due cose combinandole all’inizio sotto la richiesta di "onorarlo". Il timore del Signore è dunque la riverenza nei nostri confronti, che è messa insieme da tale onore e timore. Né c’è da meravigliarsi se uno stesso cuore riceve in sé entrambi gli impulsi. Perché colui che considera in se stesso quale Dio Padre è verso di noi, ha motivo sufficiente per aborrire un’offesa contro questo Dio peggiore della morte, anche se non ci fosse l’inferno! Ma l’imprudenza della nostra carne, che si abbandona così facilmente al peccato, è così grande che, per tenerla sempre sotto controllo, dobbiamo anche tenere a fondo l’altro pensiero: per il Signore, sotto il cui potere siamo, ogni ingiustizia è un abominio, e chi provoca la sua ira contro se stesso con una vita di vizi non sfuggirà alla sua punizione!

III,2,27 27 Ora Giovanni, naturalmente, dice: "Il timore non è nell’amore; perché l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore ha il tormento" (1Gio 4,18). Ma questo non contraddice ciò che è stato appena detto. Perché egli parla del terrore dell’incredulità, che è qualcosa di molto diverso dalla paura dei credenti. Perché gli empi non temono Dio nel senso che hanno paura di offenderlo anche se potrebbero farlo impunemente; no, sono terrorizzati quando sentono la sua ira, perché sanno che Dio è armato del potere di vendicarsi. E così hanno paura della Sua ira perché pensano che sia sempre minacciosa, perché si aspettano che cada sulla loro testa da un momento all’altro. I fedeli, invece, come ho detto, temono più l’affronto di Dio che il suo castigo, né si lasciano confondere dal timore del castigo, come se questo aleggiasse sempre sul loro collo, ma si permettono di essere più attenti a non incorrere in questo castigo. Questo è ciò che l’apostolo intende quando dice ai credenti: "Nessuno vi inganni… perché a causa di queste cose viene l’ira di Dio sui figli dell’incredulità" (Efes 5:6; Col 3:6). Non minaccia che l’ira di Dio si abbatta sugli stessi credenti; ma li sfida a considerare come, a causa dei vizi che enumera, l’ira del Signore attende i miscredenti, - in modo che essi (i credenti) non vogliano sperimentarla nemmeno loro! Raramente accade, naturalmente, che i respinti si lascino scuotere dalle sole minacce; no, sono diventati così pigri e ottusi nel loro indurimento che, quando Dio, con le sue parole, manda giù la sua tempesta dal cielo, essi induriscono ogni volta il loro collo; ma quando la sua mano li colpisce, allora, che lo vogliano o no, sono costretti a temerlo. Questo timore è comunemente chiamato timore servile, e viene contrapposto al timore nobile, volontario, come quello che dovrebbero avere i bambini. Alcuni aggiungono astutamente a questo un tipo di timore intermedio, perché quell’impulso servile e forzato porta talvolta anche un uomo a raggiungere volontariamente il timore di Dio..

III,2,28 Abbiamo parlato della fede che guarda alla benevolenza divina. Ora comprendiamo che in questa benevolenza di Dio egli prende possesso della salvezza e della vita eterna. Se Dio è benevolo con noi, non ci può mancare nulla, e quindi è pienamente sufficiente per noi essere assicurati della salvezza quando ci assicura il suo amore. "Fai risplendere il tuo volto", dice il profeta, "e noi saremo salvati". (Sal 80:4). La somma principale della nostra salvezza, quindi, secondo la Scrittura, è che ogni inimicizia è stata eliminata e che Egli ci ha accettati nella grazia (Efes 2:14). Con questo, la Scrittura ci fa capire che quando Dio si riconcilia con noi, non rimane nessun pericolo, ma tutto deve servire per il meglio. Perciò la fede, quando ha fatto proprio l’amore di Dio, ha la promessa della vita presente e della vita futura e il possesso completamente sicuro di tutti i beni, certo solo in quel modo che si può cogliere dalla parola. Perché la fede non può promettersi con certezza una lunga estensione di questa vita terrena, onore e potere in questa vita; perché il Signore non ha voluto prometterci queste cose. Piuttosto, si accontenta della certezza che possiamo mancare di molte cose che potrebbero aiutarci in questa vita, ma che Dio non mancherà mai! In modo speciale, però, la certezza della fede poggia sull’aspettativa della vita futura, che nasce senza alcun dubbio dalla Parola di Dio! Per quanto miseria e difficoltà possano attendere una persona sulla terra che Dio ha abbracciato nel suo amore, esse non possono impedire che la benevolenza di Dio significhi piena felicità. Se poi vogliamo descrivere la somma principale della felicità, la chiamiamo grazia di Dio; perché da questa fonte sgorga ogni bene per noi! Anche nella Scrittura, possiamo osservare ancora e ancora come ci viene ricordato l’amore del Signore ogni volta che si parla della salvezza eterna, o di qualsiasi bene che deve venire a noi. Ecco perché Davide canta che la bontà divina, quando un uomo la sperimenta in un cuore pio, è più dolce e più desiderabile della vita! (Sal 63,4). In breve, anche se tutto fluisse verso di noi secondo i nostri desideri, questa felicità sarebbe comunque maledetta e miserabile se non sapessimo nel frattempo se Dio ci ama o ci odia. Ma se il volto paterno di Dio risplende su di noi, anche la miseria diventa felicità per noi, perché si trasforma in un aiuto alla salvezza! Perciò Paolo può accumulare tutte le disgrazie e tuttavia vantarsi che nessuna di esse "può separarci dall’amore di Dio…" (Rom 8:39). (Rom 8:39); e nelle sue preghiere inizia sempre con la grazia di Dio, da cui scaturisce ogni benessere. Così anche Davide affronta tutto il terrore che può portarci alla confusione con la sola grazia di Dio: "Anche se camminassi nell’ombra della morte, non temerei alcun male, perché tu sei con me" (Sal 23,4; non è il testo di Lutero). Sperimentiamo anche come il nostro cuore ondeggia sempre avanti e indietro se non è soddisfatto della grazia di Dio, cerca la pace in essa e ricorda sempre ciò che dice il Salmista: "Beato il popolo di cui il Signore Dio è, il popolo che egli ha scelto come sua eredità! (Sal 33,12).

III,2,29 Ho descritto sopra la promessa di Dio, fatta per grazia, come il fondamento della fede; perché la fede poggia su di essa in senso proprio, Egli certamente considera Dio vero in tutto ciò che fa, sia che esiga o proibisca, sia che prometta o minacci; accetta anche obbedientemente i suoi comandi, osserva i suoi divieti, ascolta le sue minacce; ma prende ancora il suo punto di partenza in senso proprio dalla promessa; essa è per lui il principio e la fine. Perché egli cerca la vita in Dio, e questa non consiste in comandamenti e minacce di punizione, ma si trova nella promessa di misericordia, che viene per grazia. Una promessa condizionata, infatti, che ci rimanda alle nostre opere, ci promette la vita solo nel caso in cui la troviamo in noi stessi. Se, dunque, non vogliamo che la fede sia una cosa tremante e vacillante, dobbiamo basarla sulla promessa di salvezza, come il Signore ce la offre liberamente di sua iniziativa, non per il nostro valore, ma piuttosto per la nostra miseria. Ecco perché l’apostolo dà al vangelo la testimonianza che è "la parola della fede" (Rom 10:8). Egli nega questa testimonianza ai comandamenti così come alle promesse della legge; perché non c’è nulla che possa dare un terreno solido alla nostra fede se non questo messaggio di Dio liberamente dato, in cui egli riconcilia il mondo a sé. Ecco perché Paolo si riferisce così spesso alla fede e al vangelo come una cosa sola; egli insegna che è incaricato del ministero del vangelo, "per stabilire l’obbedienza della fede", e che questo vangelo è "la potenza di Dio che rende beati tutti coloro che credono… perché in esso è rivelata la giustizia che è stabilita davanti a Dio, che viene per fede attraverso la fede" (Rom 1:5, 16, 17). Questa fusione di fede e vangelo non è sorprendente; perché il vangelo è "il ministero che predica la riconciliazione" (2Cor 5:18), e quindi non c’è nient’altro che testimoni in modo sufficientemente potente la bontà di Dio, la cui conoscenza richiede la fede. Quando dico, quindi, che la fede deve basarsi su questa promessa di Dio, che viene liberamente per grazia, non nego che i credenti debbano afferrare e accettare la Parola di Dio in tutta la sua pienezza e portata; ma vorrei dichiarare che la promessa della misericordia di Dio è il vero punto di riferimento della fede. I fedeli dovrebbero certamente riconoscere Dio come il giudice e il vendicatore delle iniquità, e tuttavia essi guardano effettivamente alla sua bontà, poiché egli è presentato alla loro contemplazione come colui che è "gentile e grazioso", "lento all’ira", "di grande bontà", amichevole verso tutti gli uomini, sì, che riversa la sua bontà su tutte le sue opere! (Sal 86,5; 103, 8; 145, 8).

III,2,30 In questa dottrina non mi lascerò fermare dall’abbaiare di Pighius e di cani simili: essi vanno furiosamente contro la mia affermazione restrittiva (che la fede aderisce specialmente alla promessa) e sostengono che così la fede sarebbe lacerata e ne rimarrebbe solo un pezzo. Ammetto, come già detto, che la fede - come si dice - deve generalmente tenere come "oggetto" la verità di Dio, sia che Dio minacci o che lasci sperare nella sua grazia! Perciò, secondo le parole dell’apostolo, faceva parte della fede anche il fatto che Noè temesse la distruzione del mondo, che ancora non vedeva (Ebr 11:7). Ora, se il timore del castigo imminente di Dio fosse anche un’opera di fede, uno (dicono questi sofisti) non può fare a meno delle minacce di Dio nel descrivere la sua natura. Questo è vero; ma queste persone vituperate mi rimproverano a torto come se volessi negare che la fede abbia riferimento a tutte le parti della Parola di Dio. Desidero solo sottolineare due cose: primo, la fede non arriva mai a un punto fermo finché non è penetrata in quella promessa che è fatta dalla grazia; e secondo, può riconciliarci con Dio solo unendoci a Cristo. E questo è entrambi davvero degno di nota. Cerchiamo una fede che distingua i figli di Dio dai rifiutati, i credenti dai miscredenti. Ora, se qualcuno crede che i comandamenti di Dio sono giusti e le sue minacce sono serie - è quindi da dichiarare un credente? Certamente no! La fede, quindi, non ha basi solide se non è fondata nella misericordia di Dio. Ma perché parliamo di fede? Sicuramente solo perché vogliamo conoscere la via della salvezza. Ma come può la fede darci la salvezza se non integrandoci nel corpo di Cristo? Non è affatto assurdo, allora, sottolineare così nettamente nella nostra definizione di fede l’effetto primario della fede, e imputare al concetto generale di fede quella caratteristica che separa i credenti dai miscredenti per stabilire la differenza! Dopo tutto, questi critici maldisposti non possono rimproverarci affatto senza allo stesso tempo castigare Paolo con noi, poiché egli chiama il Vangelo nel suo senso proprio la "parola della fede" (Rom 10:8).

III,2,31 Ma da questo concludo di nuovo quello che ho già spiegato sopra: la fede ha bisogno della parola non meno del frutto della radice viva dell’albero! Perché secondo la testimonianza di Davide, solo chi conosce il suo nome può sperare in Dio (Sal 9,11). Questa conoscenza, però, non viene dall’immaginazione di nessuno, ma solo dal fatto che Dio stesso è il testimone della sua bontà. Lo stesso profeta lo conferma in un altro luogo: "Signore, la tua grazia sia su di me, il tuo aiuto secondo la tua parola!". (Sal 119:41). Allo stesso modo: "Mi affido alla tua parola, rendimi beato…". (Sal 119:40? In ogni caso, impreciso). Qui dobbiamo prima prestare attenzione alla relazione della fede con la Parola e poi al fatto che la salvezza risulta da essa. In questo, però, non trascuro la potenza di Dio: se la fede non si basa sul guardare ad essa, non potrà mai dare a Dio la gloria che le spetta. Paolo riporta qualcosa di apparentemente insignificante e ordinario su Abramo quando dice di lui che ha creduto nella potenza di Dio, che gli aveva promesso un seme benedetto (Rom 4:21). Similmente a se stesso: "Io so in chi credo e sono sicuro che egli è in grado di conservare ciò che mi è stato affidato fino a quel giorno" (2Tim 1:12; non proprio il testo di Lutero). Ma se qualcuno considera da solo quanti dubbi sulla potenza di Dio si insinuano sempre in lui, riconoscerà molto bene che una persona che glorifica pienamente la potenza di Dio ha fatto non pochi progressi nella fede. Tutti ammetteremo che Dio può fare ciò che vuole, ma quando la minima sfida ci fa impazzire di paura e ci scuote di terrore, allora diventa evidente che stiamo staccando qualcosa dalla potenza di Dio, poiché evidentemente la lasciamo passare in secondo piano rispetto alle minacce di Satana contro le Sue promesse. Questo è il motivo per cui Isa parla così potentemente della potenza incommensurabile di Dio al fine di incidere la certezza della salvezza nel profondo dei cuori del popolo (ad esempio Isa 40:25 e seguenti e altrove in Isa 40-45). Spesso egli inizia il suo discorso con la speranza del perdono e della riconciliazione, e poi apparentemente cade in tutt’altro argomento, e in ampie e superflue digressioni, ricordandoci quanto meravigliosamente Dio governa la costruzione del cielo e della terra, e l’intero ordine della natura; ma in realtà questi pensieri servono anche a ciò di cui egli sta trattando; perché se la potenza di Dio, per la quale egli è in grado di fare tutte le cose, non incontra i nostri occhi, le nostre orecchie accetteranno malvolentieri la parola, e almeno non la valuteranno così altamente come dovrebbe essere fatto. Dobbiamo anche tenere presente che si tratta di una potenza operante; perché la pietà, come abbiamo già visto, mette sempre in relazione la potenza di Dio con il suo uso e la sua opera, riserva soprattutto le opere di Dio in cui si è testimoniato come nostro Padre. Ecco perché le Scritture ricordano così spesso ai figli d’Israele la loro salvezza; potevano imparare da essa che il Dio che aveva dato loro la salvezza sarebbe stato anche il suo custode eterno. Davide ci ricorda con il proprio esempio che i benefici che Dio ha concesso a ciascuno di noi, da soli, funzionano ancora per rafforzare la nostra fede; anzi, quando sembra averci abbandonato, dovremmo lasciare che il nostro pensiero vada più indietro, in modo che i suoi precedenti benefici ci sollevino; così è detto in un altro Salmo: "Mi ricordo dei tempi passati; parlo di tutte le tue opere…" (Sal 143:5), e allo stesso modo: "Perciò mi ricordo delle opere del Signore; sì, mi ricordo delle tue antiche meraviglie" (Sal 77:12). Ma senza la Parola, tutto ciò che pensiamo sulla potenza di Dio e sulle opere di Dio è senza contenuto, e quindi non è inconsiderato dire che non c’è fede prima che Dio stesso risplenda davanti a noi con la testimonianza della sua grazia. Ci si potrebbe chiedere qui, tuttavia, cosa dovremmo fare di Sarah e Rebekah, che entrambe, apparentemente spinte dallo zelo della fede, andarono oltre i limiti della Parola. Sarah ardeva di desiderio per la prole promessa e perciò diede la sua serva a suo marito perché la sposasse (Gen 16:5). Che abbia peccato in molti modi è innegabile, ma qui toccherò solo l’unica trasgressione, che nel fervore del suo zelo non si è tenuta nei limiti della Parola. Eppure quel desiderio nasceva certamente dalla fede. Rebekah aveva ricevuto la certezza che suo figlio Giacobbe era stato scelto, e perciò lo aiutò alla benedizione con arte malvagia; ingannò suo marito, che in fondo era il testimone e il servitore della grazia divina, indusse suo figlio a mentire, falsificò la verità di Dio con molti inganni e falsità. In breve, si è presa gioco della promessa di Dio e ha fatto del suo meglio per respingerla (Gen 27). Eppure, anche in questa azione, per quanto malvagia e riprovevole, la fede non mancava del tutto. Perché ha dovuto superare molti ostacoli per desiderare così ardentemente un diritto che non aveva alcuna speranza di beneficio terreno, ma che invece portava una quantità infinita di peso e di pericolo! Allo stesso modo, non negheremo al santo arci-padre Isacco tutta la fede perché ha mantenuto la sua inclinazione per il primogenito Esaù, anche se gli è stato fatto sapere nello stesso detto divino che la dignità (del primogenito) era passata al più giovane. Questi esempi ci insegnano veramente che la fede è spesso mescolata all’errore, ma la fede prevale sempre, purché sia del tipo giusto. Infatti, come l’errore particolare di Rebekah non ha annullato l’effetto della benedizione, così non ha eliminato la fede, che in generale ha prevalso in lei, ed è stata anche il punto di partenza e la causa originale dell’atto (in sé malvagio). Ma proprio in questo ha dimostrato quanto lo spirito umano debba cadere nella china scivolosa non appena si lascia andare anche solo un po’. Ma anche se l’infedeltà e la debolezza oscurano la fede, non sono in grado di estinguerla; ma nel frattempo ci ricordano con quanta attenzione dobbiamo aggrapparci alla bocca di Dio, e così confermano la nostra dottrina che la fede senza un solido fondamento nella parola deve sciogliersi, proprio come Sarah, Isacco e Rebekah sarebbero stati interiormente rovinati nelle loro vie storte, se Dio non li avesse tenuti con un freno nascosto in obbedienza alla sua parola.

III,2,32 Ancora, ci sono buone ragioni per pensare che tutte le promesse sono concluse in Cristo; perché l’apostolo riassume tutto il vangelo nella conoscenza di Cristo (Rom 1,16), e dice in un altro luogo: "Tutte le promesse di Dio sono sì in lui, e sono amen in lui" (2Cor 1,20). La ragione di questo è facile da dare. Quando Dio promette qualcosa, testimonia la sua bontà; non ci dà una promessa che non sia una testimonianza del suo amore per noi. Non importa che i malvagi, per il fatto di essere continuamente ricoperti di doni potenti e incessanti della sua misericordia, incorrano in un giudizio tanto più severo. Infatti non considerano che questi doni vengono a loro dalla mano del Signore; non lo sanno nemmeno, o se una volta lo riconoscono, non considerano mai la bontà di Dio per se stessi; ma quindi non possono ricevere da questi doni un’istruzione sulla misericordia di Dio più di quanto non lo facciano gli animali irragionevoli, che ricevono anch’essi lo stesso frutto della bontà divina secondo le loro circostanze e tuttavia non vi prestano attenzione. Né si oppone al fatto che essi di solito disprezzano le promesse fatte loro e così incorrono in un castigo tanto più severo. Perché l’effetto delle promesse non ha luogo finché non hanno trovato la fede in noi, ma la loro potenza e il loro carattere non sono in alcun modo spenti dalla nostra incredulità e ingratitudine. Perciò, quando il Signore, attraverso le sue promesse, invita l’uomo non solo a ricevere i frutti della sua bontà, ma anche a considerarli correttamente, allo stesso tempo gli fa conoscere il suo amore. Quindi dobbiamo tornare alla frase che ogni promessa è una testimonianza dell’amore di Dio per noi. Ora è fuori dubbio che Dio non ama nessuno se non in Cristo; egli è il "Figlio prediletto" sul quale l’amore del Padre dimora e riposa (Mat 3,17; 17,5) e dal quale fluisce a noi, come dice Paolo: "a lode della sua grazia gloriosa, per la quale ci ha resi graditi nell’Amato" (Efes 1,6). Per sua stessa interposizione, quindi, quell’amore deve essere condotto a noi e raggiungerci. L’apostolo dice anche altrove: "Egli è la nostra pace" (Efes 2,14), o altrove lo presenta come un legame attraverso il quale Dio si unisce a noi nella bontà paterna (Rom 8,3). Quindi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a Lui ogni volta che ci viene offerta una promessa, e Paolo insegna abbastanza logicamente che in Lui tutte le promesse di Dio sono confermate e compiute (Rom 15, 8). Ma questo è (apparentemente) contraddetto da alcuni esempi. Per esempio, non è credibile che il siriano Naaman, quando chiese al profeta il modo giusto di adorare Dio, ricevette istruzioni sul Mediatore - eppure la sua pietà è lodata! (2 Re 5; Luca 4:27). Cornelio, che dopo tutto era un gentile e un romano, difficilmente avrebbe potuto sapere ciò che non era nemmeno noto a tutti gli ebrei, e anche a loro era semplicemente oscuro. Tuttavia le sue elemosine e le sue preghiere erano accettabili agli occhi di Dio (Atti 10:31). Inoltre, i sacrifici di Naaman furono riconosciuti dalla risposta del profeta (2 Re 5:17-19). Eppure entrambi potevano ottenere tale riconoscimento davanti a Dio e attraverso il profeta solo per fede! Fu simile con l’eunuco a cui fu mandato Filippo: se non avesse avuto fede, non si sarebbe preso la briga di un viaggio lungo e faticoso per adorare! (Atti 8:27). Tuttavia, vediamo come rivela la sua ignoranza del Mediatore in risposta alla domanda di Filippo! (Atti 8:31). Ora qui ammetto che la fede di questi uomini era, per così dire, "incartata", non solo riguardo alla persona di Cristo, ma anche riguardo al suo potere e all’ufficio affidatogli dal Padre. È certo, però, che possedevano una conoscenza iniziale che dava loro un certo, anche se leggero, sapore di Cristo. Né questo può sembrare strano; perché l’eunuco non avrebbe certamente viaggiato da un paese lontano a Gerusalemme per adorare un dio sconosciuto, e Cornelio, avendo una volta accettato la religione ebraica, certamente non passò così tanto tempo in essa senza afferrare i rudimenti della vera dottrina. E per quanto riguarda Naaman, sarebbe stato del tutto assurdo che Eliseo lo avesse istruito su questioni molto piccole, ma avesse taciuto sulla cosa principale essenziale! Così tutti loro avevano certamente solo una debole conoscenza di Cristo, ma non sarebbe vero dire che non ne avevano affatto; perché anche loro praticavano i sacrifici della legge, e questi devono necessariamente essere distinti da tutti i falsi sacrifici dei gentili per il loro stesso oggetto, cioè Cristo!

III,2,33 Anche questa nuda esposizione esteriore della Parola di Dio dovrebbe essere pienamente sufficiente a stabilire la fede, se la nostra cecità e la nostra testardaggine non ci ostacolassero. Ma noi, essendo interiormente così inclini alla vanità, non possiamo mai aderire alla verità di Dio, e poiché abbiamo i sensi ottusi, non cogliamo la luce. Pertanto, nulla si compie con la Parola senza l’illuminazione dello Spirito Santo. Da questo è anche chiaro che la fede va ben oltre la comprensione umana. Allo stesso modo, non è sufficiente che il nostro intelletto sia illuminato dallo Spirito di Dio, se questo Spirito non rafforza e non fonda saldamente anche il nostro cuore con la sua potenza. A questo proposito, gli scolastici si sbagliano completamente; pensano che la "fede" sia solo un nudo e semplice "assenso" che deriva dalla "conoscenza"; d’altra parte, ignorano (con la loro definizione) la fiducia e la certezza del cuore. La fede, dunque, è sotto entrambi gli aspetti un dono speciale di Dio: da un lato, la mente dell’uomo viene purificata per poter gustare la verità di Dio, e dall’altro lato, il nostro cuore viene saldamente fondato in questa verità. Perché lo Spirito Santo non è solo l’iniziatore della nostra fede, ma la accresce passo dopo passo, finché per mezzo di lui ci conduce nel regno dei cieli! "Questo racchiudeva il bene", dice Paolo, "conservare attraverso lo Spirito Santo che abita in noi!". (2Tim 1:14). Ora Paolo spiega che lo Spirito viene a noi attraverso la "predicazione della fede". Ma è facile mostrare come egli intenda questo. Se ci fosse un solo dono dello Spirito, non avrebbe senso che Paolo dichiari che lo Spirito è un effetto della fede, perché Egli ne è l’autore e la ragione! Ma Paolo loda i doni con cui Dio adorna la sua chiesa e la conduce alla perfezione nella crescita della fede, e non è sorprendente che attribuisca questi doni alla fede, che ci prepara a riceverli. È vero che è considerato molto contraddittorio quando si dice che solo colui che lo riceve può credere in Cristo (Giov 6:65); ma questo è in parte perché non si considera quanto nascosta e sublime sia la sapienza del cielo, e quanto grande sia l’ottusità dell’uomo nel comprendere i misteri di Dio; in parte anche perché non si considera quella sicura e ferma costanza di cuore che è dopo tutto la cosa più importante nella fede!

III,2,34 Se dunque, secondo Paolo, solo "lo spirito che abita nell’uomo" è testimone della volontà dell’uomo, come può un uomo essere sicuro della volontà di Dio? E se la verità di Dio vacilla già in queste cose che vediamo con i nostri occhi, come può essere certa e ferma quando il Signore promette cose che nessun occhio può vedere e nessuna mente comprendere (1Cor 2:9)? Lì la perspicacia dell’uomo viene meno e si stanca; anzi, si deve considerare il primo passo verso il progresso nella scuola del Signore lasciarla andare. Perché ci impedisce come una tenda di afferrare i segreti di Dio, che sono rivelati solo ai "piccoli" (Mat 11,25; Luca 10,21). Perché la rivelazione non sta nella carne e nel sangue (Mat 16,17), e "l’uomo naturale non ascolta nulla dello Spirito di Dio; anzi, l’istruzione di Dio è piuttosto una stoltezza per lui, perché deve essere giudicata spiritualmente" (1Cor 2,14; non il testo di Lutero). Quindi l’aiuto dello Spirito Santo è necessario, no, è la Sua sola potenza che è potente qui! Perché nessun uomo "ha conosciuto la mente del Signore", nessuno "è stato suo consigliere" (Rom 11:34), ma "lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità della divinità" (1Cor 2:10). È solo attraverso lo Spirito che arriviamo ad afferrare la mente di Cristo. "Nessuno può venire a me", dice il Signore stesso, "se il Padre non attira colui che mi ha mandato" (Giov 6:44). "Chiunque dunque ascolta il Padre e impara, venga a me; non che alcuno abbia visto il Padre, se non colui che è stato mandato dal Padre". (Giov 6:45 s.). Quindi non possiamo venire a Cristo in nessun modo senza essere attirati dallo Spirito di Dio; ma se siamo attirati da Lui, siamo anche innalzati nella mente e nel cuore molto al di sopra di ciò che possiamo comprendere da soli. Perché l’anima, quando l’ha illuminata, riceve, per così dire, una nuova acutezza di visione con la quale è in grado di vedere i misteri celesti, la cui luminosità prima la accecava dentro di sé. Una volta che la mente di un uomo è così illuminata dalla luce dello Spirito Santo, egli comincia a gustare le cose del regno di Dio; prima era completamente semplice e sciocco, e quindi incapace di considerarle correttamente. Cristo parlò chiaramente a due dei suoi discepoli dei misteri del suo regno, ma non raggiunse il loro obiettivo finché non "aprì loro la comprensione, in modo che comprendessero le Scritture" (Luca 24:27, 45). Così gli apostoli, che il Signore aveva istruito con la Sua stessa bocca divina, dovevano ricevere lo "spirito di verità", che permetteva alla verità che avevano afferrato con le loro orecchie di penetrare nelle loro menti! (Giov 16:13). La Parola di Dio è come il sole: brilla su tutti quelli a cui viene predicata, ma sui ciechi non porta frutto! Ma siamo tutti ciechi per natura in questa materia, e quindi il raggio della Parola non può penetrare nelle nostre menti a meno che lo Spirito Santo, come maestro interiore, gli dia accesso con la sua illuminazione!

III,2,35 Ora ho già spiegato più chiaramente in un altro luogo, cioè quando si trattava di trattare la corruzione della natura, quanto siamo maldestri noi umani a credere (II,2,18 ss.). Perciò non voglio stancare il lettore ripetendo sempre le stesse cose. Mi basti sapere che Paolo, quando parla dello "spirito di fede", intende con esso proprio la fede che ci viene data come dono dello Spirito Santo (2Cor 4:13), ma che non possediamo per natura. Ecco perché prega per i Tessalonicesi, "affinché il nostro Dio… compia ogni bontà e l’opera della fede in potenza" (2Tess 1:11). Chiama la fede un’opera di Dio e la distingue con un epiteto speciale aggiungendo che è "il beneplacito di Dio"; così nega che la fede venga dall’impulso dell’uomo, e non si accontenta nemmeno di questo, ma aggiunge che è una prova della potenza divina. Egli fa notare ai Corinzi che la fede non dipende dalla saggezza degli uomini, ma si basa sulla potenza dello Spirito (1Cor 2,4). Egli parla di segni miracolosi esteriori, ma gli empi sono ciechi ad essi, e perciò pensa anche al sigillo interiore, che menziona altrove (Efes 1,13; 4,30). Per far risplendere ancora di più la sua bontà in questo dono glorioso, Dio non lo concede a tutti indiscriminatamente, ma lo dà come dono speciale di grazia a chi vuole. Ho già citato delle testimonianze in proposito; Agostino, come loro fedele interprete, esclama: "Il nostro Beatificatore vuole insegnarci che la fede stessa è un dono e non un merito. Per questo dice: "Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira" o "se non gli è dato dal Padre mio" (Giov 6,44-65). È meraviglioso: due ascoltano; l’uno disprezza, l’altro sale! Chi dunque lo disprezza può attribuirselo; ma chi sale, non lo pretenda per sé!". (Sermone 131). Oppure dice in un altro luogo: "Come è possibile che sia dato a uno e non a un altro? Non mi vergogno di dire: questo è il mistero profondo della croce! Da qualche profondità dei consigli di Dio, che non siamo in grado di cercare, esce tutto quello che possiamo. Quello che posso fare lo vedo, ma da dove viene che lo posso fare non lo vedo; solo questo posso vedere, che viene da Dio! Ma perché ne attira uno e non un altro? Questo è troppo per me, è un abisso insondabile, il mistero profondo della croce! Posso esclamarlo con ammirazione, ma non posso dimostrarlo con disputa" (Sermone 165). La cosa principale è che quando Cristo ci illumina con la potenza del suo Spirito affinché crediamo, allo stesso tempo ci incorpora nel suo corpo affinché diventiamo partecipi di tutti i suoi beni.

III,2,36 Ma allora ciò che la mente ha ricevuto deve fluire anche nel cuore stesso. Perché la Parola di Dio non è già afferrata nella fede quando le si permette di muoversi in cima al cervello, ma solo quando ha messo radici nel cuore più intimo per diventare un baluardo invincibile che può resistere e respingere tutti gli strumenti di tempesta della tentazione! Se è vero che la vera comprensione della nostra comprensione è l’illuminazione attraverso lo Spirito di Dio, allora la sua potenza appare ancora più chiaramente in questo rafforzamento del cuore; la mancanza di fiducia del cuore è anche molto più grande della cecità della comprensione, ed è molto più difficile dare certezza al cuore che riempire la comprensione di conoscenza. Ecco perché lo Spirito Santo è come un sigillo: deve sigillare nei nostri cuori le stesse promesse la cui certezza ha precedentemente impresso nelle nostre menti. Egli è come un pegno per confermare e affermare le promesse. "Per mezzo del quale", dice l’apostolo, "avendo creduto, siete stati sigillati con lo Spirito Santo della promessa, che è il pegno della nostra eredità …" (Efes 1,13. 14). Lì vediamo come Paolo insegna che i cuori dei credenti ricevono la loro impronta attraverso lo Spirito Santo come da un sigillo. E chiama lo Spirito Santo lo "Spirito della promessa", perché rende il Vangelo efficace per noi. Allo stesso modo, scrive ai Corinzi: "Ma è Dio… che ci ha unti e sigillati e ha messo il pegno, lo Spirito, nei nostri cuori" (2Cor 1:21,22). In un altro luogo, dove parla della fiducia e della gioia nella speranza, dichiara anche che "il pegno, lo Spirito" è il fondamento della speranza (2Cor 5:5).

III,2,37 Ma non ho dimenticato ciò che ho detto sopra, e ciò che l’esperienza richiama sempre alla nostra coscienza, cioè che la fede è assalita dai dubbi più vari, che la mente del pio viene raramente a riposo, che almeno non è sempre in grado di godere di uno stato di tranquillità. Ma nonostante tutti gli attacchi che possono scuoterlo, emerge sempre dalle fauci delle tentazioni e rimane al suo posto. Solo la fede è in grado di mantenere e conservare quella certezza in cui ci troviamo con il Salmista: "Dio è la nostra fiducia e la nostra forza, un aiuto nelle grandi difficoltà che ci hanno afflitto. Perciò non temiamo, anche se il mondo perisse e i monti cadessero in mezzo al mare" (Sal 46:2, 3). Questa fiducia è anche lodata come il più delizioso riposo in un altro Salmo: "Mi corico, dormo e mi sveglio, perché il Signore mi sostiene" (Sal 3:6). Non come se Davide fosse sempre stato allegro e di buon umore; no, perché aveva potuto sentire la grazia di Dio secondo la misura della fede, quindi si vantava di disprezzare senza paura tutto ciò che poteva disturbare la pace della sua mente. Ecco perché la Scrittura ci chiama a "stare fermi" quando vuole incoraggiarci a credere; così in Isaia: "Stando fermi e sperando sarete forti!". (Isa 30:15); o in un Salmo: "Siate fermi al Signore e aspettatelo!". (Sal 37:7). L’ammonizione dell’apostolo agli Ebrei corrisponde a questo: "Ma la pazienza è necessaria per voi…" (Ebr 10:36).

III,2,38 Da questo possiamo giudicare quanto sia pericoloso l’insegnamento scolastico secondo cui possiamo essere sicuri della grazia di Dio verso di noi solo nel senso di una "presunzione morale" (presunzione sulla base delle nostre azioni morali!), che dobbiamo quindi andare per quanto ognuno ha la convinzione di non essere indegno di questa grazia. Se, naturalmente, dovessimo scoprire dalle nostre opere come il Signore è disposto verso di noi, non saremmo in grado di determinarlo nemmeno con la minima presunzione! Ma la fede non dovrebbe essere altro che la risposta a una semplice promessa che ci arriva per grazia, ed è per questo che qui non c’è un andirivieni! Che tipo di certezza sarebbe, con la quale potremmo armarci, se dicessimo: Dio è benevolo con noi - ma solo nella misura in cui ce lo meritiamo con la purezza della nostra vita! Tuttavia, tratterò queste domande in modo più dettagliato altrove e quindi non le perseguirò ulteriormente qui. Soprattutto, è abbastanza chiaro che nulla è più contrario alla fede di una "presunzione" o di qualsiasi altra cosa che sia legata al dubbio! Gli scolastici distorcono molto male un passo dell’Ecclesiaste, che usano sempre: "Nessuno sa se è degno di odio o di amore! (Eccl. 9:1; non è il testo di Lutero). Sorvolerò sul fatto che questo testo è reso in modo errato nella solita traduzione (latina). Ma ogni bambino può vedere ciò che Salomone vuole dire con queste parole, cioè: se qualcuno vuole determinare dallo stato attuale delle cose chi Dio persegue con l’odio e chi abbraccia con il suo amore, si affatica invano e fatica invano; perché "la stessa cosa incontra gli uni come gli altri, il giusto come l’empio…, colui che sacrifica come colui che non sacrifica…" (Eccl 9:2). Da ciò segue che quando Dio fa sì che una persona riesca in tutto ciò che vuole, questo non è sempre una prova del suo amore, e quando spaventa qualcuno, questo non è sempre una testimonianza del suo odio. Salomone dice questo per punire la vanità del nostro intelletto umano; dopo tutto, anche in questa questione, che dovrebbe essere così necessariamente chiara, abbiamo i sensi ottusi! Di conseguenza, egli scrive poco prima che la differenza tra l’anima dell’uomo e quella del bestiame non può essere discernuta, perché entrambi devono perire allo stesso modo secondo l’apparenza (Eccl. 3:19). Se qualcuno dovesse concludere da questo che anche la dottrina dell’immortalità è basata su una mera "supposizione", dovrebbe essere considerato insensato! Ma possono allora essere considerate ragionevoli quelle persone che, dal fatto che non possiamo cogliere la grazia di Dio dalla visione carnale delle condizioni attuali, vogliono trarre la conclusione che non c’è alcuna certezza di questa grazia?

III,2,39 Ma si difendono dicendo che sarebbe una presunzione sconsiderata per un uomo arrogarsi l’indubbia conoscenza della volontà di Dio. Glielo concederei volentieri, se ci prendessimo la libertà di sottomettere l’incomprensibile consiglio di Dio al nostro debole intelletto. Ma noi diciamo semplicemente con Paolo: "Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma di Dio, per conoscere le cose che ci sono date da Dio" (1Cor 2:12). Come possono gridare contro questo senza allo stesso tempo mostrare disprezzo per lo Spirito Santo? Se è una terribile bestemmia dichiarare che la rivelazione dataci da Dio è una bugia, incerta o dubbia, cosa c’è di riprovevole nell’affermare la sua certezza? Ma essi gridano che anche questo non è esente da grande presunzione, che noi osiamo vantarci così altamente dello Spirito di Cristo! È difficile credere che persone che vorrebbero essere ritenute i maestri di tutto il mondo siano così ottusi da prendere un’offesa così vergognosa ai primi rudimenti della religione! Non lo accetterei di certo io stesso, se i loro scritti non lo testimoniassero realmente! - Paolo dichiara che sono figli di Dio solo coloro "che lo Spirito di Dio spinge" (Rom 8:14). Gli scolastici, invece, sostengono che i figli di Dio sono guidati dal proprio spirito e sono completamente privi dello Spirito di Dio! Paolo ci insegna a chiamare Dio nostro Padre, e questo perché questa parola è messa nella nostra bocca dallo Spirito Santo, che solo può rendere testimonianza al nostro spirito "che siamo figli di Dio" (Rom 8:16). Gli scolastici non vogliono nemmeno trattenere nessuno dall’invocare Dio, ma strappano lo Spirito Santo, sotto la cui guida possiamo solo invocare Dio correttamente! Paolo nega che le persone che non sono guidate dallo Spirito di Cristo siano servi di Cristo (Rom 8,9). Ma loro inventano un cristianesimo che non ha bisogno dello Spirito di Cristo! Paolo ci dà la speranza della beata risurrezione solo se sentiamo che lo Spirito di Cristo abita in noi (Rom 8,11) - ma loro inventano una speranza senza questo sentimento! Forse risponderanno che non negano che dobbiamo essere dotati dello Spirito, ma che è un segno di modestia e umiltà se non lo rivendichiamo per noi stessi. Ma cosa può aver voluto dire Paolo quando ha chiesto ai Corinzi di "provare" se stessi per vedere se erano nella fede, di mettersi alla prova per vedere se avevano Cristo - perché chi non riconosce che Cristo abita in lui è rigettato? (2Cor 13:5). Giov dice anche: "E da questo sappiamo che egli dimora in noi, nello Spirito che ci ha dato" (1Gio 3:24). Che altro facciamo se non dubitare delle promesse di Cristo, se vogliamo essere presi per suoi servi senza il suo Spirito, quando ci ha promesso che lo riverserà su tutti noi? (Isa 44:3; Gioele 3:1). Cos’è se non un insulto allo Spirito Santo se separiamo la fede, la sua stessa opera, da Lui? Questi sono, dopo tutto, i primi esercizi di fede dei principianti, e quindi è la più miserabile cecità se i cristiani sono accusati di presunzione perché osano vantarsi della presenza dello Spirito Santo; perché senza questo vanto il cristianesimo non ha esistenza. Ma gli scolastici dimostrano con il loro stesso esempio quanto Cristo avesse ragione quando disse che il mondo non può conoscere il suo Spirito, perché egli è conosciuto solo da coloro con i quali "dimora" (Giov 14:17).

III,2,40 Ma per non cercare solo di distruggere la certezza della fede percorrendo questo unico tunnel sotterraneo, essi conducono il loro attacco anche da un altro lato. Se ammettono che, nello stato attuale della nostra giustizia, si può raggiungere un verdetto sulla grazia di Dio, sostengono tuttavia che non siamo in grado di sapere nulla di preciso sulla perseveranza fino alla fine! Ma ci rimarrebbe una gloriosa fiducia nella salvezza se arrivassimo alla conclusione per il momento presente, sulla base di una "presunzione morale", che siamo in grazia davanti a Dio, ma se non avessimo idea di cosa potrebbe accadere domani! Ma l’apostolo parla in modo completamente diverso: "Io sono certo che né gli angeli, né i principati, né le potenze, né la morte, né la vita, né le cose presenti, né quelle future potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rom 8:38 s. impreciso). Ora gli scolastici tentano di cavarsela con una soluzione frivola, sostenendo che Paolo ha ricevuto questo da una rivelazione speciale (valida solo per lui); ma sono troppo convinti per poter fuggire. Perché Paolo sta parlando in questo passo dei beni che vengono ugualmente a tutti i credenti per fede, e non di quello che lui solo sperimenta per sé. "Ma" - si replica - "eppure spesso ci spaventa indicando la nostra debolezza e incostanza! Egli dice: ’Chi crede di essere in piedi veda di non cadere’ (1Cor 10:12)". Questo è vero; ma questo non è un terrore per buttarci a terra, ma per insegnarci ad umiliarci sotto la mano di Dio, come dice Pietro! (1Piet 5,6). Inoltre, quanto è sciocco limitare la certezza della fede, che per sua natura trascende le barriere di questa vita e raggiunge l’immortalità futura, a un solo punto nel tempo! I credenti ringraziano la grazia di Dio proprio perché ora sono illuminati dallo spirito di Dio e possono godere della contemplazione della vita celeste attraverso la fede, e quindi questo vanto non ha niente a che fare con la presunzione, al contrario: se qualcuno rifugge dal confessare questo, sta piuttosto dimostrando un’estrema ingratitudine - perché nella cattiveria sta sopprimendo la bontà di Dio! che la modestia e l’umiltà!

III,2,41 Abbiamo visto che l’essenza della fede non può essere descritta meglio e più chiaramente che dall’essenza fondamentale della promessa, sulla quale poggia come proprio fondamento e senza la quale sarebbe completamente frantumata, anzi resa nulla. Ecco perché ho preso la mia definizione da lì. Questo, naturalmente, non è in alcun modo diverso dalla definizione o piuttosto dalla descrizione che l’apostolo dà in adattamento alla sua discussione. Egli insegna che la fede è un fondamento costante (subsistentia) delle cose sperate e un’autoevidenza delle cose non viste (Ebr 11:1; non testo di Lutero). Perché l’espressione "ipostasi", che egli usa qui (nel primo luogo), significa probabilmente tanto quanto "supporto" (fulcro), cioè ciò su cui una mente pia può sostenersi e su cui può stare ferma. Come se volesse dire: la fede è un possesso certo e sicuro di ciò che Dio ci ha promesso; si potrebbe forse anche tradurre "hypostasis" come "fiducia certa"; non mi dispiace, ma da parte mia mi attengo alla traduzione più comune. D’altra parte, l’apostolo vuole mostrare che le cose promesse sono troppo esaltate fino all’ultimo giorno, quando i libri saranno aperti (Dan 7,10) è troppo sublime perché noi lo possiamo percepire con i nostri sensi o vedere con i nostri occhi o afferrare con le nostre mani; egli vuole indicarci che possiamo possederlo solo se andiamo oltre la capacità della nostra comprensione, distendiamo il nostro sguardo oltre tutto ciò che è in questo mondo, in breve, se ci eleviamo al di sopra di noi stessi; per questo aggiunge nella sua definizione di fede che questa certezza di possesso si riferisce a cose che appartengono alla speranza e che quindi non vediamo. Così anche Paolo scrive: "La speranza… che si vede non è speranza, perché come si può sperare in ciò che si vede?". (Rom 8:24). L’autore della Lettera agli Ebrei chiama la fede (nel secondo luogo) un segno (indice), una prova (probatio) o anche, come la rende spesso Agostino, una convinzione (convictio) di ciò che non è presente - in greco si chiama "elenchos". È come se volesse dire: la fede è un diventare apparente delle cose che non sono apparenti, un vedere ciò che non si vede, una trasparenza di ciò che è oscuro, un essere presente di ciò che non è presente, un rivelare ciò che è nascosto! Per i misteri di Dio - e questa è la nostra salvezza! - non sono da vedere in se stessi e, come si dice, per la loro "natura"; piuttosto, noi li vediamo unicamente nella Sua Parola, e la sua verità deve essere così certa per noi che tutto ciò che vi è detto deve essere già considerato come fatto e compiuto! Ma come può il nostro cuore essere innalzato per avere un assaggio della bontà di Dio in questo modo senza essere allo stesso tempo completamente infiammato dall’amore per Dio? Perché non possiamo nemmeno riconoscere questa pienezza di delizie, che Dio ha nascosto a coloro che lo temono, senza esserne interiormente presi. Ma una volta che ha preso una persona, la attira immediatamente completamente a sé e la porta via. Ecco perché questa emozione - e non è sorprendente! - Ecco perché questo impulso - e non c’è da stupirsi - non coglie mai un cuore perverso e contorto; questo impulso che ci conduce nel cielo stesso, ci dà accesso ai tesori più nascosti di Dio e ai segreti più sacri del suo regno, che non devono essere profanati da un cuore impuro che vi penetra. Quando gli scolastici insegnano che l’amore ha la precedenza sulla fede e sulla speranza (Sentenze III,25), questa è pura illusione, perché solo la fede produce in noi l’amore. Bernardo di Clairvaux insegna molto più correttamente: "La testimonianza della coscienza, che Paolo chiama la gloria dei pii (2Cor 1,12), comprende, credo, tre cose. Prima di tutto, devi credere che puoi ricevere il perdono dei peccati solo attraverso la tolleranza di Dio; in secondo luogo, che non puoi avere nessuna opera buona che lui stesso non ti abbia dato; e infine, che non puoi guadagnare la vita eterna con nessuna opera, a meno che anche questa ti sia data invano!" (Sermone 1 nella festa dell’Annunciazione). Poi però aggiunge che questo non è sufficiente, ma che è solo un certo inizio nella fede; perché se noi crediamo che nessuno può perdonarci i nostri peccati se non Dio solo, allora dobbiamo anche tenere fermo che essi ci sono perdonati, - finché non arriviamo alla certezza attraverso la testimonianza dello Spirito Santo che la salvezza è ben preparata per noi; Perché perché Dio ci dà i peccati, perché ci dà i meriti, perché ci dà anche la ricompensa, - non possiamo fermarci a quei primi passi! (Nello stesso sermone). Ma di questa e di altre cose dovrò trattare nel luogo appropriato; perché ora dobbiamo accontentarci di accertare cos’è la fede stessa.

III,2,42 Ora, dovunque questa fede è viva, ha necessariamente come compagna inseparabile la speranza della salvezza eterna; anzi, la produce, la porta avanti. Se manca questa speranza, per quanto argutamente e fantasiosamente si possa parlare di fede, possiamo essere sicuri di non averne! Perché se la fede, come abbiamo sentito, è una certa convinzione della verità di Dio, una convinzione che questa verità non può mentirci o ingannarci, che non può diventare invalida - allora chi ha afferrato questa certezza deve allo stesso tempo anche aspettarsi che Dio mantenga le sue promesse, che, secondo la sua ferma convinzione, devono necessariamente essere vere! La speranza non è altro che l’attesa delle cose che, secondo la convinzione della fede, sono veramente promesse da Dio. Così la fede è certa che Dio è vero, e la speranza si aspetta che riveli la sua verità a tempo debito; la fede è certa che è nostro Padre, la speranza si aspetta che si dimostri sempre a noi come tale; la fede è certa che la vita eterna ci è data, la speranza si aspetta che sia rivelata un giorno; la fede è il fondamento su cui poggia la speranza, la speranza nutre e sostiene la fede. Nessuno può aspettarsi qualcosa da Dio se prima non crede alle sue promesse, ma allo stesso modo la nostra debole fede, per non affondare stancamente, deve essere sostenuta e supportata da una paziente speranza e attesa. È quindi giusto quando Paolo presenta la nostra salvezza come una questione di speranza (Rom 8:24). Aspettando tranquillamente il Signore, la speranza tiene sotto controllo la fede affinché non si affretti troppo, la rafforza affinché non vacilli nelle promesse di Dio o non cominci a dubitare della loro verità, la rinfresca affinché non si stanchi, e la fa andare avanti fino alla meta finale, affinché non si stanchi a metà del suo percorso o persino al suo inizio. In breve, la speranza rinnova e ravviva sempre la fede e fa sì che essa si rialzi sempre più forte per perseverare fino alla fine. In quanti modi la fede ha bisogno dell’aiuto della speranza per raggiungere la fermezza diventa ancora più chiaro quando consideriamo i molti modi in cui le persone che hanno accettato la Parola di Dio sono assalite dalla tentazione e portate nell’angoscia. Prima di tutto, il Signore spesso rimanda l’adempimento delle Sue promesse e così tiene i nostri cuori in sospeso più a lungo di quanto vorremmo; così è l’ufficio della speranza di adempiere l’istruzione del profeta: "Ma se tarda, aspettatelo" (Aba 2:3). (Hab. 2:3). A volte non solo ci lascia a languire nella nostra stanchezza, ma mostra anche un’ira manifesta: perciò è tanto più necessario che la speranza venga in nostro aiuto, affinché possiamo essere in grado di mantenere le parole di un altro profeta: "Io spero nel Signore, che ha nascosto la sua faccia alla casa di Giacobbe; ma io lo aspetto" (Isa 8:17). (Isa 8:17). Inoltre, a volte, come si esprime Pietro, "gli scettici" (2 Piet 3,3) si alzano e chiedono: "Dov’è la promessa del suo futuro? Perché dopo che i padri si sono addormentati, tutte le cose rimangono come erano fin dall’inizio della creatura!". (2 Piet 3,4). Sì, tali pensieri soffiano nella nostra carne e nel mondo! Allora la fede deve basarsi sulla resistenza della speranza e tenere duro nella contemplazione dell’eternità; deve sapere che "mille anni sono come un giorno solo" (Sal 90:4; 2 Pt. 3:8).

III,2,43 Poiché la fede e la speranza sono così strettamente connesse, persino correlate, la Scrittura talvolta usa le parole "fede" e "speranza" in modo intercambiabile. Per esempio, quando Pietro insegna che siamo "conservati per la potenza di Dio mediante la fede" fino alla rivelazione della salvezza (1Piet 1,5), sta attribuendo alla fede qualcosa che in realtà sarebbe più in linea con la natura della speranza; e non senza ragione, perché la speranza, come abbiamo notato, non è altro che il nutrimento e la forza della fede. A volte "fede" e "speranza" sono collegati tra loro; per esempio, nella stessa lettera si dice: "Perché abbiate fede e speranza in Dio" (1Piet 1,21). In Filippesi, tuttavia, Paolo deriva l’aspettativa dalla speranza: perché sperando pazientemente lasciamo i nostri desideri in sospeso fino a quando il tempo stabilito da Dio si sia rivelato (Fili 1,20). Tutto questo si vede ancora più chiaramente nell’undicesimo capitolo della Lettera agli Ebrei già citato. Paolo intende la stessa cosa anche in un luogo in cui parla in modo impreciso: "Ma noi aspettiamo nello Spirito per fede la giustizia che si spera" (Gal 5:5). (Gal 5:5). Dopo aver accettato la testimonianza del vangelo dell’amore misericordioso di Dio, aspettiamo che Dio riveli ciò che ora è ancora nascosto sotto la speranza! Ora è abbastanza chiaro quanto sia insensato per Pietro Lombardo pensare che sia stato posto un duplice fondamento della speranza, cioè la grazia di Dio e il merito delle nostre opere. No, non ci può essere altro punto di riferimento per la speranza che la fede; ma la fede, come abbiamo già spiegato abbastanza chiaramente, ha un solo punto di riferimento, cioè la misericordia di Dio; e quindi dobbiamo, per così dire, guardarla con entrambi gli occhi! Ma vale la pena di sentire quale potente ragione dà il Lombardo; egli dice: "Se tu osi sperare in qualcosa senza il tuo merito, non è da chiamare speranza, ma presunzione!". Caro amico e lettore, non dovremmo forse aborrire meritatamente tali bestie che chiamano speranzoso e presuntuoso chiunque abbia fiducia che Dio sia vero? Il Signore vuole che ci aspettiamo tutto dalla sua bontà, ma tali persone dichiarano presuntuoso appoggiarsi e contare su questa bontà! Questo Maestro è ben degno dei discepoli che ha trovato nelle insensate scuole di lingue! Ma noi, vedendo come Dio in chiare istruzioni comanda al peccatore di sperare nella salvezza, ci affideremmo volentieri così "presuntuosamente" alla sua verità da costruire solo sulla sua misericordia, gettando ogni fiducia sulle opere di noi stessi, e osando sperare allegramente! Perché ha detto: "Vi sia fatto secondo la vostra fede" (Mat 9,29) - e non sarà ingannato!


Capitolo tre

Attraverso la fede siamo nati di nuovo. Qui dobbiamo parlare di pentimento

III,3,1 In ciò che è stato fatto prima, ho già spiegato in parte come la fede possiede Cristo e come noi godiamo dei suoi beni per mezzo di Lui; ma tutto questo rimarrebbe ancora poco chiaro, se non si aggiungesse una spiegazione degli effetti che sperimentiamo. Non è sbagliato dire che il contenuto principale del Vangelo è il pentimento e il perdono dei peccati. Se si omettessero queste due cose principali, allora qualsiasi discussione sulla fede sarebbe priva di contenuto e mutilata, addirittura inutile! Cristo ci dà entrambi, e anche noi li raggiungiamo entrambi nella fede: il rinnovamento della vita e la riconciliazione per grazia; la connessione fattuale e la sequenza ordinata nell’insegnamento richiede quindi che io cominci qui parlando di queste due dottrine. Ma prima dobbiamo passare dalla fede al pentimento; quando avremo capito bene questo insegnamento, ci sarà più chiaro perché l’uomo è giustificato solo per fede e per puro perdono, e perché la vera santità della vita - se posso esprimermi così! - non è separato. Ma che il pentimento segua immediatamente la fede, anzi che nasca da essa, deve essere fuori dubbio. Il perdono e l’assoluzione (dei peccati) sono offerti attraverso la predicazione del Vangelo in modo tale che il peccatore sia liberato dalla tirannia di Satana, dal giogo del peccato, dalla miserabile schiavitù dei suoi vizi, e passi nel regno di Dio; perciò nessuno può accettare la grazia del Vangelo senza ritornare dagli errori della sua vita precedente alla retta via e dirigere tutto il suo zelo verso un serio sforzo di pentimento. Alcuni pensano che il pentimento preceda la fede, invece di scaturire da essa, o crescere come il frutto dall’albero; ma queste persone non hanno mai compreso la potenza del pentimento, e basano la loro opinione su prove insufficienti.

III,3,2 I sostenitori di quest’ultima visione sostengono ora che Cristo e Giov Battista, nei loro discorsi, hanno prima chiamato il popolo al pentimento, e solo allora hanno anche aggiunto: "Il regno dei cieli è vicino" (Mat 3,2; 4,17). Lo stesso comando fu dato anche agli apostoli per la loro predicazione secondo il loro riferimento; anche Paolo seguì questa regola, come riporta Luca (Atti 20,21). Ma si aggrappano superstiziosamente all’ordine esterno delle sillabe e non prestano attenzione al senso in cui sono collegate tra loro. Quando il Signore Cristo e Giov proclamano nel loro sermone: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino", vedono il motivo del pentimento nella grazia e nella promessa di salvezza! Quello che dicono è esattamente lo stesso che se esprimessero: Poiché il regno dei cieli è vicino, pentitevi! Anche Mat ce lo fa capire: riferisce come Giov predicò in questo mondo, e poi dichiara che in lui si è avverata la profezia di Isaia: "C’è una voce di uno che predica nel deserto. Preparate la via del Signore, raddrizzate i sentieri del nostro Dio nel deserto" (Isa 40,3). Ma se ora cerco l’origine del pentimento nella fede, ciò non significa che sto sognando un intervallo di tempo tra i due, in cui la fede ha generato il pentimento; voglio solo mostrare che l’uomo non può seriamente cercare il pentimento se non sa di essere di Dio. Ma la certezza di essere proprietà di Dio può essere raggiunta solo da chi ha prima afferrato la sua grazia. Ma questo diventerà più chiaro nel corso della discussione. Ciò che ha causato quell’inganno (riguardo alla successione della fede e del pentimento) può anche essere stata la constatazione che molte persone sono sopraffatte dai terrori della coscienza e portate all’obbedienza prima di aver raggiunto una conoscenza della grazia, o persino di averne assaggiato. Ora questo è un timore che hanno i principianti; alcuni vogliono addirittura annoverarlo tra le virtù, perché vedono che almeno si avvicina alla vera, giusta obbedienza. Ma qui non si tratta dei vari modi in cui Cristo ci attira a sé o ci prepara al perseguimento della pietà; dico solo questo: non c’è sincerità in cui non regni lo Spirito Santo, che Cristo ha ricevuto per comunicare alle sue membra. Secondo le parole del Salmo, "Con te c’è il perdono, perché tu sia temuto" (Sal 130:4), solo chi confida che Dio è benevolo con lui temerà veramente Dio; solo chi è certo che il suo servizio è gradito a Dio si metterà volentieri ad osservare la legge. E la tolleranza con cui Dio perdona e sopporta i nostri vizi è un segno del suo favore paterno. Questo è mostrato anche nell’esortazione di Osea: "Venite, torniamo al Signore, perché egli ci ha fatto a pezzi e ci guarirà; ci ha fatto a pezzi e ci legherà" (Os 6:1). La speranza del perdono è aggiunta come un incentivo affinché il popolo non rimanga stagnante nei suoi peccati. Ma la follia di queste persone che, per iniziare con il pentimento, prescrivono certi giorni per i loro nuovi arrivati nella fede, in cui devono praticare il pentimento, e vogliono riceverli nella comunione della grazia del vangelo solo quando questi giorni sono finiti, manca qualsiasi parvenza di giustificazione. Parlo qui della maggior parte degli anabattisti, specialmente di quelli che si dilettano ad essere considerati "spirituali", e anche dei loro compagni, i gesuiti e simili. Tale è il frutto di questo spirito ingannatore, che la penitenza che un uomo cristiano deve praticare per tutta la vita si limita a poche situazioni.

III,3,3 Ora alcuni uomini dotti, molto prima di questo tempo, con l’intenzione di parlare chiaramente e chiaramente del pentimento secondo la regola della Scrittura, hanno pronunciato la proposizione che esso consiste di due parti: Mortificazione e accelerazione. Per "mortificazione" (mortificatio) intendono il dolore dell’anima e lo spavento che nasce dalla conoscenza del peccato e dal sentimento dell’ira di Dio. Perché non appena qualcuno è portato alla vera conoscenza del peccato, comincia anche a odiare e detestare veramente il peccato, allora si disprezza dal profondo del cuore, confessa di essere miserabile e perso, e desidera diventare una persona diversa. Non appena il senso del giudizio di Dio lo coglie - perché questo secondo segue di propria iniziativa il primo! - allora giace scosso e schiacciato a terra, tremante in umiltà e inchinato, avvilito e disperato. Questa è la prima parte del pentimento, che è anche comunemente chiamata contritio. Con "vivificazione" (vivificatio) si intende la consolazione che ci viene dalla fede: perché lì l’uomo, che è stato gettato a terra dalla coscienza del peccato, che è stato scosso dal timore di Dio, è allora permesso di guardare alla bontà, alla misericordia e alla grazia di Dio, alla salvezza che viene attraverso Cristo; lì si raddrizza, prende fiato, riprende coraggio e viene, come dalla morte alla vita! Queste due espressioni (mortificazione e risveglio), se solo si aderisce alla loro corretta interpretazione, esprimono in modo appropriato la potenza del pentimento. D’altra parte, non sono d’accordo con l’idea che il rendere vivo sia inteso come la gioia che il cuore riceve quando si è riposato di nuovo dallo shock e dalla paura. Piuttosto, rendere vivo significa sforzarsi ardentemente per una vita santa e pia, come cresce dalla nuova nascita, quindi significa tanto quanto se si dicesse: l’uomo muore a se stesso per vivere a Dio.

III,3,4 Altri teologi sono partiti dall’osservazione che il termine "pentimento" è inteso in modo diverso nella Scrittura, e quindi hanno distinto due forme diverse di pentimento. Questo richiedeva certe caratteristiche, e così la prima forma fu chiamata "pentimento legale": il peccatore è ferito dal marchio del peccato, schiacciato dal terrore dell’ira di Dio, e in questa confusione rimane bloccato e non riesce a liberarsi. L’altra forma di pentimento è stata chiamata "evangelica": anche qui il peccatore è gravemente ferito in se stesso, ma è ancora capace di penetrare più in alto e afferra Cristo come rimedio alla sua ferita, come conforto nel suo terrore, come porto per la sua miseria. Come esempio di pentimento "legale", vengono menzionati Caino, Saul e Giuda Iscariota (Gen 4:13; 1Sam 15:30; Mat 27:4); la Scrittura ci parla del loro pentimento, e lo intende nel senso che essi riconobbero la gravità del loro peccato e temettero l’ira di Dio; ma essi compresero Dio solo come vendicatore e giudice, e per questo sentimento perirono. Il loro pentimento non fu quindi altro che, per così dire, il piazzale dell’inferno: vi entrarono mentre erano ancora vivi e cominciarono a subire la loro punizione di fronte all’ira della maestà di Dio. Possiamo osservare il pentimento "evangelico" in tutte quelle persone che, sebbene ferite in se stesse dal pungiglione del peccato, sono state rialzate e rinfrescate e convertite al Signore attraverso la fiducia nella misericordia di Dio. Così Ezechia fu terrorizzato dal messaggio di morte che ricevette, ma pregò con le lacrime, fissò i suoi occhi sulla bontà di Dio e così riacquistò fiducia (2 Re 20:2; Isa 38:2). Anche i Niniviti furono scossi dalla terribile notizia della caduta della città, ma pregarono in saccoccia e cenere, sperando che il Signore cambiasse idea e si allontanasse dalla furia della sua ira (Jon. 3:5). Davide dovette confessare di aver peccato terribilmente con il suo censimento, ma aggiunse ancora la supplica: "Signore, togli l’iniquità del tuo servo!". (2 Sam. 24:10). Ha riconosciuto il suo adulterio come colpa in risposta alle dure parole di rimprovero di Nathan e si è prostrato davanti al Signore; ma allo stesso tempo ha sperato nel perdono! (2 Sam. 12,13. 16). Di questo tipo fu anche il pentimento del popolo, che fu "trafitto nel cuore" dalla predica di Pietro, ma che poi, confidando nella bontà di Dio, continuò a chiedere: "Uomini, cari fratelli, cosa dobbiamo fare?" (Atti 2:37). Il pentimento dello stesso Pietro fu di questo tipo, che "pianse amaramente" ma non cessò di sperare (Mat 26,75; Luca 22,62).

III,3,5 Tutto questo è vero; eppure la stessa espressione "pentimento", per quanto posso capire dalla Scrittura, dice qualcos’altro. Il fatto che la fede sia inclusa nel pentimento (nel senso di pentimento "evangelico") contraddice le parole di Paolo negli Atti degli Apostoli: "E hanno testimoniato, sia ai Giudei che ai Greci, il pentimento verso Dio e la fede verso il Signore nostro Gesù Cristo (Atti 20:21). Lì menziona il pentimento e la fede fianco a fianco come due cose diverse. Sì, si chiede, può esistere un vero pentimento senza la fede? - Certamente no. Non possono essere separati l’uno dall’altro, ma devono essere distinti l’uno dall’altro! La fede non è mai senza speranza, eppure la fede e la speranza sono cose diverse; così anche il pentimento e la fede, benché collegati da un legame costante, devono essere pensati come legati insieme, invece di essere mescolati. Non mi nascondo che il termine "pentimento" è inteso come l’intera conversione a Dio, alla quale appartiene anche la fede; ma il senso in cui ciò avviene diventerà facilmente evidente quando avremo esaminato più da vicino la potenza e la natura del pentimento. La parola "pentimento" è presa dagli Ebrei da "conversione" o "ritorno", dai Greci da "cambiamento di mente" o "cambiamento di consiglio"; entrambe le derivazioni linguistiche corrispondono perfettamente alla cosa descritta: il pentimento si decide essenzialmente nel fatto che emigriamo da noi stessi e ci "rivolgiamo" a Dio, che mettiamo via la mente precedente e ne accettiamo una nuova! Perciò, almeno a mio giudizio, non è una cattiva descrizione del termine "pentimento" dire: Il pentimento è il vero volgersi della nostra vita a Dio, come nasce da un genuino e sincero timore di Dio; include da un lato il morire della nostra carne e dell’uomo vecchio, e dall’altro il rendere vivo lo spirito. In questo senso si devono intendere anche tutti i discorsi con cui un tempo i profeti e poi più tardi gli apostoli esortavano il popolo del loro tempo al pentimento. Perché tutti insistevano su una cosa, che gli uomini, scossi dai loro peccati, trafitti dal timore del giudizio di Dio, si prostrassero davanti a Dio, che avevano apostatato, si umiliassero davanti a Lui e tornassero alla Sua retta via nella vera conversione. Quindi le parole di cui avevano bisogno avevano tutte lo stesso significato senza distinzione, sia che si tratti di "volgersi a Dio" o "tornare a Dio" o "diventare di un’altra mente" o "pentirsi" (Mat 3,2). Ecco perché si dice anche nella Storia Sacra che il pentimento significa un rivolgersi "a Dio": questo accade quando le persone che si sono allontanate da Lui e si sono lasciate andare nelle loro concupiscenze, ora cominciano a obbedire alla Sua parola (1Sam 7:3), si sottomettono alla Sua guida e vanno dove Lui le chiama! Giov e Paolo parlano anche di "frutti degni del pentimento" che uno porta (Luca 3,8, Rom 6,4, Atti 26,20), e con questo intendono che uno vive una vita che è una prova, una testimonianza di questo pentimento in tutte le sue azioni.

III,3,6 Ma prima di andare oltre, sarà utile spiegare più dettagliatamente la descrizione del pentimento data sopra. Ci sono tre pezzi principali da notare in esso. Abbiamo parlato prima del pentimento come il volgersi della propria vita a Dio; sotto questo si richiede una trasformazione, non solo nelle opere esteriori, ma nell’anima stessa; poiché essa può portare con l’opera solo quei frutti che corrispondono al suo rinnovamento, quando ha deposto la sua vecchia natura. Questo è ciò che il profeta Ezechiele vuole esprimere; è per questo che chiama al popolo che esorta al pentimento l’istruzione: "Fatevi un cuore nuovo!". (Ez 18:31). Perciò, quando Mosè, come spesso fa, vuole mostrare come gli israeliti, guidati dal pentimento, dovrebbero rivolgersi al Signore, esige che ciò sia fatto "con tutto il cuore", "con tutta l’anima" (Deut 6,5; 10,12; 30,6), e vediamo i profeti ripetere questa espressione di tanto in tanto (Isa 24,7); anche Mosè la chiama "circoncisione del cuore", e con essa penetra anche nelle nostre emozioni più profonde (Deut 10,16; 30,6). Ma il vero significato del pentimento emerge più chiaramente dal quarto capitolo del profeta Geremia: "Se vuoi cambiare, o Israele, rivolgiti a me… Pianta una cosa nuova e non seminare sotto le siepi. Circoncidetevi al Signore e togliete il prepuzio del vostro cuore!". (Ger 4:1. 3. 4). Così, come testimonia il profeta, tutto il loro zelo per il raggiungimento della giustizia non servirà a nulla se prima di tutto l’ingiustizia non sarà scacciata dal profondo del loro cuore! Per arrivare al fondo dei loro cuori, fa notare che hanno a che fare con il Dio davanti al quale non servono scuse, perché lui odia un cuore doppio! Ecco perché Isa si prende gioco anche delle azioni perverse degli ipocriti, che esteriormente, in ogni sorta di cerimonie, si prendevano la massima pena per la conversione, ma nel frattempo non si preoccupavano affatto di togliere il peso dell’ingiustizia con cui tenevano legati i poveri! (Isa 58:6). Lì mostra in modo molto bello in quali prestazioni si dimostra effettivamente un pentimento non finto.

III,3,7 Nella mia descrizione del termine "pentimento" ho poi insegnato, come secondo pezzo essenziale, che il pentimento cresce dal sincero timore di Dio. Prima che il cuore del peccatore sia incline alla conversione, deve prima essere risvegliato ad essa dal pensiero del giudizio divino. Una volta che il pensiero è penetrato profondamente nei nostri cuori che Dio un giorno salirà sul suo seggio di giudizio per chiedere conto di tutte le nostre parole e azioni, non lascia il povero uomo riposare, né tira un sospiro di sollievo, no, lo spinge ancora e ancora a desiderare una vita completamente diversa per poter stare davanti a quel giudizio con certezza. Ecco perché le Scritture, nei loro inviti al pentimento, menzionano spesso il giudizio, come in Geremia: "…che la mia ira si spenga come fuoco e bruci in modo che nessuno possa spegnerla, a causa della vostra cattiveria!". (Ger 4:4). Allo stesso modo, nel discorso di Paolo agli Ateniesi si dice: "E infatti Dio ha trascurato il tempo dell’ignoranza; ma ora comanda a tutti gli uomini ovunque di pentirsi, perché ha fissato un giorno in cui giudicherà con giustizia il cerchio della terra…" (Atti 17:30 e seguenti). Lo troviamo anche in molti altri passaggi. A volte la Scrittura ci mostra anche che Dio è il giudice riferendosi a punizioni che hanno già avuto luogo: i peccatori dovrebbero considerare che sono minacciati da punizioni ancora peggiori se non si convertono in tempo. Ne abbiamo un esempio nel 29 capitolo del Deuteronomio (Deut 29:19f s.). Dato che il pentimento inizia con un sentimento di disgusto e odio verso il peccato, Paolo chiama il "dolore divino" (2Cor 7:10) la giusta ragione per il pentimento. Questo "dolore divino" significa che non siamo semplicemente spaventati dalla punizione, ma che proviamo odio e disgusto per il peccato stesso, perché sappiamo che è un abominio per Dio. Questo non è sorprendente: perché se non fossimo punzecchiati duramente, la pigrizia della nostra carne non potrebbe essere rimediata; infatti, anche le punture non basterebbero, vista la sua ottusità e pigrizia, se Dio non ci desse la verga per sentire e quindi premere su di noi più profondamente! C’è anche la testardaggine, che deve essere schiacciata come con un martello. La severità con cui Dio ci minaccia costringe così la malvagità dei nostri cuori da lui; perché l’amichevole allettamento sarebbe vano con noi che siamo addormentati. Non voglio enumerare le singole testimonianze scritturali che incontriamo continuamente. Ma il timore di Dio è anche l’inizio del pentimento in un altro senso. Se un uomo avesse raggiunto tutte le virtù nella sua vita senza però essere indirizzato al servizio di Dio, sarebbe certamente lodato dal mondo, ma in cielo la sua vita sarebbe ancora un abominio; perché la parte più importante della rettitudine è proprio che a Dio sia riconosciuto il suo diritto e l’onore che gli è dovuto: ma è proprio questo diritto, questo onore, che noi derubiamo Dio se non abbiamo la ferma risoluzione di sottometterci al suo potere di governo.

III,3,8 Ora, in terzo luogo, dobbiamo spiegare cosa significa quando dico sopra che il pentimento consiste in due cose, cioè la mortificazione della carne e il risveglio dello Spirito. I profeti lo esprimono chiaramente, anche se si adattano alla comprensione del popolo e quindi ne parlano in modo piuttosto chiaro e crudo. Così nel Sal 34 dice: "Allontanatevi dal male e fate il bene" (Sal 34:15), o in Isaia: "Lavatevi, purificatevi, allontanate il vostro male dalla mia vista; allontanatevi dal male; imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi…" (Isa 1:16 s.). Perché quando ammoniscono il popolo contro la malvagità, stanno invocando la caduta di tutta la carne, che è piena di malvagità e corruzione. Naturalmente è molto difficile e duro spogliarsi e lasciare andare la nostra natura innata, perché non dobbiamo credere che la carne sia veramente morta fino a quando tutto ciò che abbiamo di noi stessi non sia stato eliminato. Ma poiché tutta la mente della carne è "inimicizia contro Dio" (Rom 8:7), il primo passo per obbedire alla Sua legge è la negazione della nostra propria natura! Dopo di che, però, il profeta (nel passo citato, Isa 1,16 s.) indica anche la rigenerazione, sulla base dei frutti che ne derivano: Giustizia, giudizio e misericordia. Infatti non basterebbe che ci liberassimo debitamente dall’obbligo di tali opere, se la nostra mente e il nostro cuore non avessero assunto essi stessi la disposizione corrispondente; ma questo avviene quando lo Spirito di Dio immerge la nostra anima nella sua santità, la riempie di nuovi pensieri e impulsi, in modo che possa veramente essere considerata nuova. Noi, essendo per natura allontanati da Dio, certamente non raggiungeremo mai ciò che è giusto se prima non abbiamo rinnegato noi stessi. Ecco perché ci viene così spesso comandato di allontanare l’uomo vecchio, di rinunciare al mondo e alla carne, di dire addio ai nostri desideri e di "rinnovare nello spirito la nostra mente" (cfr. Efes 4,23). La stessa espressione "mortificazione" ci ricorda quanto sia difficile dimenticare la nostra vecchia natura: notiamo da questa parola che è solo quando la spada dello Spirito ci ha forzatamente ucciso e distrutto che siamo inviati al timore di Dio e siamo in grado di imparare i rudimenti della pietà; Dio vuole che sappiamo, per così dire, che è solo attraverso il completo trapasso della nostra natura ordinaria che possiamo arrivare ad essere annoverati tra i suoi figli.

III,3,9 Sia il morire che il venire alla vita vengono a noi attraverso la partecipazione a Cristo. Perché se noi partecipiamo veramente alla morte di Cristo, allora per il suo potere il nostro vecchio uomo è crocifisso, allora il corpo peccaminoso muore, così che la corruzione della prima natura perde il suo potere! (Rom 6:6). Quando siamo resi partecipi della Sua risurrezione, allora attraverso di essa risorgiamo a una nuova vita che è secondo la giustizia di Dio. Descrivo quindi il pentimento in una parola come rinascita; e lo scopo di questa rinascita si trova unicamente nel fatto che l’immagine di Dio viene restaurata in noi, che era stata contaminata e quasi cancellata dalla trasgressione di Adamo. Questo è ciò che insegna l’apostolo quando dice: "Ma ora in noi tutta la gloria del Signore si riflette a viso scoperto, e noi veniamo trasfigurati nella stessa immagine da una gloria all’altra, come dal Signore che è lo Spirito" (2Cor 3:18). Allo stesso modo: "Ma rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è stato creato secondo Dio per la giustizia e la santità" (Efes 4:23 s.). O anche: "Rivestitevi dell’uomo nuovo, che si rinnova nella conoscenza a immagine di Colui che lo ha creato" (Col 3:10). Così allora, per il buon piacere di Cristo in questa rigenerazione, siamo rinnovati alla giustizia di Dio dalla quale siamo caduti in Adamo; questo è il modo in cui è piaciuto al Signore di restaurare perfettamente tutti coloro che ha accettato per l’eredità della vita eterna. Ma questo rinnovamento non si compie in un momento, né in un giorno, né in un solo anno; no, Dio, in un progresso continuo, anche lento, purga le corruzioni della carne dai suoi eletti, li purifica dalle loro contaminazioni, e li consacra a un tempio a lui santo, rinnova tutti i loro sensi alla vera purezza, affinché possano praticare il pentimento per tutta la vita: essi sapranno che questo servizio di guerra non trova la sua fine che nella morte. Tanto maggiore è la malvagità di quell’impuro ciarlatano, l’apostata Stafilo: egli sostiene nel suo ciarlare che io confondo lo stato della vita presente con la gloria celeste, perché, secondo Paolo, io pretendo dell’immagine di Dio (2Cor 4:4) che essa consiste nella "vera santità e rettitudine" (cfr. Efes 4:24). Come se, nel descrivere una cosa, non si dovesse cercare la sua essenza completa e perfetta! Questo non significa negare lo spazio per la crescita; sto solo dicendo che nella misura in cui una persona si è avvicinata alla somiglianza con Dio, deve essere giudicata per avere l’immagine di Dio che risplende in lui. Affinché i credenti possano arrivare a questo, Dio assegna loro il campo di battaglia del pentimento, sul quale devono correre tutta la vita.

III,3,10 Attraverso la rigenerazione, dunque, i figli di Dio sono liberati dalla schiavitù del peccato; ma non in modo tale che essi abbiano già raggiunto il pieno possesso di questa libertà, per così dire, e non possano più sperimentare alcuna afflizione da parte della loro carne; no, piuttosto in modo tale che rimanga sempre per loro sufficiente motivo di lotta, che è per dare loro esercizio, anzi non solo questo, ma che è anche per renderli più consapevoli della loro debolezza. Tutti gli scrittori ecclesiastici di ragionevole giudizio concordano sul fatto che anche nell’uomo rinato rimane un combustibile per il male, da cui i desideri che lo tentano e lo incitano al peccato scoppiano continuamente. Confessano anche che i santi sono così irretiti da questa malattia della lussuria che a volte sono inevitabilmente provocati e spinti alla lussuria, all’avidità, all’ambizione o ad altri vizi. Non è necessario qui spendere molto sforzo nel cercare i detti degli antichi; è sufficiente riferirsi ad Agostino, che con fedeltà e grande diligenza ha raccolto le dichiarazioni di tutti i Padri della Chiesa su questo argomento (nello scritto contro il pelagiano Giuliano, II,1,3). I lettori possono ottenere la loro conoscenza da lui se vogliono avere una visione fondata dell’opinione degli antichi. Si potrebbe, naturalmente, notare un’apparente differenza tra la convinzione di Agostino e la mia. Agostino ammette che i credenti, finché abitano nei loro corpi mortali, sono così legati dai desideri che non possono fare a meno di desiderare; ma non osa chiamare questa infermità un peccato; Ma non osa chiamare questa infermità peccato; piuttosto, per indicare questa infermità, si accontenta del termine "debolezza" e insegna che diventa peccato solo quando l’intenzione e il pensiero cattivo si uniscono all’opera stessa o al consenso interiore cosciente, cioè quando la volontà cede a questo primo impulso. Io, invece, considero peccaminoso che l’uomo sia incitato da un qualsiasi desiderio contro la legge di Dio; anzi, sostengo che la malizia stessa, che produce in noi tutti questi molteplici desideri, è da considerarsi peccaminosa. Insegno, dunque, che nei santi, finché hanno questo corpo mortale in loro, il peccato abita ancora; perché nella loro carne ha la sua dimora quella malvagità che produce lussuria, quella malvagità che è contraria alla giustizia. Tuttavia, Agostino non evita sempre il termine "peccato" in questo senso; dice: "Per ’peccato’ Paolo intende quello da cui scaturiscono tutti i peccati, cioè la concupiscenza carnale. Ora, in relazione ai santi, questo perde il suo diritto di dominio sulla terra, e in cielo passa" (Sermone 155). Con queste parole ammette che i credenti, nella misura in cui sono soggetti alle concupiscenze della carne, sono colpevoli di peccato.

III,3,11 Ma che Dio, secondo la testimonianza della Scrittura, purifica la Sua Chiesa da ogni peccato (Efes 5,26 s.), che Egli promette questa grazia di liberazione attraverso il battesimo e adempie anche questa promessa nei Suoi eletti, mi riferirei piuttosto alla liberazione dalla colpa che dall’avvicinarsi del peccato stesso. Permettendo ai Suoi di nascere di nuovo, Dio realizza certamente l’abolizione del dominio del peccato in loro - perché dà loro la potenza del Suo Spirito, in cui devono vincere la battaglia e diventare vincitori! Ma il peccato cessa semplicemente di regnare in loro, non di abitare in loro! Certamente, diciamo, il vecchio uomo è crocifisso, certamente la legge del peccato è stata eliminata nei figli di Dio (Rom 6:6); ma rimangono ancora dei resti, certamente non per regnare in loro, ma per umiliarli con la coscienza della loro debolezza. Confessiamo, infatti, che non sono imputati, come se, quindi, non ci fossero affatto; ma affermiamo che per la sola misericordia di Dio, i santi, che altrimenti starebbero giustamente davanti a Dio come peccatori e colpevoli, sono assolti da questa colpa. Né è difficile per me provare questa proposizione, perché ci sono chiare testimonianze nella Scrittura. Il più chiaro è quello che Paolo proclama in Romani 7. Prima di tutto, ho già dimostrato altrove (II, 3, 27) che sta parlando come un uomo nato, e anche Agostino lo ha dimostrato con ragioni affidabili. Non dirò che usa le espressioni "male" e "peccato" (come uomo nato e con riferimento a lui!). Ma per quanto gli oppositori della nostra dottrina vogliano cercare una scusa dietro queste due parole, io chiedo: chi vuole negare che l’opposizione alla legge di Dio (che Paolo dice di portare dentro di sé!) è il male? Chi negherà che l’ostruzione della giustizia è il peccato? Infine, chi negherà che dove c’è miseria spirituale, c’è anche colpa? Ma Paolo dice tutto questo della malattia di cui si parla qui! Ma abbiamo anche una prova sicura dalla legge, con l’aiuto della quale possiamo risolvere brevemente la questione in questione. Lì ci viene comandato di amare Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze (Deut 6,5; Mat 22,37). Così tutte le aree della nostra anima devono essere occupate dall’amore di Dio, e quindi nessuno che permette anche il minimo stimolo di penetrare nel suo cuore o anche solo permette un pensiero nel suo essere interiore che lo porterebbe lontano dall’amore di Dio e lo abbandonerebbe alla vanità, sta certamente adempiendo questo comandamento! Come? Non sono forse poteri dell’anima quando siamo toccati da impulsi improvvisi, li cogliamo con i nostri sensi e facciamo una risoluzione nella nostra mente? Ma se queste nostre facoltà danno accesso a pensieri vani e malvagi, dimostrano che a tal punto sono ancora senza amore per Dio! Se dunque qualcuno non vuole ammettere che tutte le concupiscenze della carne sono peccati, e che questa malattia del desiderio, che è chiamata "acciarino", è la fonte stessa del peccato, - deve necessariamente negare che la trasgressione della legge sia peccato.

III,3,12 Ma a qualcuno potrebbe sembrare incongruente che in questo modo tutti i desideri che sorgono naturalmente nell’uomo siano generalmente condannati; potrebbe dire che sono impiantati in noi da Dio, l’autore della natura. A questo rispondo: non condanno affatto i desideri che Dio ha impiantato nella natura dell’uomo alla prima creazione, e che quindi non possono che essere sradicati insieme all’umanità dell’uomo; mi oppongo esclusivamente agli impulsi smodati e indomiti che sono in conflitto con l’ordine di Dio. Ma dalla malvagità della nostra natura tutte le nostre disposizioni sono infarcite di vizi e corrotte, così che in tutte le nostre azioni vengono sempre alla luce il disordine e l’intemperanza; poiché poi i nostri desideri non possono essere separati da questa licenziosità, io sostengo che sono corrotti. Posso anche riassumere brevemente la cosa più importante: Insegno che tutti i desideri dell’uomo sono malvagi, e li dichiaro colpevoli di peccato, non in quanto sono naturali, ma in quanto sono disordinati; e lo sono, perché nulla di puro e pulito può uscire da una natura corrotta e contaminata. Agostino non è così lontano da questa dottrina come sembrerebbe. È vero che egli diffidava più che giustamente delle calunnie maliziose con cui i pelagiani cercavano di tormentarlo, ed è per questo che talvolta evita la parola "peccato" (An Bonifacius, I,13,27; III,3,5). Ma scrive anche che la legge del peccato rimane nei santi, e che solo la colpa è abolita in loro; così mostra abbastanza chiaramente che non è lontano dalla mia visione.

III,3,13 Ma aggiungerò qualche altra affermazione che renderà la sua visione ancora più chiara. Così scrive nel suo secondo libro contro Giuliano: "Questa legge del peccato è perdonata attraverso la rinascita spirituale, ma rimane nella carne mortale. Essa è perdonata, perché nel sacramento con cui i credenti rinascono (cioè il battesimo!) la colpa è dissolta; ma allo stesso tempo rimane, perché causa le concupiscenze contro le quali anche i credenti devono lottare" (Contro Giuliano, II,3,5). Oppure: "La legge del peccato, dunque, che anche un così grande apostolo portava nelle sue membra, è perdonata nel battesimo, ma non finita" (Ibid. II,4,8). O anche: "Questa legge del peccato, che rimane in noi, ma la cui colpa è dissolta nel battesimo, Ambrogio la chiamava ’ingiustizia’; perché è davvero ’ingiusta’ quando ’la carne concupisce contro lo Spirito’" (Ibid. II,5,12). Allo stesso modo, "Il peccato è morto per quanto riguarda la colpa in cui ci ha imprigionato; ma finché non è completamente guarito dall’essere completamente sepolto, resiste ancora nella sua morte" (Ibid. II,9,32). Si esprime ancora più chiaramente nel quinto libro (contro Giuliano): "La cecità di cuore è il peccato, in virtù del quale non si crede in Dio; è allo stesso tempo la punizione del peccato, con cui il cuore indurito è punito con un giusto castigo, ed è allo stesso tempo la causa del peccato, poiché l’errore del cuore cieco si traduce in atti. Allo stesso modo, la concupiscenza della carne, contro la quale lo Spirito buono "concupisce", è peccato da un lato, perché è inerente alla disobbedienza alla regola dello Spirito; è anche punizione del peccato dall’altro, perché è il castigo della colpa e della disobbedienza dell’uomo, ed è allo stesso tempo la causa del peccato, perché vi acconsentiamo interiormente e così cadiamo, e perché ne siamo già contaminati dalla nascita" (Contro Giuliano V,3, 8). Qui, dunque, Agostino chiama inequivocabilmente "peccato" il desiderio malvagio; perché qui ha già abbattuto l’errore dei pelagiani e ha condotto la verità alla vittoria, perciò qui è meno timido delle calunnie maligne dei suoi avversari! È abbastanza simile nel 41 Sermone di Giovanni, dove Agostino esprime liberamente il suo parere senza uno sguardo ad un avversario del suo cuore: "Se servite la legge del peccato nella carne, fatelo secondo la parola dell’apostolo: ’Non lasciate dunque che il peccato regni nel vostro corpo mortale, per renderlo obbediente nelle sue concupiscenze’" (Rom 6,12). Dice: non regni, ma non: non sia. Perché finché vivete, il peccato è necessariamente nelle vostre membra, solo sia tolto il suo dominio: non si faccia più ciò che esso comanda!". (Sermone 41 sul Vangelo di Giovanni). Coloro che sostengono che la concupiscenza malvagia non è peccato, amano riferirsi alle parole di Giacomo: "Dopo, quando la concupiscenza ha concepito, partorisce il peccato" (Giac 1,15). Ma questo può essere respinto senza difficoltà; perché se non comprendiamo che egli sta parlando qui solo delle opere malvagie, o dei cosiddetti peccati dell’atto, allora anche il male non sarà considerato peccato per noi. Infatti, egli chiama le iniquità e le opere malvagie le escrescenze della lussuria, e usa la parola "peccato", ma non ne consegue che la cupidigia non sia una cosa malvagia, o che non sia condannabile agli occhi di Dio.

III,3,14 Oggigiorno, certi anabattisti hanno escogitato qualche folle fantasia al posto della rigenerazione spirituale: secondo la loro immaginazione, i figli di Dio sono già restaurati allo stato di innocenza; non hanno dunque più bisogno di preoccuparsi di domare le concupiscenze della carne, no, devono solo abbandonarsi alla guida dello Spirito, sotto il cui impulso non c’è più sbandamento! Non si dovrebbe pensare che una mente umana possa cadere in una tale follia se non spargesse apertamente e orgogliosamente la sua dottrina. È davvero una mostruosità; ma gli anabattisti stanno così subendo la giusta punizione per la loro blasfema presunzione, che si sono impegnati a trasformare la verità di Dio in una bugia. Ci sarà davvero la fine di tutte le distinzioni tra vergognoso e onorevole, giusto e ingiusto, bene e male, virtù e vizio? Gli anabattisti dicono: "Questa è una differenza che viene dalla maledizione di Adamo, dalla quale Cristo ci ha liberati!". Questo significa che non c’è più differenza tra fornicazione e disciplina, sincerità e inganno, verità e menzogna, equità e avidità predatoria! Ma poi dicono: "Lascia andare questa paura inutile; lo spirito non ti comanderà nulla di male, devi solo abbandonarti con sicurezza e senza paura al suo impulso! Chi non sarebbe inorridito di fronte a tali mostruosità! Eppure, tra coloro che, accecati dal folle impulso della lussuria, hanno perso il buon senso (sensum communem exuerunt), è abbastanza comune la saggezza mondana! Chiedo solo: che cos’è questo Cristo che ci mettono davanti, che cos’è questo spirito che ci propinano? Perché noi conosciamo solo l’unico Cristo e il suo unico Spirito, che i profeti hanno lodato, che il Vangelo ci predica come Colui che è apparso - ma di lui non sentiamo nulla di simile! Perché questo Spirito non è il patrono dell’omicidio e della fornicazione, dell’ubriachezza, dell’arroganza, della lotta, della cupidigia e dell’inganno; piuttosto, Egli opera l’amore, la castità, la semplicità, la modestia, la pace, la temperanza e la verità! Non è uno spirito sconsiderato che corre a capofitto tra il bene e il male, ma è pieno di saggezza e comprensione e quindi distingue debitamente il bene dal male! Egli non incita l’uomo alla nefanda e indisciplinata lascivia, ma fa una netta distinzione tra ciò che è permesso e ciò che non lo è, e così ci insegna a mantenere moderazione e moderazione. Ma perché dovrei prendermi il disturbo di confutare questa mostruosa follia? Per il cristiano, lo Spirito del Signore non è uno spettro furioso che riceve in sogno o che ottiene dalle fantasticherie altrui, ma cerca piamente nelle Scritture di conoscere questo Spirito. Ma lì troviamo due cose dette di lui. In primo luogo, sentiamo che ci è dato per la santificazione: è per purificarci da ogni impurità e contaminazione e condurci all’obbedienza alla giustizia di Dio. Ma questa obbedienza può esistere solo se domiamo e sottomettiamo i nostri desideri; gli entusiasti, invece, vogliono lasciare che questi desideri tirino le redini! In secondo luogo, sentiamo che questa purificazione attraverso la santificazione dello spirito avviene ancora in modo tale che siamo ancora dominati da molti vizi e da una grande debolezza finché siamo racchiusi dal peso del nostro corpo. Così siamo ancora lontani dalla perfezione e dobbiamo quindi fare qualche progresso giorno per giorno; siamo impigliati in ogni tipo di vizi e dobbiamo quindi lottare contro di essi ogni giorno. Ne consegue che dobbiamo gettare via ogni pigrizia, ogni sicurezza carnale, e stare in guardia con la tensione più interiore, per evitare che nell’imprudenza ci si inganni con l’inganno della nostra carne. Non dobbiamo certo credere di poter andare oltre l’apostolo Paolo, che fu tormentato da un angelo di Satana (2Cor 12:7), affinché "la potenza sia resa perfetta nella debolezza" (2Cor 12:9; non il testo di Lutero), e non ci inganna quando ci mostra il conflitto tra carne e spirito nella sua stessa carne! (Rom 7,6 ss.).

III,3,15 Der L’apostolo, nel descrivere il pentimento, elenca a ragione sette emozioni che sono da considerare come sue cause, effetti o anche costituenti, cioè "diligenza" o preoccupazione, "responsabilità, ira, paura, desiderio, zelo, vendetta" (2Cor 7,11). Non deve sembrare assurdo che io non osi decidere esattamente se (e in che misura) appaiono qui cause o effetti del pentimento; entrambi possono essere discussi. Si può anche dire che qui si tratta di emozioni che sono collegate al pentimento. Ma l’intenzione dell’apostolo può essere accertata anche ignorando queste domande, e quindi ci accontenteremo di una semplice spiegazione. Dice quindi, in primo luogo, che l’afflizione divina opera la "diligenza". Infatti, colui che sente un grave dispiacere in se stesso perché ha peccato contro il suo Dio, è allo stesso tempo esortato alla diligenza e all’attenzione per sottrarsi completamente alle insidie del diavolo e per prendersi meglio cura di se stesso contro i suoi persecutori, per non perdere successivamente la guida dello Spirito Santo e lasciarsi sopraffare dalla sicurezza carnale. Poi arriva la "responsabilità" di Paolo. In questo passaggio, "responsabilità" non significa "difesa", come se il peccatore negasse il suo misfatto o cercasse di minimizzare la sua colpa per sfuggire al giudizio di Dio; significa piuttosto "pulizia", che si basa sulle scuse e non sulla fiducia nella propria causa. Ora è come per i bambini che non sono apostati: se riconoscono e confessano le loro aberrazioni, chiedono comunque perdono; perché ciò avvenga correttamente, testimoniano in tutti i modi possibili che non hanno affatto tolto la riverenza dovuta ai loro genitori; insomma, non si scusano per apparire giusti e innocenti, ma unicamente per ottenere il perdono! Poi Paolo parla di "ira": il peccatore si accanisce interiormente contro se stesso, fa i conti con se stesso, è arrabbiato con se stesso quando considera le sue malefatte e la sua ingratitudine verso Dio. Con "paura" l’apostolo intende quel tremore che entra nel nostro cuore ogni volta che ci rendiamo conto di ciò che abbiamo fatto di male e di quanto sia terribile la severa ira di Dio contro il peccatore. Perché allora un’angoscia terribile viene necessariamente su di noi: ci educa all’umiltà e allo stesso tempo ci rende più prudenti per il tempo a venire. Così ancora dalla paura nasce la "diligenza", l’apprensione di cui abbiamo parlato sopra; lì notiamo come tutti questi impulsi sono strettamente connessi tra loro. Per "desiderio" l’apostolo mi sembra intendere l’ardente adempimento dei doveri che ci spettano e la gioiosa disponibilità ad obbedire, alla quale, dopo tutto, la conoscenza delle nostre trasgressioni deve stimolarci più di tutto. Questo include anche lo "zelo" che Paolo menziona subito dopo. Significa una serietà ardente che ci accende quando la domanda sorge in noi come spine: Che cosa ho fatto? Dove sarei sprofondato se la misericordia di Dio non fosse venuta in mio aiuto? Alla fine, appare la "vendetta". Perché quanto più siamo severi con noi stessi e quanto più severamente puniamo il nostro peccato contro di noi, tanto più possiamo sperare di avere un Dio benevolo e misericordioso. Se la nostra anima è veramente spaventata dal terrore del giudizio di Dio, non può fare a meno di "vendicarsi" da parte sua infliggendosi una punizione. I pii sanno veramente da soli quali sono le pene: la vergogna, lo shock interiore, il sospiro, l’autocondanna e tutte le altre emozioni che nascono dalla seria considerazione del peccato. Ricordiamoci, tuttavia, che è necessario mantenere la moderazione, per evitare che la tristezza ci divori del tutto; perché nulla è più vicino a una coscienza spaventata che sprofondare nella disperazione. Questa, dunque, è una delle arti che Satana usa quando vede un uomo steso a terra per il timore di Dio: lo fa sprofondare sempre di più nelle fauci del dolore, affinché non si rialzi più. Certamente il timore che ci porta all’umiltà e che non si allontana dalla speranza del perdono non può mai essere troppo grande. Ma dovremmo fare attenzione, secondo l’istruzione dell’apostolo, che il peccatore che è tormentato e scontento di se stesso non sia appesantito da una paura troppo grande e "si stanchi e si stanchi" (Ebr 12:3). Perché in questo modo fuggiremmo da Dio, che ci chiama a sé attraverso il pentimento! L’esortazione di Bernardo di Chiaravalle è molto fruttuosa a questo proposito: "Il dolore per il peccato è necessario, purché non duri senza interruzione. Perciò vi consiglio di lasciare da parte il ricordo doloroso e penoso delle vostre vie e di portare i vostri passi nell’ampia pianura della gioiosa contemplazione delle buone azioni di Dio! Mescoliamo il miele con l’assenzio, affinché la sua salutare amarezza, mescolata alla dolcezza e così addolcita, possa davvero darci la salvezza! E quando pensate a voi stessi in umiltà, pensate nello stesso tempo anche al Signore secondo la sua bontà!".

III,3,16 Ora possiamo anche capire quali frutti produce il pentimento: sono le opere di pietà verso Dio, di amore verso gli uomini, che vengono poste su di noi, ed è, inoltre, la santità e la purezza in tutta la nostra vita. Più una persona è zelante nell’esaminare la sua vita secondo la regola della legge di Dio, più segni certi di pentimento mostrerà. Perciò, quando lo Spirito Santo ci esorta al pentimento, a volte ci indica i singoli comandamenti della Legge, e a volte anche i doveri della seconda tavola. In altri luoghi, naturalmente, egli condanna anche l’impurità nel fondo del cuore stesso, ma poi ci dà anche dei segni esterni attraverso i quali la sincerità del nostro pentimento deve essere resa chiara. Ne presenterò presto un’immagine al lettore quando verrò alla descrizione della vita cristiana. Non voglio elencare qui tutte le testimonianze dei profeti, in cui in parte si prendono gioco della follia di cercare di propiziare Dio con le cerimonie, e mostrano che questo non è altro che una buffonata, e in parte fanno anche capire che la purezza esteriore della vita non è la parte principale del pentimento, perché Dio guarda il cuore. Chiunque sia anche solo un po’ versato nelle Scritture riconoscerà, senza istruzioni esterne, che quando si tratta di Dio, qualcosa sarà fatto solo se si inizia con i più intimi fremiti del cuore. C’è un passaggio in Gioele che può aiutarci a capire altri passaggi: "Rendete i vostri cuori e non le vostre vesti! (Gioele 2:13). Entrambi sono anche brevemente espressi nelle parole di Giacomo: "Pulite le vostre mani, peccatori, e rendete casti i vostri cuori, volubili". (Giac 4,8). Ciò che ci viene mostrato qui nel primo membro è essenzialmente un risultato; ma la fonte e l’origine ci viene nel secondo membro: l’impurità nascosta deve essere messa via, in modo che un altare possa essere eretto a Dio nel cuore stesso. Ma ci sono anche certi esercizi esteriori che sono destinati a servirci, ciascuno per sé, come un mezzo per umiliarci o per domare la nostra carne, e che, d’altra parte, hanno lo scopo pubblico di testimoniare il pentimento (2Cor 7:11). Ma questi esercizi esteriori scaturiscono da quella "vendetta" di cui parla Paolo (2Cor 7:11); poiché è proprio di uno spirito timoroso camminare nel dolore, vivere con sospiri e lacrime, evitare ogni splendore, ogni pompa e rinunciare a tutti i piaceri. Sì, colui che sa quanto sia grande il male della sregolatezza della nostra carne, cerca tutti i mezzi per tenerla sotto controllo. E colui che considera giustamente quanto sia brutto aver violato la giustizia di Dio, non può riposare finché non ha dato umilmente gloria a Dio. Tali esercizi sono spesso menzionati dagli antichi scrittori della chiesa quando parlano dei frutti del pentimento. Essi non basano, naturalmente, il potere del pentimento su questi esercizi; ma il lettore non deve biasimarmi se dico quello che penso: quegli antichi mi sembrano certamente porre più enfasi su queste cose di quanto sia giusto. Se ci pensate bene, sarete d’accordo con me, spero, che sono andati oltre il giusto sotto due aspetti. In primo luogo, enfatizzando così tanto l’esercizio fisico e lodandolo così tanto, hanno ottenuto che il popolo lo accettasse davvero con grande zelo, ma così facendo hanno oscurato, per così dire, ciò che deve essere di gran lunga più importante. In secondo luogo, nella loro richiesta di mortificazioni esteriori hanno proceduto più bruscamente di quanto la mitezza della Chiesa permetta. Questo deve essere trattato altrove.

III,3,17 Ora ci sono davvero persone che, dal fatto che in diversi passi della Scrittura, specialmente in Gioele (2,12), sentono menzionare il pianto e il digiuno e la cenere (seduti in), procedono immediatamente a vedere nel digiuno e nel pianto la parte più essenziale del pentimento. Questa è un’illusione che devo correggere qui. Quando ci viene detto di rivolgerci al Signore con tutto il cuore, quando sentiamo che non dobbiamo strapparci le vesti ma il cuore, questa è l’essenza stessa del pentimento. Ma il pianto e il digiuno non sono aggiunti come effetti costanti e necessari del pentimento, ma sorgono in circostanze speciali. Gioele aveva profetizzato che gli ebrei erano minacciati dalla più terribile distruzione, e ora consigliava loro di anticipare l’ira di Dio, non solo con il pentimento, ma anche testimoniando apertamente il loro dolore. Proprio come un imputato con la barba incolta, con i capelli incolti, in una veste scura di lutto, è abituato ad umiliarsi per ottenere misericordia dal suo giudice, così anche gli ebrei, che sono stati portati davanti al tribunale di Dio come imputati, dovrebbero chiedere a Dio in una veste così miserabile di trattenersi dalla sua severità. Ora, naturalmente, il sacco e le ceneri erano più appropriati per quel tempo; il pianto e il digiuno, d’altra parte, sarebbero certamente un’usanza molto appropriata anche per noi, tutte le volte che il Signore sembra minacciarci di sventura o di angoscia. Perché quando lascia che un pericolo si manifesti, ci fa sapere che si sta preparando per il castigo e si sta, per così dire, armando. Il Profeta ha appena annunciato ai suoi che una severa indagine avrebbe avuto luogo sui loro misfatti; quando ora li esorta al pianto e al digiuno, cioè alla tristezza dell’accusato, ha ragione di farlo. Anche oggi, se i pastori della Chiesa vedessero che la catastrofe minaccia le loro stesse teste, non farebbero affatto male se li invitassero ad affrettarsi a digiunare e a piangere; solo che dovrebbero sempre insistere con uno zelo ancora maggiore e uno sforzo ancora più accanito sulla cosa principale, cioè che sono i cuori che devono essere lacerati e non le vesti. Non c’è dubbio che la penitenza non includa sempre il digiuno, ma che questo sia destinato a momenti speciali di necessità. Cristo gli dà quindi il suo posto accanto alla tristezza: assolve gli apostoli dall’obbligo di digiunare fino a quando non avranno perso la sua presenza e saranno così orfani e dovranno vivere nella tristezza (Mat 9,15). Tuttavia, sto parlando del digiuno pubblico. Perché la vita del pio deve essere così mescolata con la sobrietà e la temperanza che in tutto il suo corso viene continuamente alla luce un certo digiuno. Ma poiché tutta questa questione tornerà a galla nella discussione sulla disciplina ecclesiastica, qui la toccherò solo brevemente.

III,3,18 Tuttavia, vorrei aggiungere questo: se il termine "pentimento" viene applicato alla confessione esteriore (del peccato), gli viene dato un significato inautentico e distorto dal significato originale che ho spiegato sopra. Perché allora non si tratta precisamente di una conversione a Dio, ma piuttosto di una confessione di colpa e di una richiesta di remissione della pena e della colpa. Se ci pentiamo in saccoccia e cenere, non significa altro che testimoniamo che siamo scontenti di noi stessi quando Dio è arrabbiato con noi a causa dei nostri gravi misfatti (Mat 11,21; Luca 10,13). Questa è una confessione pubblica in cui ci condanniamo davanti agli angeli e al mondo e anticipiamo così il giudizio di Dio. Così si esprime Paolo, quando punisce la pigrizia di queste persone che si compiacciono nei loro peccati: "Perché se giudicassimo noi stessi, non saremmo giudicati" (1Cor 11:31). Ma non è sempre necessario per noi rendere gli uomini pubblicamente confidenti e testimoni del nostro pentimento; al contrario, è una parte del vero pentimento, che non deve in nessun caso mancare, che noi confessiamo (il nostro peccato) a Dio in particolare. Perché sarebbe del tutto assurdo che Dio ci perdonasse i peccati in cui ci lusinghiamo e che nascondiamo ipocritamente, per non farli venire alla luce. Né dobbiamo limitarci a confessare i nostri peccati quotidiani, ma un caso più grave deve indurci a ricordare cose che sembravano sepolte da tempo. Questo è l’esempio che David ci dà. Egli è interiormente colpito dalla vergogna del suo ultimo oltraggio, e così spinge il suo auto-esame indietro al grembo di sua madre, e riconosce che anche allora era corrotto e macchiato dall’impurità della carne (Sal 51:7). Non lo fa per attenuare la sua colpa - come fanno molti che si nascondono nella folla dei peccatori, coinvolgendo altri con loro nella stessa colpa e cercando così di ottenere l’impunità. Davide è del tutto diverso: nella sua sincerità rende la sua colpa ancora più grande, perché lui, corrotto fin dalla sua prima infanzia, non ha cessato di accumulare male su male. Anche in un altro passaggio, egli esercita un tale esame della sua vita passata implorando la misericordia di Dio per i peccati della sua giovinezza (Sal 25,7). È anche certo che solo allora proviamo che ogni indifferenza è stata scacciata da noi, quando piangiamo per le nostre opere malvagie e chiediamo a Dio la liberazione dal peso sotto il quale gemiamo. Bisogna notare che il pentimento che dobbiamo sempre praticare secondo l’istruzione di Dio è qualcosa di diverso da quello che, per così dire, risveglia dalla morte persone che hanno peccato in modo vergognoso, si sono abbandonate al peccato in una sfrenata lascivia, o hanno gettato via il giogo di Dio in una sorta di apostasia. Infatti, quando la Scrittura esorta al pentimento, spesso ne parla come il passaggio o il sollevamento dalla morte alla vita; e quando riferisce che il popolo si è pentito, significa che si è convertito dall’idolatria e da altre grossolane iniquità. Per questo Paolo annuncia anche dolore ai peccatori "che non si sono pentiti dell’impurità, della fornicazione e dell’immoralità…" (2Cor 12:21). Questa distinzione (tra l’obbligo generale di pentirsi e la chiamata al pentimento dei singoli peccatori) deve essere attentamente osservata, per evitare che, quando sentiamo che gli individui sono chiamati al pentimento, sprofondiamo in una facile sicurezza - come se la mortificazione della carne non fosse più una nostra preoccupazione. No, non possiamo prescindere dalla cura di questa mortificazione della carne: i desideri malvagi che ci solleticano costantemente e i vizi che colpiscono sempre ci impediscono di farlo. La penitenza speciale (specialis poenitentia), che è richiesta solo agli individui che il diavolo ha strappato dal timore di Dio e colpito in catene corrotte, non abolisce quindi la penitenza ordinaria (ordinaria poenitentia), in cui dobbiamo lavorare tutta la vita per la corruzione della nostra natura.

III,3,19 Se è vero - e questo è abbastanza chiaro! Se è vero - e questo è abbastanza chiaro - che tutto il Vangelo consiste essenzialmente di due parti, cioè il pentimento e il perdono dei peccati, allora dobbiamo anche vedere abbastanza chiaramente che il Signore giustifica i suoi per grazia, e allo stesso tempo, attraverso la santificazione del suo Spirito, li conforma alla vera giustizia. Giovanni, il messaggero che fu mandato davanti alla faccia di Cristo per preparare le sue vie (Mat 11,10), predicò: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino". (Mat 3,2). Quando chiamava le persone al pentimento, le esortava a riconoscere che erano peccatori e che tutto il loro essere e fare era condannato davanti al Signore, affinché desiderassero con tutto il cuore la mortificazione della loro carne e la nuova rinascita nello spirito. Ma quando allo stesso tempo annunciò il regno di Dio, chiamò il popolo alla fede; perché per regno di Dio, che secondo il suo insegnamento si era "avvicinato", egli intendeva il perdono dei peccati, la salvezza, la vita, e in generale tutto ciò che si guadagna in Cristo; perciò leggiamo anche negli altri evangelisti: "Giov venne e predicò il battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati" (Mar 1:4; Luca 3:3). Cos’altro significa questo se non che il popolo, appesantito e stanco sotto il peso dei suoi peccati, deve rivolgersi al Signore e ottenere la speranza del perdono e della salvezza? È così che Cristo iniziò i suoi discorsi: "Il regno di Dio è vicino. Pentitevi e credete al vangelo" (Mar 1:15). Con questo egli dichiara prima che i tesori della misericordia di Dio sono aperti in lui, poi invita al pentimento e infine alla fiducia nelle promesse di Dio. Se volesse riassumere l’intero contenuto del Vangelo, direbbe: "Così Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti… e predicare il pentimento e il perdono dei peccati nel suo nome…". (Luca 24,46. 47). Questo è anche ciò che gli apostoli proclamarono dopo la resurrezione di Cristo: Cristo è "innalzato da Dio… per dare ravvedimento e perdono dei peccati a Israele" (Atti 5:31). La proclamazione del pentimento nel nome di Cristo avviene quando le persone sentono attraverso l’insegnamento del vangelo che tutti i loro pensieri, i loro impulsi, le loro intenzioni sono corrotti e peccaminosi e che quindi devono necessariamente nascere di nuovo se vogliono entrare nel regno di Dio. La proclamazione del perdono dei peccati avviene quando si insegna all’uomo che Cristo è "fatto per noi" per la salvezza, la giustizia, la salvezza e la vita (1Cor 1:30, ma non citazione esatta), che siamo giusti e innocenti davanti all’occhio di Dio nel Suo nome per grazia. Questa duplice grazia si apprende nella fede, come ho detto altrove; ma poiché la fede in senso proprio è legata alla bontà di Dio, dalla quale riceviamo il perdono dei peccati, era necessario distinguerla attentamente dal pentimento

III,3,20 Ora l’odio del peccato, che è l’inizio del pentimento, ci apre il primo ingresso nella conoscenza di Cristo; Cristo solo si rivela ai peccatori miserabili e afflitti, che gemono, che lavorano, che sono oppressi, che hanno fame e sete, che giacciono nel dolore e nella tristezza (Isa 61,1; Mat 11,5; Luca 4,18). Ma se questo è il caso, allora dobbiamo raggiungere questo pentimento, praticarlo durante tutta la nostra vita e perseverare in esso fino alla fine, se vogliamo rimanere in Cristo. Perché è venuto a chiamare i peccatori - ma al pentimento! (Mat 9,13). È venuto a benedire gli indegni - ma per "far sì che ogni uomo si penta della sua malvagità"! (Atti 3:26; 5:31). La Scrittura è piena di detti di questo tipo. Ovunque Dio offre il perdono dei peccati, esige anche il pentimento. Egli indica così che la sua misericordia deve essere la causa del pentimento dell’uomo. Così egli dice: "Mantenete la giustizia e fate la giustizia, perché la mia salvezza è vicina…". (Isa 56:1). Oppure: "Un redentore verrà a Sion e a coloro che si allontanano dai loro peccati in Giacobbe…" (Isa 59:20). O anche: "Cercate il Signore finché si può trovare, invocatelo finché è vicino". L’empio abbandoni la sua via e il trasgressore i suoi pensieri e si rivolga al Signore, ed egli avrà pietà di lui…" (Isa 55,6. 7). O infine: "Ravvedetevi dunque, e convertitevi, affinché i vostri peccati siano cancellati!". (Atti 3:19). Va notato, tuttavia, che l’aggiunta di questa condizione non significa che il nostro pentimento sia la base su cui possiamo guadagnare il perdono. No, il Signore ha deciso di avere misericordia delle persone affinché si pentano del loro peccato, e in questa condizione mostra loro la direzione che devono prendere se vogliono ottenere la grazia. Finché dimoriamo nella prigione del nostro corpo, siamo costantemente in guerra con i vizi della nostra natura depravata e con tutto il nostro senso naturale. Platone dice occasionalmente - soprattutto in molti passaggi del Fedone - che tutta la vita di un filosofo consiste nella contemplazione della morte. Ancora più correttamente, possiamo dire che la vita di un uomo cristiano è un esercizio costante e assiduo nel mettere a morte la carne fino a quando essa è morta completamente e lo Spirito di Dio ha ottenuto il dominio in noi. Sono convinto, quindi, che la persona più avanzata è quella che ha imparato meglio a disprezzare se stessa - non, naturalmente, per rimanere bloccata in questo pantano e non fare ulteriori progressi, ma piuttosto per affrettarsi verso Dio, per gemere a lui, in modo che, come persona che è immersa nella morte e nella vita di Cristo, possa dirigere tutti i suoi sforzi verso un costante pentimento. Non può essere altrimenti con un uomo che è veramente preso da un odio genuino del peccato. Perché nessun uomo ha mai odiato il peccato senza essere prima preso dall’amore della giustizia. Questa visione era la più semplice, e mi sembrava corrispondere meglio alla verità delle Scritture.

III,3,21 Che il pentimento sia un dono unico di Dio è, secondo me, diventato così chiaro dalla spiegazione precedente che non è necessaria una discussione più lunga. Ecco perché la Chiesa loda e ammira il dono di grazia di Dio che ha "dato il pentimento anche ai gentili" per la salvezza (Atti 11:18). E Paolo comanda a Timoteo di essere paziente e gentile con gli increduli, dicendo: "Se Dio un giorno darà loro il pentimento… ed essi saranno dissuasi dalla trappola del diavolo…" (2Tim 2:25 s.). Certamente Dio afferma di volere la conversione di tutti gli uomini, e manda le sue esortazioni a tutti indistintamente; ma che esse abbiano un effetto dipende dallo spirito di rigenerazione. Sarebbe più facile per noi creare un essere umano che adottare una natura migliore con i nostri sforzi. Ecco perché siamo giustamente chiamati "opera di Dio, creati… per le opere buone, per le quali ci ha preparati in anticipo, affinché camminassimo in esse" (Efes 2,10). Chi Dio vuole strappare alla distruzione, lo rende vivo per mezzo dello Spirito di rigenerazione. Questo non significa che il pentimento in senso proprio sia la causa della nostra salvezza; no, è perché, come abbiamo già visto, non può essere separato dalla fede e dalla misericordia di Dio; come testimonia anche Isaia: "… un Redentore verrà a Sion e a coloro che si allontanano dai loro peccati in Giacobbe…" (Isa 59:20). (Isa 59,20). È certo che ovunque sia all’opera il timore di Dio, lo Spirito Santo è stato all’opera per la salvezza dell’uomo. Perciò, in Isaia, i credenti che si lamentano e si lamentano che Dio li ha abbandonati prendono come segno del loro rifiuto il fatto che Dio ha indurito il loro cuore (Isa 63,17). E anche l’apostolo, che vuole escludere gli apostati dalla speranza della salvezza, aggiunge come motivo: "È impossibile" rinnovarli "di nuovo al pentimento" (Ebr 6,4.6). Quando Dio rinnova coloro che non vuole far perire, dà un segno del suo favore paterno e li attira a sé con i raggi del suo volto luminoso e amichevole; ma d’altra parte colpisce i rifiutati, la cui natura empia è imperdonabile, con i raggi della tempra. L’apostolo annuncia questo tipo di castigo a coloro che volontariamente si allontanano, che si allontanano dalla fede del vangelo e in questo modo fanno il loro gioco con Dio, rifiutano sprezzantemente la Sua grazia e considerano impuro il sangue di Cristo e lo calpestano, (Ebr 10:26-31) addirittura, per quanto è in loro, "crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio" (Ebr 6:6). Dicendo questo, non taglia la speranza del perdono da tutti i peccati volgari, come pensano alcuni, che sono duri in modo perverso. No, egli insegna che l’apostasia non merita alcun tipo di scusa, e che quindi non c’è da stupirsi che Dio vendichi con implacabile severità un tale disprezzo blasfemo della Sua Maestà. Egli dice: "È impossibile che coloro che una volta sono stati illuminati e hanno gustato il dono celeste, e sono stati resi partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo a venire, - quando cadono, siano rinnovati di nuovo a pentimento, che … crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio, e lo mettono in ridicolo" (Ebr 6:4-6). Allo stesso modo dice altrove: "Perché se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non abbiamo più sacrifici per i peccati, ma una terribile attesa del giudizio…" (Ebr 10:26 e seguenti). Questi sono anche i passaggi dalla cui errata comprensione i novaziani sono arrivati alle loro assurdità nei tempi passati. D’altra parte, ci sono stati uomini pii che si sono sentiti offesi dalla durezza di queste affermazioni e da lì sono arrivati all’opinione che la Lettera agli Ebrei sia inautentica - anche se in ogni aspetto dà davvero un senso dello spirito apostolico. Ma noi abbiamo qui solo da discutere con coloro che riconoscono questa Epistola; ma è facile mostrare come i detti riportati non contribuiscano affatto a sostenere il loro errore. Prima di tutto, l’apostolo deve necessariamente essere d’accordo con il suo Maestro, che ci assicura che ogni peccato e bestemmia sarà perdonato, tranne il peccato contro lo Spirito Santo, che non sarà perdonato né in questo mondo né nel mondo a venire (Mat 12:31 s. Mar 3:28 s. Luca 12:10). L’apostolo era certamente contento di questa singola eccezione - a meno che non si voglia fare di lui un avversario della grazia di Cristo! Ma da ciò consegue che nessun peccato individuale è negato al perdono, ad eccezione dell’unico che deriva da una frenesia senza speranza e non può essere attribuito alla debolezza, e che rivela abbastanza chiaramente che l’uomo in questione è posseduto dal diavolo.

III,3,22 Ma per sviluppare questo in modo più dettagliato, dobbiamo chiedere qual è quella terribile iniquità che è non trovare il perdono. Agostino, di tanto in tanto, intende con questo la testardaggine ostinata che un uomo conserva fino alla sua morte, e allo stesso tempo la completa mancanza di fiducia nel perdono. Ma questa visione non si adatta abbastanza bene alle parole di Cristo. Cristo dice che questo peccato non sarà perdonato "in questo mondo". Se questo non deve essere senza significato, deve essere possibile commettere questo peccato in questa vita. Se invece la visione di Agostino è corretta, questo peccato può essere pienamente commesso solo se l’uomo persiste in esso fino alla sua morte. Altri dicono che il peccato contro lo Spirito Santo consiste nell’invidiare un fratello della grazia che ha ricevuto, ma non riesco a capire da dove traggano questa opinione. Tuttavia, metterò qui un’interpretazione corretta; se l’ho comprovato con testimonianze scritturali affidabili, gli altri si prenderanno cura di se stessi. Quindi lo capisco come segue: Pecca contro lo Spirito Santo chi è così colpito dallo splendore della verità divina che non può più giustificarsi con l’ignoranza - e che poi tuttavia si oppone a questa verità con deliberata malizia, e ciò al solo scopo di resisterle. Cristo stesso vuole spiegare ciò che ha detto e perciò aggiunge: "Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo sarà perdonato, ma chi parlerà contro lo Spirito Santo non sarà perdonato…" (Mat 12, 32; Marco). (Mat 12,32; Mar 3,29; Luca 12,10). Mat usa "spirito di blasfemia" per la blasfemia dello spirito. Ma come si può bestemmiare il Figlio senza bestemmiare anche lo Spirito Santo? Questo avviene senza dubbio quando qualcuno non conosce ancora la verità di Dio e ne è offeso ignorantemente, quando qualcuno bestemmia Cristo ignorantemente, ma allo stesso tempo è di animo tale che non vorrebbe spegnere la verità di Dio se gli fosse rivelata, e che non vorrebbe offendere con una sola parola colui che ha riconosciuto come il Cristo del Signore; chi è in tale posizione pecca contro il Padre e contro il Figlio. Ci sono molte persone così oggi: maledicono l’insegnamento del vangelo nel modo più vergognoso - eppure sarebbero disposti a sostenerlo con tutto il cuore se riconoscessero che è l’insegnamento del vangelo. Ma chi è convinto nella sua coscienza che è la Parola di Dio che rifiuta e contro cui combatte, e tuttavia non cessa di negarla, di lui si dice: bestemmia contro lo Spirito Santo; perché contesta l’illuminazione, che in fondo è opera dello Spirito Santo. C’erano alcune di queste persone tra i giudei: non erano in grado di resistere allo Spirito che parlava attraverso Stefano - eppure hanno resistito di proposito! (Atti 6,10). Ora non c’è dubbio che molti di loro erano trascinati dallo zelo per la Legge; ma evidentemente c’erano anche quelli tra loro che infuriavano in malvagia empietà contro Dio stesso, cioè contro la dottrina che essi ben sapevano essere di Dio. Dello stesso genere erano gli stessi farisei, contro i quali il Signore parla così acutamente: per distruggere la potenza dello Spirito Santo, li chiamavano calunniosamente con il nome di Belzebù (Mat 9,34; 12,24). Così lo "spirito di blasfemia" è all’opera qui, dove la presunzione dell’uomo è portata via con piena intenzione di bestemmiare il nome di Dio. Questo è indicato anche da Paolo: egli dice che "la misericordia lo ha colpito" perché ha fatto ciò che altrimenti lo avrebbe reso indegno della grazia del Signore "ignorantemente" e "nell’incredulità" (1Ti 1:13). Quindi, se l’ignoranza era accanto all’incredulità, Paolo fu perdonato; ma ne consegue che se la conoscenza si aggiunge all’incredulità, non c’è spazio per il perdono.

III,3,23 Se guardate attentamente, noterete che l’apostolo (nella Lettera agli Ebrei) non sta parlando di un singolo caso o di due, ma dell’apostasia generale in cui i respinti rifiutano la salvezza. Queste sono persone di cui Giovanni, nella sua prima epistola, dichiara che sono uscite dagli eletti senza essere di loro (1Gio 2:19). Non è sorprendente che trovino Dio che non perdona. Infatti l’apostolo si rivolge contro coloro che immaginavano di poter ritrovare la strada verso la religione cristiana anche se una volta se ne erano allontanati. Egli richiama queste persone dalla loro falsa e pericolosa opinione e dice loro ciò che è anche in gran parte verità: chi ha gettato via da sé la comunione di Cristo con consapevolezza e volontà, non gli è aperta alcuna via di ritorno ad essa. Ma questo non si applica semplicemente a quelle persone che trasgrediscono la Parola di Dio nell’ingiusta voluttà della loro vita, ma a coloro che rifiutano l’intero insegnamento della Parola con piena intenzione. Le parole "cadere" e "peccare" (Ebr. 6,6; 10,26) sono state quindi fraintese; i novaziani intendono per "cadere" quanto segue: qualcuno ha ricevuto l’insegnamento dalla legge del Signore che non deve rubare e non commettere adulterio - e tuttavia non si astiene dal furto e dall’adulterio. Io sostengo però che la parola "apostasia" (in Ebr. 6,6) include una tacita contraddizione; in essa viene ripreso tutto ciò che è in contrasto con quanto detto prima (Ebr. 6,4 s.) (cioè l’apostasia è il "no" a tutti i doni che il credente ha ricevuto secondo Ebr. 6,4 s.). Quindi non stiamo parlando di un particolare atto di iniquità, ma dell’allontanamento generale da Dio e, per così dire, dell’apostasia di tutto l’uomo, quando l’apostolo parla dell’apostasia di tali uomini, "che una volta erano illuminati, e hanno gustato il dono celeste, e sono stati resi partecipi dello Spirito Santo, e hanno gustato la buona parola di Dio e le potenze del mondo a venire" (Ebr 6:4 s.), dobbiamo intendere con questo popolo che ha spento la luce dello Spirito in consapevole empietà, ha disprezzato la degustazione del dono celeste, si è allontanato dalla santificazione dello Spirito e ha calpestato la Parola di Dio e le potenze del mondo a venire. Per esprimere ancora più chiaramente questa chiara consapevolezza di tale empietà, egli aggiunge in seguito la parola "volontariamente" (Ebr 10:26). Egli dice: "Se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non abbiamo più alcun sacrificio per i peccati" (Ebr 10:26). Non nega che Cristo sia un sacrificio continuo per espiare i peccati dei santi - dopo tutto, spiega in tutta l’Epistola come è costituito il sacerdozio di Cristo, e lì esprime questo fatto in grande dettaglio! Ma qui dice che se uno si è allontanato da questo sacrificio, non ce n’è più. Ma un tale allontanamento dal sacrificio di Cristo avviene quando si nega deliberatamente la verità del vangelo.

III,3,24 Ora alcuni pensano che sia troppo duro e totalmente estraneo alla bontà di Dio che le persone che ricorrono alla misericordia di Dio siano totalmente escluse da ogni perdono. Ma questo può essere facilmente chiarito. L’apostolo non afferma che a queste persone verrebbe negato il perdono se si rivolgessero al Signore, ma nega che possano pentirsi del tutto: sono già colpiti da cecità eterna dal giusto giudizio di Dio a causa della loro ingratitudine. Non è di ostacolo che l’apostolo usi più tardi l’esempio di Esaù, che tentò invano, con lacrime e lamenti, di riconquistare la primogenitura perduta. Né questo è contraddetto dalle parole minacciose del profeta: "Né io ascolterei quando gridano…" (Zac 7:13). (Zac 7:13). Infatti tali espressioni non descrivono la vera conversione o la vera invocazione di Dio, ma piuttosto la paura dei malvagi, in cui essi, invischiati in un’estrema angoscia, sono costretti a guardare ciò che prima avevano così sicuramente rifiutato, cioè proprio questo, che possono ricevere solo e soltanto qualcosa di buono nell’aiuto del Signore. Ma in realtà non invocano questo aiuto del Signore, ma sospirano per il fatto che si è ritirato da loro. Quando il profeta parla di "pianto" (Zac 7:13) e l’apostolo di "lacrime" (Ebr 12:17), entrambi intendono la stessa cosa: questa angoscia senza nome che i malvagi provano per la loro disperazione e che li brucia e li tormenta. Dovremmo ricordare quest’ultima cosa molto attentamente, perché altrimenti Dio si contraddirebbe: infatti ha detto attraverso il profeta che non appena il malvagio si pente, Egli sarà misericordioso con lui (Ez 18:21f s.). È anche certo, come ho già spiegato, che la mente dell’uomo è cambiata in meglio solo perché la grazia di Dio lo ha preceduto. La promessa di Dio non sarà mai falsa nemmeno per quanto riguarda l’invocazione; ma questa cieca agonia che lacera i rifiutati può essere chiamata solo una conversione o un’invocazione di Dio, questa agonia che nasce dal fatto che essi vedono che devono cercare Dio per trovare una cura ai loro bisogni - e tuttavia fuggono da Lui!

III,3,25 Se l’apostolo nega che Dio possa essere riconciliato attraverso un finto pentimento, si pone la questione del perché Achab abbia ottenuto il perdono e allontanato il castigo che gli era stato minacciato (1Re 21,28 s.). Dall’ulteriore corso della sua vita è abbastanza chiaro che era solo scosso da una paura improvvisa. Certo, si vestì di sacco, si cosparse di cenere, si sedette a terra (1Re 21:27) e, come testimoniò, si umiliò davanti a Dio - ma era poca cosa strapparsi le vesti se il proprio cuore rimaneva indurito e gonfio di malizia! Tuttavia, vediamo che Dio può essere mosso alla bontà. Rispondo a questa domanda in questo modo: a volte gli ipocriti sperimentano effettivamente tale gentilezza per un certo tempo, ma in modo tale che l’ira di Dio si posa su di loro continuamente; e questo non avviene per loro stessi, ma come esempio pubblico. Quale beneficio ebbe Achab stesso dal fatto che la sua punizione fu ridotta? Solo che non lo sentiva finché viveva sulla terra! Così la maledizione di Dio, anche se nascosta, aveva la sua sede permanente nella sua casa, ma lui stesso andava alla distruzione eterna. Lo stesso si può dire di Esaù: sebbene abbia dovuto sopportare il rifiuto, una benedizione temporale gli fu concessa in risposta alle sue lacrime (Gen 27:40; Calvino cita Gen 27:18 s.). Ma secondo la parola di rivelazione di Dio, l’eredità spirituale poteva risiedere solo in uno dei fratelli; così, se Esaù fu passato oltre e Giacobbe fu scelto, questo rifiuto escluse la misericordia di Dio; solo questa unica consolazione rimase per lui come uomo dalla mente carnale, che avrebbe dovuto banchettare con la "grassezza della terra" e la "rugiada del cielo" (confusione con la benedizione data a Giacobbe Gen 27:28). Qui possiamo anche capire cosa significa quando ho detto sopra che questo dovrebbe servire da esempio per gli altri: dovremmo imparare ad essere tanto più desiderosi di fare la giusta penitenza; perché non c’è dubbio che Dio è contento di perdonare coloro che si rivolgono veramente e con tutto il cuore a lui: la sua bontà viene concessa anche ai completamente indegni, se solo mostrano un po’ che si dispiacciono. Ma lo stesso esempio ci insegna anche quale terribile giudizio devono aspettarsi tutti gli ostinati, che considerano un semplice gioco disprezzare le minacce di Dio con insolenza sfacciata e cuore di ferro e considerarle come niente. In questo modo Dio ha spesso raggiunto i figli d’Israele per porre fine alla loro angoscia, anche se le loro grida erano ipocrite e le loro menti divise e infedeli, come si lamenta anche in un Sal che presto tornarono al loro precedente stile di vita (Sal 7S,36 s s. 57). Con tale gentilezza voleva condurli a una seria conversione - o renderli inescusabili. Infatti, anche se per un certo tempo attenua la punizione, non si impone una legge permanente; no, a volte si rivolge solo contro gli ipocriti con tutta la severità e raddoppia le punizioni, in modo che diventi chiaro quanto l’ipocrisia gli sia ripugnante. Ma, come ho detto, egli mostra anche alcuni esempi della sua benevola inclinazione al perdono; con questo mezzo i pii devono essere incoraggiati a emendare la loro vita, e allo stesso tempo l’arroganza di coloro che nella loro testardaggine tentano contro il pungiglione deve essere condannata tanto più duramente.


Capitolo quattro

Tutto ciò che i furbi nelle loro scuole parlano del pentimento è molto lontano dalla purezza del Vangelo. Qui dobbiamo anche parlare di confessione e soddisfazione.

III,4,1 Ora vengo ad esaminare più da vicino la dottrina della penitenza degli intelligenti, gli scolastici. Sarò il più breve possibile, perché non ho intenzione di passare in rassegna tutto, per non far crescere a dismisura questo libro, che vorrei impostare come un manuale riassuntivo. Gli scolastici hanno avvolto questo cerchio di questioni, sebbene non sia in sé affatto ingarbugliato, in così tanti volumi che non è facile uscirne se si entra anche solo un po’ nella loro melma. Prima di tutto, nel loro tentativo di descrivere l’espiazione, mostrano con assoluta chiarezza di non aver mai capito cosa si debba intendere con essa. Attingono ad alcuni detti dai libri degli antichi maestri di chiesa - che non esprimono affatto la potenza del pentimento. Per esempio, pentirsi significa piangere per i peccati passati e non commettere le cose per le quali una volta si doveva piangere (questa prima parafrasi si trova in Gregorio I ed è comunicata in Pietro Lombardo, Sentenze IV,14,1). Oppure si può usare la frase: pentirsi significa: lamentarsi delle opere malvagie passate e di nuovo non commettere le cose di cui ci si deve lamentare. (Questa seconda frase si trova nello [Pseudo-]Ambrogio ed è usata in Petrus Lombardus, Sentenze IV,14,1 e nel Decretum Gratiani II, Sulla penitenza 3,1). Oppure si usa come terza frase: la penitenza è, per così dire, una vendetta dolorosa, in cui l’uomo si punisce per ciò che ha commesso con suo dolore. (Da [Pseudo] Agostino, Sulla vera e falsa penitenza, 8,22, e registrato nel Decretum Gratiani II, Sulla penitenza 3,4). In quarto luogo, si fa riferimento alla spiegazione: il pentimento è un dolore nel cuore e un’amarezza nell’anima, per le opere cattive che uno ha commesso o alle quali ha acconsentito. (Da [Pseudo-]Ambrogio, usato nel Decretum Gratiani II, della Penitenza,1,39). Ora ammetteremo che queste dichiarazioni sono abbastanza ben pronunciate dai Padri della Chiesa - sebbene una persona litigiosa potrebbe facilmente negare anche questo! Ma queste frasi non avevano lo scopo di definire il pentimento, ma i Padri della Chiesa volevano semplicemente ammonire i loro a non cadere di nuovo nelle azioni malvagie dalle quali erano stati strappati! Se si volesse trasformare tutti i detti di questo tipo in definizioni, si dovrebbero aggiungere altri con lo stesso diritto. Così dice il Crisostomo (Omelia sulla Penitenza 7,1): "La penitenza è una medicina che cancella il peccato, un dono datoci dal cielo, un potere miracoloso; è una grazia che vince il potere delle leggi". Ora dobbiamo anche osservare che la dottrina che gli scolastici allegano a quelle citazioni dei Padri della Chiesa è molto più malvagia di quelle (presunte) definizioni stesse. Perché sono diventati così assorbiti dagli esercizi esteriori che non si può ricavare altro dai loro immensi volumi che questo: la penitenza è disciplina e duro esercizio, che serve in parte a domare la carne, in parte anche a punire i vizi con il castigo. Sul rinnovamento interiore della mente, che porta con sé il vero miglioramento della vita, c’è uno strano silenzio! Parlano molto di contrizione e sconforto; tormentano le anime con molti dubbi e causano molti problemi e paure; ma quando hanno dato l’impressione di aver ferito profondamente il cuore, lo cospargono facilmente con le loro cerimonie - e tutta l’amarezza è guarita! Quando hanno definito così astutamente la penitenza, la dividono in contritio cordis (contrizione del cuore), confessione con la bocca (confessio oris) e soddisfazione con le opere (satisfactio operis) (Sentenze IV,16,1, Decretum Gratiani II, della Penitenza 1,40). Ma questa divisione è altrettanto intellettualmente scorretta quanto la definizione data prima. Eppure vogliono dare l’impressione di aver passato tutta la vita a trarre conclusioni! Ma ora qualcuno potrebbe andare a trarre conclusioni dalla loro definizione - dopo tutto, bisogna farlo secondo il metodo riconosciuto dai dialettici! Potrebbe dire che è possibile per un uomo piangere per i peccati che ha commesso in precedenza e non commettere gli atti per cui si deve piangere, che si lamenta delle sue azioni cattive passate e non commette gli atti per cui si deve lamentare, che punisce i peccati in se stesso di cui prova dolore perché li ha commessi - e tutto questo senza confessarli con la bocca! Cosa vogliono fare allora gli scolastici per mantenere la loro classificazione? Se questa persona in questione può veramente pentirsi senza confessarsi con la bocca, evidentemente ci può essere pentimento anche senza questa "confessione con la bocca"! Ora potrebbero rispondere che questa divisione si riferisce al pentimento nella misura in cui è un sacramento. O potrebbero anche dire che deve essere intesa come una descrizione del pentimento nel suo stato completato - che non includono affatto nella loro descrizione! Ma questo non si traduce in nessuna accusa contro di me: devono attribuirlo a loro stessi, perché non definiscono il pentimento in modo più puro e chiaro! In ogni caso, nella mia mente approssimativa, rimando tutto alla definizione stessa in ogni questione che si discute; perché è il perno e la base di tutta la discussione. Ma lasceremo che gli scolastici se la cavino con questa libertà magisteriale e procederemo ora a considerare i singoli pezzi in ordine. Nel fare ciò, naturalmente, ignorerò alcune cose come pettegolezzi empi, che cercano orgogliosamente di far passare per segreti. Ma non lo faccio per ignoranza. Non sarebbe difficile per me confutare tutte le cose di cui sembrano parlare in modo accorto e profondo. Ma mi vergognerei di stancare inutilmente il lettore con queste sciocchezze. Che stiano davvero blaterando di cose sconosciute si vede facilmente dalle questioni che sollevano e trattano, e nelle quali si confondono miseramente. Così si chiedono se sia gradito a Dio pentirsi di un solo peccato se si rimane rigidi negli altri. Oppure: se le punizioni che Dio ci ha mandato possano essere considerate soddisfazioni. Oppure: se si potesse ripetere l’espiazione per i peccati mortali. Sull’ultimo punto, nella loro cattiveria ed empietà, fanno la proposizione che la penitenza quotidiana si riferisce solo ai peccati "veniali". Si tormentano anche con un grossolano errore riguardo all’affermazione di Girolamo che il pentimento è la seconda tavola che ci viene data dopo il naufragio (per la salvezza); lì dimostrano di non essersi ancora svegliati dalla loro folle illusione per sentire, anche da lontano, la millesima parte dei loro peccati.

III,4,2Ma vorrei che il lettore prestasse attenzione: qui non stiamo discutendo dell’ombra di un asino, ma della cosa più seria che ci sia, cioè il perdono dei peccati. Quando gli scolastici richiedono tre cose per il pentimento, cioè la contrizione del cuore, la confessione con la bocca e la soddisfazione dell’opera, stabiliscono così la dottrina che queste cose sono anche necessarie per il raggiungimento del perdono dei peccati! Ma se c’è qualcosa in tutta la religione che dobbiamo assolutamente sapere, è certamente necessario riconoscerlo, e stabilire correttamente in che modo, secondo quale legge, a quale condizione, quanto sia facile o quanto sia difficile ottenere il perdono dei peccati. Se questa conoscenza non è chiara e certa, allora la coscienza non può mai trovare pace, non ha pace con Dio, nessuna fiducia e nessuna sicurezza, ma deve sempre tremare ed essere inquisita, vive nel calore e nella tribolazione, è tormentata e spaventata, odia la vista di Dio e fugge da Lui. Ma se il perdono dei peccati dipende dalle condizioni che gli scolastici vi attribuiscono, non c’è niente di più miserabile e disperato di noi esseri umani. Se un uomo vuole ottenere il perdono, la prima cosa che viene prescritta è la contritio (contrizione), e questa richiede una contritio "colpevole", cioè una contritio vera e completa. Nel frattempo, però, gli scolastici non danno alcuna informazione su quando qualcuno possa essere sicuro di aver fatto questa contritio nella misura richiesta. Sono certamente convinto che si dovrebbe seriamente e diligentemente insistere che un uomo pianga amaramente i suoi peccati e così si rafforzi nel dispiacere con essi e nell’odio verso di essi. Perché questo è un dolore "di cui nessuno si pente", un dolore che opera il pentimento per la salvezza (2Cor 7:10). Ma dove è richiesto un dolore così amaro da corrispondere alla grandezza della colpa, e dove la fiducia del perdono deve essere pesata secondo l’amarezza di quel dolore - le povere coscienze sono miseramente martirizzate e afflitte: esse vedono la contrizione "colpevole" dei loro peccati imposta loro, - ma non raggiungono la misura richiesta in modo tale da poter giudicare da sole che hanno ormai compiuto ciò di cui erano colpevoli. Ma se ci viene detto di fare solo quello che possiamo, ricadiamo sempre nella stessa miseria; perché quando un uomo oserà assicurarsi di aver ormai dedicato tutte le sue forze a lamentarsi del peccato? Se dunque la coscienza è stata a lungo in guerra con se stessa, se si è tormentata in lunghe lotte, alla fine non trova alcun rifugio in cui riposare, no, per alleviarsi almeno in parte, si strappa il dolore e spreme le lacrime per rendere completa la sua contrizione!

III,4,3 Ma se mi si dice che sto facendo una falsa accusa contro gli scolastici, che vengano a mostrarmi un solo uomo che la dottrina di tale contrizione non abbia spinto alla disperazione - o che non abbia ora portato al giudizio di Dio un finto dolore invece di quello vero. Anch’io ho detto in un posto che il perdono dei peccati non viene mai a un uomo senza pentimento; perché solo gli uomini spaventati, feriti interiormente dalla coscienza dei loro peccati, possono implorare in sincerità la misericordia di Dio. Ma ho subito aggiunto che il pentimento non è la causa del perdono dei peccati. Così facendo, ho messo fine al tormento dell’anima che consisteva nell’esigere che ci si dovesse effettivamente pentire dei propri peccati. Secondo il nostro insegnamento, il peccatore non deve guardare la sua contrizione, né le sue lacrime, ma deve fissare entrambi gli occhi unicamente sulla misericordia del Signore. Vi ho solo ricordato che Cristo chiama a sé gli "stanchi e oppressi", che è venuto a "predicare il vangelo ai poveri", "a guarire i cuori spezzati, a predicare ai prigionieri di essere sciolti…", che è venuto a liberare coloro che sono legati e a consolare coloro che piangono! (Mat 11, 28; Isa 61,1 s. Luca 4,18). Questo era per escludere i farisei che sono così pieni della loro giustizia che non si accorgono nemmeno della loro povertà, e gli orgogliosi dispregiatori che si sentono al sicuro dall’ira di Dio e non cercano rimedio alla loro malvagità. Perché questi uomini non sono stanchi né oppressi; non sono schiacciati di cuore, né legati, né prigionieri. Ma c’è una grande differenza tra l’insegnare a un uomo a guadagnarsi il perdono dei peccati con il giusto e perfetto pentimento - che il peccatore non può mai e poi mai raggiungere! - o se gli si insegna ad avere fame e sete della misericordia di Dio, per mostrargli la sua sete, la sua stanchezza, la sua schiavitù attraverso la conoscenza della sua miseria, e allo stesso tempo per mostrargli dove dovrebbe cercare ristoro, riposo e libertà, in breve, per insegnargli a dare a Dio la gloria nella sua umiltà!

III,4,4 La seconda parte è la confessione. Ora c’è sempre stata una grande lotta tra i giuristi ecclesiastici e i teologi scolastici. I teologi sostenevano che la confessione ci era comandata dal comandamento di Dio; i giuristi lo negavano e sostenevano che era comandata solo dagli statuti ecclesiastici. In questa controversia la mostruosa impudenza dei teologi divenne evidente: tutti i passi scritturali che usavano per sostenere la loro causa, li distorcevano anche con la forza. Ma videro che anche in questo modo non potevano portare a termine i loro desideri; e allora alcuni di loro, che volevano essere considerati particolarmente astuti, caddero per la via d’uscita, che la confessione nella sua natura reale era scaturita dalla legge divina, ma che aveva poi ricevuto la sua forma dalla legge stabilita dall’uomo. Così fanno i più grandi sciocchi tra i giuristi: riferiscono la convocazione giudiziaria alla legge divina, perché essa dice: "Adamo, dove sei?". Essi prendono anche la responsabilità giudiziaria dell’accusato dalla legge divina, vale a dire, perché Adamo disse alla maniera di tale responsabilità: "La moglie che mi hai dato …". (Gen 3,9.12). Continuano poi a sostenere che la forma di citazione giudiziaria e di responsabilità è data dal diritto civile! Ma vediamo ora quali prove gli scolastici usano per giustificare la loro affermazione che la confessione - sia senza "figura" che nella sua "figura" - è un comando di Dio. Prima (1.) dicono: il Signore ha mandato i lebbrosi dai sacerdoti! (Mat 8,4; Luca 5,14; 17,14). Perché - li ha mandati lì per confessarsi? Chi ha mai sentito dire che i sacerdoti levitici erano incaricati di ascoltare le confessioni? (Deut 17:8 s.). Bene, allora si ricorre a un’interpretazione segreta, all’allegoria. Dicono: secondo la Legge di Mosè, era compito dei sacerdoti distinguere tra lebbra e lebbra (Lev 14:2 s.); ma il peccato è una lebbra spirituale - quindi spetta ai sacerdoti giudicarlo! Prima di rispondere a questo, chiedo di passaggio: se questa scrittura rende i sacerdoti giudici della lebbra spirituale, perché si incaricano di determinare la lebbra naturale, carnale? Certo, è un gioco con la Scrittura dire che la Scrittura affida ai sacerdoti levitici la determinazione della lebbra - questo è qualcosa che dobbiamo rivendicare per noi stessi! Ma il peccato è una lebbra spirituale - quindi siamo anche noi a giudicare il peccato! Ora lasciatemi dare la mia risposta: Se il sacerdozio viene trasferito a qualcun altro, allora anche la legge data a lui deve essere trasferita a qualcun altro (Ebr 7:12: "Dovunque il sacerdozio è cambiato, anche la legge deve essere cambiata!") Ma ora tutto il sacerdozio è stato trasferito a Cristo, compiuto in lui e giunto alla sua fine. A lui solo, quindi, è passato tutto il diritto e tutto l’onore del sacerdozio. Se gli scolastici sono così appassionati di allegorie, mettano davanti ai loro occhi questo unico sacerdozio di Cristo, e ammassino sul suo seggio il libero giudizio di tutte le cose; allora lo sopporteremo facilmente. - Inoltre, la loro allegoria è anche inutile perché trascina nelle cerimonie una legge puramente politica. Perché allora Cristo manda i lebbrosi dai sacerdoti? Ovviamente, affinché i sacerdoti non potessero rimproverarlo per aver violato la legge, perché la legge prescriveva che colui che era stato guarito dalla lebbra doveva presentarsi al sacerdote, offrire il suo sacrificio ed essere così espiato. Cristo ora dice ai lebbrosi guariti di fare ciò che la legge comandava. "Andate e mostratevi ai sacerdoti, e offrite il dono che Mosè ha comandato nella legge, per una testimonianza contro di loro" (Mat 8:4 e paralleli; ma lì tutto è al singolare; ulteriormente simile Luca 17:14). Questo segno miracoloso doveva davvero diventare una testimonianza per i sacerdoti: avevano dichiarato che questi uomini erano lebbrosi - e ora dovevano dichiararli guariti. Non sono forse diventati, volenti o nolenti, testimoni dei miracoli di Cristo? Cristo fa loro esaminare il suo miracolo, ed essi non possono negarlo; ma poiché si allontanano, quest’opera è una testimonianza contro di loro. Così Egli dice in un altro luogo: "Il vangelo sarà predicato… in tutto il mondo, come testimonianza a tutte le nazioni…" (Mat 24,14). Allo stesso modo, "E sarete condotti davanti a governanti e re… per una testimonianza contro di loro…" (Mat 10,18), cioè: affinché siano condannati tanto più fortemente nel giudizio di Dio. Se i nostri avversari preferiscono essere d’accordo con il Crisostomo, anche lui insegna che Cristo fece questo per il bene dei Giudei, in modo da non essere considerato un dispregiatore della legge (Omelia sulla Cananea, 9). Naturalmente, ho paura di attingere alla testimonianza di approvazione di un uomo in una questione così chiara. Cristo stesso dice che lascia intatto il diritto legale dei sacerdoti - eppure essi erano nemici giurati del Vangelo, sempre desiderosi di alzare le loro grida contro di esso se le loro bocche non fossero state chiuse! Se, dunque, i sacerdoti sacrificali papisti vogliono conservare questo possesso di diritti, ammettano anche apertamente di appartenere alla parte di coloro che devono essere messi a tacere con la forza, per non vilipendere Cristo! Perché questo non è affare dei veri servitori di Cristo!

III,4,5 (2.) La seconda prova gli scolastici la prendono dalla stessa fonte: cioè l’allegoria. Come se le allegorie valessero molto quando si tratta di avvalorare una dottrina della chiesa! Ma accettiamole per quello che valgono - potrei persino dimostrare che posso rivendicare tali allegorie con più splendore di loro stessi! Così tu dici: il Signore ordinò ai suoi discepoli di slegare Lazzaro, che Egli aveva risuscitato dai morti, dalle sue lenzuola e di lasciarlo andare (Giov 11:44). Ora c’è già una menzogna in questo: non si legge da nessuna parte che il Signore abbia dato questo incarico ai suoi discepoli, ed è anche molto più probabile che lo dica ai giudei che sono in piedi. In questo modo il miracolo dovrebbe essere reso ancora più chiaro e allontanato da ogni sospetto che possa essere una frode; la potenza di Cristo dovrebbe brillare ancora di più, perché Egli ha risuscitato i morti senza alcun tocco, puramente per la Sua parola! Io lo capisco davvero così: il Signore voleva rendere impossibile ogni sospetto ai giudei e quindi voleva che fossero loro stessi a rotolare via la pietra, a percepire l’odore di decomposizione, a notare i chiari segni della morte, a vedere da soli come Lazzaro risorgeva per la sola forza della Parola e ad essere i primi a toccare il vivente. Questa è anche l’opinione del Crisostomo. (In realtà si trova in uno scritto falsamente attribuito al Crisostomo: Contro gli ebrei, i pagani e gli eretici). Ma ammetterò per una volta che questa parola è veramente rivolta ai discepoli. Ma che vantaggio ne hanno gli scolastici? Il Signore avrebbe allora dato agli apostoli il potere di risolvere. Quanto sarebbero più appropriate e corrette queste parole, in un’interpretazione segreta, se dicessimo: Dio ha incaricato i suoi fedeli di assolvere coloro che ha risuscitato dai morti; cioè, non devono ricordare i peccati che ha dimenticato, non devono condannare come peccatori coloro che ha assolto, non devono condannare ciò che ha perdonato, non devono essere duri e severi nella loro punizione, quando egli è misericordioso e felice di risparmiare! Niente può muoverci così tanto al perdono come l’esempio del giudice che minaccia di non perdonare chi agisce troppo duramente e in modo disumano! - Quindi ora lasciate che gli scolastici vadano a cercare di portare le loro interpretazioni segrete all’uomo!

III,4,6 (3.) Ma ora si avvicinano a noi nella lotta: perché ora combattono con testimonianze della Scrittura che, secondo loro, sono abbastanza chiare e distinte! Essi attingono al fatto che le persone che venivano al battesimo di Giov confessavano i loro peccati (Mat 3,6), e poi la parola di Giacomo: "Confessate i vostri peccati gli uni agli altri…" (Giac 5,16). (Giac 5,16). Non è sorprendente che le persone che volevano essere battezzate confessassero i loro peccati. Si dice prima che Giov predicò il battesimo di pentimento, che battezzò con acqua per il pentimento. Chi avrebbe dovuto battezzare se non coloro che avevano confessato i loro peccati? Il battesimo è il segno del perdono dei peccati - e chi dovrebbe essere ammesso a tale segno se non i peccatori che hanno anche confessato di essere tali? Così hanno confessato i loro peccati per essere battezzati. C’è anche una buona ragione quando Giacomo dà l’istruzione che uno dovrebbe confessare il suo peccato all’altro. Ma se gli oppositori avessero prestato attenzione solo a ciò che segue immediatamente queste parole, avrebbero notato che anche questo passaggio offre loro poco aiuto. Giacomo dice: "Confessate i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri". Egli collega così la reciproca confessione dei peccati con la reciproca intercessione. Quindi, se ci si deve confessare solo con i sacerdoti, si deve anche pregare solo per loro. Ma quale sarebbe il risultato se si dovesse trarre la conclusione dalle parole di Giacomo che solo i sacerdoti sono in grado di confessare? Se vuole che ci confessiamo l’un l’altro, evidentemente si rivolge solo a coloro che sono anche capaci di ascoltare le confessioni degli altri! Dice: "l’uno verso l’altro", cioè reciprocamente, l’uno verso l’altro, ognuno verso l’altro, o da parte mia: reciprocamente! Ma tale confessione reciproca può essere praticata solo da persone che sono anche in grado di ascoltare le confessioni! Ma se questa prerogativa appartiene solo ai sacerdoti, lasciamo anche il compito della confessione solo a loro! Ma ora lasciamo da parte queste buffonate e ascoltiamo ciò che l’apostolo intende veramente. È molto semplice e chiaro: dobbiamo affidare le nostre debolezze gli uni agli altri per ricevere consiglio reciproco, compassione reciproca e conforto reciproco. Poi, quando conosciamo le debolezze dell’altro, dovremmo pregare il Signore per loro. Perché Giacomo viene usato contro di noi? Diamo tanta enfasi alla confessione della misericordia di Dio! Ma nessun uomo può "confessare" la misericordia di Dio se prima non ha "confessato" la sua miseria! Sì, noi diciamo liberamente che è maledetto chi non si confessa peccatore davanti a Dio, davanti ai suoi angeli, davanti alla Chiesa, sì, davanti a tutti gli uomini! Perché il Signore "ha concluso tutte le cose sotto il peccato" (Gal 3:22), "affinché ogni bocca fosse fermata e ogni carne colpevole di Dio" (Rom 3:19; non proprio il testo di Lutero), ma perché Lui solo fosse giustificato ed esaltato!

III,4,7 Ma mi stupisce l’audacia con cui osano affermare che la confessione di cui parlano è legislazione divina (iuris divini). Ammetto, tuttavia, che è stato praticato da tempi molto antichi. Ma posso provare molto facilmente che questa pratica era libera nei tempi passati. In ogni caso, secondo il resoconto delle loro stesse cronache, nessuna legge o statuto riguardante la confessione fu stabilito prima del tempo di Papa Innocenzo III, - e quello era il centottantatreesimo papa! Se i papisti avessero avuto una legge più antica, l’avrebbero certamente rivendicata per sé e non si sarebbero accontentati degli statuti del Concilio Lateranense (del 1215), rendendosi così ridicoli anche tra i bambini. In altre questioni, tuttavia, hanno senza esitazione inventato risoluzioni false, che hanno attribuito ai più antichi concili, al fine di accecare gli occhi dei semplici con la sola veneranda età. In questo pezzo, tuttavia, non gli è venuto in mente di perpetrare una tale frode. Così, secondo la loro stessa testimonianza, non sono ancora passati trecento anni da quando Innocenzo III ha gettato questo cappio al collo della gente e la confessione è stata imposta come una necessità. Ma anche se tacessi sul tempo, la barbarie delle sole parole rende quella legge (della confessione) implausibile. Infatti i buoni padri decretano che ogni uomo "di entrambi i sessi" (utriusque sexus) confessi tutti i suoi peccati una volta all’anno al proprio sacerdote. I beffardi ora obiettano argutamente che questo comandamento è vincolante solo per gli ermafroditi (a causa della dicitura "utriusque sexus", di entrambi i sessi), ma non si applica a nessuno che sia solo maschio o femmina! Una follia ancora più grande è venuta ora alla luce tra gli studenti di quegli uomini: non sanno spiegare cosa si suppone significhi "proprio prete"! Ma qualunque cosa gli scribacchini del Papa possano gridare insieme, noi teniamo al fatto che Cristo non è l’autore della legge che obbliga gli uomini a elencare i loro peccati, anzi, che sono passati milleduecento anni dalla resurrezione di Cristo prima che una tale legge sia mai stata stabilita. Noi riteniamo che questa tirannia sia sorta solo quando la pietà e la pura dottrina si erano estinte, e gli ipocriti avevano già preso ogni sorta di libertà senza deliberazione. Ma ci sono anche chiare testimonianze nei libri di storia ecclesiastica, come negli altri scrittori della Chiesa primitiva, che ci insegnano che si trattava di una misura di disciplina civile stabilita dai vescovi, ma non di una legge data da Cristo e dagli Apostoli. Tra i tanti, ne citerò solo uno, che sarà una brillante prova di questo. Sozomeno (lo storico della chiesa) riporta che questo ordine dei vescovi era zelantemente mantenuto nelle chiese d’Occidente, specialmente nella chiesa di Roma (Storia ecclesiastica 7:16; Historia tripartita 9:35). Egli chiarisce così che non si tratta di un’istituzione presente in tutte le chiese. Tuttavia, continua a spiegare che uno dei sacerdoti era stato appositamente nominato per amministrare questo ufficio (cioè, ascoltare le confessioni). In questo modo, egli confuta chiaramente la menzogna degli scolastici sul potere chiave che si suppone sia dato a tutto il sacerdozio senza distinzione per questo esercizio (la confessione); perché il compito ufficiale di ascoltare le confessioni non apparteneva a tutti i sacerdoti in generale, ma era affare speciale di un individuo che il vescovo aveva scelto per questo scopo. Questo è il prete che si chiama ancora "confessore" nelle chiese episcopali: l’uomo che ha l’indagine su gravi oltraggi e su cose in cui la punizione deve servire da esempio. Sozomeno nota poi che l’usanza della confessione esisteva anche a Costantinopoli fino a quando una donna fu sorpresa a fornicare con il diacono designato a questo scopo con la scusa di volersi confessare. Di fronte a questi oltraggi, Nectarius, il vescovo di questa chiesa, uomo molto rinomato per la sua santa condotta ed educazione, abolì la pratica della confessione. Qui, qui che i culi si pungano le orecchie! Se la confessione auricolare fosse una legge di Dio, come avrebbe potuto Nectarius osare di abrogarla o abolirla? Si vuole accusare un uomo come Nettario, un santo uomo di Dio, riconosciuto dalla testimonianza di tutti i Padri della Chiesa, di eresia e scisma? Ma allora la stessa condanna deve essere pronunciata sulla Chiesa di Costantinopoli, perché, secondo l’affermazione di Sozomeno, quest’ultima non solo ha abolito l’usanza della confessione per un certo tempo, ma ha addirittura permesso che perisse del tutto fino al suo tempo. Sì, non solo la Chiesa di Costantinopoli, ma tutte le Chiese d’Oriente in generale, devono essere messe sotto processo per apostasia, perché hanno violato - se gli scolastici hanno ragione! - legge inviolabile, che dovrebbe essere imposta a tutti i cristiani!

III,4,8 Questa abolizione della confessione è chiaramente testimoniata dal Crisostomo, che era anche vescovo della Chiesa di Costantinopoli, in così tanti passaggi che ci si deve chiedere perché i papisti osino ancora mormorare contro di essa. Egli dice: "Parla dei tuoi peccati per cancellarli; ma se ti vergogni di dire a un uomo quello che hai peccato, parlane nella tua anima ogni giorno! Non dico che tu debba confessare al tuo compagno di lavoro, che potrebbe rimproverarti; no, racconta i tuoi peccati a Dio, che li guarisce! Confessa il tuo peccato sul tuo letto, affinché la tua coscienza vi conosca ogni giorno le sue cattive azioni" (Pseudo Crisostomo, Omelia sul Sal 50). Allo stesso modo: "Non è necessario che tu confessi il tuo peccato in presenza di testimoni; a tua conoscenza sarà l’esame delle tue trasgressioni, e questo giudizio sarà senza testimoni; Dio solo vedrà come ti confessi" (Pseudo Crisostomo, Omelia sulla penitenza e la confessione). Oppure dice: "Non ti condurrò nella casa di spettacolo, davanti ai tuoi compagni di lavoro; non ti costringo a esporre il tuo peccato agli uomini: esamina la tua coscienza davanti a Dio, e stendila davanti a lui! Mostra le tue ferite al Signore, il più glorioso di tutti i medici, e chiedigli la medicina; mostrale a colui che non ti rimprovera, ma ti guarisce con grande bontà! (Crisostomo, Sull’Essere Incomprensibile di Dio 5,7). O anche: "In verità non dirlo a un uomo, perché non ti rimproveri; non confessare al tuo compagno di lavoro, che potrebbe sopportare la tua confessione in pubblico, ma mostra le tue ferite al Signore: egli si prende cura di te, è gentile, ed è un medico!" Subito dopo, fa parlare Dio in questo modo: "Non ti costringo ad entrare in mezzo alla sala d’esposizione e ad attirare molti uomini come testimoni; dimmi solo, senza altri, il tuo peccato, affinché io possa guarire la tua piaga" (Sermone su Lazzaro, IV:4). Dobbiamo dunque dire che il Crisostomo, scrivendo questo e simili, è così presuntuoso da liberare le coscienze degli uomini da vincoli in cui, secondo la legge di Dio, sarebbero impigliate? Certamente no; no, egli sa che queste non sono affatto norme della Parola di Dio, e perciò non osa esigere tali cose come necessarie!

III,4,9 Ma affinché l’intera questione diventi sempre più chiara, mostrerò prima di tutto, al meglio delle mie conoscenze e della mia coscienza, che tipo di confessione ci è stata tramandata nella Parola di Dio; poi farò riferimento anche alle poetiche dei papisti, e non a tutte - chi vorrebbe esaurire questo mare insondabile? È fastidioso per me dover ricordare come spesso il vecchio traduttore, quando leggeva "lode" nel testo, rendeva questa parola come "confessione". Anche il profano più volgare lo sa. Lo cito solo perché è necessario per mettere in prospettiva la presunzione dei papisti, che interpretano tali passaggi che trattano di lodare Dio come un loro comandamento tirannico! Per dimostrare che la confessione aiuta il cuore a diventare gioioso, usano le parole del Sal in una violenta distorsione: "(Andrei volentieri con loro alla casa di Dio) con giubilo e ringraziamento" (Sal 42:7; la parola "ringraziamento" è resa "confessione" nella traduzione latina). Ma se una tale trasformazione di senso deve essere valida, allora alla fine possiamo fare tutto di tutto! Ma hanno appena cessato di vergognarsi, e da questo il pio lettore può riconoscere che Dio, per giusta punizione, li ha fatti cadere in un senso perverso, in modo che la loro presunzione diventi ancora più abominevole. Se persevereremo nel chiaro insegnamento della Scrittura, non c’è pericolo che qualcuno ci inganni con una tale vuota pretesa. Ma la Scrittura prescrive solo un tipo di confessione, cioè questa: Poiché solo il Signore perdona, dimentica e cancella il peccato, dobbiamo confessargli i nostri peccati per ottenere il perdono. Lui è il Medico, quindi dobbiamo rivelargli le nostre ferite. Lui è stato ferito e offeso; quindi dobbiamo chiedere la pace a lui. Egli è l’Annunciatore dei cuori e conosce tutti i nostri pensieri; perciò dobbiamo affrettarci a riversare i nostri cuori a lui. E infine: chiama i peccatori; quindi non dobbiamo esitare ad andare da lui! Così dice Davide: "Perciò ti ho confessato il mio peccato e non ho nascosto la mia iniquità". Ho detto: "Confesserò le mie trasgressioni al Signore". E tu perdoni l’iniquità del mio cuore" (Sal 32,5; testo di Lutero tranne l’ultima parola). O un’altra confessione, sempre di Davide: "Dio, sii misericordioso con me… secondo la tua grande misericordia!". (Sal 51:3). O una confessione di Daniele: "Abbiamo peccato, o Signore, abbiamo sbagliato, siamo stati empi, ci siamo smarriti; ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti…" (Dan 9:5). Queste parole di confessione ricorrono continuamente nella Scrittura, e probabilmente si riempirebbe un volume se si volesse riprodurle tutte. Giov dice: "Ma se confessiamo i nostri peccati, il Signore è fedele… per perdonarci i nostri peccati…" (1Gio 1:9). A chi dobbiamo confessare i nostri peccati? Senza dubbio a lui! E questo accade quando ci prostriamo davanti a lui con un cuore spaventato e umiliato, quando ci accusiamo e condanniamo davanti a lui dal profondo del cuore - e desideriamo che ci assolva per la sua bontà e misericordia!

III,4,10 Chiunque poi abbia praticato questa confessione di cuore e davanti a Dio, sarà senza dubbio anche pronto con la lingua a confessare, per lodare la misericordia di Dio davanti agli uomini tutte le volte che sarà necessario. E non parlerà solo una volta il segreto del suo cuore a una sola persona e glielo dirà tranquillamente all’orecchio, no, lo farà più spesso, lo farà pubblicamente, quando tutto il mondo sentirà, confessando liberamente e onestamente la propria vergogna e la gloria e l’onore di Dio. Questo è quello che fece Davide: Nathan lo aveva punito e il pungiglione della coscienza lo aveva colpito; così confessò il suo peccato davanti a Dio e davanti agli uomini, dicendo: "Ho peccato contro il Signore!". (2 Sam. 12:13). Questo significa: non glisso su nulla, né cerco scuse contro il fatto che tutti mi considerano ora come un peccatore e che ciò che volevo tenere segreto al Signore è ora anche apertamente rivelato davanti agli uomini! Così, dopo la confessione nascosta a Dio, segue la confessione volontaria agli uomini, tanto spesso quanto serve alla gloria di Dio o alla nostra propria umiliazione. Per questo motivo, il Signore istituì una volta tra gli israeliti che il popolo confessasse i propri misfatti pubblicamente nel tempio, sotto l’audizione del sacerdote (Lev 16:21). Egli prevedeva che avrebbero avuto bisogno di questo aiuto, in modo che ognuno fosse meglio istruito per conoscere se stesso nel modo giusto. È anche giusto e opportuno che, confessando la nostra miseria, glorifichiamo la bontà e la misericordia del nostro Dio tra di noi e davanti a tutto il mondo.

III,4,11 Questo tipo di confessione dovrebbe essere praticato correttamente nella Chiesa. Ma dovrebbe essere praticato anche fuori dall’ordine, in modo speciale, quando accade che il popolo sia coinvolto in un peccato comune. Abbiamo un esempio di questo secondo tipo di confessione di peccato nella solenne confessione che tutto il popolo fece su suggerimento e sotto la direzione di Esdra e Neemia (Neh. 9:1f s.). Il lungo esilio, la distruzione della città e del tempio, la rovina della religione, erano tutte punizioni per la comune apostasia di tutti; e quindi non potevano riconoscere debitamente il beneficio della liberazione che li aveva colpiti senza prima rendersi colpevoli. Non ha importanza se alcuni in un’assemblea sono a volte innocenti; perché sono membri di un corpo malato e infermo, e quindi non possono pretendere di essere sani essi stessi. Infatti, non può essere altrimenti che anch’essi abbiano contratto qualche contaminazione e siano quindi ugualmente colpevoli. Quando, quindi, ci colpisce una pestilenza o una guerra o una siccità o qualsiasi altra afflizione, è nostro dovere ricorrere al lutto e al digiuno e ad altri segni di colpa, ma la confessione del peccato, da cui tutto il resto dipende, non deve in nessun caso essere omessa. Anche a parte questo, nessuna persona ragionevole che consideri adeguatamente la sua utilità oserà rifiutare la confessione appropriata che ci viene suggerita dalla bocca del Signore. Dopo tutto, in ogni santa riunione ci mettiamo davanti al volto di Dio e degli angeli - ma cos’altro dovrebbe essere l’inizio delle nostre azioni se non il riconoscimento della nostra indegnità? Ma qualcuno potrebbe dire che questo accade in ogni preghiera, perché quando chiediamo perdono, stiamo confessando i nostri peccati! Lo ammetto. Ma quando si considera quanto è grande la nostra sicurezza, la nostra sonnolenza, la nostra indolenza, allora si ammetterà anche a me che è un’istituzione salutare quando il popolo cristiano è esercitato all’umiliazione da una confessione solennemente ordinata. La forma di confessione che il Signore ha imposto agli Israeliti appartiene, naturalmente, all’educazione sotto la legge; ma la questione in sé riguarda anche noi in un certo senso. Percepiamo anche che nelle chiese ben ordinate e con molto frutto, prevale l’usanza che il ministro pronunci una confessione di peccato formulata a nome suo e del popolo nelle singole domeniche, in cui accusa tutti di ingiustizia e chiede il perdono al Signore. Infine, questa è anche la chiave che apre pubblicamente la porta alla preghiera per il singolo e per tutti insieme.

III,4,12 Inoltre, la Scrittura approva due forme di confessione individuale (confessio privata). Il primo è per il nostro bene. Questa è l’istruzione di Giacomo, secondo la quale dobbiamo confessare i nostri peccati gli uni agli altri (Giac 5,16). Intende dire questo: dovremmo esporre le nostre debolezze gli uni agli altri per sostenerci a vicenda con consigli e conforto reciproci. La seconda forma si fa per il bene del nostro prossimo, per rassicurarlo e riconciliarlo con noi, se è stato ferito in qualche questione per nostra colpa. Ora, nel primo tipo, Giacomo non nomina specificamente qualcuno sul cui cuore dobbiamo posare il nostro fardello. Egli lascia alla nostra libera discrezione di confessare il nostro peccato a colui che ci sembra più capace di farlo tra la moltitudine della chiesa. Ma i pastori in particolare sono da considerarsi adatti a questo, e quindi dovremo scegliere prima di tutto loro. Che siano più adatti di altri, lo dico perché sono stati scelti da Dio attraverso la loro chiamata nel loro ministero, affinché possiamo essere istruiti attraverso la loro bocca a frenare il peccato e ad allontanarlo da noi, e che possiamo anche ricevere conforto attraverso la loro bocca per la fiducia nel perdono (Mat 16,19; Mat 18,18; Giov 20,23). L’ufficio dell’ammonizione e del rimprovero reciproco è effettivamente incombente su tutti i cristiani, ma è comandato in modo speciale ai ministri della Parola; così, anche se tutti dobbiamo confortarci a vicenda e rafforzarci nella fiducia nella misericordia divina, tuttavia consideriamo gli stessi ministri della Parola come testimoni e garanti del perdono dei peccati, che devono assicurare la coscienza di questo perdono. Si dice di loro che perdonano i peccati e salvano le anime. Ora, quando sentiamo che questo viene promesso loro, dovremmo anche tenere a mente che viene fatto per il nostro beneficio. Pertanto, ogni singolo credente dovrebbe ricordare che se solo lui è così spaventato e terrorizzato dal senso del suo peccato che non può più liberarsi senza un aiuto esterno, è suo dovere non lasciare da parte il rimedio che gli viene offerto dal Signore. Dovrebbe allora ricorrere alla confessione individuale al suo pastore e chiedere all’uomo il cui ufficio è quello di confortare il popolo di Dio pubblicamente e soprattutto con l’insegnamento del Vangelo, per il suo sollievo anche il suo aiuto personale. Ma tutto questo dovrebbe essere fatto con tale moderazione che le coscienze non siano legate sotto un giogo fisso in un luogo dove Dio non ha prescritto nulla in particolare. Da ciò deriva che questa confessione deve essere libera e non deve essere richiesta a tutti, ma deve essere raccomandata solo a coloro che percepiscono di averne bisogno. Nemmeno queste persone che, in vista del loro bisogno, ne fanno uso, devono essere spinte dalla legge o ingannate ad enumerare tutti i loro peccati, ma devono andare solo fino a dove ritengono opportuno per ricevere un perfetto frutto di consolazione. I pastori fedeli non devono solo lasciare questa libertà alle chiese, ma anche proteggerla e mantenerla valorosamente, se vogliono che il loro ministero rimanga senza tirannia e il popolo senza superstizione.

III,4,13 Dell’altra forma di confessione individuale Cristo parla in Matteo: "Se offri la tua offerta sull’altare e ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare e vai prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi vieni a offrire la tua offerta" (Mat 5,23 s.). Perché questo è il modo di restaurare l’amore che è stato rotto dalla nostra colpa: dobbiamo riconoscere la colpa che abbiamo commesso e fare riparazione. A questo tipo appartiene anche la confessione di coloro che, con il loro peccato, hanno dato offesa a tutta la Chiesa. Infatti, se Cristo prende così sul serio l’offesa di un singolo privato da trattenere dal santo servizio tutti coloro che hanno peccato in qualche modo contro i fratelli, finché non si siano riconciliati di nuovo con loro in giusta soddisfazione - quanto meglio è giustificato che colui che ha offeso la Chiesa con qualche cattivo esempio la riconcili nuovamente con se stesso riconoscendo la sua colpa! Così quel corinziano fu riaccolto nella comunione quando ebbe dimostrato di essere ubbidiente alla correzione (2Cor 2:6). Questa forma di confessione esisteva anche nella chiesa primitiva; Cipriano ce lo ricorda. Egli dice: "Fanno penitenza per il tempo dovuto, poi vengono alla confessione pubblica dei loro peccati, e ricevono il diritto di comunione mediante l’imposizione delle mani del vescovo e del clero" (Epistola 16:2). La Scrittura non sa assolutamente nulla di altri tipi e forme di confessione. Né è nostro compito legare con nuove catene le coscienze che Cristo ci proibisce di soggiogare nel modo più forte possibile. Tuttavia, non ho alcuna obiezione al fatto che le pecore si presentino al loro pastore ogni volta che desiderano partecipare alla Santa Comunione; al contrario, vorrei che questa usanza fosse osservata ovunque. Al contrario, vorrei che questa pratica fosse osservata ovunque, perché da un lato può portare frutti unici a coloro che hanno una coscienza oppressa, e dall’altro è un’occasione per ammonire coloro che ne hanno bisogno. Solo che tutto deve essere fatto senza tirannia e superstizione.

III,4,14 In questi tre tipi di confessione il potere chiave ha il suo posto. In primo luogo, è efficace quando tutta la Chiesa confessa pubblicamente le sue azioni malvagie e chiede perdono. In secondo luogo, si esercita quando un individuo, che ha causato un fastidio generale da qualche offesa pubblicamente cospicua, testimonia il suo pentimento. E in terzo luogo, accade quando una persona che ha bisogno dell’aiuto del servo (della Parola) per l’inquietudine della sua coscienza porta la sua debolezza all’attenzione del servo. D’altra parte, la guarigione di una lamentela ha un significato diverso: certo, anche questo avviene in modo che la pace della coscienza sia servita, ma lo scopo principale è che l’odio scompaia e i cuori siano uniti tra loro attraverso il legame della pace. Ma quel beneficio (cioè quello dell’ufficio delle chiavi) di cui ho parlato non è affatto da sottovalutare, affinché siamo tanto più pronti a confessare i nostri peccati. (Primo caso:) Perché quando tutta la Chiesa sta, per così dire, davanti al seggio del giudizio di Dio e si confessa colpevole, e quando poi trova il suo unico rifugio nella misericordia di Dio, non è un piccolo, non facile conforto che sia presente un messaggero di Cristo che ha ricevuto l’incarico di riconciliarla, e dalla cui bocca può sentire la proclamazione della sua assoluzione. Qui il beneficio dell’ufficio delle chiavi è giustamente esaltato, se questo servizio di inviato è svolto con il dovuto ordine e riverenza. O allo stesso modo (nel secondo caso): una persona che si è allontanata dalla Chiesa in qualche modo riceve il perdono e viene riammessa alla comunione fraterna. Che grande benedizione è quando si rende conto di essere stato perdonato da coloro ai quali Cristo ha detto: "A chi rimetterete i peccati sulla terra, saranno rimessi in cielo" (compilazione di Mat 18,18 e Giov 20,23). L’assoluzione privata non ha meno effetto e frutto (terzo caso), quando è desiderata da persone che hanno bisogno di un mezzo speciale per aiutare le loro debolezze. Perché non di rado accade che una persona che sente le promesse generali rivolte a tutta l’assemblea dei credenti, rimane tuttavia un po’ in dubbio e ha ancora il cuore turbato, come se non avesse ancora ottenuto il perdono. Se una tale persona rivela la ferita nascosta del suo cuore al suo pastore, e se poi sente che la parola del Vangelo: "Rallegrati… ti sono perdonati i tuoi peccati" (Mat 9,2) è stata promessa a lui personalmente, rafforzerà il suo cuore in modo che trovi certezza, e sarà liberato dalla trepidazione incerta che lo tormentava prima. Ma quando parliamo delle "chiavi", dobbiamo sempre stare attenti a non sognare che questo sia un potere separato dalla proclamazione del Vangelo. Questo deve essere spiegato di nuovo e più dettagliatamente in un altro luogo, quando parlo del governo della chiesa. Lì vedremo anche che ogni diritto di legare o sciogliere, che Cristo ha dato alla Sua Chiesa, è legato alla Parola. Ma questo è particolarmente vero per il ministero delle chiavi: tutto il suo potere si basa sul fatto che la grazia del vangelo sia pubblicamente e specialmente sigillata nei cuori dei fedeli dagli uomini che il Signore ha ordinato per questo - e questo può essere fatto solo attraverso la predicazione.

III,4,15 Che cosa insegnano dunque i teologi romani? Istruiscono che tutti gli uomini di entrambi i sessi, appena hanno raggiunto l’età in cui possono distinguere il bene dal male, devono confessare tutti i loro peccati al prete incaricato almeno una volta all’anno. (Questa è l’intenzione del corrispondente decreto di Innocenzo III al IV Concilio Lateranense). Il perdono dei peccati dovrebbe avvenire solo se c’è la ferma intenzione di confessarsi. Se questa intenzione, se l’opportunità esisteva, non si realizzava, allora nessun ingresso in paradiso doveva essere possibile (Sentenze IV,17,4). Il sacerdote, si insegna inoltre, ha il potere delle chiavi, con le quali è in grado di sciogliere o legare il peccatore, in modo che la parola di Cristo: "Ciò che legherete sulla terra…" non venga meno (Mat 18,18; Sentenze IV,17,1). Ora sono in guerra tra loro per questo potere chiave. Alcuni pensano che ci sia in sostanza solo una "chiave", cioè il potere di legare e sciogliere; che la conoscenza (morale-teologica) è sì necessaria per il buon uso di (questo potere), ma che è, per così dire, solo una cosa aggiuntiva e non dipende essenzialmente da questo potere. Altri notarono che questa era una volontà coraggiosa troppo sfrenata e quindi distinsero due "chiavi", il discernimento (dei peccati) e il potere (effettivo) di legare e sciogliere. Altri ancora, tuttavia, videro che con questa moderazione la furbizia dei sacerdoti sarebbe stata tenuta sotto controllo, e così aggiunsero altre "chiavi": parlano prima del potere di discernimento di cui avrebbero avuto bisogno nella determinazione (di certi peccati), poi in secondo luogo del potere che avrebbero dovuto esercitare nell’esecuzione della loro decisione; la conoscenza, secondo questa visione, è aggiunta, per così dire, come un "consigliere". Non osano interpretare questo "legare e sciogliere" in modo semplice, cioè che significa perdonare e redimere i peccati. Perché sentono il Signore proclamare nei profeti: "Io, io sono il Signore… Io, io cancello le tue trasgressioni, o Israele!". (Isa 43,11. 25). Ma il loro punto di vista ora è questo: È compito del sacerdote dichiarare quali persone sono legate e quali sciolte, e dichiarare quali peccati delle persone sono perdonati e quali sono trattenuti. Il sacerdote fa questa dichiarazione sia nella confessione, quando assolve e "trattiene" i peccati, sia pronunciando la sentenza, quando scomunica qualcuno o lo ammette alla comunione dei sacramenti. Ma ora finalmente si rendono conto che non si sono ancora liberati dall’obiezione che qualcuno potrebbe sempre sollevare: i loro sacerdoti spesso legano e sciolgono l’ingiusto, ed è per questo che non sarà legato o sciolto in cielo! Allora rispondono - e questo è il loro massimo rifugio! Rispondono allora - e questo è il loro ultimo rifugio! - che la consegna delle chiavi deve essere intesa in modo limitato; Cristo aveva solo promesso che la sentenza giustamente pronunciata dal sacerdote sarebbe stata confermata davanti al suo seggio di giudizio, cioè la sentenza pronunciata secondo i meriti di chi è legato o sciolto. Inoltre, si sostiene che queste chiavi furono effettivamente date da Cristo a tutti i sacerdoti e furono quindi conferite loro dai vescovi quando furono promossi al loro ufficio - ma che il libero uso era permesso solo a coloro che amministravano un ufficio della chiesa. Nel caso di sacerdoti banditi e privati (temporaneamente) del loro ufficio, le chiavi rimanevano in sé, ma solo arrugginite e legate. Le persone che dicono questo, tuttavia, possono ancora essere considerate modeste e moderate se si guarda ad altri che hanno forgiato per sé nuove chiavi su una nuova incudine, con le quali, secondo la loro dottrina, si può chiudere il tesoro della chiesa. Considereremo queste nuove chiavi in modo più dettagliato più avanti al loro posto.

III,4,16 Nella mia risposta entrerò brevemente nei singoli pezzi dell’opinione contraria. Per il momento lascio da parte il diritto o il torto di mettere in catene le anime dei credenti per mezzo delle sue leggi; lo esamineremo al momento opportuno. Ma imporre agli uomini la legge che tutti i peccati devono essere enumerati, dichiarare che il perdono dei peccati è possibile solo a condizione che la risoluzione di confessarsi sia stata fermamente presa, predicare che nessun ingresso in Paradiso rimane aperto se non si è usata la possibilità di confessarsi - tutto questo è inaccettabile in qualsiasi circostanza! Si dovrebbero elencare tutti i peccati? Ma Davide, che secondo me ha davvero preso in considerazione la confessione dei suoi peccati, Davide ha comunque esclamato: "Chi si accorge di quanto spesso cade in basso? Perdona le mie colpe nascoste!". (Sal 19:13). Egli dice anche in un altro luogo: "I miei peccati sono sul mio capo; come un pesante fardello sono diventati troppo pesanti per me" (Sal 38:5). Egli sapeva veramente quanto è profondo l’abisso dei nostri peccati, sapeva sotto quante forme l’iniquità appare tra noi, quante teste ha questa bestia serpentina e che lunga coda si trascina dietro! Perciò non fece alcuna enumerazione dei suoi peccati, ma gridò al Signore dal profondo della sua malvagità: "Sono affondato, sono sepolto, sono soffocato, le porte dell’inferno mi hanno circondato; fa’ che la tua mano mi tiri fuori, io che sono affondato nel fango profondo, io che mi struggo e muoio!" (cfr. Sal 18,6; Sal 69,2 s.,15 s. non il testo di Lutero). Chi penserebbe ora di enumerare i suoi peccati, quando percepisce che nemmeno Davide è in grado di comprendere il numero dei suoi!

III,4,17 Con tale tortura, con terribile crudeltà, si tormentavano le anime degli uomini che erano in qualche modo colpiti dal sentimento di Dio! Per prima cosa, cominciarono a calcolare e a dividere i peccati in rami e ramoscelli e foglie - secondo le istruzioni di quei sacerdoti romani! Poi hanno considerato la "natura" dei peccati, la "quantità", le "circostanze" - eppure la questione procedeva troppo lentamente! Ma quando andavano avanti, vedevano ovunque solo cielo e mare, nessun porto e nessun luogo di riposo: più peccati avevano attraversato, più grande era la moltitudine che sorgeva davanti ai loro occhi, sì, i loro peccati torreggiavano davanti a loro come un alto colosso - e non c’era speranza di uscire mai, nemmeno dopo lunghe deviazioni! Così rimasero appesi "tra il santuario e la roccia", e alla fine non ci fu altra uscita che la disperazione! Allora quei torturatori desolati vennero e misero certi cerotti sulle ferite che avevano inflitto per lenirle: dissero che ognuno doveva fare quello che poteva. Ma subito sorsero nuove preoccupazioni, persino nuovi tormenti che distruggevano completamente la mente delle anime miserabili: non ho impiegato abbastanza tempo, si dicevano, non ci ho messo il giusto impegno, ho omesso molte cose per mancanza di cura - e dimenticare per mancanza di cura è inescusabile! Così alla gente venivano date altre medicine per alleviare il dolore. Dissero: "Pentiti della tua negligenza; se non è troppo indolente, ti sarà perdonato". Ma tutte queste cose non possono guarire la ferita, e non sono entrambi palliativi per il male, ma piuttosto veleno dipinto sopra con il miele, in modo che uno non nota la sua amarezza con disgusto al primo sorso, ma non lo percepisce fino a quando non è già penetrato nel più profondo! Così, dunque, quella voce terribile tormenta ancora gli uomini e grida nelle loro orecchie: "Confessa tutti i tuoi peccati!". - e questo terrore può essere placato solo da una ferma consolazione! Il lettore dovrebbe anche considerare qui quanto sia possibile richiamare alla mente gli eventi di un anno intero, o sommare tutto ciò che si è peccato nei singoli giorni. Ogni essere umano ha l’intuizione dalla propria esperienza che la nostra memoria si confonde quando vogliamo pensare ai peccati di un solo giorno la sera - tanto grande è la quantità e la varietà che ci viene in mente. Ora non sto parlando di ipocriti grossolani e sbiaditi che pensano di aver fatto il loro dovere quando hanno considerato tre o quattro reati più gravi. No, sto parlando dei veri servi di Dio; essi si esaminano a fondo e notano come sono completamente sopraffatti dai peccati, ma poi dicono anche a se stessi la parola di Giovanni: "Se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore…" (1Gio 3:20). Così sono terrorizzati davanti alla faccia del giudice la cui conoscenza è molto al di là della nostra comprensione.

III,4,18 Ora è vero che una gran parte del mondo ha fatto affidamento su quelle lusinghe con cui è stato addolcito un veleno così corruttore. Ma questo non è successo perché pensavano di aver soddisfatto Dio o di aver soddisfatto veramente se stessi. No, volevano gettare l’ancora in mezzo al mare, per così dire, per riposarsi un po’ dal loro viaggio in mare. O si voleva fare come un viandante stanco e affaticato che si sdraia sulla strada per riposare. Non ho bisogno di preoccuparmi di dimostrare questa frase. Perché ognuno può testimoniarlo da solo. Voglio riassumere cosa è successo a quella legge (della confessione). Prima di tutto, è semplicemente impossibile; e quindi non può che rovinare, condannare, confondere, precipitare nel turbamento e nella disperazione. In secondo luogo, porta anche i peccatori lontano dal vero senso dei loro peccati e li rende così ipocriti, persone che non conoscono né Dio né se stessi. Perché quando un uomo è completamente occupato ad enumerare i suoi peccati, dimentica nel frattempo il serpente nascosto dei suoi vizi, le sue ingiustizie nascoste, la sua contaminazione interiore - e attraverso la realizzazione di questa realtà dovrebbe comunque essere condotto in primo luogo alla comprensione della sua miseria! La regola più sicura per la nostra confessione, tuttavia, è quella di riconoscere e confessare un abisso così profondo della nostra malvagità, che va anche oltre la nostra percezione. Secondo questa regola, come vediamo, la confessione di peccato del pubblicano era diretta: "Dio, abbi pietà di me peccatore!". (Luca 18:13). È come se volesse dire: "Per quanto c’è in me, sono un peccatore, e non posso comprendere la grandezza dei miei peccati con la mia mente o con la mia lingua, che l’abisso della tua misericordia inghiotta questo abisso di peccato! Perché, qualcuno potrebbe ora chiedere, - i peccati non vanno confessati uno per uno? Non c’è dunque nessuna confessione dei peccati davanti a Dio che gli sia gradita, tranne quella che è racchiusa in queste poche parole: Sono un peccatore? No, dico, dovremmo piuttosto preoccuparci, per quanto è in noi, di versare tutto il nostro cuore davanti al Signore. Non dobbiamo semplicemente confessarci peccatori con una sola parola, ma anche riconoscerci veramente e di cuore come tali; dobbiamo fissare tutta la nostra mente su quanto grande e quanto molteplice sia la sporcizia del peccato. Non dobbiamo solo ammettere che siamo impuri, ma anche notare di che tipo e quanto grande sia la nostra impurità e quanto molteplici siano i suoi effetti. Non dobbiamo solo considerarci debitori, ma anche riconoscere quanti debiti premono su di noi e quanto molteplici ne siamo impigliati; non dobbiamo solo confessarci feriti, ma anche percepire da quanti e fatali colpi siamo feriti! Ma quando il peccatore si è riversato davanti a Dio in tale autoesame, dovrebbe considerare seriamente e sinceramente che ci sono ancora molti peccati, che gli angoli e le fessure della sua malvagità sono troppo profondi perché lui possa scandagliarli in tutta la loro profondità. Così deve esclamare con Davide: "Chi può sapere quante volte si è sbagliato; perdonami le mie colpe nascoste!". (Sal 19:13). I romani sostengono inoltre che una persona non può ricevere il perdono dei peccati se non ha fatto una ferma risoluzione di confessarsi, e che la porta del paradiso rimane chiusa a colui che ha trascurato l’opportunità di confessarsi quando gli è stata offerta. Non vogliamo concedere loro questo in nessun caso! Perché il perdono dei peccati non è diverso oggi come non lo è mai stato. Per quante persone che riportiamo hanno ricevuto il perdono dei loro peccati da Cristo, non leggiamo di una sola che abbia fatto una confessione nelle sue orecchie a un prete! In realtà, non potevano confessarsi affatto, poiché non c’erano sacerdoti confessionali e non c’era confessione! Anche secoli dopo questa confessione era sconosciuta, e allora si riceveva il perdono dei peccati senza questa condizione. Ma non discutiamo ulteriormente su questo argomento, come se ci fosse qualcosa di dubbio. La Parola di Dio ci insegna chiaramente, e questo rimane eterno. Leggiamo: "Ogni volta che un peccatore sospira, … non mi ricorderò di tutte le trasgressioni che ha commesso" (Ez 18:21 s. non il testo di Lutero). Chi osa aggiungere a questa parola non "lega" i peccati, ma la misericordia del Signore! I papisti, d’altra parte, sostengono che non si può pronunciare un giudizio senza aver prima acquisito conoscenza della materia in questione. Ma lì la soluzione è già pronta: si sono presuntuosamente arrogati questo, perché si sono nominati giudici! È anche sorprendente che si facciano dei principi con tale certezza, che nessun uomo sensato ammetterà. Essi affermano con orgoglio di essere incaricati dell’ufficio di legare e sciogliere - come se questa dovesse essere una giurisdizione legata alla forma del processo! Eppure tutto l’insegnamento degli apostoli testimonia a gran voce che questa legge era loro sconosciuta! La chiara conoscenza se il peccatore è assolto non riguarda il sacerdote, ma piuttosto colui al quale chiediamo l’assoluzione (cioè Dio!); poiché colui che ascolta la confessione non può mai sapere se c’è una corretta e completa enumerazione dei peccati! Un’assoluzione sarebbe allora possibile solo in modo tale da limitarsi alle parole di colui che deve essere giudicato. Bisogna anche ricordare che tutta la "soluzione" (dei peccati) consiste nella fede e nel pentimento; e queste due cose sono al di là della conoscenza dell’uomo, se uno deve giudicare un altro. La certezza di "legare" e "sciogliere" non è quindi soggetta al giudizio di un giudice terreno; perché il ministro della Parola, se svolge bene il suo ufficio, può assolvere solo condizionatamente. Ma la parola: "A chi rimetti i peccati…" è detta per il peccatore: egli non deve dubitare che il perdono promessogli secondo l’incarico di Dio e la Parola di Dio sarà valido in cielo.

III,4,19 Non c’è da meravigliarsi, dunque, se condanniamo la confessione auricolare, quella pestilenziale pestilenza che danneggia la Chiesa in così tanti modi, e se desideriamo che venga eliminata. Anche se fosse di per sé una questione non decisiva (res indifferens), chi non sosterrebbe, visto che non porta alcun beneficio o frutto, ma è stato la causa di tanta empietà, iniquità ed errore, la sua immediata abolizione? Ci sono, tuttavia, una serie di benefici della confessione auricolare, che si vuole presentare all’uomo come molto fruttuosi; ma questi sono in parte menzogne, in parte del tutto irrilevanti. Solo un beneficio è lodato con priorità speciale: l’imbarazzo del confessore è una punizione severa che rende il peccatore più attento per il tempo a venire e lo porta ad anticipare il castigo di Dio punendosi. Come se la soggezione con cui umiliamo l’uomo non fosse abbastanza grande, quando lo chiamiamo davanti al più alto, celeste seggio di giudizio, cioè davanti al giudizio di Dio! Questo sarebbe veramente un progresso glorioso, se cessassimo di peccare per vergogna davanti a un solo essere umano, ma non ci tirassimo indietro dall’avere Dio come testimone della nostra cattiva coscienza! Ma anche questa affermazione è abbastanza falsa. Perché si può osservare dappertutto che un uomo riceve una maggiore audacia, una maggiore ostinazione al peccato, da niente che dal fatto che, avendo una volta fatto la sua confessione al prete, ora pensa di poter voltare le spalle e dire: Non ho fatto niente! In questo modo un uomo non solo diventa più audace di peccare tutto l’anno, ma si sente anche al sicuro dalla confessione per il resto dell’anno, non alza mai i suoi sospiri a Dio, non entra mai in se stesso, ma accumula peccato su peccato, finché - come si pensa! - li vomita tutti insieme! Ma quando li ha versati, pensa di essere libero dal suo peso, pensa di aver tolto il giudizio di Dio, che ha trasmesso al sacerdote, e pensa di aver cancellato la memoria di Dio, dove ha portato il suo peccato all’attenzione del sacerdote! Ma inoltre: chi vede allora spuntare con gioia il giorno della confessione? Chi viene a confessarsi con un cuore lieto? Non vengono piuttosto controvoglia e come uno che resiste propriamente, come se venissero strangolati per il collo e trascinati in prigione? Potrebbe essere diverso con i preti stessi, che si dilettano a raccontarsi i loro misfatti - come piccole storie divertenti! Non voglio sprecare molta carta con una relazione sui terribili abomini che escono dalla confessione auricolare. Dirò solo questo: se quell’uomo pio (Nectarius), che per l’unico discorso della fornicazione rimosse la confessione dalla sua chiesa, anche dalla memoria dei suoi, non fu imprudente nel farlo, così oggi siamo ricordati da una quantità infinita di fornicazione, adulterio, incesto e procura di ciò che deve essere fatto.

III,4,20 Ma qui i confessori rivendicano per sé il potere della chiave e vedono in essa la prua e la poppa del loro dominio, come dicono. Bisogna vedere quanto questo sia da applicare. Ci viene chiesto: si suppone che le "chiavi" siano state date senza motivo? È forse detto senza motivo: "Tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo" (Mat 18,18)? Vogliamo allora rendere la parola di Cristo senza contenuto? Rispondo: le chiavi sono state date per un motivo molto serio! L’ho già spiegato un po’ più sopra, e lo spiegherò ancora più dettagliatamente quando verrò a parlare del divieto. Ma che fare se, con un solo colpo di spada, cancello tutte queste pretese dei sacerdoti? Perché cosa si farà se io sostengo che i sacerdoti non sono affatto i sostituti o i successori degli apostoli? Ma anche questo dovrà essere trattato altrove. Ora solo questo: i papisti si stanno costruendo un ariete da quello che, secondo la loro volontà, dovrebbe proteggerli più saldamente, e che deve distruggere tutta la loro armatura. Perché Cristo non ha dato ai suoi discepoli l’autorità di legare e sciogliere finché non li ha dotati dello Spirito Santo! Sostengo quindi che nessun uomo ha diritto al potere delle chiavi che non abbia prima ricevuto lo Spirito Santo. Io nego che un uomo possa amministrare le chiavi senza che lo Spirito Santo lo preceda, lo insegni e gli dica cosa fare. Ora i romani si vantano di avere lo Spirito Santo; ma di fatto lo negano - altrimenti dovrebbero fingere che lo Spirito Santo è una cosa vana, insignificante; lo fanno davvero, ma non sarà creduto! Ma ora abbiamo uno strumento di guerra che li sconfiggerà completamente: se affermano di possedere la "chiave" di qualsiasi porta, allora dobbiamo sempre chiedere loro se hanno anche lo Spirito Santo, che è dopo tutto il controllore e l’amministratore delle chiavi! Se poi rispondono che ce l’hanno, bisogna chiedere loro di nuovo se lo Spirito Santo può sbagliarsi! Non osano affermarlo esplicitamente, anche se lo danno per inteso nel loro insegnamento. Quindi dobbiamo concludere che nessun sacerdote ha il potere delle chiavi, perché essi "sciolgono" ovunque senza distinzione ciò che il Signore voleva legare, e "legano" ciò che il Signore ha ordinato di sciogliere!

III,4,21 Ora i Romani vedono che possono essere condannati con prove di esperienza abbastanza perfette, come sciolgono e legano senza distinzione i degni e gli indegni; ma lì si appropriano del potere delle chiavi senza la "conoscenza". E sebbene non osino negare che questa "conoscenza" sia necessaria per il giusto uso (del potere delle chiavi), tuttavia scrivono che il potere è conferito anche a coloro che lo dispensano male. Ma questo potere significa: "Quello che legherai sulla terra sarà legato in cielo, e quello che scioglierai sulla terra sarà sciolto in cielo"! (Mat 18,18; Calvino cita in modo abbreviato). Quindi o la promessa di Cristo deve essere una bugia - o coloro che sono stati resi partecipi di questa autorità eseguono il legare e sciogliere correttamente. È un eufemismo fuori luogo se affermano che la parola di Cristo è limitata secondo i meriti di colui che viene legato o sciolto. Anche noi confessiamo che solo chi è degno di essere legato e sciolto può essere legato e sciolto. Ma i messaggeri del Vangelo e della Chiesa hanno la parola con cui misurare questo valore. Con questa parola i messaggeri del vangelo possono promettere a tutti gli uomini in Cristo per fede il perdono dei loro peccati, e possono predicare la condanna contro e su tutti coloro che non accettano Cristo. In questa parola la chiesa proclama: "Né i fornicatori, né gli adulteri, né i ladri, né gli assassini, né i cupidi, né gli ingiusti erediteranno il regno di Dio" (1Cor 6:9 s. inaccurato). E tali persone la chiesa lega con legami molto sicuri. Secondo la stessa parola essa scioglie coloro che consola come penitenti. Ma che tipo di autorità è quella di non sapere cosa legare o sciogliere? Eppure non si può legare o sciogliere se non si sa! Perché pretendono di eseguire l’assoluzione sulla base dell’autorità data loro - quando questa è incerta? Che senso ha questa autorità immaginaria se non serve a niente? Ma ho già dimostrato che non c’è davvero nessun beneficio da trarne, o che è almeno così incerto che deve essere considerato come niente. Essi stessi ammettono che un numero considerevole di sacerdoti non usa correttamente le chiavi; d’altra parte, ammettono che il potere delle chiavi è impotente senza un uso legittimo; ma chi può darmi l’assicurazione che il sacerdote che mi riscatta sia un giusto amministratore delle chiavi? Se è un cattivo amministratore, cos’altro può dire se non una formula di cattivo gusto come questa? Non so cosa sia da legare o da sciogliere in te, perché mi manca il giusto uso delle chiavi; ma se te lo meriti, ti assolvo. Ma questo potrebbe essere fatto anche da - non dico un laico, perché non vorrebbero sentirlo - un turco o il diavolo! Perché significa tanto quanto se uno dicesse: io non ho la Parola di Dio, questa linea guida certa per assolvere - ma mi è stata data l’autorità di assolverti, se i tuoi meriti sono secondo essa! Così vediamo cosa hanno in mente i Romani quando dichiarano nella loro dottrina che le chiavi sono l’autorità di pronunciare il giudizio e il potere di eseguirlo; che la "conoscenza" è aggiunta come consigliere ed è utile come consigliere per il giusto uso del potere delle chiavi: essi volevano solo governare secondo le proprie concupiscenze, volutamente, senza Dio e la Sua Parola!!

III,4,22 Ma ora si potrebbe sollevare l’obiezione che anche i legittimi servitori di Cristo devono essere incerti nella loro condotta d’ufficio in tali circostanze, perché l’assoluzione - che dopo tutto dipende dalla fede! - sarà sempre una questione dubbia! Si potrebbe continuare dicendo che i peccatori non potevano ricevere alcuna consolazione, o solo una consolazione impotente, perché il ministro stesso non era un giudice adeguato della loro fede e quindi non era certo della loro assoluzione. Ma lì la soluzione è già pronta. I romani sostengono che il sacerdote può perdonare solo i peccati di cui egli stesso ha avuto conoscenza; sono quindi dell’opinione che il perdono dipende dal giudizio del sacerdote: se egli non prende una decisione intelligibile su chi è degno di perdono, allora tutta la procedura è vuota e nulla. In breve, l’autorità di cui parlano è (secondo loro) un potere giudiziario, legato all’indagine dei fatti, da cui dipendono il perdono e l’assoluzione. Ora in questo pezzo non c’è nulla di solido, anzi è tutto un profondo abisso. Perché dove la confessione non è completa, la speranza del perdono è mutilata. Anche il sacerdote stesso deve rimanere permanentemente all’oscuro, perché non sa se il peccatore elenca fedelmente le sue opere malvagie oppure no! E infine, vista l’ignoranza e la mancanza di istruzione dei sacerdoti, la maggior parte di loro non è più abile nell’esercizio di questo ufficio di quanto lo sia il calzolaio nella coltivazione della terra; ma il resto deve giustamente sentirsi quasi tutto sospetto! L’incertezza e il dubbio sull’assoluzione che avviene sotto il papato derivano dal fatto che questa assoluzione deve basarsi sulla persona del sacerdote, e non solo su questo, ma anche sulla sua indagine giudiziaria, in modo che egli pronunci il giudizio solo su quelle cose che gli sono state portate davanti, che ha indagato e di cui ha condannato il peccatore. Se qualcuno chiede a questi pii maestri se il peccatore si riconcilierebbe con Dio anche se gli fossero perdonati solo alcuni peccati, non so cosa risponderanno. Dovranno solo ammettere che tutto ciò che il sacerdote dice sul perdono dei peccati, la cui lista ha sentito, deve rimanere senza frutto finché lo stato di colpa per gli altri peccati non scompare! Se guardiamo a colui che si confessa, vediamo che la sua coscienza è in schiavitù di una paura perniciosa; e questo è evidente dal fatto che finché si affida, come si dice, alla decisione del prete, non può accertare nulla di certo dalla Parola di Dio. Da tutte queste assurdità la dottrina che presentiamo è libera e intatta. L’assoluzione è condizionata nel seguente senso: il peccatore deve confidare che Dio sia benevolo con lui, se solo cerca onestamente la sua riconciliazione nel sacrificio di Cristo e si affida alla grazia che gli viene offerta. Pertanto, colui che nel suo ufficio di araldo fa conoscere ciò che gli è comandato dalla Parola di Dio, non può sbagliare! Il peccatore, tuttavia, può ricevere un’assoluzione sicura e chiara, e in questa si aggiunge l’unica semplice condizione che deve accettare la grazia di Cristo; ma questo viene fatto secondo la regola generale del Maestro stesso, che è stata empiamente disprezzata dal papato: "Ti sia fatto secondo quanto hai creduto!" (Mat 8,13; 9,29).

III,4,23 Quanto stupidamente uno (sotto il papato) confonde ciò che la Scrittura insegna del potere delle chiavi, ho promesso di elaborare altrove, e un luogo più adatto per questo sarà il trattamento del governo della chiesa. Tuttavia, il lettore può ricordare (già qui) che le parole pronunciate da Cristo in parte sulla predicazione del Vangelo, in parte sul divieto, sono così erroneamente riferite alla confessione auricolare o alla confessione nascosta. Se ci viene rimproverato che il diritto di assolvere fu dato agli apostoli, e che questo diritto è ora esercitato dai sacerdoti nel perdonare i peccati confessati a loro, stiamo palesemente impostando un principio falso e senza senso. Perché l’assoluzione, che serve alla fede, non è altro che la testimonianza del perdono, che è tratto dalla promessa di grazia del Vangelo. L’altro tipo di assoluzione, che è connesso con la disciplina della chiesa, non ha nulla a che fare con peccati nascosti, ma si riferisce all’esempio dato da uno e serve a rimediare a un disturbo pubblico della chiesa. Ora, però, i teologi romani stanno racimolando testimonianze qua e là per dimostrare che non basta confessare i propri peccati a Dio solo o anche a un laico - a meno che non sia un prete a condurre l’indagine. Ma questo è uno zelo pigro e vergognoso! Certamente, i Padri della Chiesa primitiva consigliano ai peccatori di farsi sollevare il peso dal loro pastore; ma questo non deve essere riferito all’enumerazione dei peccati, che non era in pratica a quel tempo. Anche Pietro Lombardo e i suoi simili, nella loro goffaggine, sembrano essere caduti deliberatamente in libri spuri, che davano loro il pretesto per ingannare la gente semplice. Tuttavia, ammettono giustamente che l’assoluzione avviene sempre e solo in compagnia della penitenza, e quindi in realtà non c’è più alcun vincolo quando qualcuno è preso dalla penitenza, anche se non si è ancora confessato. In questo modo, il compito del sacerdote non sarebbe quello di perdonare i peccati, ma piuttosto di proclamare e dichiarare che sono perdonati! Certo, permettono poi che un errore grossolano entri nel concetto di "spiegare" sostituendo una cerimonia all’istruzione dottrinale. Ma se poi continuano a dire che la persona che ha ottenuto il perdono davanti a Dio è poi assolta anche davanti alla Chiesa, riferiscono erroneamente un’istituzione che, come ho già spiegato, appartiene alla disciplina pubblica e che serve a rimediare a una lamentela della Chiesa causata da un grave e noto indebitamento, alla pratica particolare di ogni individuo. Ma tali mitigazioni vengono subito dopo pervertite e corrotte, aggiungendo un altro modo di perdonare, cioè quello di infliggere una punizione e una soddisfazione agli uomini; conferendo così alle loro vittime il diritto di dimezzare ciò che Dio ha ovunque promesso come completo. Perché se esige semplicemente pentimento e fede, allora questa divisione (prima pentimento e fede, poi punizione e soddisfazione) e questa restrizione è del tutto sacrilega! Perché questo non significa altro che il sacerdote si fa, per così dire, tribuno, si oppone a Dio, e non permetterà a Dio di accettare il peccatore per libera bontà nella grazia, a meno che quest’ultimo non si sia prostrato davanti al seggio del giudizio del tribuno e abbia ricevuto lì la sua punizione!

III,4,24 Riassumo il tutto: se i romani vogliono fare di Dio l’autore della loro confessione fittizia, questo prova la loro vanità; ho anche dimostrato che propongono falsamente i pochi passi che citano. Ma se è evidente che questa è una legge imposta dagli uomini, affermo allo stesso tempo che è tirannica, e che la sua imposizione fa ingiustizia a Dio; perché Dio lega le coscienze alla sua parola, e vuole che siano libere dal dominio degli uomini! Se poi, per ottenere il perdono, si prescrive come necessaria una procedura che, secondo la volontà di Dio, dovrebbe essere volontaria, dichiaro che questo è un oltraggio assolutamente intollerabile. Perché nulla è così peculiare a Dio come il perdono dei peccati, su cui poggia la nostra salvezza! Inoltre, ho dimostrato che questa tirannia è sorta solo quando il mondo era sotto la pressione di una vergognosa barbarie. Poi ho anche spiegato che abbiamo davanti a noi una legge perniciosa: dove il timore di Dio è vivo, fa sprofondare le povere anime nella disperazione, ma dove un uomo vive nella sicurezza, le accarezza con vane lusinghe e non fa che aumentare il loro indurimento! E infine ho spiegato che tutte le attenuanti che propongono non hanno altro scopo che velare, oscurare e corrompere la pura dottrina, e nascondere le loro azioni empie dietro falsi colori!

III,4,25 Il terzo posto nel pentimento secondo la dottrina romana è occupato dalla soddisfazione (satisfactio) (Sentenze IV,16,4). Il discorso che ne fanno ora può essere confutato in una parola. Dicono: non basta che l’uomo che si pente rinunci alle sue opere malvagie passate ed emendi la sua vita, no, deve anche dare soddisfazione a Dio per quello che ha già fatto! (Decretum Gratiani, II,33,3,1,63). Ora, secondo la dottrina romana, ci sono molti mezzi con cui possiamo redimerci dai nostri peccati: Lacrime, digiuni, sacrifici e opere di carità. Con queste opere dobbiamo propiziare il Signore, soddisfare la giustizia di Dio, fare ammenda per il nostro peccato e meritare il perdono (Decretum Gratiani, II,33,3,1,76). Perché Dio, è dichiarato, ci ha effettivamente perdonato i nostri debiti per la sua grande misericordia; ma la punizione rimane per l’esercizio castigante della sua giustizia; e questa è la punizione dalla quale dobbiamo riscattarci con le nostre opere soddisfacenti (Decretum Gratiani, II,33,3,1,42). Tutto questo si può riassumere così: noi riceviamo effettivamente il perdono per le nostre azioni malvagie per bontà di Dio, ma in modo tale che il merito delle nostre opere interviene; con queste opere viene pagata la pena per i nostri peccati, così che la giustizia di Dio possa essere soddisfatta. Mi oppongo a tali menzogne con il perdono dei peccati per pura grazia, perché niente è così chiaramente proclamato nella Scrittura come questo! (Isa 52,3; Rom 5,8; Rom 3,24; Col 2,13 s. Tit. 3,5). Prima di tutto, cos’è il perdono se non un dono di pura bontà? Perché se un creditore certifica con una ricevuta che ha ricevuto il suo denaro, non si dice che ha cancellato il debito; si parla di questo solo se volontariamente, per carità, cancella il debito senza alcun pagamento! E poi: perché si aggiunge: "Per grazia"? Ma solo perché sparisca ogni pensiero di soddisfazione! Per quale audacia si erigono ancora le sue opere gratificanti, che vengono gettate a terra da un colpo di fulmine così potente? Perché? Il Signore esclama attraverso Isaia: "Io, io cancello le vostre trasgressioni per causa mia e non ricordo i vostri peccati! (Isa 43:25). Non proclama così apertamente che prende la causa e il fondamento del perdono unicamente dalla sua bontà? E inoltre: tutta la Scrittura rende testimonianza a Cristo che "per mezzo del suo nome tutti… riceveranno il perdono dei peccati" (Atti 10:43). Questo non esclude tutti gli altri "nomi"? Ma come si può allora insegnare che il perdono si riceve in "nome" di opere sufficienti? Ma i romani non possono negare che la attribuiscono alle opere di soddisfazione, anche se queste sono, per così dire, solo degli aiuti! Perché quando la Scrittura dice: "Per il nome di Cristo" - significa che non portiamo nulla, che non avanziamo nulla di nostro, ma che ci affidiamo unicamente alla mediazione di Cristo! Così Paolo insegna: "Dio era in Cristo e ha riconciliato a sé il mondo e non ha imputato loro i peccati…" (2Cor 5:19); e poi aggiunge immediatamente il modo e la causa: "Perché ha fatto sì che colui che non aveva conosciuto peccato fosse peccato per noi!" (2Cor 5:21).

III,4,26 Ma i papisti, nella loro perversità, sostengono che il perdono dei peccati e la riconciliazione avvengono una volta sola, cioè quando siamo accettati da Dio in grazia attraverso Cristo nel battesimo, ma che dopo il battesimo dobbiamo risorgere attraverso opere soddisfacenti, e che il sangue di Cristo non ci serve a nulla se non viene dispensato attraverso le chiavi della chiesa. Non sto parlando di una questione dubbia, perché hanno rivelato la loro impurità in scritti molto chiari, non l’uno o l’altro, ma tutti gli scolastici! Il loro maestro, tuttavia, prima confessa, sulla base dell’insegnamento di Pietro (1Piet 2,24), che Cristo ha portato la punizione per i nostri peccati sul "legno"; ma poi cambia immediatamente questa affermazione aggiungendo la qualificazione: nel battesimo tutte le punizioni temporali per i peccati sono rimesse, ma dopo il battesimo sono diminuite per mezzo del pentimento, così che quindi la croce di Cristo e il nostro pentimento lavorano insieme ugualmente! (Sentenze III,19,4). Ma Giov parla in modo molto diverso: "E se qualcuno pecca, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo… ed egli è il propiziatore dei nostri peccati… Figli cari, io vi scrivo: perché i peccati vi sono perdonati per mezzo del suo nome…" (1 Giov 2:1 s.12). Sta certamente parlando ai credenti: quando pone Cristo davanti a loro come propiziazione per i peccati, mostra che non c’è altra soddisfazione con cui Dio, che è arrabbiato, può essere reso grazioso e riconciliato. Non lo dice: Una volta Dio ti è stato reso grazioso per mezzo di Cristo - ora devi cercare altri mezzi; no, egli dichiara che Cristo è l’eterno Avvocato che ci porta sempre alla grazia attraverso la sua intercessione presso il Padre, lo conosce come la propiziazione costante in cui i nostri peccati sono cancellati. Resta sempre vero quello che l’altro Giov (il Battista) disse una volta: "Ecco l’agnello di Dio che porta il peccato del mondo" (Giov 1,29). Io dico: questo Agnello porta da solo i peccati, nessun altro! E questo significa: poiché lui stesso è l’Agnello di Dio, lui solo è anche il sacrificio per i nostri peccati, lui solo è l’espiazione, lui solo è la soddisfazione! Il diritto e l’autorità di perdonare appartiene al Padre in senso proprio, dove si distingue dal Figlio - come abbiamo già visto. Così Cristo si colloca qui al secondo posto, perché ha preso su di sé la punizione persa da noi e ha così redento la nostra colpa davanti al giudizio di Dio. Ne consegue che abbiamo una parte nella riconciliazione "fatta per mezzo di Cristo" (allusione a Rom 3,24), solo se l’onore spetta a lui, cosa di cui lo derubano gli uomini che cercano di riconciliare Dio con le proprie opere soddisfacenti!

III,4,27 Ora qui ci sono due requisiti da considerare: primo, Cristo deve mantenere la Sua gloria perfetta e immutata; secondo, la coscienza deve essere assicurata del perdono dei peccati, e così avere pace con Dio (confrontare il capitolo 13). Isa ci dice che il Padre ha posto tutte le nostre iniquità sul Figlio, affinché fossimo resi integri dalle "sue piaghe" (Isa 53:4, 6). Pietro lo ripete con altre parole: "Cristo stesso portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno…" (1Piet 2,24). E Paolo scrive che il peccato fu condannato nella carne di Cristo quando Egli fu fatto peccato per noi (Rom 8:3; Gal 3:13; 2Cor 5:21). Questo significa che il potere e la maledizione del peccato furono messi a morte nella Sua carne quando fu dato come sacrificio sul quale doveva essere posto l’intero peso dei nostri peccati, con la sua maledizione e la maledizione, con il terribile giudizio di Dio e con la condanna a morte! Qui non sentiamo affatto la fantasia che dopo la prima purificazione (nel battesimo) nessuno di noi può più sperimentare la potenza della sofferenza di Cristo, se non secondo la misura del suo pentimento soddisfacente. No, le Scritture ci richiamano all’unica soddisfazione di Cristo ogni volta che siamo caduti! Ma ora considerate le chiacchiere perniciose dei papisti! Si dice così: Nel primo perdono dei peccati (nel battesimo) opera solo la grazia di Dio; ma se dopo cadiamo di nuovo nel peccato, le nostre opere cooperano per ottenere il secondo perdono! Se è così, allora Cristo riceve anche quello che era attaccato a Lui sopra? No, che terribile differenza è, se le nostre iniquità sono tutte poste su Cristo, per trovare espiazione in lui - o se riceviamo espiazione con le nostre opere; se Cristo è la "propiziazione per i nostri peccati" - o se dobbiamo propiziare Dio con le opere! Il secondo requisito era che la coscienza deve essere aiutata alla pace. Se questo è il caso, che tipo di pace della coscienza è quando sente che i peccati devono essere espiati con le opere? Quando mai avrà la certezza di aver raggiunto la giusta misura con le sue opere sufficienti? Così saranno sempre in dubbio se possono considerare Dio misericordioso; vivranno sempre nell’angoscia e nel terrore! Perché le persone che si affidano alle piccole opere per la soddisfazione pensano troppo sprezzantemente al giudizio di Dio e, come devo spiegare in un altro luogo, considerano troppo poco quanto sia grande il peso del peccato. Ma anche se fosse concesso agli uomini di poter acquistare il perdono di un certo numero di peccati con una giusta soddisfazione, cosa dovrebbero fare quando si trovano assediati da così tanti peccati che non potrebbero bastare cento vite per soddisfarli, anche se fossero spese esclusivamente per loro? Bisogna anche ricordare che tutti i passi in cui si insegna il perdono dei peccati non sono indirizzati a persone che sono state istruite per la prima volta nella fede, ma a figli di Dio nati e cresciuti da tempo nel seno della Chiesa! Il messaggio che Paolo innalza così gloriosamente: "Vi preghiamo dunque in vece di Cristo, siate riconciliati con Dio!". (2Cor 5:20) - questo messaggio non è rivolto agli estranei, ma a coloro che sono nati di nuovo molto tempo fa! Eppure si congeda da tutte le opere soddisfacenti e indica a queste persone la croce di Cristo! O quando Paolo scrive ai Colossesi: "affinché tutte le cose … siano riconciliate con sé, sia sulla terra che nei cieli, affinché egli faccia la pace per mezzo del sangue della sua croce …" (Col 1,20) - non limita questo al momento in cui siamo ricevuti nella chiesa, ma lo estende a tutto il corso della nostra vita. Questo è facile da vedere dal contesto dove dice dei credenti che essi "hanno la redenzione per mezzo del sangue di Cristo", cioè "il perdono dei peccati" (Col 1:14). Tuttavia, è superfluo ammassare qui altri passaggi, dato che si ripetono più volte.

III,4,28 Ma gli scolastici ricorrono ora all’insipida distinzione che alcuni peccati sono peccati "veniali" (peccata venialia), mentre altri sono "peccati mortali" (peccata mortalia). Secondo questa distinzione, una persona deve una pena pesante per i peccati mortali, mentre i "peccati veniali" possono essere espiati con mezzi più leggeri, cioè con un "Padre nostro", con l’aspersione con acqua santa e con l’assoluzione nella messa. In questo modo giocano un gioco senza senso con Dio! E sebbene usino costantemente i termini "peccato veniale" e "peccato mortale", non sono ancora riusciti a distinguerli - a parte dichiarare l’empietà e l’impurità di cuore un "peccato veniale"! Noi, invece, proclamiamo, perché le Scritture, la regola della giustizia e dell’ingiustizia, ce lo insegnano, - che "la morte è il salario del peccato" e che "qualunque anima pecchi, morirà" (Rom 6:23; Ez 18:20). Inoltre, diciamo che i peccati dei credenti sono "veniali", non perché non meritino la morte, ma perché, secondo la misericordia di Dio, "non c’è nulla di condannabile in coloro che sono in Cristo Gesù" (Rom 8:1), perché i loro peccati non sono imputati a loro e perché sono cancellati nel perdono! So quali ingiuste vituperazioni vengono portate contro questa nostra dottrina: dicono che questa è la perversa affermazione degli stoici dell’uguaglianza dei peccati; ma io confuterò gli avversari senza difficoltà con le loro stesse parole. Infatti chiedo loro se, tra i peccati che essi (tutti allo stesso modo) dichiarano essere "peccati mortali", non ne considerano uno meno degli altri. (Devono rispondere in modo affermativo) Quindi la conclusione non segue immediatamente che i peccati che sono tutti ugualmente "peccati mortali" devono anche essere uguali (tra di loro), se la Scrittura dichiara che il salario del peccato è la morte, l’obbedienza alla legge è la via della vita, ma la trasgressione è la morte, i nostri avversari non possono uscire da questo! Ora come potranno mai trovare la possibilità di arrivare alla fine della loro "soddisfazione" con un così grande cumulo di peccati? Supponiamo che si possa soddisfare un peccato in un giorno, ma mentre ci si pensa, ci si impiglia in molti nuovi peccati! Perché anche il più giusto non può vivere un giorno senza cadere spesso nel peccato (Prov 24:16). Ma mentre i romani si preparano a dare soddisfazione, se ne accumulano numerosi, anzi, innumerevoli! Allora la fiducia di tale soddisfazione è interrotta. Su che cosa si stanno soffermando? Come osano ancora pensare alla soddisfazione?

III,4,29 Ora, naturalmente, tentano di tirarsene fuori - ma "finiscono l’acqua", come si dice! Così inventano una differenza tra colpa e punizione. Essi ammettono che la colpa è perdonata dalla misericordia di Dio; ma una volta che la colpa è perdonata, la punizione rimane ancora, e deve essere pagata secondo le esigenze della giustizia di Dio! Nel vero senso della parola, le opere di soddisfazione sono finalizzate alla remissione della pena. Buon Dio, che grande frivolezza è questa! Prima confessano che il perdono dei peccati ci è offerto puramente per grazia - e poi dichiarano immediatamente che deve essere guadagnato pregando e piangendo e ogni sorta di altri esercizi! Ma anche con questa distinzione, tutto ciò che la Scrittura ci insegna sul perdono dei peccati è in netto contrasto. Sono dell’opinione che ho già dimostrato questo più che sufficientemente - ma voglio ancora aggiungere qualche altra testimonianza scritturale: in questo allora questi agili serpenti devono essere impigliati in modo tale che non possano più piegare nemmeno la punta più esterna delle loro code! Secondo Geremia, "la nuova alleanza" che Dio ha fatto con noi nel suo Cristo consiste nel fatto che egli "non ricorderà mai i nostri peccati"! (Ger 31:31-34). Ciò che il Signore vuole dire con questo, lo apprendiamo da un altro profeta; là parla: "E dove il giusto si allontana dalla sua giustizia… tutta la sua giustizia non sarà ricordata", e d’altra parte: "dove il malvagio si allontana da tutti i suoi peccati… tutta la sua trasgressione non sarà ricordata:" (Ez 18:24. 21 s.). Quando il Signore dichiara che non ricorderà le opere giuste, significa che non le punirà più! Lo stesso è espresso in altri passi: egli "getta i peccati dietro di sé" (Isa 38,17), li "cancella come una nuvola" (Isa 44,22), li "getta nelle profondità del mare" (Mic 7,19), "non ne fa il conto" (Sal 32,2) li "copre" (Sal 32,1). Queste sono espressioni con le quali lo Spirito Santo ci ha reso abbastanza chiaro ciò che intende - se solo gli presteremo l’orecchio con docilità! È proprio così: quando Dio punisce i peccati, li imputa; quando si vendica dei peccati, li ricorda; quando li chiama davanti al suo giudizio, non li copre; quando li indaga, non li ha gettati dietro di sé; quando li guarda, non li ha distrutti come una nuvola; quando li porta davanti a sé, non li ha gettati nelle profondità del mare! Questo è anche il modo in cui Agostino lo interpreta con parole chiare: "Se Dio copriva i peccati, non voleva notarli, se non voleva notarli, non voleva punirli - non voleva conoscerli, ma perdonarli. Perché allora ha detto che i peccati sono coperti? Perché non dovrebbero più essere visti! Ma cosa significava: Dio vede i peccati? Nient’altro che: li punisce!". (Spiegazione del Sal 31 [32]). Ma ascoltiamo un altro passo profetico, secondo il quale ordine Dio perdona i peccati: "Se il tuo peccato è come il sangue, sarà bianco come la neve; e se è come lo scarlatto, sarà come la lana!" (Isa 1:18). Ma in Geremia leggiamo: "In quei giorni si cercherà l’iniquità di Giacobbe… ma non ce ne sarà nessuna; e i peccati di Giuda, ma non se ne troverà nessuno; perché io li perdonerò a quelli che lascerò" (Ger 50:20). Se vogliamo riassumere in poche parole il significato di queste parole, basta considerare d’altra parte cosa significano le seguenti espressioni: "Tu hai sigillato la mia trasgressione in un fascio" (Giobbe 14:17) o: "Il peccato di Giuda è scritto con stilo di ferro e con demoni dalla punta aguzza" (Ger 17:1). Questi ultimi passaggi significano che Dio vendicherà i peccati. Ma se questo è il significato - e non c’è dubbio! - allora non c’è dubbio che il Signore ci assicura nei passaggi opposti che si asterrà da qualsiasi castigo vendicativo. Qui imploro i lettori di non ascoltare le mie osservazioni, ma solo di ammettere che la Parola di Dio ha un certo spazio!

III,4,30 30 Vorrei sapere cosa Cristo ha acquistato per noi, - se la punizione per i nostri peccati è ancora richiesta da noi! Noi diciamo: "Egli stesso portò tutti i nostri peccati nel suo corpo sul legno" (1 Pt 2,24; non proprio il testo di Lutero). Con questo vogliamo solo esprimere: ha preso su di sé la punizione e il castigo che abbiamo meritato con i nostri peccati! Isa lo ha spiegato ancora più chiaramente: "Il castigo" - o anche: il castigo - "è su di lui, perché noi avessimo pace" (Isa 53,5). Ma cos’è questo "castigo" "perché abbiamo la pace"? È la punizione che abbiamo meritato con i nostri peccati e che avremmo dovuto sopportare - se Cristo stesso non avesse preso il nostro posto! - prima di poterci riconciliare con Dio! Lì vediamo chiaramente: Cristo ha preso su di sé la punizione dei peccati per riscattare i suoi da essa! Ogni volta che Paolo parla della redenzione avvenuta attraverso Cristo, usa il termine "apolytrosis" (riscatto) (Rom 3:24; 1Cor 1:30; Efes 1:7; Col 1:14). Questa espressione non significa semplicemente "redenzione" come questa parola è comunemente intesa, ma si riferisce anche al riscatto e alla soddisfazione che portano alla redenzione. In questo senso scrive anche che Cristo ha dato se stesso per noi come "antilettro" (riscatto) (1Tim 2:6). Agostino dice: "Quale altra riconciliazione c’è davanti al Signore se non il sacrificio? E quale altro sacrificio c’è se non quello che è offerto per noi nella morte di Cristo?". (al Sal 129). Ma otteniamo una tempesta particolarmente forte nelle norme che la Legge di Mosè dà per l’espiazione del debito del peccato. Perché il Signore non ha prescritto questo o quel tipo di espiazione, ma ha preteso che l’intera espiazione fosse fatta solo attraverso i sacrifici. Tuttavia, nella Legge stabilisce tutte le usanze di espiazione in modo completo e nell’ordine più esatto: Come mai, però, non prescrive alcuna opera con cui si possa cercare la guarigione per i peccati commessi, ma richiede solo sacrifici per l’espiazione? Ma solo perché vuole testimoniare qui che c’è solo un tipo di soddisfazione in cui il suo giudizio è soddisfatto! Infatti i sacrifici che gli israeliti offrivano a quel tempo non erano considerati come opera di uomini, ma erano giudicati secondo la loro verità, cioè secondo l’unico sacrificio di Cristo. Che tipo di pagamento il Signore riceve da noi, Osea ha espresso molto bene in poche parole: "Tu, Dio, togli da noi la nostra iniquità" - cioè il perdono dei peccati -, "e così offriremo i frutti delle nostre labbra" - cioè la soddisfazione! (Os 14:3; inizio non testo di Lutero). So però che gli scolastici cercano di cavarsela con una distinzione ancora più sottile: distinguono tra le pene eterne e le "pene temporali per i peccati". Ma con questi "castighi temporali per il peccato" essi intendono tutti i castighi che Dio infligge al corpo o all’anima, con la sola eccezione della morte eterna, e quindi questa restrizione (della loro dottrina generale) può portare loro poco sollievo. Perché i passi che ho citato sopra vogliono dirci esplicitamente: siamo accettati da Dio in grazia a condizione che ci perdoni anche tutto ciò che abbiamo perso in punizione attraverso il perdono della nostra colpa. E ogni volta che Davide o gli altri profeti chiedono a Dio il perdono dei peccati, chiedono anche la remissione della pena. Questo è veramente il sentimento del giudizio divino che li guida. E d’altra parte, quando promettono la misericordia da parte del Signore, parlano quasi sempre della punizione e della sua remissione allo stesso tempo. Quando il Signore annuncia in Ezechiele che porrà fine alla cattività babilonese per il suo proprio bene e non per il bene degli ebrei (Ez 36:22, 32), certamente mostra chiaramente che entrambi (perdono e remissione della pena) sono fatti per grazia. In breve, se siamo resi liberi dalla colpa attraverso Cristo, allora devono cessare anche le punizioni che provengono da questa colpa!

III,4,31 Ma i nostri avversari si armano anche di testimonianze scritturali, e vediamo che tipo di prove pretendono per sé. Prima di tutto, dicono che quando Davide ricevette un rimprovero da Nathan per il suo adulterio e omicidio, ricevette il perdono per il suo peccato, ma fu ancora punito con la morte del figlio che era nato da quell’adulterio (2 Sam. 12:13 s.). Tali punizioni, che dovrebbero colpirci anche dopo il perdono dei nostri peccati, dovrebbero ora, secondo la dottrina della chiesa (romana), essere sostituite da opere soddisfacenti. Infatti Daniele ammonì Nabucodonosor a redimersi dai suoi peccati con l’elemosina (Dan 4,24). Salomone scrive: "Con la giustizia e la pietà si espia l’iniquità" (Prov 16,6; non è il testo di Lutero) e altrove: "L’amore copre tutte le trasgressioni" (Prov 10,12). Quest’ultimo detto è affermato anche da Pietro (1Piet 4,8). Inoltre, in Luca il Signore dice della grande peccatrice: "Le sono perdonati molti peccati, perché ha amato molto" (Luca 7,47). Come sono contorte e sciocche queste persone nel giudicare le opere di Dio! Ma se avessero prestato attenzione al fatto - e in nessun caso potevano ignorarlo! che ci sono due tipi di giudizio divino, si sarebbero resi conto che il castigo di Davide è un tipo di punizione completamente diverso, e che non si può pensare che serva da castigo! Ma ora è di straordinaria importanza per tutti noi riconoscere lo scopo dei castighi di Dio con cui punisce i nostri peccati, e quanto siano molto diversi dai castighi esemplari con cui perseguita con ira gli empi e i reprobi. Pertanto, sarà opportuno, a mio parere, proseguire la questione in modo sommario. Per una migliore comprensione, chiameremo un tribunale "tribunale retributivo" e l’altro "tribunale del castigo". Con il giudizio retributivo comprendiamo ora questo: Dio esercita il suo castigo sui suoi nemici in modo tale che porta la sua ira contro di loro, li confonde, li disperde e li distrugge. Il castigo di Dio è quindi da vedere nel senso attuale in cui la punizione è collegata alla sua ira. Nel giudizio di castigo non ci affronta così duramente da arrabbiarsi, né si vendica per distruggere o far perire l’uomo nella sua ira. Pertanto, non si tratta realmente di una punizione o castigo distruttivo, ma di castigo e ammonizione. Il giudizio retributivo è esercitato da Dio come giudice, il giudizio castigatore dal Padre. Perché quando un giudice punisce il colpevole, punisce il reato stesso ed esercita la punizione per il reato stesso. Se invece un padre castiga severamente suo figlio, non lo fa per vendicarsi o per punire, ma per insegnargli e renderlo più consapevole per il tempo a venire. Il Crisostomo usa un paragone un po’ diverso, ma ancora simile, in un passaggio: "Un figlio viene picchiato, e anche un servo viene picchiato. Ma il servo viene punito come servo perché ha peccato, mentre il figlio, che come uomo libero e come figlio ha bisogno di disciplina, viene castigato. Il figlio riceve il castigo come mezzo di prova e correzione, mentre il servo lo riceve come flagello e punizione.

III,4,32 Ma ora, per riassumere brevemente e chiaramente tutta la questione, facciamo una duplice distinzione. In primo luogo, il primo. Dove il castigo è inflitto per rappresaglia, la maledizione e l’ira di Dio hanno sempre un effetto, e tuttavia Egli le allontana sempre dai fedeli. Il castigo, invece, è una benedizione di Dio e porta la testimonianza del Suo amore, come insegna la Scrittura (Giobbe 5:17; Prov 3:11 e seguenti; Ebr 12:5 e seguenti). Questa distinzione ci mette di fronte chiaramente ancora e ancora alla Parola di Dio. Tutto ciò che i malvagi sperimentano in questa vita presente ci viene descritto come la porta dell’inferno, da cui possono già vedere da lontano la loro dannazione eterna; non vengono in alcun modo migliorati da questa tribolazione e non ne ricevono alcun frutto, anzi, vengono preparati da tali preludi all’orribile inferno che li aspetta un giorno. D’altra parte, quando il Signore castiga i suoi servi, li castiga davvero, ma non li abbandona alla morte (Sal 118:18). Perciò, quando li ha colpiti con la sua verga, confessano che è stato un bene per la loro vera educazione (Sal 119,71). Ma come da un lato leggiamo dappertutto che essi prendevano punizioni di questo tipo con un cuore allegro, così dall’altro lato essi imploravano continuamente di evitare i flagelli del tipo descritto sopra! Geremia chiede: "Castigami, o Signore, secondo il tuo giudizio e non nella tua ira, perché tu non mi sfinisca. Ma versa la tua ira sui pagani che non ti conoscono e sui ricchi che non invocano il tuo nome…" (Ger 10,24 s. non il testo di Lutero). E Davide dice: "Oh Signore, non punirmi nella tua rabbia e non castigarmi nella tua ira!". (Sal 6,2; 38,2). Non è in contraddizione con questo che a volte si sente dire che il Signore è arrabbiato con i suoi santi quando punisce i loro peccati. Questo è ciò che accade in Isaia: "Ti ringrazio, o Signore, perché ti sei adirato con me e la tua ira si è placata e mi hai consolato" (Isa 12:1). Allo stesso modo in Abacuc: "Quando ti arrabbierai, ricordati della tua misericordia" (Aba 3,2; non è il testo di Lutero). O anche in Michea: "Porterò l’ira del Signore, perché ho peccato contro di lui" (Mic 7:9). Lì il profeta attira la nostra attenzione sul fatto che le persone che sono giustamente punite non ottengono nulla brontolando, ma che allevia il dolore dei fedeli quando considerano il consiglio di Dio. Nello stesso senso sentiamo occasionalmente che il Signore "profana" la sua "eredità" (Isa 47:6; 42:24), sebbene, come sappiamo, non la profanerà nell’eternità. Questa espressione, tuttavia, non si riferisce al consiglio o all’atteggiamento di Dio verso il suo castigo, ma piuttosto all’intenso sentimento di dolore che coglie le persone che anche solo in qualche modo devono sperimentare la sua severità. Ma il Signore non si limita ad affliggere i suoi fedeli con poca severità, ma a volte infligge loro tali ferite che essi pensano di non essere lontani dalla distruzione infernale. Così egli testimonia loro che hanno meritato la sua ira, e così li porta ad essere dispiaciuti nelle loro opere malvagie, ad essere presi da una maggiore ansia di propiziare Dio, e a mettersi con serietà e zelo per ottenere il perdono - ma proprio in questo frattempo egli dà loro una testimonianza molto più brillante della sua bontà che della sua ira! Perché il patto che Dio ha fatto con noi nel nostro vero Salomone (cioè in Cristo) è durato, e Lui che non può ingannare ha assicurato che la sua validità non sarà mai messa da parte! Ma egli dice: "Se i suoi figli abbandonano la mia legge e non camminano nei miei statuti, se profanano le mie norme e non osservano i miei comandamenti, io punirò il loro peccato con la verga e la loro iniquità con piaghe; ma non distoglierò da lui la mia misericordia…" (Sal 89:31-34). Per assicurarci della sua misericordia, chiama la verga con cui punirà i discendenti di Salomone una "verga di uomini" e i suoi colpi "i colpi dei figli degli uomini" (2 Sam. 7:14). Con queste aggiunte indica moderazione e sollievo, ma allo stesso tempo ci fa capire che un uomo che sente che la mano di Dio è contro di lui deve inevitabilmente essere scosso dal terrore più terribile della morte. Quanto egli abbia permesso che questo sollievo si verificasse nel castigo del suo (popolo) Israele, lo mostra nella parola del profeta: "Nel fuoco ti ho raffinato, ma non come l’argento; perché tu stesso saresti stato divorato …". (Isa 48,10, non testo di Lutero). Qui mostra come i castighi sono destinati a purificare il suo popolo; ma aggiunge che li modera così tanto che il suo popolo non è castigato più del necessario! Anche questo è molto necessario. Perché quanto più un uomo teme Dio, quanto più dedica la sua vita al servizio della pietà, tanto più tenero è il suo sentimento nel sopportare l’ira di Dio! Infatti, anche coloro che sono stati respinti gemono sotto i loro flagelli - ma non considerano la loro causa, anzi, piuttosto voltano le spalle ai loro peccati e al giudizio di Dio e quindi si induriscono nella loro ottusità, oppure si infuriano e si scagliano e si difendono con furia contro il loro giudice - e così questa aspra tempesta li indurisce in una rabbia insensata! D’altra parte, quando Dio avverte i fedeli con le sue verghe, essi si mettono subito a considerare i loro peccati, sono completamente impregnati di paura e di terrore, e si rifugiano in un umile pentimento. Se Dio non alleviasse queste pene con le quali le povere anime si torturano, probabilmente crollerebbero cento volte anche a segni minori della sua ira.

III,4,33 Passiamo ora alla seconda distinzione. Quando i rifiutati sono colpiti dai flagelli di Dio, cominciano già, per così dire, a soffrire la dovuta pena del suo giudizio. Non resta certo impunito con loro il fatto che non ascoltino tali testimonianze dell’ira divina. Ma ancora non vengono picchiati allo scopo di renderli migliori di mente, ma solo allo scopo di far loro sapere, sotto la loro grande disgrazia, che Dio è il giudice e il castigatore. I figli di Dio, invece, vengono picchiati con le verghe, non per ripagare Dio delle loro azioni malvagie, ma perché si pentano. Notiamo, quindi, che questo battere di aste si riferisce piuttosto al futuro che al passato. Preferirei esprimerlo con le parole del Crisostomo che con le mie: "Dio ci infligge un castigo, non per punirci dei nostri peccati, ma per renderci migliori in vista dei peccati futuri!" (Pseudo Crisostomo, Omelia sulla penitenza e la confessione). Così anche Agostino dice: "Quello che soffrite e che vi fa lamentare è ancora una medicina per voi e non un castigo, un castigo e non una condanna. Non respingere il flagello - se non vuoi essere respinto dall’eredità…" (Sul Sal 102). O anche: "Fratelli, sappiate che tutta la miseria del genere umano, sotto la quale il mondo geme, è un dolore che agisce come rimedio, e non un giudizio che infligge una punizione…!" (Sul Sal 138). Ho voluto menzionare queste affermazioni perché nessuno pensi che l’espressione che ho usato sia nuova o meno comune. A questo si riferiscono anche le lamentele iraconde, con le quali Dio rimprovera l’ingratitudine del popolo, perché nella sua testardaggine ha disprezzato tutti i castighi. Così in Isaia: "Che cosa continueranno a colpirti? … Dalla pianta del suo piede alla corona della sua testa non c’è nulla di sano in lui…" (Isa 1,5 s.). Ma i profeti sono pieni di tali detti, e quindi mi accontenterò di aver brevemente indicato che Dio punisce la sua Chiesa al solo scopo di farla sottomettere e quindi arrivare al pentimento. Quando depose Saul dalla sua regalità, gli stava infliggendo una punizione punitiva (1Sam 15:23); quando, invece, prese il figlio di Davide (2 Sam. 12:18), lo stava castigando per correggerlo. Anche le parole di Paolo dovrebbero essere intese in questo senso: "Quando siamo giudicati, siamo castigati dal Signore, affinché non siamo condannati insieme al mondo" (1Cor 11:32). Questo significa che quando noi figli di Dio soffriamo la tribolazione per mano del nostro Padre celeste, non è una punizione per confonderci, ma solo un castigo per educarci! Su questa questione Agostino è pienamente dalla mia parte; perché insegna che i castighi con cui gli uomini sono ugualmente castigati da Dio sono da considerarsi in modi diversi: per i santi che hanno già ricevuto il perdono, secondo Agostino, sono lotte ed esercizi; per i reietti, invece, che sono senza perdono, sono castighi per la loro ingiustizia. In questo ricorda le punizioni inflitte a Davide e ad altri uomini pii, e spiega che il loro scopo era che la loro pietà potesse essere esercitata e messa alla prova da tali umiliazioni (Sulla colpa e il perdono dei peccati II,33.34). Ma quando Isa dice di Gerusalemme: "La sua iniquità è perdonata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati" (Isa 40:2) - questo non dimostra che il perdono dipende dalla sopportazione della punizione. Piuttosto, vuole dire: "Ora sono state inflitte abbastanza punizioni; siete stati consumati dal dolore e dalla tristezza per molto tempo - ma ora, vista la severità e la varietà delle vostre punizioni, è tempo che riceviate il messaggio della piena compassione e che il vostro cuore mi riconosca pieno di gioia come Padre! Perché Dio agisce qui come un Padre, che è anche dispiaciuto per la giusta severità quando si è visto costretto a punire così severamente suo Figlio!

III,4,34 Con tali pensieri il credente deve armarsi nell’amarezza della tribolazione. "Perché è giunta l’ora che il giudizio inizi contro la casa di Dio" (1Piet 4,17), in cui il Suo nome è stato invocato (Ger 25,29; non secondo il testo di Lutero). Ma cosa dovrebbero fare i figli di Dio se dovessero credere che questa severità che sentono è il castigo di Dio? Perché se un uomo che la mano di Dio ha colpito pensa a Dio come a un giudice punitore, deve inevitabilmente supporre che Dio è arrabbiato, che è contro di lui, deve maledire il flagello di Dio come una maledizione e una condanna, in breve, non può mai lasciarsi convincere che questo Dio lo ama, il cui atteggiamento verso di lui tuttavia vive in modo tale da voler ancora punire! Ma chi considera che Dio è arrabbiato con i suoi vizi, ma è misericordioso e ben disposto verso di lui, fa progressi anche sotto i flagelli di Dio. Altrimenti, ciò che il profeta ha sperimentato dopo il suo lamento si applicherebbe anche a lui: "La tua ira, o mio Dio, è su di me; il tuo terrore mi ha oppresso! (Sal 88,17; non il testo di Lutero). O avrebbe dovuto sperimentare ciò che Mosè scrisse: "La tua ira ci ha fatto perire, e il tuo furore ci ha fatto perire improvvisamente. Poiché tu hai posto le nostre iniquità davanti a te e i nostri peccati inconfessabili alla luce del tuo volto. Perciò tutti i nostri giorni si consumano nella tua ira; passiamo i nostri anni come un racconto". (Sal 90:7-9). Davide, d’altra parte, vuole insegnarci che i castighi paterni di Dio devono aiutare i fedeli piuttosto che schiacciarli a terra, e perciò canta di essi: "Beato colui che tu castighi, o Signore, e lo insegni con la tua legge, perché abbia pazienza nel giorno del male, finché la fossa sia preparata per gli empi". (Sal 94:12 s.). È certamente una sfida difficile quando Dio risparmia i miscredenti e trascura i loro vizi, ma appare duro verso i suoi credenti. Ecco perché il salmista aggiunge l’istruzione della legge come motivo di conforto, da cui i fedeli devono imparare: è per la loro salvezza che Dio li richiama sulla via, mentre i malvagi si gettano a capofitto nelle loro vie sbagliate, la cui fine è la "fossa". Non fa differenza se la punizione è eterna o temporale. Perché le guerre, le carestie, le pestilenze e le malattie sono (allora) tanto le maledizioni di Dio quanto la stessa sentenza di morte eterna - perché il Signore le infligge per essere strumenti della sua ira e vendetta contro gli empi.

III,4,35 Ora, se non mi sbaglio, tutti capiranno il significato del castigo che il Signore inflisse una volta a Davide (2 Sam. 12,13 s.). Voleva essere una testimonianza del fatto che l’omicidio e l’adulterio erano molto sgraditi a Dio; in vista di questi oltraggi, Dio voleva mostrare quanto il suo amato e fedele servo lo avesse offeso; e questo fu fatto in modo che Davide stesso fosse istruito a non commettere più un tale oltraggio in futuro. D’altra parte, non doveva essere una punizione con la quale egli faceva un qualsiasi pagamento a Dio. Nello stesso senso dovremo giudicare l’altro castigo, quando il Signore, a causa della disobbedienza di Davide, in cui era caduto contando il popolo, afflisse questo stesso popolo con una grave pestilenza (2 Sam. 24:15). Dio infatti perdonò il peccato di Davide invano; ma servì come esempio pubblico per tutti i tempi, oltre che per l’umiliazione di Davide, che un tale oltraggio non restasse impunito, e perciò esercitò su di lui un severo castigo con il suo flagello. Dobbiamo tenere presente questo punto di vista anche in vista della maledizione generale che Dio ha posto sull’umanità. Perché anche se abbiamo ricevuto la grazia, tutti noi soffriamo ancora con essa tutta la miseria che Dio ha inflitto al nostro progenitore come punizione per il peccato. Ora impariamo che attraverso tali esercizi ci viene ricordato con quanta veemenza Dio è dispiaciuto per la trasgressione della sua legge, in modo che possiamo essere prostrati e umiliati nella consapevolezza della nostra miserabile sorte e desiderare tanto più intimamente la vera beatitudine! Ma uno sciocco molto grande sarebbe l’uomo che pensasse che le difficoltà della vita presente ci sono state imposte come punizione per il nostro peccato: Anche il Crisostomo sembra avere questo in mente quando scrive: "Se Dio punisce allo scopo di chiamare al pentimento coloro che persistono nella malvagità - il castigo, quando il pentimento è mostrato, è superfluo!" (A Stagirius III,14). Così il Signore tratta ciascuno come sa che è meglio per i suoi simili: uno lo tratta con maggiore severità, l’altro con più gentile tolleranza. Così, quando vuole insegnare che non procede in modo intemperante nell’eseguire i suoi castighi, rivolge un severo rimprovero contro il popolo indurito e dalla dura cervice, dicendo che, nonostante tutti i colpi, non hanno cessato di peccare (Ger 5:3). In questo senso, Dio si lamenta di Efraim che è "come una torta che è già bruciata da un lato e che nessuno rovescia" (Os 7,8). Questo significa che tutti i colpi della verga non sono penetrati nel suo cuore, e così i vizi non sono bruciati e il popolo non è preparato a ricevere il perdono. Quando parla così, mostra che non appena un uomo si pente, è anche immediatamente pronto per la riconciliazione, e che l’asprezza con cui ci castiga per le nostre offese gli viene strappata dalla nostra testardaggine - perché con la correzione volontaria il peccatore anticiperebbe il castigo. Ma la durezza e la rozzezza di tutti noi sono tali che il castigo è necessario in ogni caso, e perciò è piaciuto al Padre nella sua grande saggezza di affliggerci tutti senza eccezione durante la nostra vita con un flagello che ci colpisce tutti! È sorprendente, tuttavia, che i romani fissino così tanto i loro occhi sull’unico esempio di Davide, ma non siano mossi dai molti esempi in cui si sarebbe potuto vedere il perdono dei peccati per pura grazia. Così leggiamo che il pubblicano scese dal tempio "giustificato" - non segue alcuna punizione! (Luca 18,14). Pietro fu perdonato per la sua offesa (Luca 22,61) - e sentiamo, come dice Ambrogio, qualcosa delle sue lacrime, ma non sentiamo nulla di soddisfazione! L’uomo con la gotta sente: Alzati, "ti sono perdonati i tuoi peccati" (Mat 9,2) - ma nessuna punizione gli viene inflitta! Tutte le assoluzioni di cui ci parla la Scrittura sono state, secondo il suo racconto, per grazia! La regola avrebbe dovuto essere derivata da questa pletora di esempi - e non da quello che ha chissà quale contenuto speciale!

III,4,36 Quando Daniele ammonì Nabucodonosor: "Sbarazzati dei tuoi peccati con la giustizia, e liberati dall’iniquità facendo del bene ai poveri" (Dan 4,24) - non intendeva esprimere che tale "giustizia" e misericordia fosse la riconciliazione con Dio e la redenzione della pena - perché era ben lontano che ci fosse mai stata altra redenzione che il sangue di Cristo! No, ha riferito questo "redimersi" agli esseri umani e non a Dio. In altre parole, voleva dire: Tu, re, hai condotto un regime ingiusto e violento, hai oppresso i poveri, hai derubato i poveri, hai trattato il tuo popolo duramente e ingiustamente - ora esercita pietà e giustizia per la tua ingiusta estorsione di tasse, per la tua violenza e oppressione! Ha lo stesso significato quando Salomone dichiara: "L’amore copre tutte le trasgressioni" (Prov 10:12): questo non vale davanti a Dio, ma davanti agli uomini stessi. Perché il versetto recita senza abbreviazioni: "L’odio suscita zizzania, ma l’amore copre tutte le trasgressioni". In questo verso, Salomone, secondo la sua abitudine, confronta il male che nasce dall’odio con i frutti dell’amore contrapponendo due fatti opposti. Vuole dire: Le persone che si odiano si mordono a vicenda, si insultano e si vituperano, si fanno a pezzi, si disonorano a vicenda - ma quelle che si amano trascurano molte cose, sono indulgenti in molte cose, si perdonano molte cose, non perché uno approvi le colpe dell’altro, ma perché le sopporta e le cura con le ammonizioni invece di peggiorarle con le osservazioni denigratorie! Senza dubbio anche Pietro ha usato questo passaggio nello stesso senso (1Piet 4,8) - altrimenti dovremmo accusarlo di falsificare e distorcere astutamente le Scritture! Ma quando Salomone continua a insegnare: "Con la bontà e la fedeltà si espia l’iniquità" (Prov 16:6), non intende che la bontà e la fedeltà significhino una compensazione agli occhi del Signore, in modo che Dio, riconciliato da tale soddisfazione, rimetta la punizione che altrimenti esige. No, Salomone indica, secondo la consuetudine della Scrittura, che gli uomini che rinunciano ai loro precedenti vizi e azioni malvagie e si rivolgono a lui attraverso la pietà e la verità, troveranno in lui un Dio benevolo. Vuole dire: se ci riposiamo dai nostri misfatti, allora l’ira del Signore si placherà, allora il suo giudizio si riposerà! Ma non sta descrivendo la causa del perdono, bensì il modo in cui avviene la vera conversione. I profeti proclamano spesso che è vano per gli ipocriti imporre a Dio cerimonie immaginarie invece del pentimento - perché Dio è contento della sincerità e delle opere d’amore! Anche l’autore della Lettera agli Ebrei procede in questo senso: invita i lettori: "Fate del bene e non dimenticate di condividere", e poi ricorda loro: "Tali sacrifici sono graditi a Dio" (Ebr. 13,16). Anche quando Cristo deride i farisei perché cercano solo di tenere pulite le ciotole ma trascurano la purezza del cuore, e quando poi li istruisce a fare l’elemosina perché tutto sia pulito (Mat 23,25; Luca 11,39-41) - non li incoraggia a "fare buone opere", ma mostra loro solo quale tipo di purezza è gradita a Dio. Questo modo di parlare è menzionato altrove (II,II,14,21).

III,4,37 Ma per quanto riguarda il passo del Vangelo di Luca (sul grande peccatore Luca 7,36-50, specialmente il versetto 47), nessuno che abbia letto la parabola data lì dal Signore con ragionevole giudizio potrà obiettare. Il fariseo pensava tra sé che la donna che il Signore aveva lasciato avvicinare con tanta facilità gli era sconosciuta. Perché pensò che non le avrebbe dato accesso se avesse saputo che peccatrice era veramente. Da questo concluse che Cristo non era un profeta se poteva essere ingannato in questo modo. Ma il Signore voleva dimostrare che questa donna non era più una peccatrice, poiché i suoi peccati erano già perdonati - e per questo raccontò una parabola: "C’era un creditore che aveva due debitori. Uno doveva cinquecento centesimi, l’altro cinquanta. Quindi… l’ha dato a tutti e due. Dimmi, chi di loro lo amerà di più?". Il fariseo rispose: "Rispetto colui al quale ha dato di più". Allora il Signore disse che i peccati di questa donna sono perdonati, cosa che saprai da questo, che ha "amato molto". È chiaro che in queste parole il Signore non dichiara che il suo amore è la causa del perdono dei peccati, ma la prova di esso. Perché queste parole sono tratte dalla parabola e sono collegate con ciò che si applica lì al debitore a cui furono condonati cinquecento penny: ma Cristo non dice di quest’uomo che il debito gli fu condonato perché amava molto, ma al contrario che amava molto perché il debito gli fu condonato! L’applicazione della parabola deve essere pensata come segue: tu, fariseo, pensi che questa donna sia una peccatrice, ma non lo è, e avresti dovuto saperlo, perché i suoi peccati sono perdonati. Ma il fatto che i suoi peccati siano perdonati avrebbe dovuto rendere credibile il suo amore per te, con il quale ringrazia per il beneficio ricevuto! Si tratta dunque di una prova a posteriori, in cui dunque si dimostra qualcosa a partire dalle indicazioni che ne derivano. Ma come questa donna abbia ottenuto il perdono dei peccati, il Signore lo testimonia chiaramente: "La tua fede ti ha aiutato!". (verso 50). Perché è per fede che riceviamo il perdono dei peccati, ed è per amore che rendiamo grazie e rendiamo testimonianza del buon volere del Signore!!

III,4,38 Ma ciò che è scritto sulla soddisfazione in molti luoghi negli scritti degli antichi maestri della chiesa mi fa poca impressione. Vedo che alcuni di loro - no, dirò apertamente: quasi tutti quelli i cui libri sono arrivati fino a noi! - sono caduti in errore in questo pezzo o hanno parlato in modo troppo duro e severo. Ma non ammetto che fossero così ignoranti e inesperti da scrivere davvero nel senso in cui li leggono i recenti sostenitori delle "soddisfazioni". Il Crisostomo scrisse in un luogo: "Dove un uomo desidera misericordia, cessa l’interrogatorio; dove si chiede misericordia, il giudizio non infuria; dove si chiede misericordia, non c’è spazio per il castigo; dove c’è misericordia, non c’è questione di giudizio; dove regna la misericordia, la risposta è rimessa a noi" (Pseudo Crisostomo, Omelia sul Sal 50). Si possono girare e rigirare queste parole come si vuole - in ogni caso, non si possono conciliare con le dottrine scolastiche! In un libro attribuito ad Agostino su "Le dottrine della Chiesa" si dice: "La soddisfazione del pentimento consiste nello sradicare le cause del peccato e non permettere più alle sue tentazioni di entrare" (Pseudo-Augustino, Sulle dottrine della Chiesa 24). Da ciò si evince che anche a quei tempi la dottrina della "soddisfazione" era universalmente ridicolizzata, nella misura in cui si pensava che queste "soddisfazioni" offrissero qualcosa in cambio di peccati già commessi. Perché questo passaggio si riferisce ogni "soddisfazione" alla consapevolezza con cui ci asteniamo dal peccato per il tempo a venire. Non voglio riferirmi all’insegnamento del Crisostomo che Dio non richiede altro da noi che confessargli la nostra iniquità con le lacrime (Omelie sulla Genesi, 10,2). Tali affermazioni ricorrono ripetutamente nei suoi scritti e in quelli di altri. Naturalmente, Agostino si riferisce alle opere di misericordia come un rimedio con l’aiuto del quale possiamo ottenere il perdono del peccato (Manuale, 72). Ma in un altro passo egli stesso assicura che nessuno si offende per questa piccola parola; lì dice: "La carne di Cristo è il vero e unico sacrificio per i nostri peccati, non solo per quelli che sono stati cancellati tutti insieme nel battesimo, ma anche per quelli che si presentano ancora dopo per debolezza, e per i quali tutta la Chiesa grida ogni giorno: Rimetti a noi i nostri debiti! (Mat 6,12). Anche loro sono perdonati da questo unico sacrificio" (A Bonifacio III, 6,16).

III,4,39 Inoltre, i Padri della Chiesa non sono soliti riferirsi alla soddisfazione come a un "ritorno" che offriamo a Dio. Al contrario, la intendevano come una testimonianza pubblica con la quale le persone che erano state punite con l’esilio davano alla Chiesa l’assicurazione del loro pentimento se volevano essere riammesse nella comunità. Certi digiuni e altri esercizi erano imposti a questi penitenti, con i quali dovevano provare che si erano veramente e sinceramente pentiti della loro vita precedente, o meglio: con i quali dovevano cancellare il ricordo di ciò che era successo prima. Così, come è stato detto, non stavano dando soddisfazione a Dio, ma alla Chiesa! Questo è ciò che Agostino ha espresso con queste stesse parole nel suo "Piccolo manuale a Laurentius" (Piccolo manuale, 65; citato nel Decretum GratianI, II,33,3,1,84). Da questa antica usanza hanno preso le mosse le confessioni e le "soddisfazioni" che sono in pratica oggi. Veramente una nidiata di vipere! Perché attraverso queste nuove pratiche si è arrivati a non lasciare nemmeno l’ombra di quella forma migliore di cose. So, naturalmente, che gli antichi a volte parlano un po’ duramente, e, come ho detto sopra, non nego che possano essere caduti (in errore) nel farlo. Ma le cose che di per sé sono solo macchiate da qualche macchia, quando i romani le trattano con le loro mani non lavate, diventano completamente sporche! Ma se la reputazione dei vecchi Padri della Chiesa deve essere tirata in ballo qui - buon Dio, che "vecchi" ci vengono propinati! Una buona parte delle affermazioni da cui Pietro Lombardo, il loro leader vocale, ha rattoppato i suoi stracci sono prese dai vaneggiamenti senza senso di certi monaci che ora vanno in giro sotto il nome di Ambrogio, Girolamo, Agostino o Crisostomo! Così, nella questione in discussione, Pietro Lombardo prende quasi tutto da un libro attribuito ad Agostino, "Sulla penitenza", che in realtà è rattoppato in modo malvagio da qualche ballista da scrittori buoni e cattivi, e che porta il nome di Agostino, ma che nessuno che sia anche solo un po’ dotto considererà degno di essere riconosciuto come sua opera. Il lettore può perdonarmi, tuttavia, se non esamino troppo acutamente le loro follie; non voglio causargli stanchezza. Non mi darebbe molto lavoro e sarebbe una cosa deliziosa esporre con la massima vergogna al ridicolo cose che i romani hanno finora spacciato per segreti! Ma mi astengo dal farlo perché intendo essere utile con la mia istruzione.


Capitolo cinque

Dalle appendici della dottrina delle opere di soddisfazione, cioè le indulgenze e il purgatorio.

III,5,1 Da questa dottrina della soddisfazione scaturiscono le indulgenze. Perché ciò che ci manca nella capacità di tale soddisfazione può essere completato dalle indulgenze, secondo il discorso dei romani. Anzi, nella loro follia arrivano a definire le indulgenze come la distribuzione dei meriti di Cristo e dei martiri, che il papa avrebbe eseguito con le sue bolle. I sostenitori di questo punto di vista, tuttavia, hanno più bisogno di una radice di rivetto (un rimedio contro la follia secondo l’opinione del tempo) che non sono degni di alcuna prova, e quindi non vale particolarmente la pena di sforzarsi nella confutazione di tali frivoli errori; poiché essi sono già stati trafitti da molte tempeste e stanno già cominciando di loro iniziativa a diventare obsoleti e fatiscenti. Tuttavia, una breve confutazione sarà utile a qualche inesperto, e quindi non mi asterrò. Si può veramente dire: che le indulgenze siano durate così a lungo, che abbiano potuto rimanere così a lungo impunite in una esuberanza così dilagante e selvaggia - questo può davvero servire a dimostrarci in quale profonda notte di errore gli uomini sono sprofondati per diversi secoli. Essi videro come venivano apertamente e palesemente ingannati dal papa e dai suoi portatori di bolle; videro come la loro salvezza veniva giocata per denaro; videro come la loro beatitudine veniva stimata al prezzo di qualche hellers, ma nulla si poteva avere gratis; videro come venivano truffati dalle offerte con tali falsi pretesti, che venivano poi sperperate nell’adulterio e nella procura e nei banchetti; Sapevano bene che i più corposi predicatori delle indulgenze erano allo stesso tempo i peggiori dispregiatori delle indulgenze; vedevano come questo mostro si scatenava di giorno in giorno con folle voluttà e diventava sempre più chiassoso e come tale andazzo non trovava fine, no, come ogni giorno si aggiungeva nuovo piombo, nuovi centesimi venivano estratti dalle tasche della gente! Hanno visto tutto questo - ma hanno ancora ricevuto l’indulgenza con la massima riverenza, l’hanno adorata, l’hanno comprata! E quelli che vedevano più chiaramente degli altri pensavano che fosse una pia frode, che poteva essere ingannata con qualche beneficio! Da quando il mondo si è finalmente permesso di diventare un po’ più saggio, le indulgenze si sono raffreddate, si sono quasi trasformate in ghiaccio, fino a scomparire completamente.

III,5,2 Ma ci sono molte persone che vedono tutta la sporcizia, tutto l’inganno, il furto, la rapina con cui i cercatori di indulgenza ci hanno finora ingannato e raggirato, ma non notano la vera fonte di questa empietà. Vale la pena, quindi, se non solo spieghiamo come sono costituite le indulgenze, ma mostriamo anche cosa rappresentano effettivamente quando sono state purificate da ogni macchia. I romani chiamano i meriti di Cristo e dei santi apostoli e martiri il "tesoro della Chiesa". La perfetta custodia di questo tesoro, come ho già accennato brevemente, è, secondo il loro conto fittizio, affidata al vescovo romano; ed egli ha ora l’amministrazione di beni così grandi che può sia distribuirli lui stesso che delegare ad altri l’autorità di distribuirli. Così il papa stesso concede talvolta indulgenze plenarie, talvolta indulgenze per un certo numero di anni; i cardinali distribuiscono indulgenze per cento giorni, i vescovi per quaranta giorni! Ma tutte queste indulgenze sono - le descriverò come sono realmente! - in realtà una profanazione del Sangue di Cristo, un inganno beffardo di Satana! Sono destinati a condurre il popolo cristiano lontano dalla grazia di Dio, dalla vita che è in Cristo, sono destinati a condurlo lontano dalla vera via della salvezza! Perché come si potrebbe profanare più vergognosamente il sangue di Cristo se non affermando che esso non è pienamente sufficiente per il perdono dei peccati, per la riconciliazione, per la soddisfazione, a meno che la sua carenza - come se fosse così avvizzito, esaurito! - non viene riempito e sostituito da un altro lato! Secondo Pietro, la legge e tutti i profeti rendono testimonianza a Cristo che noi dobbiamo "ricevere il perdono dei peccati per mezzo di lui" (Atti 10:43). Le indulgenze, invece, concedono il perdono dei peccati attraverso Pietro, Paolo e i martiri! "Il sangue di Gesù Cristo ci rende puri da ogni peccato", dice Giov (1Gio 1:7). Nelle indulgenze, invece, il lavaggio dei peccati si trova nel sangue dei martiri! Paolo dice: "Ha fatto sì che colui che non conosceva il peccato fosse peccato per noi - cioè, per dare soddisfazione ai nostri peccati! - in modo da diventare la giustizia di Dio in lui" (2Cor 5:21). Le indulgenze, invece, basano la soddisfazione dei nostri peccati sul sangue dei martiri. Una volta Paolo testimoniò ai Corinzi a gran voce che solo Cristo era stato crocifisso ed era morto per loro (1Cor 1:13). Le indulgenze, invece, proclamano che anche Paolo e altri sono morti per noi! Altrove Paolo dice che Cristo ha acquistato la chiesa con il suo sangue (Atti 20:28). Le indulgenze, invece, sostengono che c’è un altro prezzo per questa "acquisizione": il sangue dei martiri! L’apostolo scrive: "Con un solo sacrificio ha perfezionato per sempre coloro che sono santificati" (Ebr 10:14). Le indulgenze, invece, dichiarano che la santificazione riceve il suo completamento attraverso i martiri - altrimenti non è sufficiente! Giov dice che tutti i santi "lavarono le loro vesti… nel sangue dell’Agnello" (Atti 7:14) - ma le indulgenze ci insegnano che dovremmo lavare le nostre vesti nel sangue dei santi!

III,5,3 Contro questa rapina dell’onore di Dio furono pronunciate parole gloriose dal vescovo Leone di Roma (Papa Leone I) nella sua lettera ai palestinesi. Egli scrive: "Certamente la morte di molti santi è "degna agli occhi del Signore" (Sal 116:15). Ma l’uccisione di nessun innocente è stata la riconciliazione del mondo. I giusti hanno ricevuto corone ma non ne hanno date. Il coraggio dei fedeli è diventato esempi di pazienza, ma non doni di giustizia. La morte di ognuno di loro aveva un significato solo per se stesso, e nessuno con la sua fine ripagava la colpa di un altro. Perché solo in Cristo Signore siamo tutti crocifissi, tutti morti, tutti sepolti e tutti risorti!". (Lettera 124). Leo ha ripetuto questa affermazione in realtà molto memorabile altrove (Lettera 165). Certamente nulla di più chiaro si potrebbe desiderare per la distruzione di quella dottrina senza Dio! Tuttavia, anche Agostino scrive altrettanto giustamente nello stesso senso: "Certamente noi fratelli moriamo per i nostri fratelli; ma tuttavia il sangue di nessun martire viene versato per il perdono dei peccati; perché questo Cristo ha fatto per noi! Ed egli ci ha fatto questo dono - non perché imitassimo ciò che lui ha fatto, ma perché ce ne rallegrassimo con gratitudine!". (Omelie sul Vangelo di Giovanni, 84). O altrove: "Come il solo Figlio di Dio è stato fatto Figlio dell’uomo, per renderci figli di Dio con se stesso - così anche lui solo, senza aver meritato il male, ha portato il castigo per noi, perché noi, che non avevamo meritato nulla di buono, potessimo ottenere la grazia immeritata per mezzo di lui!" (A Bonifacio IV,4,6.) Certamente tutta la dottrina dei Romani è rabberciata da orribili rapine dell’onore di Dio e da terribili bestemmie; ma qui abbiamo a che fare con una bestemmia particolarmente orribile. Riassumerò la loro dottrina, e lascerò che vedano da soli se non si intende veramente così: I martiri hanno in seguito, con la loro morte, compiuto più azioni verso Dio e acquisito più meriti di quelli di cui avevano bisogno per se stessi; hanno così conservato una grande abbondanza di meriti, che ora possono fluire ad altri. Affinché un bene così grande non rimanga senza uso, il loro sangue viene mescolato con il sangue di Cristo e da entrambi si forma il "tesoro della chiesa", per il perdono dei peccati e la soddisfazione per essi. Le parole di Paolo devono essere intese in questo senso: "Io compenso nella mia carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo per il suo corpo, che è la chiesa" (Col 1:24; non testo di Lutero). (Alla faccia della relazione sulla dottrina romana) Cosa significa questo se non che il nome di Cristo viene lasciato, ma per il resto viene trasformato in un santo ordinario che difficilmente può essere riconosciuto nella grande moltitudine? Eppure solo lui dovrebbe essere proclamato, solo lui dovrebbe essere posto davanti agli uomini, solo lui dovrebbe essere nominato, solo lui dovrebbe essere guardato, se si tratta di come ottenere il perdono dei peccati, la riconciliazione e la santificazione! Ma ascoltiamo il loro ragionamento; essi dicono: affinché il sangue dei martiri non sia versato invano, deve essere usato per il beneficio comune della Chiesa. Perché allora? Non è forse infruttuoso glorificare Dio con la morte? È inutile firmare la propria verità con il proprio sangue? Non dovrebbe essere di nessuna importanza testimoniare, disprezzando la vita presente, che se ne cerca una migliore? Dovrebbe essere inutile rafforzare la fede della Chiesa con la propria costanza, ma rompere l’ostinazione dei propri nemici? Ma è proprio questo: i Romani non trovano alcun frutto quando solo Cristo è il Riconciliatore, quando solo lui è morto per i nostri peccati, quando solo lui è offerto in sacrificio per la nostra redenzione! Si dice così: Pietro e Paolo avrebbero ottenuto la corona della vittoria anche se avessero sofferto la morte a letto; ma non sarebbe conforme alla giustizia di Dio se il fatto che hanno combattuto fino alla morte rimanesse senza effetto e senza frutto! Come se Dio non sapesse come dare maggiore gloria ai suoi servi secondo la misura dei suoi doni! La Chiesa, tuttavia, riceve abbastanza beneficio in generale (dalla morte dei martiri) se si lascia infiammare di zelo combattivo dal trionfo di questi uomini!

III,5,4 Ora i nostri avversari attingono ad un passo paolino secondo il quale l’apostolo "compensa nella sua carne ciò che ancora manca alle sofferenze di Cristo" (Col 1,24; vedi sopra). Ma con quanta astuzia rigirano questo passaggio! L’apostolo non si riferisce all’opera di redenzione, soddisfazione e riconciliazione, ma alle "tribolazioni" (come traduce Lutero!) in cui le membra di Cristo, cioè tutti i credenti, devono essere esercitate finché vivono in questa carne. Dice così che le sofferenze di Cristo "mancano" anche di quelle che una volta soffriva in se stesso, ma che ora soffre nelle sue membra ogni giorno! Cristo ci onora in modo tale che considera le nostre tribolazioni come sue e permette che siano prese in considerazione. Ma quando Paolo aggiunge: "per la chiesa", questo non significa: per la redenzione, per la riconciliazione della chiesa, per la soddisfazione della chiesa - ma per la sua edificazione e crescita! Così dice anche in un altro luogo: "Io sopporto ogni cosa per amore degli eletti, affinché anch’essi ottengano la beatitudine in Cristo Gesù…" (2 Tim 2:10). E ai Corinzi scrisse: "Noi abbiamo tribolazione o angoscia, così sia per voi!". (2Cor 1:6). In Colossesi 1 spiega cosa intende: dice che è diventato servo della chiesa, non per la salvezza della chiesa, ma "secondo il ministero della predicazione" che gli è stato dato, e secondo il quale doveva predicare il vangelo di Cristo! (Col 1,25). Ma se gli avversari desiderano un altro interprete, che ascoltino Agostino: "La sofferenza di Cristo", dice, "ha luogo (da un lato) in Cristo solo, come nel capo, (dall’altro) in Cristo e nella chiesa, come in tutto il corpo. Perciò un membro (della chiesa), cioè Paolo, dice: "Io compenso nella mia carne ciò che ancora manca alle sofferenze di Cristo". Perciò, se tu, ascoltatore, chiunque tu sia, appartieni alle membra di Cristo, tutto ciò che soffri da coloro che non sono membra di Cristo manca delle ’sofferenze di Cristo’" (Spiegazione sul Sal 61; 4). Ma lo scopo delle sofferenze che gli apostoli si sono assunti per la Chiesa è spiegato da Agostino in un altro passo: "Cristo è per me la porta verso di voi; poiché voi siete le pecore di Cristo, che egli ha acquistato con il suo sangue, riconoscete il prezzo che è stato pagato per voi - io non pago questo prezzo, ma lo annuncio!" E poi aggiunge immediatamente: "Come egli ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli, per l’edificazione della pace e la conferma della fede" (Omelie sul Vangelo di Giovanni, 47). Questo è quello che ha detto Agostino! Ma non ci può essere alcun dubbio che Paolo intendesse che c’era qualcosa che "mancava" nelle sofferenze di Cristo, per quanto riguarda tutta la pienezza della giustizia, della salvezza e della vita, o che voleva "compensare" qualcosa - lui stesso parla così chiaramente e così gloriosamente di come la pienezza traboccante della grazia attraverso Cristo è stata versata così abbondantemente che supera di gran lunga ogni potere del peccato! (Rom 5:15). È per questa sola grazia di Cristo che tutti i santi sono salvati, non per il merito della loro vita e morte, come testimonia espressamente Pietro (Atti 15:11). Perciò, chi basa la dignità di un santo su qualcosa di diverso dalla sola misericordia di Dio, fa un affronto a Dio e al suo Cristo! Ma perché soffermarsi su questo, come se la questione fosse ancora oscura! Portare alla luce tali mostruosità è già superarle!

III,5,5 Lasciamo dunque perdere questi abomini. Ma inoltre, chi ha insegnato al Papa a racchiudere in piombo e pergamena la grazia di Gesù Cristo, che secondo la volontà del Signore deve essere distribuita attraverso la parola del Vangelo? Quindi necessariamente o il Vangelo di Dio deve mentire - o l’indulgenza! Perché nel Vangelo Cristo ci viene presentato con tutta la pienezza dei beni celesti, con tutta la sua giustizia, sapienza e grazia, e senza alcuna limitazione. Paolo ne è testimone, perché secondo lui, la "parola di riconciliazione" è affidata ai servitori, e il messaggio di questi servitori - come se Cristo stesso esortasse attraverso di loro - dovrebbe essere così: "Noi dunque supplichiamo… Siate riconciliati con Dio. Egli infatti ha fatto sì che colui che non ha conosciuto peccato sia peccato per noi, affinché noi avessimo in lui la giustizia che è davanti a Dio" (2Cor 5:18 ss.). E i credenti sanno di cosa è capace la "comunione di Gesù Cristo", il cui godimento ci viene offerto nel Vangelo secondo la testimonianza dello stesso apostolo (1 Cor. 1:9). Le indulgenze, invece, prendono una porzione fissa di grazia dal tesoro del Papa, la legano al piombo e alla pergamena, persino a un certo posto - e la strappano alla Parola di Dio! Ma se ci si interroga sull’origine di questo abuso, sembra essere sorto da quanto segue: nei tempi passati, ai penitenti venivano talvolta imposte penitenze così dure da non poter essere sopportate da tutti; ora, le persone che si sentivano oppresse oltre misura dalla penitenza loro imposta chiedevano alla Chiesa una mitigazione. L’indulgenza concessa a tali persone era chiamata "indulgenza". Ma non appena queste opere soddisfacenti furono trasferite (dalla Chiesa) a Dio (cfr. III,4,39) e dichiarate un mezzo di redenzione con cui le persone potevano comprarsi dal giudizio di Dio, le indulgenze furono tirate nella stessa direzione e dette essere un mezzo di espiazione che ci libera dalle punizioni che meritiamo! Ma le bestemmie di cui ho parlato sono state concepite con una tale sfacciataggine che non ci possono essere scuse.

III,5,6 Né i romani ci affliggeranno con il loro purgatorio; poiché questo è colpito con la stessa scure, distrutto e completamente rovesciato fino alle fondamenta. Ora c’è chi pensa che si debba guardare attraverso le dita in questo pezzo, si debba lasciare da parte la menzione del purgatorio, perché da esso - come si dice poi - nascono dispute acute, ma si può ottenere ben poca edificazione. Non posso essere d’accordo con queste persone. Certo, consiglierei anche alle persone di ignorare questo pettegolezzo se non avesse conseguenze così gravi. Ma questo purgatorio è costruito con molte bestemmie e viene sostenuto ogni giorno con nuove, provoca anche molte e gravi offese, e quindi non si può assolutamente essere gentili qui. Si sarebbe potuto trascurare per un po’ che la dottrina del purgatorio è stata concepita senza la Parola di Dio, con audace presunzione; che, riguardo al purgatorio, si è prestata fede a chissà quali "rivelazioni" portate dall’arte di Satana; che tutto un numero di passi scritturali è stato abbastanza scioccamente distorto per sostenerla! E questo, sebbene il Signore non permetta alla presunzione umana di irrompere in tal modo negli abissi nascosti dei suoi giudizi, sebbene abbia severamente proibito di indagare la verità in spregio alla sua Parola dai morti (Deut 18:11), e sebbene non permetta che la sua Parola sia così spudoratamente contaminata! Ma anche ammettendo che tutto questo possa essere stato tollerato per un certo tempo come una questione senza grandi conseguenze, tale silenzio è una cosa molto pericolosa non appena la propiziazione per i nostri peccati viene cercata altrove che nel sangue di Cristo, e la soddisfazione viene trasferita a qualcun altro! Dobbiamo, dunque, sforzare la nostra voce e la nostra gola e i nostri polmoni con forza e gridarlo ad alta voce: il purgatorio è un’invenzione corruttrice di Satana, rende vana la croce di Cristo, fa un insopportabile disonore alla misericordia di Dio, scuote la nostra fede e la abbatte! Perché secondo la dottrina romana, cos’è il purgatorio se non una soddisfazione che le anime dei defunti devono fare per i loro peccati dopo la loro morte? Se, dunque, viene distrutta l’illusione che dobbiamo subire punizioni sufficienti, allora anche il purgatorio viene immediatamente distrutto alla radice! Ma se è diventato più che chiaro sulla base della nostra precedente discussione che il sangue di Cristo è l’unica soddisfazione per i peccati dei credenti, l’unica espiazione, l’unica purificazione - che altro rimane se non che il purgatorio non è altro che una terribile bestemmia di Cristo? Lasciando da parte i molti oltraggi con cui viene difesa al giorno d’oggi, e anche le offese che ne derivano nella religione, e molte altre cose che abbiamo visto sgorgare da una tale fonte di empietà-.

III,5,7 Ma vale la pena di togliere dalle mani dei Romani i passi della Scrittura che essi hanno l’abitudine di cogliere in modo falso ed errato. a) In primo luogo, essi dicono: Il Signore dichiara con tanta serietà che il peccato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo mondo né nel mondo a venire (Mat 12:32; Mar 3:28 s. Luca 12:10). Dicendo questo, indica anche che ci sono alcuni peccati che saranno perdonati nel mondo a venire. Ma chi non nota che il Signore qui parla della colpa del peccato? Ma se è così, cosa c’entra questo con il loro purgatorio? Perché lì, secondo la loro immaginazione, si deve soffrire la punizione per i peccati la cui colpa - come essi stessi non negano - è perdonata nella vita presente! Ma affinché non ci disturbino più, dovrebbero avere una confutazione ancora più chiara. Il Signore voleva troncare ogni speranza di perdono per quella malvagità blasfema (cioè il peccato contro lo Spirito Santo), e quindi non gli bastava dichiarare che non sarebbe mai stato perdonato; no, per dirlo ancora più forte, applicava una divisione in cui include, da un lato, il giudizio che ogni uomo sente già nella sua coscienza in questa vita, ma dall’altro anche il giudizio finale che sarà pronunciato pubblicamente alla resurrezione. Vuole dire: Attenzione alla resistenza maligna come alla distruzione certa! Perché chi osa spegnere la luce dello Spirito Santo che gli viene offerta con piena intenzione non otterrà il perdono in questa vita data ai peccatori per la conversione, e nemmeno nell’ultimo giorno quando gli angeli di Dio separeranno le pecore dai capri e il regno dei cieli sarà purificato da tutte le offese! b) Inoltre, i Romani riportano una parabola del Vangelo di Matteo: "Sii ubbidiente al tuo avversario, … perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice non ti consegni al servo e tu non sia gettato in prigione … Non ne uscirai finché non avrai pagato l’ultimo centesimo" (Mat 5,25 s.). Se in questo passaggio il giudice è Dio, l’avversario il diavolo, il servo un angelo e la prigione il purgatorio - allora ammetto volentieri la sconfitta. Ma è chiaro a tutti che Cristo vuole mostrare quanti pericoli e mali sono causati da persone che vogliono ostinatamente applicare la legge più severa invece di perseguire la loro causa nella giustizia e nella gentilezza, e che dice questo per ammonire il suo popolo con la massima forza possibile ad essere in armonia! Ma se è così, vorrei sapere dove intendono trovare il purgatorio!

III,5,8 c) I Romani traggono un’ulteriore prova dalla parola di Paolo, secondo la quale "tutte le ginocchia di coloro che sono nei cieli e sulla terra e sotto la terra" dovrebbero inchinarsi davanti a Cristo (Fili 2,10). Partono dal presupposto che coloro "che sono sotto la terra" non possono essere intesi come coloro che sono condannati alla dannazione eterna. Quindi rimane solo la possibilità che siano le anime a tormentarsi in purgatorio. Ora, questa non sarebbe una cattiva prova se l’apostolo intendesse per "inginocchiarsi" la vera adorazione, come si fa per pietà. Ma in realtà insegna che a Cristo è stato dato il dominio a cui tutte le creature devono essere sottoposte. Ma allora nulla ci impedisce di intendere per quelli "che sono sotto la terra" i diavoli, che dovranno certamente venire davanti al seggio del giudizio del Signore per riconoscerlo con terrore e tremore come loro giudice. Lo stesso passo profetico (a cui si riferisce anche Fili 2,10, cioè Isa 45,23) Paolo stesso lo spiega in un altro luogo allo stesso modo: "Noi tutti saremo presentati davanti al seggio del giudizio di Cristo; poiché sta scritto: "Per quanto io viva… ogni ginocchio si piegherà a me…" (Rom 14:10 s.). Ma viene sollevata l’obiezione che c’è un passo dell’Apocalisse di Giov che non può essere interpretato in questo modo, cioè: "E ogni creatura che è in cielo, e sulla terra, e sotto la terra, e nel mare, e tutto ciò che è in essi, ho sentito dire: Benedizione, onore, gloria e potenza a colui che siede sul trono e all’Agnello, per i secoli dei secoli" (Atti 5:13). (Atti 5:13). Questo lo ammetto facilmente; ma quali creature, secondo loro, sono enumerate in questo passaggio? Perché è più che certo che le creature di cui si parla qui sono quelle insensate e inanimate. Qui non si afferma altro che le singole parti del mondo, dalla parte più alta del cielo fino al centro della terra, dovrebbero a loro modo proclamare la gloria del Creatore. d) Poi si porta avanti un passo della storia dei Maccabei (2 Macc 12,43). Ma non lo degno di una risposta, per non dare l’impressione che io conti quest’opera tra i libri della Sacra Scrittura. Ma - si obietta - Agostino lo riconosceva come canonico! Ma prima chiedo: con quale certezza l’ha fatto? Egli dice: "La scrittura dei Maccabei non ha lo stesso status presso gli ebrei della Legge, dei Profeti e dei Salmi, ai quali il Signore ha dato testimonianza che essi erano, come dire, suoi testimoni, dicendo: ’Si devono ancora compiere tutte le cose che sono scritte di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi’ (Luca 24,44). Ma che questo libro sia stato accettato dalla Chiesa, non è senza profitto, se viene letto o ascoltato con prudenza…" (Contro Gaudenzio I,31,38). Girolamo, tuttavia, insegna senza alcun dubbio che la reputazione di questo libro non ha alcun potere di provare le dottrine della chiesa da esso. E da un vecchio libro intitolato "Interpretazione del Credo", attribuito a Cipriano, è chiaro che il Libro dei Maccabei non aveva alcuna autorità nella Chiesa primitiva. Ma che discussione inutile che sto facendo qui! Come se l’autore stesso non mostrasse chiaramente quanto credito gli fosse dovuto chiedendo perdono alla fine se avesse pronunciato qualcosa di meno buono (2 Macc 15,39). Ma se qualcuno confessa che il suo scritto ha bisogno di perdono, allora sta indubbiamente dicendo ad alta voce che queste non sono parole di rivelazione dello Spirito Santo! Inoltre, la pietà di Giuda Maccabeo - cioè quando mandò un’offerta per i morti a Gerusalemme - è lodata solo perché aveva una ferma speranza riguardo all’ultima resurrezione (2 Macc 12,43). Infatti l’autore del racconto non indica che Giuda voleva comprare la salvezza dei morti con il suo dono, ma che voleva che gli uomini caduti per la loro patria e la loro fede condividessero la vita eterna con il resto dei fedeli. Certo, questo atto non era esente da superstizione e falso zelo. Ma più che sciocchi sono gli uomini che darebbero a tale sacrificio, che era sotto la legge, una relazione fino al nostro tempo; perché sappiamo che con la venuta di Cristo è cessato ciò che allora era in pratica.

III,5,9 e) Ma i romani hanno un’arma invincibile in Paolo - e non si rompe così facilmente. Paolo dice: "Se qualcuno costruisce su questo fondamento oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, stoppia, l’opera di ognuno sarà rivelata; il giorno lo renderà chiaro, perché sarà rivelato dal fuoco, e il fuoco proverà qual è l’opera di ognuno… Ma se l’opera di qualcuno sarà bruciata, subirà un danno, ma egli stesso sarà salvato, proprio come dal fuoco" (1Cor 3:12, 13, 15). Che tipo di fuoco è dunque - si chiedono i Romani - se non quello del purgatorio, che consuma la macchia del peccato per farci entrare puramente nel regno di Dio? La maggior parte dei Padri della Chiesa, tuttavia, presumeva che si intendesse un altro fuoco, cioè la tribolazione o la croce, con cui il Signore mette alla prova i suoi, affinché non trovino riposo nelle macchie della carne (così Crisostomo, Agostino e altri). Questa visione è molto più credibile che immaginare un purgatorio! Certo, non sono d’accordo nemmeno con questi Padri della Chiesa; perché credo di aver trovato un’interpretazione molto più sicura e chiara di questo passaggio. Ma prima di proporre questa interpretazione, vorrei sapere se i romani credono che anche gli apostoli e tutti i santi dovevano passare attraverso questo purgatorio. Lo negheranno - lo so. Sarebbe troppo incongruente se gli uomini i cui meriti, secondo le fantasticherie dei papisti, traboccavano su tutti i membri della Chiesa, avessero avuto essi stessi bisogno di una tale purificazione! Ma l’apostolo afferma questo! Perché non dice che l’opera di alcuni credenti deve essere sottoposta alla prova, ma l’opera di tutti! (verso 13). Ora questa non è una prova da parte mia, ma viene da Agostino, che in questo modo contrasta quell’interpretazione del passaggio. E - cosa ancora più strana! - Paolo non dice che devono passare attraverso il fuoco a causa di alcune opere arbitrarie; no, se hanno costruito la Chiesa con la massima fedeltà, riceveranno la loro ricompensa quando il vostro lavoro sarà stato provato nel fuoco! (Agostino, Manuale a Laurentius, 68.) Prima di tutto, vediamo che l’Apostolo ha bisogno di una parabola qui: ha chiamato le dottrine che gli uomini hanno escogitato nelle loro menti "legno, fieno, stoppia". Il significato di questa parabola è facile da accertare: come il legno, quando viene portato al fuoco, viene immediatamente consumato e perisce, così anche quelle dottrine (inventate dall’uomo stesso) non dureranno quando saranno messe alla prova. Ora è chiaro a tutti che una tale prova viene effettuata dallo Spirito di Dio. Per continuare il filo della parabola e per mettere insieme i singoli pezzi, Paolo chiama questa prova dello Spirito Santo "fuoco". Perché come l’oro e l’argento, quanto più sono portati al fuoco, tanto più certamente si dimostrano nella loro genuinità e purezza, così anche la verità del Signore, quanto più acutamente è sottoposta alla prova spirituale, riceve la più chiara conferma della sua autorità. D’altra parte, come il fieno, il legno e la stoppia, quando vengono portati al fuoco, vengono presi e improvvisamente consumati, così anche i piccoli peccati umani, che non sono fondati nella Parola del Signore, non possono resistere alla prova dello Spirito Santo, ma crollano e periscono. In breve, se queste dottrine autoconcepite sono paragonate al legno, al fieno e alla stoppia, perché come il legno, il fieno e la stoppia sono bruciate e distrutte dal fuoco, e se, d’altra parte, tale distruzione e sradicamento di queste dottrine avviene unicamente attraverso lo Spirito Santo, - ne consegue che lo Spirito Santo è questo "fuoco" in cui esse devono essere "provate". Questa prova dello Spirito Santo Paolo chiama (versetto 13) il "giorno" del Signore, e questo secondo l’espressione abituale della Scrittura. Perché ogni volta che il Signore fa conoscere la sua presenza agli uomini in qualche modo, la Scrittura dice che questo è il "giorno del Signore". Ma è soprattutto quando la sua verità brilla la sua luce che il suo volto brilla per noi. Questo prova completamente che per Paolo il "fuoco" non è altro che la prova dello Spirito Santo. Ma come possono essere salvati da questo fuoco gli uomini stessi, che devono subire un danno dalle loro opere? (verso 15). Questo non sarà difficile da capire se consideriamo di che tipo di persone sta parlando l’apostolo. Perché egli intende i costruttori della chiesa, che mantengono il giusto "fondamento" della chiesa (versetto 11 e 12a), ma "costruiscono" su di esso cose molto diverse; così non si allontanano dai pezzi principali e necessari della fede, ma cadono in fantasticherie con quelli minori e non così pericolosi, mescolando la parola di Dio con le loro proprie fantasie. Queste persone, dico io, devono ora subire un danno al loro lavoro, e questo facendo respingere le loro fantasie, "ma essi stessi saranno salvati, come dal fuoco". Cioè, la loro ignoranza e le loro fantasticherie non saranno approvate davanti al Signore, ma ne saranno purificate dalla grazia e dalla potenza dello Spirito Santo! Quindi tutte quelle persone che, per esempio, hanno contaminato la purezza dorata della Parola di Dio con questo escremento del purgatorio - devono subire un danno al loro lavoro!

III,5,10 Ma - continuano a obiettare - questa è un’opinione tradizionale della chiesa. Paolo distrugge questa obiezione includendo il suo tempo nella frase in cui testimonia che tutti gli uomini che, nella costruzione della chiesa, tirano su qualcosa che è meno adatto al fondamento della chiesa, devono necessariamente subire un danno alla sua opera. Ma gli avversari mi rimproverano il fatto che anche milletrecento anni fa esisteva l’usanza di pregare per i morti. Ma io chiedo loro sulla base di quale Parola di Dio, quale rivelazione, quale esempio è stato fatto. Perché non solo manca completamente la testimonianza della Sacra Scrittura, ma tutti gli esempi dei santi di cui si legge non hanno nulla del genere. Si trovano molti e a volte lunghi rapporti sugli esercizi di lutto e sul tipo di sepoltura, ma non c’è la minima menzione di una preghiera per il defunto. Ma poiché la questione è di così grande importanza, avrebbe dovuto essere menzionata a maggior ragione. Ma anche quelli tra gli antichi che effettivamente eseguivano tali preghiere per i defunti vedevano che mancava loro il comando di Dio e un giusto esempio! Perché allora hanno osato farlo? Sostengo che qualcosa di umano è successo loro nel farlo, e insisto che quindi non si può fare un esempio di emulazione delle loro azioni. Infatti, secondo l’istruzione di Paolo, i credenti non dovrebbero attaccare nessuna opera se non hanno una coscienza chiara (Rom 14,23) - e questa certezza è poi richiesta principalmente nella preghiera. Si potrebbe dire, tuttavia, che è da presumere che siano stati spinti ad essa da una certa causa. Sì, cercavano conforto per alleviare il loro dolore, e sembrava loro inumano non dare alcuna testimonianza del loro amore per il defunto davanti a Dio. Tutti sanno quanto la natura umana sia incline a questi atteggiamenti. C’era anche (all’epoca) un’abitudine generale che ha acceso il fuoco in molti cuori come una torcia! Sappiamo che presso tutti i popoli e in tutti i tempi si facevano offerte ai morti e che le loro anime venivano purificate ogni anno. Ma anche se il diavolo ha fatto il suo gioco con gli uomini stolti con tali inganni, tuttavia ha preso l’occasione per questo inganno da un giusto sale fondamentale, cioè dall’intuizione che la morte non è la scomparsa, ma il passaggio da questa vita all’altra. E senza alcun dubbio questa superstizione condannerà anche i pagani davanti al seggio del giudizio di Dio come colpevoli, perché hanno trascurato la cura di questa vita eterna in cui professavano di credere! Ma i cristiani non volevano essere peggio degli empi, e quindi si vergognavano di non rendere alcun servizio ai defunti - come se fossero completamente estinti! Da qui questa sconsiderata affannosità: i cristiani pensavano che se fossero stati pigri nel fornire un funerale solenne, tenendo banchetti funebri e sacrifici per i morti, si sarebbero esposti a gravi rimproveri. Ma ciò che era sorto da questa perversa competizione (con i pagani) ricevette poi sempre nuova crescita e fu aumentato a tal punto che nel papato la santità più nobile consiste nel portare aiuto ai defunti nel loro tormento. Le Scritture, tuttavia, ci danno un’altra consolazione, molto migliore e più forte, in quanto testimoniano: "Beati i morti che muoiono nel Signore" (Atti 14:13). Aggiunge anche il motivo subito: "Perché si riposano dal loro lavoro". Ma non dobbiamo indulgere al nostro amore fino al punto di istituire un’usanza perversa di preghiera nella chiesa! Chiunque abbia anche solo una piccola conoscenza della materia vedrà sicuramente con facilità che tutto ciò che si legge negli antichi in questa materia è stato ammesso dalla consuetudine generale e dall’inesperienza della moltitudine. Confesso che anche loro sono stati trascinati in questo errore, come la credulità imprudente è solita privare la mente umana del suo potere di giudizio. Quanti dubbi avessero, tuttavia, nel raccomandare le preghiere per i defunti, diventa chiaro quando si leggono le loro dichiarazioni. Nelle sue "Confessioni" Agostino riferisce che sua madre Monica chiese appassionatamente di essere ricordata all’altare durante la celebrazione della santa cena. Questo era un desiderio che ci si poteva aspettare da una donna anziana. Suo figlio, però, non lo misurava con il metro della Scrittura, ma per naturale affetto verso sua madre, desiderava che gli altri lo approvassero! Il libro che ha scritto, "Sulla cura dei morti", contiene così tante incertezze che la sua freddezza dovrebbe giustamente spegnere il calore di uno zelo sciocco, se qualcuno desidera essere un avvocato dei morti; certamente, con le sue pacchiane congetture, solleverà le persone che prima erano ansiose della loro apprensione! Perché il suo unico sostegno è questo: dal momento che è sorta l’abitudine di pregare per i morti, non si deve disprezzare questo dovere. Ammetterò, tuttavia, che agli antichi scrittori della Chiesa sembrava pio assistere i morti. Ma si deve sempre ritenere come regola infallibile che non abbiamo il diritto di proporre nulla di nostro nelle nostre preghiere, ma che i nostri desideri devono essere sottoposti alla parola di Dio; poiché spetta al suo giudizio prescrivere ciò che gli si chiede! Ora tutta la Legge e tutto il Vangelo non ci danno la libertà, in una sola sillaba, di pregare per i morti, e quindi è una profanazione dell’invocazione di Dio se noi presumiamo di fare qui più di quanto Egli prescrive! Ma per evitare che i nostri avversari si vantino come se fossero in compagnia della Chiesa primitiva nel loro errore, sostengo che c’è una grande differenza. Gli antichi ricordavano i morti, per non dare l’impressione che avessero buttato via ogni preoccupazione per loro; ma allo stesso tempo ammettevano di essere in dubbio sullo stato dei morti; in ogni caso non facevano affermazioni certe sul purgatorio, anzi lo consideravano una cosa incerta. I nostri avversari attuali, invece, esigono che i loro sogni sul purgatorio siano accettati come una dottrina di fede senza argomenti! Gli antichi comandavano a Dio i loro morti nella comune celebrazione del pasto sacro, e lo facevano tacitamente e solo per fare il loro dovere. I nostri avversari, invece, insistono ferocemente sulla cura dei morti, e con la loro predicazione impetuosa fanno sì che questa venga preferita a tutto il servizio dell’amore. Né sarebbe difficile per noi portare alcune testimonianze di Padri della Chiesa che ripudiano apertamente tutte queste preghiere per i morti che erano allora in pratica. Di questo tipo è un detto di Agostino: egli insegna che tutti aspettano la risurrezione della carne e la gloria eterna, ma che il riposo che segue dopo la morte è ricevuto da chiunque ne sia degno al momento della sua morte. Egli testimonia quindi che tutti i pii, non meno dei profeti e degli apostoli e dei martiri, godono del beato riposo subito dopo la loro morte (Omelie sul Vangelo di Giovanni, 49). Ma se è così, vorrei sapere a cosa serve la nostra intercessione per loro! Lascerò da parte gli errori superstiziosi più grossolani con i quali i papisti hanno ingannato i cuori delle persone semplici; ma sono innumerevoli e per lo più abbastanza mostruosi, così che non si può sorvolare su di essi con alcun colore rispettabile. Né parlerò delle malvagie contrattazioni che hanno potuto fare secondo i loro desideri di fronte a tale infatuazione del mondo. Non c’è fine, e il pio lettore troverà qui abbastanza per rafforzare la sua coscienza anche senza l’enumerazione di tali cose!


Capitolo sei

Della vita di un uomo cristiano; soprattutto con quali ragioni le Scritture ci esortano ad essa.

III,6,1 Nella vita dei credenti ci deve essere un’armonia, una corrispondenza tra la giustizia di Dio e la propria obbedienza. Questo è lo scopo stesso della rigenerazione, come ho già mostrato. In questo modo i credenti devono stabilire la chiamata (espressione secondo 2 Piet 1,10) per cui sono adottati come figli di Dio. Ora la legge di Dio contiene in sé il rinnovamento attraverso il quale l’immagine di Dio viene restaurata in noi, ma nella nostra pigrizia abbiamo bisogno di molto incoraggiamento e aiuto, e quindi sarà utile imparare dai vari passi della Scrittura il modo giusto in cui dobbiamo organizzare la nostra vita, in modo che coloro che sono seri nella loro conversione non vadano fuori strada nel loro zelo. Quando mi accingo a descrivere la vita di un cristiano, sono pienamente consapevole che sto trattando un argomento molto complesso e difficile, che potrebbe riempire un volume spesso se fosse trattato in modo esaustivo. Vediamo anche come le esortazioni degli antichi divergono ampiamente quando si riferiscono (anche) solo alle virtù individuali. Ma non c’è affatto una ricchezza esagerata di parole. È proprio questo: se ci si è impegnati a lodare qualche virtù in un discorso, allora l’abbondanza del materiale spinge da sola verso una tale ampiezza di stile che si pensa di non aver presentato bene la propria causa se non si è detto molto! Ma non ho intenzione di estendere l’insegnamento sulla vita che sto per presentare a tal punto da includere anche una trattazione separata delle singole virtù e contenere anche ampie esortazioni ad esse. Questo può essere raccolto dagli scritti di altri, specialmente dai sermoni dei Padri della Chiesa. Mi basterà mostrare il modo in cui un uomo pio può essere condotto al giusto punto di orientamento per l’organizzazione della sua vita, e descrivere brevemente una regola generale secondo la quale può determinare correttamente i suoi obblighi. Può darsi che più tardi venga il momento di fare grandi discorsi - o lascerò questo compito, per il quale non sono esattamente abile, ad altri! Amo la brevità per natura; e anche se volessi parlare in modo più ampio, potrei non riuscirci. Anche se un modo di parlare più eloquente incontrerebbe la massima approvazione, non lo tenterei comunque. Il compito di questo lavoro, d’altra parte, richiede di delineare il più brevemente possibile la semplice dottrina. Ma come i filosofi conoscono certi limiti per il diritto e l’onore, e derivano da essi tutti i doveri individuali e tutta la schiera delle virtù, così anche la Scrittura ha il suo ordine a questo riguardo; anzi, applica la divisione più meravigliosa, che è molto più certa di qualsiasi cosa che i filosofi offrono qui. C’è solo una differenza: i filosofi erano persone ambiziose e perciò si preoccupavano di raggiungere una selezionata chiarezza di disposizione, per mostrare in questo modo la destrezza del loro spirito; lo Spirito Santo, invece, svolgeva il suo ufficio di insegnante senza artifizi, e perciò non si atteneva così nettamente e fermamente al modo ordinato di presentazione. Ma qua e là lo porta, e così ci fa capire sufficientemente che non dobbiamo trascurarlo.

III,6,2 Ora questa istruzione che la Scrittura ci dà, e di cui stiamo parlando qui, consiste principalmente in due cose. Il primo è che l’amore per la giustizia, a cui altrimenti per natura non siamo affatto inclini, viene instillato e introdotto nei nostri cuori. La seconda parte è che ci viene dato uno standard che non ci porterà fuori strada nella nostra ricerca della rettitudine. Allora le Scritture hanno molte ed eccellenti cause per lodare la rettitudine; molte di esse le abbiamo già menzionate sopra in vari luoghi, altre le dovremo toccare qui, da quale fondamento potrebbero meglio prendere le mosse che dall’esortazione: "Sarete santi, perché il Signore vostro Dio è santo"? (Lev 19:2; 1Piet 1:15 s.). Stavamo tutti vagando come pecore disperse, irrimediabilmente perse nel labirinto di questo mondo - e poi Lui ci ha riuniti per fare di noi il Suo gregge! Quando sentiamo parlare della nostra unione con Dio, dobbiamo sempre ricordare che la santità deve essere il legame con cui esiste. Questo non significa che siamo entrati in comunione con Dio per merito della nostra santità. Al contrario, dobbiamo prima aderire a Lui, affinché la Sua santità ci pervada e possiamo poi seguire ovunque ci chiami! Ma la frase di cui sopra è vera perché è molto a gloria di Dio che non abbia rapporti con l’ingiustizia e l’impurità! Quindi, secondo l’insegnamento della Scrittura, questo è il significato della nostra chiamata, che dobbiamo sempre tenere a mente se vogliamo rispondere alla chiamata di Dio: (Isa 35:8, ecc.). Che scopo avrebbe avuto strapparci dalla malvagità e dalla contaminazione di questo mondo, in cui eravamo completamente immersi, se ora volessimo permetterci di rotolarci in quella malvagità e contaminazione per tutta la vita? Le Scritture ci ricordano anche che per essere annoverati tra il popolo del Signore, dobbiamo abitare nella città santa di Gerusalemme; ma questa città il Signore ha santificato se stesso, e quindi non è opportuno che sia profanata dall’impurità dei suoi abitanti! Da qui parole come: "Chi abiterà nel tuo tabernacolo? … Colui che cammina irreprensibilmente e fa la giustizia …" (Sal 15,1 s. Sal 24 e altri passi). Perché il santuario in cui abita non deve essere pieno di impurità come una stalla per il bestiame!

III,6,3 Per rallegrarci ancora di più, la Scrittura continua poi a tenere davanti ai nostri occhi: come Dio nostro Padre si è riconciliato con noi nel suo Cristo, così anche Egli ha tracciato per noi in Lui l’immagine secondo la quale dobbiamo essere modellati secondo la sua volontà (Rom 6,18). Ora, coloro che pensano che solo nei filosofi troviamo la dottrina della buona morale disposta in modo corretto e significativo, vengano a mostrarmi una disposizione più gloriosa nei filosofi! Se i filosofi vogliono darci un’eccellente esortazione alla virtù, allora non ci presentano altro che la proposizione di vivere secondo natura. La Scrittura, invece, trae le sue esortazioni dalla vera fonte: non solo ci dà il precetto di dirigere la nostra vita verso Dio, che ne è il datore e al quale si impegna, ma ci insegna anche che siamo degenerati verso la vera origine e la vera legge della nostra creazione, e poi aggiunge che Cristo, attraverso il quale siamo di nuovo accettati in grazia con Dio, è posto davanti a noi come esempio, la cui somiglianza dobbiamo portare a illustrazione nella nostra vita. Cosa possiamo cercare più efficacemente di questo? Sì, cos’altro possiamo cercare oltre a questo? Siamo adottati come figli dal Signore affinché la nostra vita rappresenti Cristo, il legame della nostra filiazione! Se, dunque, non ci arrendiamo e non ci impegniamo alla rettitudine, non solo ci allontaniamo dal nostro Creatore in una vergognosa slealtà, ma neghiamo anche il nostro Redentore. Le Scritture traggono un’ulteriore occasione per la loro esortazione da tutti i benefici di Dio che richiamano alla nostra memoria, e da tutti i fatti individuali che costituiscono la nostra salvezza. Poiché Dio, ci insegna, si è mostrato a noi come nostro Padre, incorreremmo nel più terribile rimprovero di ingratitudine se non ci mostrassimo di nuovo a lui come figli! (Mal 1,6; Efes 5,1; 1. Giov 3,1). Poiché Cristo ci ha purificati con il suo sangue e ci ha dato questo lavaggio attraverso il battesimo, non è accettabile che ci contaminiamo con nuova sporcizia! (Efes 5:26; Eb 10:10; 1Cor 6:11; 1Piet 1:16; 1Piet 1:19). Poiché Cristo ci ha incorporato nel suo corpo, noi che siamo le sue membra dobbiamo stare attenti a non contaminarci con macchie e impurità! (1Cor 6:15; Giov 15:3 e seguenti; Efes 5:23 e seguenti). Poiché Lui, il nostro Capo, è salito al cielo, è giusto che mettiamo via ogni senso terreno e cerchiamo il cielo con tutto il nostro cuore! (Col 3:1 ss.). Poiché lo Spirito Santo ci ha consacrato come templi di Dio, dobbiamo fare ogni sforzo per glorificare la gloria di Dio attraverso di noi, e non dobbiamo permetterci di essere profanati dalla sporcizia del peccato! (1Cor 3:16; 6:19; 2Cor 6:16). Poiché la nostra anima e il nostro corpo sono destinati all’incorruzione celeste e a una corona immutabile, dobbiamo fare ogni sforzo per mantenerli puri e irreprensibili fino al giorno del Signore! (1 Tess 5,23; allusione a Fili 1,10). Queste sono delle basi veramente eccellenti per la retta condotta della nostra vita, che non troveremo mai nei filosofi; perché anche se vogliono esaltare la virtù, non vanno mai oltre la dignità naturale dell’uomo!

III,6,4 Ora qui è il luogo dove devo rivolgermi con tutta la severità contro queste persone che hanno a che fare con Cristo solo per titolo e segno, e tuttavia vogliono essere chiamati cristiani. Con quale impudenza si vantano del suo santo nome? Solo coloro che hanno ricevuto la sua vera conoscenza dalle parole del Vangelo hanno qualcosa a che fare con Cristo. Secondo le parole dell’apostolo, tutti coloro ai quali non è stato insegnato a spogliarsi "dell’uomo vecchio" che è "corrotto dalle concupiscenze dell’errore" e a "rivestirsi di Cristo" (Efes 4:22-24) non hanno conosciuto Cristo. Tali persone, dunque, tradiscono che pretendono la conoscenza di Cristo falsamente e in insulto al Signore - per quanto ben piazzati e volubili possano nel frattempo vantare il Vangelo! Perché questa non è una dottrina delle lingue, ma una dottrina della vita; non è afferrata solo dalla ragione e dalla memoria, come le altre scienze, ma l’uomo la prende veramente solo quando prende possesso di tutta la sua anima e trova la sua sede e il suo alloggio nei più profondi moti del cuore! Queste persone dovrebbero quindi astenersi dal bestemmiare Dio e dal rivendicare per sé qualcosa che non sono affatto - oppure dovrebbero dimostrarsi a Cristo, il loro Maestro, come discepoli che non sono indegni di Lui! Abbiamo dato il primo posto alla dottrina in cui si risolve il nostro culto di Dio, perché da essa procede la nostra salvezza; ma questa dottrina, se deve portarci frutto altrimenti, deve essere profondamente impiantata nei nostri cuori e penetrare nella nostra condotta di vita, anzi, deve formarci in se stessa! Anche i filosofi hanno ragione quando inveiscono contro tali persone e le allontanano dal loro gregge con vergogna e disgrazia, che insegnano quell’"arte" che dovrebbe essere "il maestro di vita", ma poi la trasformano in pettegolezzo pseudo-sofisticato! Con quante migliori ragioni dobbiamo allora detestare quei sapientoni garruli che si accontentano di portare il Vangelo proprio davanti alle loro labbra - il cui effetto dovrebbe penetrare i più profondi fremiti del cuore, radicarsi nell’anima e afferrare interiormente l’uomo intero cento volte di più di tutte le gelide esortazioni dei filosofi!

III,6,5 Tuttavia, non pretendo che la condotta di vita di un cristiano non respiri altro che il Vangelo perfetto - anche se questo è da desiderare e dobbiamo necessariamente sforzarci di ottenerlo. Non pretendo la "perfezione evangelica" (Evangelica perfectio) con tale severità che non riconoscerei come cristiano una persona che non l’ha ancora raggiunta. Perché in tal caso tutte le persone sarebbero escluse dalla chiesa; dopo tutto, non se ne trova una sola che non sia ancora lontana da quella meta; ma molte hanno ancora fatto pochissimi progressi, eppure non meriterebbero di essere escluse. Ma cosa si deve fare adesso? Dovremmo fissare i nostri occhi su questo obiettivo e lottare solo per questo. Dovremmo porci questo obiettivo, verso il quale tutti i nostri sforzi, tutta la nostra corsa, dovrebbero essere diretti! Perché non è corretto dividere tra Dio e l’uomo in modo tale che uno accetti una parte di ciò che ci prescrive nella sua parola, ma ne lasci un’altra a propria discrezione. Perché ci comanda ovunque, in primo luogo, la rettitudine come la parte più nobile del suo culto; con questo intende la sincera semplicità di cuore, alla quale ogni falsa finzione e ipocrisia è lontana; l’antitesi di questo è il cuore diviso. Vuole dire: l’inizio spirituale della vita giusta sta nel fatto che ci diamo a Dio senza ipocrisia, con l’agitazione interiore del nostro cuore, per servire la santità e la giustizia. Ma nessun uomo in questa prigione terrena del corpo ha abbastanza forza per affrettare il suo corso con vera gioia; anzi, la maggior parte soffre di una tale debolezza che fa solo modesti progressi barcollando e zoppicando, persino strisciando sul terreno. Allora, tutti noi, secondo la misura delle nostre piccole forze, andiamo per la nostra strada e continuiamo il cammino che abbiamo iniziato! Il percorso di nessuno sarà così infelice da non riuscire a superare un po’ di fatica ogni giorno. Ma non cessiamo di sforzarci di progredire costantemente sulla via del Signore, e non perdiamoci d’animo nemmeno nel minimo progresso. Anche se il nostro progresso non corrisponde ai nostri desideri, lo sforzo non è sprecato se solo l’oggi rimane vittorioso sull’ieri. Vogliamo solo guardare la nostra meta con sincera semplicità e raggiungere il segno della meta, non vogliamo lusingare noi stessi, né vogliamo cedere alla nostra natura malvagia, ma piuttosto sforzarci in uno sforzo incessante per diventare migliori di quello che eravamo, finché non siamo finalmente penetrati nella bontà stessa: la cerchiamo, la inseguiamo per tutto il tempo della nostra vita - ma poi la raggiungeremo, quando avremo fatto fuori la debolezza della nostra carne e saremo stati accettati nella perfetta comunione con Dio!


Capitolo sette

DLa somma principale della vita cristiana; qui dobbiamo parlare dell’abnegazione.

III,7,1 La legge del Signore ci offre certamente una grande e ordinatissima guida per l’organizzazione della nostra vita. Ma è piaciuto al nostro celeste Maestro di formare i suoi in modo ancora più preciso secondo la regola che aveva prescritto nella Legge. Il principio principale di questo metodo di educazione è che i credenti hanno l’ufficio di "offrire i loro corpi in sacrificio, vivi, santi, accettabili a Dio, che è il loro ragionevole servizio a Dio!" (secondo Rom 12,1). Da questa frase Paolo trae motivo per l’esortazione: "E non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché possiate provare qual è la volontà di Dio". (Rom 12:2; finale un po’ impreciso). Ora questa è una grande cosa, che siamo santificati e consacrati al Signore - per non fare nient’altro nel nostro pensare, parlare, sforzarci e agire se non ciò che serve alla Sua gloria! Perché mettere a parte per un uso empio ciò che è santo per Dio è un terribile torto contro di Lui! Ma se non siamo padroni di noi stessi, ma apparteniamo al Signore - allora diventa immediatamente chiaro quale errore dobbiamo evitare e a cosa devono essere indirizzate tutte le nostre opere in tutta la nostra vita. Non siamo padroni di noi stessi - quindi né la nostra ragione né la nostra volontà devono regnare nei nostri piani e nelle nostre azioni. Non siamo padroni di noi stessi - quindi non dobbiamo porci l’obiettivo di cercare ciò che ci porterà profitto secondo la carne! Non siamo padroni di noi stessi - quindi dovremmo dimenticare noi stessi e tutto ciò che abbiamo, per quanto possibile! D’altra parte: siamo proprietà di Dio - quindi dobbiamo vivere per lui e morire per lui! Siamo proprietà di Dio - quindi la sua saggezza e la sua volontà devono guidare tutto ciò che facciamo! Noi siamo di Dio - quindi la nostra vita in tutte le sue parti deve tendere solo a lui come unica meta legittima! (Rom 14, 8). Quanto è avanzato colui che ha riconosciuto di non essere il proprio padrone - e che quindi ha ritirato il dominio e il dominio dalla propria ragione per consegnarla solo a Dio! Perché la peste più dannosa, che può solo distruggere gli uomini, regna dove l’uomo obbedisce a se stesso - e l’unico porto di salvezza sta quindi nel fatto che non pensiamo a noi stessi, non vogliamo niente di noi stessi, ma seguiamo solo il Signore come Lui va davanti a noi! Il primo passo, quindi, dovrebbe essere che l’uomo si separi da se stesso per mettere tutta la forza del suo spirito nella volontà del Signore. Per tale servitù non intendo solo quella che si basa sull’obbedienza alla Parola - ma quella in cui il cuore dell’uomo, vuoto di tutta la sua mente carnale, si converte completamente alla volontà dello Spirito di Dio. Questa trasformazione, che Paolo chiama anche "rinnovamento (nello spirito) della mente" (Efes 4:23), era sconosciuta ai filosofi, sebbene sia il primo passo nella vita. Essi pongono la ragione come sola padrona sull’uomo, ritengono che essa sola debba essere ascoltata, anzi, le conferiscono e le permettono di governare da sola la morale. La sapienza cristiana (Cnristiana pnilosopnia), invece, lascia il posto alla ragione, la abbandona per sottomettersi allo Spirito Santo, per passare sotto il suo giogo, affinché l’uomo non viva più da solo, ma porti Cristo in sé come Colui che vive e regna! (Gal 2,20).

III,7,2 Da questo segue il secondo: Non dobbiamo cercare ciò che è nostro, ma ciò che viene dalla volontà del Signore e viene fatto per l’aumento della sua gloria. Anche questo è un grande passo avanti, se quasi dimentichiamo noi stessi, in ogni caso mettiamo da parte ogni considerazione per noi stessi, e ci sforziamo di dirigere tutto il nostro zelo fedelmente verso Dio e i suoi comandi. Perché quando la Scrittura ci istruisce a rinunciare alla considerazione privata per noi stessi, non solo sradica dai nostri cuori l’avidità, la brama di potere e la ricerca del favore degli uomini - no, sradica anche la brama di onore, ogni attaccamento alla fama umana e altre pestilenze più nascoste di questo tipo! L’uomo cristiano deve essere veramente di tale natura e preparato in modo tale da considerare: ho a che fare con Dio in tutta la mia vita. Per questo giudicherà tutte le sue azioni secondo il giudizio e la discrezione di Dio; allo stesso modo dirigerà devotamente tutti gli sforzi del suo cuore verso di Lui. Perché chi ha imparato a guardare a Dio in tutto ciò che ha da fare, è così allo stesso tempo allontanato da tutti i pensieri inutili. Questa è l’abnegazione che Cristo impone con tanta enfasi a tutti i suoi discepoli fin dal loro primo insegnamento. Una volta che questa abnegazione si è impadronita del nostro cuore, non lascia spazio all’arroganza, alla pomposità, alla vanagloria, ma poi anche all’avarizia, all’avidità, alla dissolutezza, alla lussuria molle e a tutte le altre cose che nascono dal nostro amor proprio. Dove, invece, non governa, anche i vizi più vili si diffondono senza vergogna - oppure una parvenza di virtù diventa visibile, ma è corrotta dalla malvagia ricerca di gloria. Mostrami, se puoi, un uomo che abbia voluto fare del bene agli altri per niente - senza aver rinnegato se stesso secondo il comandamento del Signore! Perché colui che non è governato da questa disposizione ha meno di una lode in mente quando cammina sul sentiero della virtù! Certamente ci sono stati filosofi che hanno sostenuto che si deve lottare per la virtù per se stessa - ma quelli che l’hanno sottolineato più acutamente erano gonfiati da una tale arroganza che diventa abbastanza chiaro: nel loro lottare per la virtù non avevano altro in mente che ottenere una ragione per la loro arroganza. Dio, però, non si compiace di questi bramosi di favori pubblici e di queste persone così tronfie - no, ci dice che essi "hanno già la loro ricompensa in questo mondo" (Mat 6,2. 5. 16), che le prostitute e i pubblicani sono più vicini al regno dei cieli di loro! (Mat 21,31). Ma non ho ancora mostrato chiaramente quante e quali grandi inibizioni impediscono all’uomo lo zelo per ciò che è giusto finché non ha ancora rinnegato se stesso. È vero quello che si diceva una volta: nell’anima umana si nasconde un mondo di vizi. Non c’è altro rimedio che questo, che tu rinneghi te stesso, metti da parte la considerazione per te stesso, e lascia che la tua mente si sforzi solo di cercare ciò che il Signore richiede da te, e di cercarlo solo perché è gradito ai suoi occhi.

III,7,3 Paolo descrive in un altro luogo, certo brevemente, una vita correttamente formata nelle sue singole parti. "Poiché la grazia salvifica di Dio è apparsa a tutti gli uomini, castigandoci a rinnegare l’empietà e le concupiscenze mondane e a vivere castamente, rettamente e con Dio in questo mondo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del grande Dio e nostro salvatore Gesù Cristo, che ha dato se stesso per noi, per redimerci da ogni ingiustizia e purificare a sé un popolo da possedere, diligente a fare opere buone" (Tt. 2:11-14). Qui ci presenta prima di tutto la grazia di Dio per il nostro incoraggiamento e così ci spiana la strada per servire veramente Dio; ma poi rimuove due ostacoli che ci impediscono maggiormente, cioè la "natura empia" a cui siamo fin troppo inclini per natura, e poi le "concupiscenze mondane" che si estendono (anche) molto oltre. Per "natura empia" non intende solo la superstizione, ma anche tutto ciò che contraddice il sincero timore di Dio. Le "concupiscenze mondane", tuttavia, significano tanto quanto gli impulsi della carne. Secondo il comando dell’apostolo, dobbiamo mettere da parte la nostra propria natura riguardo alle due tavole della legge e rinnegare tutto ciò che ci viene dettato dalla ragione e dalla nostra volontà! Poi riassume tutti gli eventi della vita in tre pezzi: Castità, rettitudine e pietà (verso 12). "Castità" qui significa senza dubbio castità e moderazione, ma allo stesso tempo anche il puro e prudente godimento dei beni temporali e la paziente sopportazione della mancanza. La "giustizia" comprende tutti i doveri di equità: così ognuno deve ricevere ciò che gli è dovuto. Poi viene la "pietà", che ci separa dalle contaminazioni del mondo e ci unisce a Dio nella vera santità. Quando questi tre sono indissolubilmente uniti, realizzano la vera perfezione. Tuttavia, nulla è così difficile come rinunciare alla ragione della carne, frenare i nostri desideri, persino negarli - e così consacrarci a Dio e ai nostri fratelli e lottare per una vita angelicamente pura in mezzo alla sporcizia della terra. Ecco perché Paolo vuole liberare i nostri cuori da ogni schiavitù e perché ci richiama alla speranza della beata immortalità. Ci ricorda che non stiamo lottando invano: perché come Cristo è apparso una volta come nostro Redentore, così anche alla sua ultima venuta porterà il frutto della salvezza che ha acquistato per noi. Così egli distrugge tutti gli allettamenti che ci confondono, in modo che non aspiriamo debitamente alla gloria celeste; sì, ci insegna che dobbiamo vagare nel mondo come stranieri, per evitare che l’eredità celeste sia persa o confiscata a noi.

III,7,4 Da queste parole dell’apostolo vediamo inoltre che la nostra abnegazione è diretta in parte verso gli uomini, in parte anche - e principalmente - verso Dio. Quando la Scrittura ci istruisce nei nostri rapporti con gli altri: "Una persona preceda l’altra con riverenza" (Rom 12,10; Fili 2,3), così che dovremmo fare del nostro meglio da un cuore onesto per provvedere al benessere degli altri, ci sta dando un comando che il nostro cuore non può afferrare se prima non è stato svuotato del suo senso naturale. Perché siamo tutti affondati nell’amor proprio per una terribile cecità - e quindi ognuno crede di avere una giusta ragione per esaltare se stesso, ma per disprezzare tutti gli altri in confronto a se stesso. Se Dio ci ha dato qualcosa di cui non dobbiamo vergognarci, ci mettiamo subito in fiducia e solleviamo il nostro cuore, ci gonfiamo, sì, quasi scoppiamo di orgoglio! I nostri vizi, di cui ne abbiamo tanti, li nascondiamo agli altri con diligenza e ci lusinghiamo che siano insignificanti e poco importanti, sì, li coccoliamo persino come virtù! Ma se troviamo in altri gli stessi doni che ammiriamo in noi stessi, forse anche in misura maggiore, li rimproveriamo e li vituperiamo nella nostra malizia, così che non siamo costretti a riconoscerli in loro. Ma se troviamo dei vizi negli altri, non ci accontentiamo di notarli con un severo e amaro rimprovero, no, li rendiamo ancora più grandi nel nostro dispetto! Da qui nasce l’arroganza con cui tutti noi vogliamo elevarci al di sopra degli altri - come se facessimo un’eccezione alla legge generale - con cui disprezziamo con orgoglio e arroganza tutti i mortali, o almeno li guardiamo dall’alto in basso come se fossero sotto di noi! Così i poveri devono essere messi in secondo piano rispetto ai ricchi, i non nobili rispetto alla nobiltà, i servi rispetto ai padroni, gli ignoranti rispetto agli istruiti - ma non c’è nessuno tra loro che non nutra in qualche modo nel suo cuore l’illusione di essere qualcosa di speciale. Così ogni individuo porta un po’ di regno nel suo cuore attraverso la sua auto-riflessione. Perché ognuno attribuisce presuntuosamente a se stesso qualcosa in virtù del quale trova piacere in se stesso - e da lì poi si siede a giudicare il carattere e il modo di vivere dell’altro! Ma quando si tratta di una lite, allora il veleno scoppia apertamente. Certamente, molte persone mostrano una certa dolcezza finché sentono cose lusinghiere e dolci - ma quanti di loro possono mantenere questo atteggiamento modesto quando sono tormentati e irritati? Non c’è altro rimedio se non che la pestilenza terribilmente dannosa dell’ambizione e dell’auto-aiuto venga strappata dall’essere interiore più profondo - come in effetti accade attraverso l’insegnamento delle Sacre Scritture. Perché le Scritture ci insegnano a ricordare che i doni che Dio ci ha dato non sono nostri, ma di Dio; e se qualcuno ne diventa orgoglioso, la sua ingratitudine viene alla luce. Così Paolo dice: "Chi vi ha preferito? … Ma se l’avete ricevuto, perché vi vantate come se non l’aveste ricevuto?". (1Cor 4:7). Inoltre, dovremmo anche spingerci all’umiltà attraverso una diligente contemplazione dei nostri vizi. In questo modo non ci sarà più nulla in noi che ci faccia gonfiare - d’altra parte ci saranno molte ragioni per inchinarsi! D’altra parte, ci viene comandato di rispettare e custodire i doni di Dio che vediamo in altre persone in modo tale da onorare allo stesso tempo le persone a cui vengono dati. Perché se il Signore li ha onorati con tali doni, sarebbe cattiveria per noi negarli. Secondo l’insegnamento della Scrittura, dovremmo essere indulgenti verso i vizi degli altri - certamente non come se dovessimo incoraggiarli con l’adulazione; ma non dovremmo, per i vizi, diventare scortesi verso persone che dovremmo comunque trattare con benevolenza e riverenza. Succederà allora che saremo non solo riservati e modesti, ma servizievoli e amichevoli verso tutti gli uomini con cui abbiamo a che fare. Non c’è altro modo di raggiungere la vera mitezza che umiliarsi ed essere completamente pieni di riverenza per gli altri.

III,7,5 Quanto è difficile per noi compiere il nostro dovere ufficiale e avere sempre in mente il vantaggio del nostro prossimo! Se non rinunci ad ogni considerazione per te stesso e, per così dire, ti spogli, non otterrai nulla qui. Come farai le opere che Paolo descrive come opere d’amore - senza rinnegare te stesso e consacrarti completamente al servizio degli altri? Dice: "L’amore è paziente e gentile, l’amore non è geloso, l’amore non provoca, non invidia, non si gonfia… non cerca il proprio, non si lascia prevaricare…" (1Cor 13:4 s. un po’ impreciso). Se si pretendesse solo una cosa, che noi non cercassimo il nostro, allora la nostra natura dovrebbe essere violata in non poca misura, poiché essa ci determina così esclusivamente all’amor proprio che non accetterebbe facilmente se noi dovessimo lasciar andare facilmente noi stessi e i nostri interessi per vigilare sul benessere degli altri, sì, rinunciare volontariamente al nostro diritto per lasciarlo a qualcun altro! Ma è proprio questo che le Scritture vogliono condurci per mano, ed è per questo che ci ricordano che tutti i doni di grazia che abbiamo ricevuto dal Signore ci sono affidati con lo scopo di usarli per il beneficio comune della Chiesa! Quindi il giusto uso di tutti questi doni di grazia è che li condividiamo liberamente e volentieri con gli altri! Non si può pensare a una regola più affidabile, né a un’esortazione più potente a osservarla, se non quella di lasciarci istruire: tutti i doni che abbiamo ricevuto in abbondanza sono proprietà di Dio affidateci, dateci in buona fede allo scopo di distribuirli al nostro prossimo! Ma la Scrittura va anche oltre e paragona questi doni con le capacità inerenti alle membra del corpo umano. Nessun membro ha la sua capacità per se stesso, né la usa per il proprio beneficio, ma ognuno la trasferisce alle membra ad esso collegate, e non ne ha alcun beneficio se non quello che viene dal benessere di tutto il corpo. Così l’uomo pio deve fare tutto ciò che può per i fratelli - dirigendo la sua mente a nient’altro che il suo cuore sia impostato sull’edificazione comune della Chiesa! Troveremo la via della gentilezza e della beneficenza se consideriamo che siamo nominati amministratori di tutto ciò che Dio ci ha affidato e con cui siamo in grado di aiutare il nostro prossimo, e siamo obbligati a rendere conto della distribuzione di tali doni. La giusta distribuzione, tuttavia, sarà solo quella guidata dalla regola dell’amore. Così non solo combineremo il nostro ansioso sforzo per il benessere degli altri con la preoccupazione per il nostro proprio beneficio - no, subordineremo questa preoccupazione a questo ansioso sforzo. Ma perché non ci rimanga nascosto che questa è la legge secondo la quale dobbiamo amministrare correttamente tutti i doni che abbiamo ricevuto da Dio, Dio ha già stabilito questo ordine nei più piccoli doni della sua bontà. Egli comandò che le primizie fossero offerte a Lui (Es 22,28; 23,19). Questo era per testimoniare al popolo che sarebbe stato sbagliato se avessero voluto beneficiare per se stessi di tali beni che non erano stati consacrati al Signore in precedenza! Ma questi doni di Dio sono santificati per noi solo quando li abbiamo offerti con le nostre mani al Datore stesso; quindi, tutto ciò che non mostra questa offerta è un uso improprio dei doni. Ma sarebbe un’impresa vana se tu volessi arricchire Dio dando i tuoi beni! Ma poiché le vostre buone azioni non possono raggiungerlo, dovreste praticarle secondo le parole del profeta contro i suoi santi che sono sulla terra! (Sal 16,2 s. secondo la traduzione latina). Per questo l’elemosina è paragonata ai sacrifici santi, in modo che oggi corrisponda a quei sacrifici che esistevano una volta sotto la Legge (Ebr 13:16).

III,7,6 Ma perché non ci stanchiamo di fare il bene (Gal 6,9) - e questo altrimenti accadrebbe molto presto! dobbiamo anche aggiungere ciò che ci dice l’apostolo: "La carità è paziente, … non si lascia intimidire!" (1Cor 13:4 s.). Il Signore ci dà il comando di fare del bene a tutti gli uomini senza eccezione; e tra loro una parte considerevole è del tutto indegna, se questi uomini vengono giudicati secondo i loro meriti. Qui le Scritture ci vengono in aiuto nel miglior modo possibile, insegnandoci che non dobbiamo prestare attenzione a ciò che le persone meritano di se stesse, ma che dobbiamo dirigere la nostra attenzione all’immagine di Dio in tutte le persone, a cui dobbiamo ogni onore e amore. Dobbiamo prestare particolare attenzione all’immagine di Dio nei membri della famiglia di fede, in quanto è stata rinnovata e restaurata in loro dallo Spirito di Cristo (Gal 6:10). Non importa che tipo di persona tu possa incontrare che ha bisogno del tuo servizio, non hai motivo di ritirarti da lui e non dedicarti a lui. Di’ solo che è uno straniero per te; ma il Signore ha impresso su di lui un marchio che ti sarà ben noto; poiché in questo senso ti ha detto: "Non ritirarti dalla tua carne" (Isa 58:7). (Isa 58:7). Di’ solo che è un uomo disprezzato e indegno; ma il Signore te lo mostra come un uomo che egli ha abbellito con l’ornamento della sua somiglianza! Di’ solo che non ti ha fatto nessun servizio che ti obblighi a sua volta: ma Dio lo ha nominato, per così dire, suo rappresentante - e tu devi mostrarti grato a quest’uomo per tanti e così grandi benefici, con i quali Dio ti ha reso suo debitore! Dite solo che non è degno del minimo sforzo da parte vostra per il suo bene - ma l’immagine di Dio, che qui si trova di fronte, è ben degna che voi mettiate voi stessi e tutto ciò che è vostro a sua disposizione! Anche se l’altra persona non solo non merita nulla di buono per te, ma ti ha addirittura provocato con insulti e abusi - anche questo non è un buon motivo per smettere di riceverlo con amore e mostrargli i servizi d’amore! (Mat 6,14; 18,35; Luca 17,3). Si può ben dire: merita qualcosa di completamente diverso da me! Ma cosa ha guadagnato il Signore? Se il Signore ti comanda di perdonargli tutto ciò che ha fatto di male contro di te, sicuramente vuole che tu imputi a lui il peccato dell’altra persona! C’è solo un modo per ottenere ciò che è assolutamente contrario alla natura umana, per non dire difficile, cioè che amiamo coloro che ci odiano, che ripaghiamo il male con il bene e mettiamo la benedizione contro il rimprovero! (Mat 5,44). E questa via sta in questo: non considerare la malvagità degli uomini, ma cercare in loro l’immagine di Dio, che copre e cancella le loro iniquità, e con la sua bellezza e dignità ci eccita ad amare l’uomo e a incontrarlo con gentilezza

III,7,7 Questo morire (dell’uomo vecchio) avrà dunque luogo in noi solo quando compiremo il nostro dovere di amore verso il nostro prossimo. Questo compimento non si trova ancora dove un uomo si limita a compiere tutte le opere d’amore - anche se non ne omette nessuna! È presente solo quando una persona lo fa per un sincero atteggiamento d’amore! Perché può succedere che una persona, per quanto riguarda i doveri esterni, faccia tutto quello che deve fare senza eccezione, ma che sia ancora lontana dal tipo e dal modo giusto di tale esecuzione. Si possono vedere persone che vogliono essere considerate molto generose e tuttavia non danno nulla senza rimproverare il destinatario con sguardi arroganti o addirittura con parole arroganti. Nei nostri tempi infelici, questo ha portato a una tale miseria che la maggior parte delle persone, almeno, può a malapena fare l’elemosina senza disprezzare (i poveri). Questa è un’infamia che non dovrebbe essere tollerata nemmeno tra i pagani, perché ai cristiani si richiede qualcosa di molto diverso dal mostrare un occhio amichevole e rendere piacevole il loro servizio con parole gentili. Devono prima accettare la persona di colui che vedono bisognoso del loro aiuto e prendere a cuore la sua disgrazia come se la vivessero e la attraversassero loro stessi; in questo modo devono essere portati a soccorrerlo per un sentimento di misericordia e di umanità come lo farebbero per il loro bene. Colui che va ad aiutare i suoi fratelli con questo spirito non sporcherà il suo servizio con presunzione o rimprovero; allo stesso tempo non disprezzerà il fratello che aiuta come uno che ha bisogno di aiuto o come uno che gli deve qualcosa, Così come non attacchiamo grossolanamente un membro malato quando il resto del corpo sta lottando per riportarlo in vita, o come pensiamo che questo membro malato sia ora sotto un obbligo speciale verso gli altri perché ha attirato su di sé più aiuto di quanto abbia reso! Perché non crediamo che la comunità di servizio tra i membri debba essere considerata come un dono immeritato; è piuttosto l’adempimento di un obbligo che deriva dalla legge di natura e la cui negazione sarebbe mostruosa. Da ciò deriva che un uomo che ha svolto un certo servizio non deve pensare di essere libero - dopo tutto, accade spesso che un uomo ricco dia via qualcosa dei suoi beni e poi scarichi altri fardelli sugli altri come se non fossero affari suoi. No, ognuno deve piuttosto considerare che è debitore del suo prossimo con tutto quello che è e che ha - e che la sua benevolenza verso il prossimo finisce solo quando la sua ricchezza cessa di farlo; perché fin dove arriva la sua ricchezza, deve anche essere determinata secondo la regola dell’amore!

III,7,8 Ma prima di tutto, come ho già detto, la nostra abnegazione è diretta verso Dio. Ora ne parlerò di nuovo, e in modo più dettagliato. Molto è già stato detto su questo, e sarebbe superfluo ripeterlo. Deve essere sufficiente per noi andare il più lontano possibile nella nostra contemplazione per condurci all’equanimità e alla pazienza. In primo luogo, quindi, se cerchiamo modi e mezzi per rendere la nostra vita presente piacevole e tranquilla, la Scrittura ci chiama a consegnare noi stessi e tutto ciò che è nostro alla discrezione del Signore e a consegnare a lui tutti gli impulsi del nostro cuore, affinché egli possa domarli e prenderli sotto il suo giogo. Perché siamo pieni di lussuria selvaggia e di avidità infinita di cercare ricchezze e onori, di desiderare ambiziosamente il potere, di accumulare ricchezze e tutte le altre follie che sembrano servirci per lo sfarzo e l’ostentazione! D’altra parte, abbiamo una strana paura della povertà, del disprezzo e della bassezza, uno strano odio per tutto ciò - e questo ci incita a liberarcene con ogni mezzo. Da questo possiamo vedere quanto sia inquieto nella sua natura l’uomo che plasma la sua vita secondo i suoi gusti, quante arti prova, con quanta foga si stanca! E tutto questo per ottenere ciò che la sua mente ambiziosa e avida cerca, e d’altra parte per sfuggire alla povertà e all’umiltà! Affinché l’uomo pio non rimanga impigliato in tali corde, deve prendere la seguente strada. Prima di tutto, non deve cercare o sperare o considerare di ottenere un mezzo di benessere da qualsiasi altra fonte che non sia la benedizione del solo Signore. Su questa benedizione, quindi, egli dovrebbe tranquillamente e fiduciosamente contare e appoggiarsi. Perché anche se la carne pensa di avere abbastanza in se stessa lottando per l’onore e la ricchezza con i propri sforzi e lottando per essa con il proprio zelo o essendo aiutata ad essa dal favore degli uomini - tutto questo è certamente nulla, e anche noi non possiamo ottenere nulla con il nostro intelletto e i nostri sforzi, a meno che il Signore non ci dia la prosperità per entrambi! D’altra parte, solo la sua benedizione trova la via attraverso tutti gli ostacoli, e ci dà che tutto possa finire allegramente e felicemente per noi. Ma, inoltre, potremmo certamente ottenere ogni tipo di fama e ricchezza senza la benedizione di Dio - vediamo come i malvagi accumulano grandi onori e ricchezze ogni giorno - ma un uomo che è sotto la maledizione di Dio non può gustare la minima parte di felicità, e quindi senza la benedizione di Dio otterremo solo cose che finiscono male per noi. Ma in nessun caso dobbiamo lottare per qualcosa che può solo far sprofondare l’uomo in più miseria!

III,7,9 Noi crediamo, dunque, che è solo grazie alla benedizione di Dio che i nostri affari procedono bene e che ce la caviamo come vogliamo; ma se siamo privati della sua benedizione, dobbiamo aspettarci miserie e difficoltà di ogni tipo. Ma se è così, allora non dobbiamo fare affidamento sulla nostra intelligenza o sulla nostra diligenza, né dobbiamo appoggiarci al favore degli uomini o confidare nella vuota illusione della felicità, e con tutto ciò lottare avidamente per le ricchezze e gli onori; no, dobbiamo sempre guardare al Signore, per essere condotti dalla sua guida alla sorte che egli ha previsto per noi, qualunque essa sia. Allora accadrà, in primo luogo, che non correremo dietro alle ricchezze o al prestigio per mezzo dell’iniquità, dell’astuzia e delle false arti, con rapacità o ingiustizia contro il nostro prossimo; ma cercheremo solo quei beni che non ci porteranno lontano dall’innocenza! Chi dunque, tra l’inganno e la rapina e altre pratiche malvagie, vorrebbe sperare che la benedizione di Dio gli presti aiuto? Perché la benedizione di Dio segue solo colui che pensa in modo puro e agisce in modo giusto, e perciò Egli chiama tutti coloro che la invocano lontano dal pensiero insincero e dalle azioni malvagie! Inoltre, ci viene messo un freno, affinché non bruciamo nell’avidità smodata di diventare ricchi e non ci attacchiamo ambiziosamente al prestigio esterno. Perché dove troverà un uomo l’impudenza di confidare che Dio lo aiuterà ad ottenere le cose che desidera contrariamente alla sua parola? Perché sia un grido lontano, che Dio accompagni con l’aiuto della sua benedizione ciò che egli maledice con la sua stessa bocca! E infine, se non riusciamo secondo il nostro desiderio e la nostra aspettativa, siamo comunque trattenuti dall’impazienza, anche dalla maledizione della nostra situazione - sia come sia. Perché sappiamo che questo sarebbe brontolare contro Dio, secondo la cui discrezione sono distribuite ricchezze e povertà, disprezzo e onore. Per riassumere, colui che si affida alla benedizione di Dio nel modo che ho descritto non cercherà con arti malvagie quelle cose che gli uomini di solito bramano selvaggiamente - perché considererà che tali arti non gli saranno utili dopo tutto. Ma quando riesce in qualcosa, non attribuirà questo successo a se stesso, né alla sua diligenza, alla sua attività o alla sua fortuna; no, riconoscerà con gratitudine che Dio è il donatore. Se gli altri hanno un successo prospero nei loro affari, ma lui stesso non fa che pochi progressi, anzi, viene addirittura respinto, egli sopporterà tuttavia la sua povertà con più compostezza e più dolcezza di cuore di qualsiasi uomo del mondo un successo mediocre che solo non corrisponde ai suoi desideri. Perché ha una consolazione in cui può essere più fiduciosamente soddisfatto che nella più grande abbondanza di ricchezza e di potere: egli considera che il Signore ordinerà i suoi affari in modo da favorire la sua salvezza. Tale era la mente di Davide, come vediamo: seguiva Dio, e si lasciava alla sua guida, testimoniando di essere come un "bambino svezzato", e di non "camminare in cose" che fossero alte o troppo meravigliose per lui (Sal 131:1 s.).

III,7,10 Tuttavia, una mente pia non deve solo mantenere la calma e la pazienza in un tale caso; no, tale calma e pazienza devono prevalere anche in tutte le altre vicissitudini a cui questa vita presente è soggetta. Così solo chi si è dato interamente al Signore, in modo da sottomettere la sua vita in tutti i particolari alla guida del suo consiglio, esercita la giusta abnegazione. Se una persona porta questo atteggiamento nel suo cuore, non si considererà miserabile né si lamenterà del suo destino in odio a Dio, qualunque cosa accada. Quanto sia necessario questo atteggiamento, tuttavia, ci diventa chiaro quando consideriamo a quanti incidenti siamo soggetti. Malattie di tutti i tipi ci affliggono continuamente; a volte la pestilenza infuria, a volte la guerra porta crudeli tormenti su di noi, a volte il gelo o la grandine distruggono la speranza dell’anno e ci portano la cattiva crescita, che ci espone al bisogno; o la morte ci priva di mogli o genitori o figli o parenti; o la nostra casa cade vittima di una conflagrazione. Sono eventi per effetto dei quali gli uomini maledicono la loro vita, maledicono il giorno della loro nascita, maledicono il cielo e la luce del giorno, interferiscono con Dio e - poiché non sono a corto di parole quando si tratta di blasfemia - lo accusano di ingiustizia e crudeltà selvaggia. - lo accusano di ingiustizia e crudeltà selvaggia. Il credente, d’altra parte, dovrebbe guardare alla clemenza e alla pazienza paterna di Dio anche in tali eventi. Se, per esempio, i suoi parenti più stretti gli vengono portati via ed egli vede la sua casa deserta, non cesserà di lodare il Signore, ma considererà piuttosto: "Nonostante tutto, la grazia del Signore che abita nella mia casa non permetterà che questa casa resti deserta! Se il gelo ha congelato i semi, se la brina li ha distrutti, se la grandine li ha buttati a terra, e se il credente vede la fame incombere su tutti, non si perderà d’animo, né si rivolterà contro Dio con odio, ma rimarrà fiducioso: "Ma noi siamo ancora sotto la protezione del Signore, pecore che egli ha allevato nel suo pascolo" (Sal 79:13; non è il testo di Lutero); così egli ci fornirà il cibo anche nel più grande fallimento del raccolto! O se è afflitto da una malattia, anche la più grande amarezza del dolore non lo spezzerà, così da cadere nell’impazienza e quindi litigare con Dio; no, riconoscerà la giustizia e la dolcezza nel flagello di Dio e quindi si appellerà alla pazienza! In breve, qualunque cosa gli accada, egli sa che è stata decretata dalla mano del Signore, e quindi l’accetterà docilmente e con un cuore grato, per non resistere rigidamente alla guida di Colui nel cui potere ha messo se stesso e tutto ciò che è suo. Soprattutto, un uomo cristiano deve tenersi lontano nel suo cuore da quella sciocca e miserabile consolazione dei pagani: essi volevano armare i loro cuori contro la sfortuna e perciò la attribuivano al "destino"; ma poi dichiaravano che inveire contro il "destino" era sciocco, poiché esso era cieco e imprevedibile e bendava e feriva colpevoli e innocenti allo stesso modo. La pietà ha esattamente la regola opposta: solo la mano di Dio regola e governa la fortuna e la sfortuna, e non si precipita senza pensarci, ma ci assegna sia il bene che il male in una giustizia gloriosamente ordinata!


Capitolo otto

Portare la croce come parte dell’abnegazione

III,8,1 Sì, una mente pia deve arrivare ancora più in alto, cioè dove Cristo chiama i suoi discepoli: che ognuno prenda la sua croce (Mat 16,24). Perché colui che il Signore ha adottato come figlio e che è degno della comunione con i suoi deve essere preparato a una vita dura, ardua, inquieta, piena di molti e vari mali. Così è la volontà del Padre celeste di addestrare i Suoi in questo modo, in modo che Egli possa certamente testare come stanno. Con Cristo, il suo Figlio unigenito, ha fatto un inizio, e verso tutti i suoi figli segue lo stesso ordine. Perché Cristo era davvero il Figlio di Dio, che egli amava più di tutti gli altri (Mat 3:17; 17:5), e sul quale riposava il beneplacito del Padre; e tuttavia vediamo come egli non fu affatto trattato con indulgenza o dolcezza; possiamo quindi veramente dire che egli non solo fu afflitto da continue croci durante tutto il suo cammino sulla terra, ma che tutta la sua vita non fu altro che l’immagine di tali continue croci. L’apostolo ce ne mostra la ragione: ha dovuto imparare l’obbedienza "da ciò che ha sofferto"! (Ebr. 5, 8). Perché allora dovremmo esimerci da questo destino che Cristo, il nostro Capo, ha dovuto prendere su di sé - soprattutto perché lo ha fatto per noi, per mostrarci un esempio di pazienza in sé? Ecco perché l’apostolo insegna che la meta di tutti i figli di Dio è di essere conformi a Cristo (Rom 8,29). Da questo deriva una gloriosa consolazione: se le cose sono dure e aspre per noi e pensiamo di sperimentare sventura e male in esse, noi (in realtà) partecipiamo alle sofferenze di Cristo; perché come lui è passato da un labirinto di tutti i mali alla gloria celeste, così anche noi dobbiamo "passare attraverso molte tribolazioni nel regno di Dio" (Atti 14:22). Così Paolo stesso ci insegna altrove: quando impariamo "la comunione delle sue sofferenze", sperimentiamo anche la "potenza della sua risurrezione", e quando "diventiamo come lui nella morte", siamo così preparati alla partecipazione alla risurrezione gloriosa! (Fili 3,10 s.). Quanto può servire ad alleviare tutta l’amarezza della croce il fatto che più siamo afflitti dalla sventura, più siamo certi della nostra comunione con Cristo! Attraverso la comunione con Lui, le sofferenze stesse sono benedette per noi; anzi, ci offrono anche molto aiuto per il proseguimento della nostra salvezza!!

III,8,2 Inoltre, nostro Signore aveva bisogno di prendere la croce solo nella misura in cui era necessario per testimoniare e provare la sua obbedienza al Padre. Per noi, invece, è necessario per molte ragioni vivere la nostra vita sotto una costante croce. Prima di tutto, siamo troppo inclini per natura ad attribuire tutto alla nostra carne, e quindi, se la nostra debolezza non è, per così dire, palpabilmente portata davanti ai nostri occhi, arriviamo facilmente a valutare la nostra forza al di sopra della giusta misura e a non dubitare che essa rimarrà intatta e imbattuta di fronte a tutte le difficoltà - qualunque cosa accada. Così cadiamo in una sciocca e vana fiducia nella nostra carne; ci affidiamo ad essa e arriviamo ad una rigida arroganza contro Dio stesso, come se avessimo abbastanza delle nostre capacità senza la Sua grazia. Dio non può frenare meglio questa presunzione che dimostrandoci per esperienza quanta debolezza, persino quanta fragilità soffriamo. Ecco perché ci affligge con la vergogna o con la povertà o con la perdita dei nostri cari o con la malattia o con altre avversità - e noi siamo troppo deboli per sopportare questo; ciò che è in noi, dobbiamo presto soccombere! Così umiliati, impariamo ad invocare la sua potenza, che sola ci permette di stare saldi sotto il peso delle nostre afflizioni. Anche gli uomini più santi, che hanno certamente riconosciuto di resistere per grazia di Dio e non per le proprie forze, sono tuttavia più sicuri del loro coraggio e della loro fermezza di quanto sia giusto - se Dio non li conduce a una più profonda conoscenza di sé attraverso la prova della croce. Tale falsa noncuranza si insinuò anche in Davide: "Ho detto quando stavo bene: Non mi sdraierò mai. Perché, o Signore, con il tuo favore avevi reso forte il mio monte; ma quando hai nascosto la tua faccia, ho avuto paura" (Sal 30,7 s.). Egli confessa qui come, in circostanze felici, i suoi sensi si siano intorpiditi fino a diventare pigri, così che ha messo da parte la grazia di Dio, da cui dovrebbe dipendere, e si è invece appoggiato su se stesso, promettendosi persino una fermezza permanente. Ma se questo accadesse a un tale profeta, chi di noi non dovrebbe temere di stare attento? Se, in circostanze tranquille, gli uomini si sono lusingati della loro costanza e pazienza, e li hanno ritenuti grandi, poi, umiliati dalle avversità, imparano che era tutta ipocrisia. Con tali prove, voglio dire, i credenti sono ricordati delle loro infermità, e così progrediscono verso l’umiltà, in modo da mettere via ogni fiducia sbagliata nella carne e rifugiarsi nella grazia di Dio. Quando hanno fatto questo, sperimentano anche la presenza del potere divino, in cui l’aiuto è sufficiente e abbondante.

III,8,3 È proprio di questo che parla Paolo quando ci insegna che "la tribolazione porta pazienza, ma la pazienza porta esperienza…" (Rom 5:3 s.). Dio ha promesso ai fedeli che Lui starà al loro fianco nella tribolazione - ed essi "sperimentano" la verità di questa promessa quando, sostenuti dalla Sua mano, stanno "pazientemente" fermi, cosa che non sarebbero in grado di fare da soli! La "pazienza" porta così ai santi l’"esperienza" che Dio mostra davvero l’aiuto che ha promesso loro quando è necessario. Questo serve di nuovo a confermare la loro speranza; perché sarebbe un’ingratitudine troppo grande se non aspettassero la verità di Dio, che hanno sperimentato come costante e potente, anche per il futuro. Possiamo già vedere quanto bene ci viene qui in un solo contesto dalla croce. Perché la croce rovescia la nostra illusione, in cui abbiamo falsamente presunto la nostra forza; rivela la nostra ipocrisia, che ci dà tanto piacere; colpisce a terra la nostra pericolosa fiducia nella nostra carne; ma quando ci ha umiliati in questo modo, ci insegna a contare solo su Dio, e così avviene che non siamo oppressi e non soccombiamo. Ma la vittoria è seguita dalla speranza, perché il Signore, adempiendo la sua promessa, ha anche confermato la sua verità per il futuro. In verità, anche se queste cause stessero da sole, sarebbe comunque chiaro quanto abbiamo bisogno dell’esercizio sotto la croce. Perché non è di poca importanza che ci venga tolto il nostro cieco amor proprio e che diventiamo così ben coscienti della nostra debolezza, - che prendiamo a cuore la nostra debolezza per imparare a diffidare di noi stessi, - che diffidiamo di noi stessi per porre la nostra fiducia in Dio, - che possiamo riposare la fiducia dei nostri cuori in Dio, per affidarci al suo aiuto e così perseverare invitto fino alla fine, - che possiamo stare fermi per la sua grazia, per sapere che è vero nelle sue promesse, - che possiamo sperimentare la fermezza delle sue promesse, per ricevere così un rafforzamento della nostra fede!

III,8,4 Quando il Signore manda la tribolazione ai suoi, ha anche un altro scopo in mente: vuole mettere alla prova la loro pazienza e allenarli all’obbedienza. Non, naturalmente, come se potessero renderGli altra obbedienza che quella che Lui stesso ha dato loro; ma Egli è contento che i doni di grazia che ha concesso ai Suoi santi siano così testimoniati e glorificati con prove eccellenti, affinché non rimangano oziosamente nascosti dentro. Quando, quindi, rende manifesta la potenza e la costanza di sopportazione di cui ha dotato i suoi servi, si dice che prova la loro pazienza. Da qui affermazioni come quella che Dio ha "tentato" Abramo (Gen 22:1) e che ora ha sperimentato di "temere Dio" perché non ha rifiutato di sacrificare il suo unico figlio (Gen 22:12). Perciò Pietro insegna anche che la nostra fede è provata dalla tribolazione proprio come l’oro è provato dal fuoco nella fornace (1Piet 1,7). Ma chi non riterrebbe vantaggioso che il glorioso dono della pazienza, che il credente ha ricevuto dal suo Dio, sia anche messo in uso e in questo modo diventi sicuro e manifesto? In nessun altro modo la gente potrebbe mai apprezzarlo come si deve! Quindi Dio ha ragione quando dà ai suoi credenti motivo di risvegliare i poteri che ha dato loro - in modo che non rimangano nascosti nel buio o addirittura giacciano lì inutilmente e periscano! Ma se è così, allora c’è una causa molto pesante per le tribolazioni dei santi, senza la quale la loro pazienza non sarebbe nulla. La croce, dico, allena anche i fedeli all’obbedienza, e questo perché così si insegna loro a non vivere secondo i propri desideri, ma secondo la volontà di Dio. In verità, se potessero fare tutto come vogliono, non saprebbero nemmeno cosa significa seguire Dio! Come ci dice Seneca, c’era un vecchio proverbio che incoraggiava una persona a sopportare la sfortuna: "Segui Dio! (Sulla vita beata 15:5). Questo proverbio significava che una persona si sarebbe piegata sotto il giogo di Dio solo quando avesse offerto la sua mano e la sua schiena alla Sua verga! È, dopo tutto, la richiesta più ragionevole che dovremmo mostrarci obbedienti al Padre celeste in ogni cosa, - ma poi non dobbiamo eludere il fatto che Egli ci abitua in tutti i modi a rendergli tale obbedienza.

III,8,5 Quanto abbiamo bisogno di tale obbedienza, tuttavia, possiamo capire pienamente solo quando consideriamo anche quanto la nostra carne sia incline a gettare via il giogo di Dio non appena viene trattata un po’ più dolcemente e con indulgenza. È proprio come per i cavalli indisciplinati: se sono stati lasciati a riposo per qualche giorno e sono stati ben nutriti, allora non possono più essere trattenuti dalla loro selvatichezza, né riconoscono il loro cavaliere, al cui comando avevano precedentemente obbedito! La lamentela di Dio sul popolo d’Israele si applica a noi continuamente e in generale: quando siamo ingrassati, ci scagliamo contro Colui che ci ha allevato e nutrito! (Deut 32:15). La beneficenza di Dio dovrebbe indurci a contemplare la sua bontà e a ringraziarla con caldo amore. Ma la nostra malvagità è così grande che, al contrario, siamo sempre corrotti dalla Sua tolleranza, e quindi è altamente necessario per noi essere tenuti in una sorta di disciplina, in modo che non ci lasciamo andare in tale dissolutezza. Affinché non diventiamo indisciplinati per l’eccessiva abbondanza di beni, o non cadiamo nell’arroganza sotto alti onori, o non ci gonfiamo di altri beni dell’anima, del corpo o dei beni, e ci lasciamo sedurre nell’arroganza, il Signore stesso si oppone a questo, come Lui vede bene, e doma e trattiene la selvatichezza della nostra carne attraverso il rimedio della croce! Lo fa in vari modi, cioè nella misura in cui è salutare per ogni individuo. Perché non soffriamo tutti allo stesso modo delle stesse infermità, né abbiamo tutti bisogno di cure curative ugualmente severe. Perciò si può anche percepire come uno è afflitto da questo tipo di croce, l’altro da quel tipo. Ma se il medico celeste tratta l’uno più dolcemente, e porta l’altro alla guarigione con una medicina più tagliente - poiché egli si preoccupa della salute di tutti! Egli non lascia nessuno scappare libero e intatto, perché sa che tutti sono malati senza eccezione!

III,8,6 Ora il Padre, nella sua grande bontà, non solo ritiene necessario anticipare la nostra debolezza, ma deve anche punire spesso i nostri misfatti passati per mantenerci nella dovuta obbedienza a sé. Così, quando soffriamo la tribolazione, il ricordo della nostra vita precedente deve immediatamente tornare alla nostra mente: allora troveremo senza dubbio che abbiamo commesso qualcosa che merita tale castigo. Tuttavia, non dobbiamo derivare l’esortazione alla pazienza principalmente dalla conoscenza del peccato. Perché la Scrittura ci dà un modo molto migliore di vedere la cosa: dice che nelle avversità siamo "castigati dal Signore, per non essere condannati con il mondo!" (1Cor 11:32). Perciò è giusto che proprio nell’amarezza delle afflizioni riconosciamo la bontà e la benevolenza del nostro Padre verso di noi; perché anche allora Egli non cessa di promuovere la nostra salvezza. Egli non ci manda la tribolazione per distruggerci o rovinarci, ma piuttosto per liberarci dalla condanna del mondo. Questa considerazione ci condurrà a ciò che le Scritture insegnano altrove: "Figlia mia, non rifiutare il castigo del Signore e non essere impaziente del suo castigo. Perché chi il Signore ama, lo punisce, eppure si compiace di lui, come un padre con suo figlio" (Prov 3:11 s.). Quando sentiamo la verga di nostro Padre, non è forse nostro dovere mostrarci figli obbedienti e docili, piuttosto che rigidi come persone perdute che si sono indurite nelle loro azioni malvagie? Dio ci lascerà perire se non ci richiama a sé castigandoci dopo che ci siamo allontanati da lui - e l’apostolo deve avere ragione quando dice: "Ma se siete senza castigo, … siete bastardi e non figli!" (Eb 12,8). Quindi ci sbagliamo completamente se non riusciamo a sopportarlo laddove rende chiara la sua benevolenza verso di noi e la sua preoccupazione per la nostra salvezza. Secondo l’insegnamento della Scrittura, c’è una differenza tra miscredenti e credenti: i miscredenti, come schiavi, per così dire, della loro cattiveria radicata e cotta, diventano solo peggiori e più rigidi attraverso le percosse; i credenti, invece, hanno ricevuto la disposizione sincera dei bambini, e quindi procedono al pentimento. Ora ognuno può scegliere a quale gruppo preferisce appartenere. Ma ho già parlato di questo altrove, quindi mi accontenterò di questo breve accenno e concluderò ora.

III,8,7 È anche un meraviglioso conforto quando soffriamo persecuzione per amore della giustizia. Perché allora deve venirci il pensiero di quale alto onore Dio ci degna, che ci distingue così con il segno speciale del suo servizio di guerra. Quando parlo di soffrire persecuzioni per amore della giustizia, penso non solo a coloro che soffrono persecuzioni per difendere il Vangelo, ma anche a coloro che soffrono disagi a causa di alcuni sostenitori della giustizia. Se, difendendo la verità di Dio contro le menzogne di Satana, o proteggendo i buoni e gli innocenti contro le ingiustizie dei malvagi, dobbiamo incorrere nel disfavore e nell’odio del mondo, e se le nostre vite o i nostri beni o il nostro onore sono minacciati, non dovrebbe essere difficile o pesante per noi metterci al servizio di Dio in tali questioni, né dovremmo sentirci infelici in una situazione in cui Egli ci ha benedetto con la Sua stessa bocca! (Mat 5,10). Certamente la povertà, se considerata in sé e per sé, è miseria, anche l’esilio, il disprezzo, l’imprigionamento e la disgrazia; e la morte stessa è, dopo tutto, il vertice di tutta la miseria. Ma se la grazia del nostro Dio è per noi, tutto questo non può che rivelarsi per la nostra felicità. Perciò accontentiamoci della testimonianza di Cristo piuttosto che della falsa illusione della carne. Allora accadrà che ci rallegreremo secondo l’esempio degli apostoli ogni volta che ci troverà degni "di soffrire un rimprovero per amore del suo nome" (Atti 5,41). Perché? Se noi, innocentemente e con buona coscienza, perdiamo la nostra ricchezza per un oltraggio degli empi, siamo davvero messi in miseria davanti agli uomini, ma davanti a Dio in cielo la vera ricchezza ci spetta proprio per questo! Se siamo cacciati dalla nostra casa e dalla nostra fattoria, saremo accolti tanto più saldamente nella casa di Dio. Se siamo tormentati o disprezzati, ci radichiamo ancora di più in Cristo. Se siamo coperti di vergogna e disgrazia, il nostro posto nel regno di Dio è tanto più glorioso. Se siamo uccisi, l’ingresso alla vita beata ci è aperto! Vergogniamoci di stimare tali avversità, alle quali il Signore ha attribuito un valore così grande, meno delle oscure e passeggere lusinghe della vita!

III,8,8 Con queste e simili esortazioni, dunque, la Scrittura ci offre un’abbondante consolazione per tutte le ignominie e le avversità che dobbiamo sopportare per difendere la giustizia. Che grande ingratitudine è se non accettiamo volentieri e allegramente tali avversità dalla mano di Dio, soprattutto perché questo tipo di croce è peculiare dei credenti e Cristo vuole essere glorificato in noi attraverso di essa, come insegna anche Pietro (1Piet 4,12 ss.). Ora è più amaro per le nobili nature sopportare il rimprovero che soffrire cento volte la morte, e perciò Paolo ci ammonisce espressamente che non solo le persecuzioni ci aspettano, ma anche i rimproveri, perché "abbiamo sperato nel Dio vivente" (1Tim 4:10). In un altro luogo ci ammonisce anche a condurre il nostro cammino "attraverso voci maligne e buoni pettegolezzi" (2Cor 6:8). Ma non si esige da noi nessuna gioia, che toglierebbe ogni senso di amarezza e di dolore; altrimenti, se i credenti non fossero tormentati dal dolore e spaventati dal bisogno, non ci sarebbe pazienza per loro sotto la croce! Se la povertà non fosse dura, la malattia non fosse dolorosa, l’ignominia non fosse tormentosa, la morte non fosse terribile - che coraggio e pazienza sarebbe non farne nulla? Tutte queste avversità tormentano naturalmente i nostri cuori con la loro intrinseca amarezza; ma è proprio in questo che si dimostra il coraggio del credente, che quando la sensazione di tale amarezza lo assale, egli tuttavia resiste valorosamente e vince la vittoria, anche se la lotta è difficile! La sua pazienza è dimostrata dal fatto che, quando è sotto pressione, si lascia tuttavia frenare dal timore di Dio, in modo da non cadere in nessun tipo di costrizione. La sua gioia traspare dal fatto che, quando la tristezza e il dolore lo feriscono, egli trova tuttavia riposo nel conforto spirituale di Dio!

III,8,9 Così i credenti combattono una battaglia contro il loro senso naturale del dolore quando esercitano la pazienza e la moderazione. Paolo ci descrive molto finemente questo conflitto quando dice: "Abbiamo tribolazioni in ogni luogo, ma non temiamo; abbiamo paura, ma non disperiamo; soffriamo persecuzione, ma non siamo abbandonati; siamo oppressi, ma non periamo…" (2Cor 4:8 s.). Lì vediamo che la paziente sopportazione della croce non significa spegnersi, che non significa perdere ogni senso del dolore. Così i filosofi stoici, nella loro follia, chiamavano una volta l’uomo di mente alta che si astiene da ogni sentimento umano e affronta interiormente la felicità come l’infelicità, le esperienze tristi come quelle gioiose, anzi, che si lascia eccitare come una pietra da nulla. E cosa hanno ottenuto con la loro alta saggezza? Hanno dipinto un quadro di pazienza che non si è mai trovato tra gli uomini, né si troverà mai. Al contrario, mentre vogliono avere una pazienza troppo perfetta ed esagerata, hanno tolto il potere della pazienza alla vita umana! Oggi ci sono di nuovo degli stoici tra i cristiani: essi considerano un vizio non solo il sospiro e il pianto, ma anche la tristezza e l’ansia. Tali assurdità provengono generalmente da persone oziose che praticano la speculazione più che l’azione, e non possono quindi che produrre tali cose assurde per noi. Ma noi non vogliamo avere niente a che fare con quella filosofia ferrea che il nostro Maestro e Signore ha condannato non solo a parole ma anche con l’esempio. Sospirava e versava lacrime per le afflizioni proprie e altrui, non istruiva altrimenti i suoi discepoli. "Voi piangerete e vi lamenterete", dice, "ma il mondo si rallegrerà" (Giov 16:20). Egli ha espressamente benedetto coloro che piangono, affinché nessuno faccia della tristezza un vizio! (Mat 5,4). Non c’è da meravigliarsi che faccia questo. Se tutte le lacrime sono da condannare, che tipo di giudizio vogliamo dare al Signore stesso, dal cui corpo sono sgorgate lacrime di sangue? (Luca 22,44). Se ogni paura dovesse essere considerata un segno di incredulità - cosa vogliamo fare allora con il tremore e il tremito che, secondo il racconto dei Vangeli, lo gettò pesantemente a terra? (Mat 26,37). Se ogni tristezza suscita il nostro disappunto, come possiamo allora approvare che egli confessi se stesso: "L’anima mia è addolorata fino alla morte"? (Mat 26,38).

III,8,10 Ciò che ho appena detto ha lo scopo di trattenere i cuori pii dalla disperazione, affinché non abbandonino completamente ogni desiderio di pazienza, perché non possono abbandonare il sentimento naturale del dolore. Perché se qualcuno trasforma la pazienza in insensibilità, un uomo coraggioso e risoluto in un blocco, allora tale disperazione deve necessariamente colpirlo! Le Scritture lodano i santi per la loro pazienza quando sono sfidati dalla durezza delle avversità e tuttavia non si spezzano e non cadono a terra, quando sono tormentati dall’amarezza e tuttavia sono pieni di gioia spirituale, quando sono oppressi dalla paura e tuttavia tirano un sospiro di sollievo perché il conforto di Dio li rende gioiosi. Nel frattempo, un duro conflitto è vivo nei loro cuori: il loro sentimento naturale fugge e rifugge da ciò che sente essere contrario, mentre l’atteggiamento pio, d’altra parte, penetra anche attraverso queste difficoltà all’obbedienza alla volontà di Dio. Il Signore ha espresso questo conflitto quando ha detto a Pietro: "Quando eri più giovane, ti cingevi e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio, … un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vuoi". (Giov 21:18). Non si può supporre che Pietro, quando era necessario glorificare Dio con la morte, si sarebbe lasciato trascinare con riluttanza e controvoglia a morire; altrimenti il suo martirio meriterebbe poche lodi. Ma sebbene abbia obbedito alla direzione divina con la più grande gioia del cuore, tuttavia non ha abbandonato le sue vie umane, e quindi è stato lacerato da una volontà contrastante. Se considerava la morte cruenta che doveva subire in sé e per sé, era sopraffatto dall’orrore di essa e l’avrebbe volentieri scampata. Ma se invece considerava che il comando di Dio lo chiamava a quella morte, la sua paura fu vinta e fu calpestata, ed egli prese volentieri e con gioia la morte su di sé. Se, dunque, vogliamo essere discepoli di Cristo, dobbiamo sforzarci di essere pieni nei nostri cuori di una tale riverenza, di una tale obbedienza a Dio, che tutti gli impulsi resistenti possano così essere domati e sottomessi al loro dominio. Così avverrà che anche nelle più grandi ansie del cuore ci aggrapperemo fermamente alla pazienza - qualunque sia la croce che ci tormenta! Perché la sfortuna stessa avrà sempre la sua durezza per tormentarci. Se la malattia ci affligge, sospireremo e diventeremo inquieti e desidereremo la guarigione; se la povertà ci opprime, saremo tormentati dal pungolo della preoccupazione e della tristezza; allo stesso modo, proveremo dolore per il disonore, il disprezzo e l’ingiustizia; piangeremo lacrime amare alla morte dei nostri cari, come la natura richiede - ma la fine sarà sempre: Il Signore ha voluto così, quindi seguiamo la sua volontà. Sì, in mezzo al dolore, ai sospiri e alle lacrime, deve sempre sorgere in noi questo pensiero, che rende il nostro cuore incline a sopportare con gioia la stessa cosa per la quale si permette di essere così ansioso!

III,8,11 Ma il modo migliore per sopportare pazientemente la croce lo troviamo quando contempliamo la volontà di Dio. Per questo motivo, devo chiarire in poche parole la differenza tra la pazienza filosofica e quella cristiana. Perché veramente tra i filosofi solo pochissimi hanno raggiunto un’intuizione tale da riconoscere che nella tribolazione siamo esercitati dalla mano di Dio, e che sono giunti alla conclusione che in questa materia si deve rendere obbedienza a Dio. Ma anche questi citano solo come motivo l’informazione che è così necessaria. Ma questo non significa altro che dobbiamo cedere a Dio, perché sarebbe vano lottare contro di Lui. Perché se obbediamo a Dio solo perché è necessario, la nostra obbedienza finirà quando potremo fuggire. La Scrittura, invece, ci dice di considerare qualcosa di molto diverso sulla volontà di Dio, cioè prima la sua giustizia ed equità e poi anche la sua preoccupazione per la nostra salvezza. Le esortazioni cristiane alla pazienza devono essere intese in questo senso. Sia che siamo afflitti dalla povertà, o dall’esilio, o dal carcere, o dalla disgrazia, o dalla malattia, o dalla perdita dei nostri cari, o da qualsiasi altra cosa simile, dobbiamo sempre tenere a mente che nessuna di queste cose può accadere senza la volontà e la provvidenza di Dio. Ma inoltre dobbiamo tenere a mente che egli agisce sempre e solo secondo un ordine completamente giusto. Perché allora - i nostri innumerevoli e quotidiani misfatti non meritano di essere puniti più severamente e con verghe più dure di quelle che ci fa sentire nella sua bontà? Non è forse del tutto giusto che la nostra carne sia sottomessa e aggiogata, che non operi, secondo il suo genere, nella selvaggia avidità, la sua dissolutezza? La giustizia e la verità di Dio non sono forse degne che noi dobbiamo soffrire le avversità per il suo bene? Nelle nostre afflizioni si manifesta l’indubbia giustizia di Dio, e quindi non possiamo brontolare o opporci senza diventare ingiusti. Ora non si sente più quel discorso gelido: bisogna cedere a Dio perché è necessario. No, sentiamo un’istruzione viva ed efficace: dobbiamo obbedire perché è sbagliato davanti a Dio resistere; dobbiamo sopportare con pazienza perché l’impazienza è ribellione alla giustizia di Dio. Ma solo ciò che sappiamo essere per la nostra salvezza e il nostro bene ci è gradito. Per questo il nostro caro Padre ci offre anche il suo conforto in questo passaggio dicendoci che egli provvede alla nostra salvezza proprio attraverso la croce che ci dà da portare. Ma se è certo che le nostre afflizioni sono salvifiche per noi, perché non dovremmo prenderle su di noi con un cuore grato e tranquillo? Se poi li subiamo con pazienza, non soccombiamo alla necessità, ma ci consoliamo con ciò che è bene per noi. Tali pensieri, penso, nonostante tutto, rendono il cuore largo nella gioia spirituale, per quanto si sia stretto sotto la croce per il sentimento naturale dell’amarezza! Da questo deriva il ringraziamento, che non può essere senza gioia. La lode al Signore e la gratitudine a Lui possono venire solo da un cuore gioioso e lieto; e non c’è nulla che possa essere un ingresso a questa lode. Questo dimostra quanto sia necessario che l’amarezza della croce sia ammorbidita dalla gioia spirituale.


Capitolo nove

Sul desiderio della vita futura

III,9,1 Ma qualunque siano le afflizioni che ci opprimono, dobbiamo sempre tenere presente il loro scopo: dobbiamo imparare ad abituarci a disprezzare la vita presente, ed essere così provocati a desiderare la vita futura. Ma Dio sa molto bene quanto siamo inclini per natura a un amore insensato di questo mondo, e perciò usa i mezzi migliori per tirarci fuori da esso e per scacciare la nostra sonnolenza, affinché non ci blocchiamo troppo tenacemente in tale amore! È vero che tutti vorremmo dare l’impressione di desiderare e di tendere all’immortalità celeste per tutta la vita. Perché ci vergogniamo di non superare in nessun aspetto gli animali irragionevoli, e la loro condizione non sarebbe affatto inferiore alla nostra, - se dopo la morte non avessimo più la speranza della vita eterna! Ma se si esaminano i pensieri, i pensieri e le azioni degli uomini, non si trova altro che la terra! Ma è da qui che viene l’ottusità, che il nostro intelletto si lascia così sopraffare e accecare dal fascino vuoto della ricchezza, del potere e dell’onore che non può più guardare oltre. Anche il nostro cuore è così appesantito dall’avidità, dall’ambizione e dalla lussuria che non può più salire più in alto. In breve, tutta la nostra anima è impigliata nel richiamo della carne e quindi cerca la sua felicità sulla terra. Il Signore vuole contrastare questo male e insegna ai suoi la vanità della vita presente attraverso continue prove di miseria. Affinché non si aspettino una pace indisturbata e sicura da questa vita, Egli permette che siano spesso turbati e sfidati dalla guerra o dalla sedizione o dal furto o da altri oltraggi. Per evitare che siano troppo avidi nella ricerca di ricchezze fragili e deperibili, o che si tranquillizzino per le ricchezze che possiedono, egli porta la miseria su di loro, o almeno li mantiene ad un livello mediocre, a volte con il bando, a volte con l’aridità del suolo, a volte con la conflagrazione, o in qualche altro modo. Affinché non si trovino troppo a loro agio nei piaceri del matrimonio, egli li fa affliggere dalla cattiveria del coniuge, o li umilia con una progenie malvagia, o li addolora con la perdita dell’amato. Ma anche se è indulgente verso di loro in tutte queste cose, si preoccupa che non si gonfino di sciocca autogloria o siano troppo sicuri di sé: fa capire loro, attraverso la malattia e il pericolo, quanto siano impermanenti e transitori tutti i beni che sono soggetti alla mortalità. Possiamo fare un vero progresso sotto la disciplina della croce solo quando impariamo che questa vita, se considerata in sé e per sé, è inquieta, tempestosa e miserabile in molti modi, ma non veramente felice sotto nessun aspetto, e che tutto ciò che consideriamo come i beni di questa vita è impermanente, fugace, vano, mescolato a molti mali e corrotto da essi. Solo allora abbiamo progredito nella scuola della croce, quando traiamo da tale intuizione allo stesso tempo la conclusione che non abbiamo nulla da cercare qui e nulla da aspettarci se non la lotta, e che dobbiamo alzare gli occhi al cielo se vogliamo vincere una corona! Dobbiamo quindi tener fermo il fatto che i nostri cuori non si alzeranno mai e poi mai per desiderare e aspirare alla vita futura se prima non sono pieni di disprezzo per il presente!

III,9,2 Qui ci troviamo di fronte a un o-o, accanto al quale non c’è un terzo: o la terra deve essere indegna di noi - o ci tiene prigionieri in un amore smodato! Se, quindi, c’è in qualche modo una preoccupazione per l’eternità che vive in noi, dobbiamo premere diligentemente per liberarci da queste catene del male. Ma la vita presente ha molte cose lusinghiere con cui ci inganna, molta grazia e dolcezza apparente con cui vuole attirarci, e quindi è molto necessario che siamo richiamati di continuo da essa, per non essere irretiti da tali incanti. Vorrei sapere, caro lettore, cosa succederebbe se dovessimo godere qui di un’abbondanza permanente di beni e di felicità - quando nemmeno il costante pungiglione del male riesce a destarci a considerare la miseria di questa vita! La vita dell’uomo è come un fumo o un’ombra - questo non solo è ben noto alle persone colte, ma è anche una verità proverbiale ben nota ai semplici. Si è anche riconosciuto che è una verità particolarmente utile da conoscere, e per questo è stata esaltata con molti detti eccellenti. Eppure non c’è quasi nulla che siamo più negligenti nel considerare e meno riflessivi! Perché in tutto ciò che facciamo, ci comportiamo come se volessimo diventare immortali qui sulla terra! Quando incontriamo un corteo funebre o quando camminiamo tra le tombe, l’immagine della morte ci appare davanti agli occhi, e di fronte a questo - lo ammetto - filosofeggiamo tremendamente sulla vanità di questa vita! Ma non facciamo sempre neanche questo, e il più delle volte non ci fa nessuna impressione. Ma quando ci mettiamo a filosofare, è una saggezza momentanea - non appena voltiamo le spalle, è già svanita, e non lascia la minima traccia di memoria. In breve, svanisce come un applauso di teatro a qualche commedia deliziosa! Ma non solo mettiamo la morte fuori dalla nostra mente, ma anche la mortalità stessa, come se nessuna voce di essa ci avesse mai raggiunto, e torniamo alla sicurezza superficiale, come se fossimo immortali sulla terra. Se qualcuno ci dice il proverbio che l’uomo è un animale di un giorno, lo ammettiamo, ma ci facciamo così poca attenzione che il pensiero che abbiamo un’esistenza permanente qui è ancora profondamente radicato nel nostro cuore. Chi può negare che abbiamo tutti un gran bisogno - voglio dire, non solo di essere ricordati con le parole, ma anche di essere convinti da quante più esperienze possibili di quanto sia miserabile la nostra vita terrena! Perché anche quando siamo condannati di questo, a malapena cessiamo di gelare con una falsa e sciocca ammirazione di questa vita, come se contenesse la più alta perfezione del bene! Se Dio ha bisogno di educarci, è ancora una volta nostro dovere ascoltarLo quando ci chiama e ci stimola nella nostra ottusità, in modo che possiamo tenere il mondo in bassa considerazione e impostare i nostri cuori nella ricerca della vita a venire.

III,9,3 I credenti si abituino dunque a disprezzare la vita presente, ma in modo tale che da essa non scaturisca né odio per questa vita né ingratitudine verso Dio. Perché anche se questa vita può essere piena di miseria infinita, tuttavia la consideriamo giustamente tra le benedizioni di Dio, che non devono essere disprezzate. Se, quindi, non riconosciamo in essa alcun beneficio divino, siamo colpevoli di non poca ingratitudine verso Dio stesso. Soprattutto per i credenti deve essere una testimonianza della benevolenza divina, perché è, dopo tutto, interamente destinato a servire alla promozione della loro salvezza. Perché Dio, prima di rivelarci apertamente l’eredità della gloria eterna, vuole mostrarsi con prove minori del Padre nostro: tali prove sono tutti i beni che ci dona ogni giorno. Se dunque questa vita ci serve per conoscere la bontà di Dio, come possiamo rifiutarla, come se non avesse nemmeno una scintilla di bontà? Dobbiamo accettare questo sentimento e questo atteggiamento per annoverare questa vita tra i doni della bontà divina, che non dobbiamo mai e poi mai rifiutare. La Scrittura ce ne dà moltissime e chiarissime testimonianze. Ma anche se non ci fossero, la natura stessa ci ammonisce a rendere grazie al Signore per averci portato alla luce di questa vita, per averci dato questa vita da usare e per averci dato tutti i mezzi necessari per conservarla. Abbiamo molto più motivo di ringraziare quando consideriamo che in questa vita siamo preparati, per così dire, alla gloria del regno dei cieli. Perché il Signore ha ordinato che coloro che un giorno saranno incoronati in cielo debbano prima sopportare le lotte sulla terra, per non trionfare senza aver sopportato le difficoltà della guerra e aver vinto la vittoria. Inoltre, c’è un’altra ragione (per ringraziare): già in questa vita cominciamo a gustare la dolcezza della bontà di Dio tra molti benefici, e questo dovrebbe affinare la nostra speranza e il nostro desiderio di aspettarne la piena rivelazione. È quindi certo che la nostra esistenza terrena, così come la viviamo, è un dono della bontà divina, per il quale siamo debitori a Dio e di conseguenza dobbiamo anche ricordarci di Lui ed essergli grati. Ma se questo è chiaro, allora cominceremo anche a considerare la miserabile condizione di questa vita; così saremo anche liberati dalla troppo grande avidità per essa, alla quale, come ho detto, siamo naturalmente inclini.

III,9,4 Ora ciò che sottraiamo all’amore perverso della vita presente deve servire a rafforzare il desiderio di una vita migliore. Ammetto che gli uomini che pensavano che fosse meglio non nascere affatto, e in secondo luogo meglio essere portati via il più presto possibile, si sentivano davvero nel giusto, perché mancava loro la luce di Dio e il vero timore di Dio, e cos’altro potevano vedere nella vita se non disgrazia e bruttezza? Altri celebravano il compleanno dei loro con lutto e lamento, ma i funerali con gioia apertamente esibita; anche loro non agivano senza motivo, eppure le loro azioni rimanevano senza frutto. Perché erano privi della giusta dottrina della fede e quindi non vedevano come ciò che di per sé non è né felice né desiderabile serva tuttavia al meglio ai pii; perciò non andavano oltre la disperazione nel loro giudizio. Pertanto, quando i credenti considerano la vita mortale, il seguente dovrebbe servire come principale punto di riferimento: quando riconoscono che questa vita in sé e per sé non è altro che miseria, dovrebbero dedicarsi con tutta la gioia e la prontezza maggiori a lottare per quella che verrà, la vita eterna. Una volta che questo paragone è stato fatto, non solo la vita terrena può essere tenuta in bassa considerazione, ma dovrebbe anche essere completamente disprezzata e disprezzata in confronto alla vita a venire. Perché se il cielo è la nostra casa, che cos’è la terra se non un’esilio? Se l’emigrazione da questo mondo è l’ingresso nella vita, cos’è il mondo se non una tomba? Che cosa significa allora rimanere nel mondo se non che siamo sprofondati nella morte? Se la liberazione dal corpo ci porta alla vera libertà, cos’è questo corpo se non una prigione? Se la massima beatitudine consiste nel godere della presenza di Dio, non è forse una miseria doverne fare a meno? Ma noi siamo veramente "lontani dal Signore" finché non abbiamo preso congedo da questo mondo. Se si paragona la vita terrena con quella celeste, senza dubbio la si disprezza e la si calpesta. Tuttavia, non dovremmo mai odiarla, se non nella misura in cui ci rende soggetti al peccato; ma anche questo odio non dovrebbe essere realmente diretto verso la vita stessa. Sia come sia, dovremmo in ogni caso provare avversione e odio verso questa vita in modo tale da desiderare la sua fine, ma allo stesso tempo siamo pronti a rimanere in essa secondo la volontà del Signore; la nostra avversione dovrebbe quindi essere lontana da ogni brontolio e impazienza. La vita è come una sentinella sulla quale il Signore ci ha posto e che non dobbiamo lasciare finché non ci chiama. Anche Paolo piange per la sua sorte, perché è legato dalle pastoie del corpo più a lungo di quanto possa desiderare, e sospira con un caldo desiderio di redenzione (Rom 7:24), eppure vuole obbedire al comando di Dio e confessa di essere pronto a vivere e a morire (Fili 1:23 s.). Egli sa che deve a Dio glorificare il suo nome attraverso la morte o la vita (Rom 14:8), e quindi spetta a Dio determinare quale servirà maggiormente a glorificarlo. Perciò, se dobbiamo vivere e morire per il Signore (Rom 14:8), lasciamo alla sua discrezione anche il limite della morte e della vita. Ma in modo tale che bruciamo di desiderio per la morte e la cerchiamo diligentemente, ma disprezziamo la vita di fronte all’immortalità che viene, e desideriamo rinunciarvi per la schiavitù del peccato, se piace al Signore.

III,9,5 È però positivamente mostruoso che molte persone che si fingono cristiane non conoscano nemmeno questo desiderio di morte e che invece ne abbiano così paura da tremare alla sola menzione di essa, come se fosse qualcosa di del tutto rovinoso e sfortunato! Non è certo sorprendente che il sentimento naturale in noi si spaventi quando sente che stiamo per essere sciolti. Ma è insopportabile che anche in un cuore cristiano non risplenda la luce della pietà, che supera e sottomette tali paure con un conforto superiore! Perché quando consideriamo che questa capanna impermanente, fragile, deperibile, fatiscente, avvizzita, marcia del nostro corpo sta per essere abbattuta, per essere presto cambiata in una permanente, perfetta, imperitura, gloria celeste - la nostra fede non deve allora desiderare ardentemente ciò da cui la nostra natura rifugge? Se consideriamo che attraverso la morte siamo chiamati a casa dall’esilio per trovare la nostra dimora nella nostra patria, e la nostra patria celeste - non dovremmo trarne conforto? Ma uno obietta: non c’è cosa che non si sforzi di conservare se stessa! Lo ammetto, e sostengo che è proprio per questa ragione che dobbiamo guardare all’immortalità futura; perché lì ci sarà concesso uno stato di permanenza tale che non è visibile da nessuna parte sulla terra! Grande è quando Paolo ci insegna che i credenti vanno allegramente alla morte, non perché sono "non vestiti" ma perché desiderano essere "vestiti" (2Cor 5:2). Anche gli irragionevoli esseri viventi, sì, anche le creature senz’anima fino al legno e alle pietre, sanno davvero della loro vanità presente e guardano all’ultimo giorno, il giorno della risurrezione, per essere liberati dalla vanità con i figli di Dio! (Rom 8:19). Non dovremmo allora, noi che siamo stati dotati della luce della ragione, sì, illuminati oltre ogni ragione dallo Spirito di Dio, non dovremmo, quando si tratta del nostro essere e dell’essere, sollevare i nostri cuori sopra questa polvere di terra? Ma non è nostro compito qui, né è il luogo per farlo, combattere una tale terribile distorsione. Ho già chiarito all’inizio che non posso assolutamente entrare in una trattazione più dettagliata dei singoli insegnamenti principali. Consiglierei a quelle menti timorose di leggere il piccolo libro di Cipriano "Sulla mortalità" - se non sono degne di essere riferite ai filosofi! In loro si potrebbe percepire il disprezzo che mostrano per la morte - e dovrebbero arrossire per questo! Ma diamo per scontato che nessuno ha fatto un vero progresso nella scuola di Cristo che non aspetta con gioia il giorno della sua morte e della sua resurrezione finale! Questa è la caratteristica con cui Paolo descrive tutti i credenti (Tito 2:13), e le Scritture hanno generalmente l’abitudine di indicarcela quando vogliono mostrarci la causa della gioia perfetta. Il Signore dice: "Rallegratevi e alzate il capo, perché la vostra redenzione è vicina". (Luca 21:28; le prime due parole sono aggiunte). Chiedo solo: si può capire che in noi c’è solo dolore e terrore, che, secondo la volontà del Signore, dovrebbe servire solo a risvegliare in noi gioia e letizia? Se è così per noi, perché ci vantiamo ancora del Signore come nostro Maestro? No, lasciamo sorgere in noi un senso migliore e, contro ogni resistenza del cieco e ottuso desiderio carnale, non solo desideriamo senza esitazione la venuta del Signore, ma l’attendiamo con sospiro e desiderio come il più beato di tutti gli eventi! Perché Egli verrà a noi come il Redentore, che ci trarrà fuori da questa insondabile fossa di male e miseria e ci farà entrare nella beata eredità della Sua vita e gloria!

III,9,6 È proprio così: tutta la nazione dei credenti, finché abita su questa terra, è necessariamente come una pecora condotta al macello; perché deve essere conformata a Cristo, il suo capo (Rom 8,36). I credenti sarebbero dunque i più desolati di tutti gli uomini se non alzassero i loro cuori al cielo e non vincessero così tutto ciò che è in questo mondo e non si lasciassero alle spalle la forma presente delle cose (1Cor 15:19). Ma quando hanno alzato la testa sopra tutte le cose terrene, allora vedono bene come gli empi vivono in floride ricchezze e onori, vedono come godono di pace indisturbata, come camminano orgogliosamente in ogni tipo di splendore e abbondanza e hanno tutti i piaceri in abbondanza - sono anche oppressi dalla malvagità degli empi, devono soffrire il disprezzo del loro orgoglio, sono depredati dalla loro cupidigia e afflitti da altri tipi di arbitrio - ma tuttavia resisteranno facilmente anche in tali mali. Perché davanti ai loro occhi c’è il giorno in cui il Signore riceverà i suoi fedeli nel riposo del suo regno, quando "asciugherà ogni lacrima dai loro occhi", quando li rivestirà con la veste della gloria e della gioia, quando li nutrirà con la dolcezza indicibile delle sue delizie, quando li eleverà alla comunione nella sua gloria esaltata e infine li degnerà di una partecipazione alla sua beatitudine! (Isa 25, 8; Ap. 7, 17). Ma quegli empi che erano in piena fioritura sulla terra, egli li getterà nella vergogna più totale, trasformerà i loro piaceri in tormento, il loro riso, la loro gioia in pianto e stridore di denti, disturberà la loro pace con l’amaro tormento della coscienza e punirà la loro mollezza con un fuoco inestinguibile, ma i pii, di cui hanno abusato della loro pazienza, li metterà sopra la testa! Secondo la testimonianza di Paolo, la giustizia consiste nel fatto che Dio "dà riposo" ai miseri e agli afflitti ingiustamente, ma "ripaga" i malvagi che "affliggono" i pii, "quando dunque il Signore Gesù sarà rivelato dal cielo…" (2Tess 1,6 s.). Questa è veramente la nostra unica consolazione; se ci fosse tolta, dovremmo o disperare completamente o lasciarci placare dalle vane consolazioni del mondo fino alla nostra rovina! Il profeta confessa anche di essere quasi inciampato con i piedi quando aveva indugiato troppo a lungo nella contemplazione del benessere presente dei malvagi; confessa di essersi potuto rialzare solo entrando nel santuario del Signore e fissando gli occhi sull’ultima fine che è in serbo per i pii e i malvagi (Sal 73:2, 17). Per arrivare a una breve conclusione: Solo allora la croce di Cristo trionfa nel cuore dei fedeli sul diavolo e la carne, sul peccato e l’empio, quando i loro occhi sono fissi sulla potenza della risurrezione!


Capitolo dieci

Come dovremmo usare la vita presente e le sue risorse.

III,10,1 Con queste linee guida di base, la Scrittura ci dà anche le giuste istruzioni su quale sia il giusto uso dei beni terreni. Questa è una domanda che non dobbiamo tralasciare nella formazione della nostra vita. Perché se dobbiamo vivere, dobbiamo anche usare i mezzi necessari alla vita. Non possiamo evitare ciò che sembra essere più per piacere che per necessità. Dobbiamo quindi essere moderati per usare questi mezzi con la coscienza pulita, sia per necessità che per piacere. Il Signore ci prescrive questa misura nella sua Parola: ci insegna che questa vita presente è, per così dire, una peregrinazione per i suoi, sulla quale si sforzano verso il regno dei cieli. Se, dunque, dobbiamo semplicemente vagare sulla terra, dobbiamo senza dubbio utilizzare i suoi beni per favorire il nostro corso invece di ostacolarlo. Così Paolo dà il consiglio, per nulla improprio, di usare questo mondo come se non lo usassimo, e di comprare i beni con lo stesso spirito con cui li si vende (1Cor 7:30 s.). Ma qui siamo su un terreno scivoloso, ed è molto facile cadere da entrambi i lati, quindi facciamo attenzione a calpestare saldamente dove possiamo stare saldamente. Perché ci sono stati alcuni uomini altrimenti buoni e santi che hanno visto che l’intemperanza e la dissolutezza vanno sempre oltre ogni misura nell’avidità sfrenata, se non sono tenute rigorosamente sotto controllo - e quindi hanno cercato di porre rimedio a tale male pernicioso; ma nel fare questo solo un mezzo è venuto loro in mente: hanno permesso all’uomo l’uso dei beni corporei solo nella misura in cui questo era necessario per il bisogno. Questo è certamente un consiglio pio, ma i suoi autori erano troppo severi. Perché stavano facendo qualcosa di molto pericoloso: stavano mettendo alla coscienza un laccio più stretto di quelli con cui la Parola del Signore la lega. Per "bisogno" intendevano inoltre che l’uomo doveva astenersi da tutto ciò di cui poteva fare a meno; secondo la loro opinione, non si può godere di nulla se non del pane e dell’acqua. Altri erano ancora più severi: si racconta di un tebano di nome Krates che gettò tutte le sue ricchezze in mare perché pensava che se i suoi beni non fossero periti, sarebbe stato distrutto da essi. Oggi, però, ci sono molte persone che cercano un pretesto per scusare l’indulgenza della carne nell’uso delle cose esteriori, e che vogliono così spianare la strada alla sua esuberanza; questi ora assumono - cosa che io non ammetto affatto! - Ora danno per scontato - cosa che io non ammetto in alcun modo - che questa libertà non deve essere limitata da nessuna misura stabilita, ma che deve essere lasciata alla coscienza dell’individuo di prendere quanto ritiene ammissibile. Ammetto che le coscienze non devono e non possono essere vincolate da formule fisse e precise della legge; ma poiché la Scrittura dà regole generali per il giusto uso (dei beni terreni), dovremmo certamente misurarlo secondo queste regole.

III,10,2 Il principio principale dovrebbe essere il seguente: l’uso dei doni di Dio non devia dalla retta via se è diretto allo scopo per il quale il Datore stesso ha creato e destinato questi doni per noi. Li ha creati per il nostro bene e non per la nostra distruzione. Pertanto, nessuno si atterrà al giusto cammino meglio di colui che tiene diligentemente a mente questo scopo. Se, poi, consideriamo lo scopo per cui ha creato il cibo, scopriremo che non lo ha inteso solo per le nostre necessità, ma anche per il nostro godimento e piacere! Così, oltre alla necessità del nostro abbigliamento, aveva in mente anche un aspetto grazioso e la decenza come scopo. Erbe, alberi e frutti non dovrebbero solo portarci molti benefici, ma dovrebbero anche essere piacevoli da guardare e avere un odore gradevole. Se questo non fosse vero, il profeta non potrebbe annoverare tra i benefici di Dio il fatto che "il vino rende lieto il cuore dell’uomo" e che "la sua forma è resa bella dall’olio" (Sal 104,15). Se questo fosse il caso, le Scritture non potrebbero ricordarci ancora e ancora in lode della Sua bontà che Lui stesso ha dato tutte queste cose all’umanità! Anche i doni naturali delle cose stesse ci mostrano sufficientemente per quale scopo e in che misura possono essere goduti. Il Signore ha adornato i fiori di una tale bellezza che si impongono ai nostri occhi, ha dato loro una fragranza così dolce che il nostro olfatto ne è rapito - come dovrebbe essere un crimine allora se una tale bellezza tocca i nostri occhi, una tale dolce fragranza il nostro naso? Come, allora, non ha distinto i colori in modo che uno sia più affascinante dell’altro? Non ha forse dato all’oro e all’argento, all’avorio e al marmo, una tale bellezza da renderli preziosi al di sopra di altri metalli e pietre? Non ha forse reso molte cose preziose per noi al di là del loro uso necessario?

III,10,3 Via dunque quella filosofia disumana che vorrebbe farci usare le creature solo per necessità, e privarci così di un frutto permesso della beneficenza divina, anche quando ha tolto tutti i sensi all’uomo e lo ha reso un blocco! Ma non dobbiamo essere meno diligenti dall’altra parte nel trattare la concupiscenza della carne; se non è costretta all’ordine, va oltre gli argini senza misura, e, come ho detto, ha i suoi sostenitori che le permettono tutto e il contrario di tutto con il pretesto della libertà che ci è concessa. La prima cosa da fare è di trattenerlo dicendo che tutto è stato creato per noi affinché riconosciamo il datore e ringraziamo per la sua bontà nei nostri confronti. Ma dov’è questo ringraziamento quando ci abbandoniamo così eccessivamente al cibo e al vino da diventare ottusi o inadatti a compiere i doveri della pietà o della nostra professione? Dov’è la conoscenza di Dio quando la carne, nella sua abbondanza, diventa così avida da infettare il cuore con la sua impurità, così che non si può più vedere ciò che è buono e onorevole? Quanto ai vestiti, dov’è la gratitudine verso Dio quando li adorniamo sontuosamente e poi ci ammiriamo in essi e teniamo gli altri in bassa considerazione, o quando ci lasciamo sedurre nella castità dal loro splendore, dal loro splendore? Dov’è la conoscenza di Dio se il nostro cuore è legato alla magnificenza dei nostri vestiti? Molte persone danno tutti i loro sensi al piacere a tal punto che il loro cuore è schiacciato a terra. Molti provano un tale piacere nel marmo o nell’oro o nei quadri che essi stessi diventano, per così dire, marmo, si trasformano in metallo o diventano come i quadri dipinti! Altri sono così ottusi dalla fragranza della cucina e dalla dolcezza dei profumi che non riescono più a sentire nulla di spirituale! Lo stesso si può osservare riguardo ad altri beni terreni. Perciò, la stessa considerazione data qui sembra tenere la libertà di abusare dei doni di Dio in qualche modo sotto controllo, e la regola di Paolo è confermata qui che non dovremmo prenderci cura della nostra carne in modo tale che essa possa vivere le sue concupiscenze (Rom 13:14); perché se cediamo troppo alle concupiscenze, allora esse si scatenano senza misura né ritegno!

III,10,4 Ma troviamo la via più sicura se disprezziamo la vita presente e aspiriamo all’immortalità celeste. Questo porta a due regole. Il primo si trova nell’istruzione di Paolo: "Quelli che usano questo mondo siano di mente come se non lo usassero… quelli che hanno mogli come se non ne avessero, quelli che comprano come se non comprassero…". (1Cor 7:29-31; non il testo di Lutero e non nell’ordine dato). La seconda regola è: sappiano sopportare la mancanza con tranquillità e pazienza, e anche l’abbondanza con moderazione. Quando Paolo ci istruisce di usare questo mondo come se non lo usassimo, non sta sradicando solo ogni intemperante golosità nel cibo e nelle bevande, non solo ogni eccessiva mollezza, ogni orgoglio, ogni arroganza e pomposità e ogni ostinazione nei nostri cibi, case e vestiti - no, in generale ogni preoccupazione e dipendenza che ci porta lontano dal pensare alla vita celeste e dallo zelo per lo sviluppo della nostra anima o ci ostacola in essa! Ma è vero quello che Catone disse una volta: chi si preoccupa molto del suo ornamento esteriore si preoccupa molto poco della virtù. E un vecchio proverbio dice allo stesso modo: chi si preoccupa molto della cura del suo corpo, di solito non si preoccupa della sua anima! Così la libertà dei fedeli in queste cose esteriori non deve certo essere vincolata a certe formule; ma è tuttavia soggetta a una legge, e questa significa: devono ammettere il meno possibile a se stessi, e d’altra parte, nella costante tensione del loro cuore, essere ansiosi di evitare ogni spesa di ricchezza superflua e di frenare completamente la dissipazione. Dovrebbero essere diligentemente attenti a non crearsi degli ostacoli per aiutare!

III, 10,5 La seconda regola è (cfr. Sezione 4, pagina 469, riga 1): se uno vive in circostanze ristrette e magre, deve pazientemente saper fare a meno, per non preoccuparsi nel desiderio smodato di ciò che gli manca. Chi si attiene a questa regola ha fatto non pochi progressi nella scuola del Signore. D’altra parte, colui che non ha fatto almeno qualche progresso in questo pezzo difficilmente potrà dimostrarsi un discepolo di Cristo. Perché prima di tutto, il desiderio di cose terrene è unito a molti altri vizi. E poi anche colui che sopporta la mancanza senza pazienza mostrerà, di regola, l’infermità opposta in abbondanza. Ecco come lo capisco: se uno si vergogna in abiti umili, si vanterà in abiti squisiti; se uno non si accontenta di un cibo semplice ed è turbato dal desiderio di uno più distinto, abuserà anche dei piaceri smodatamente quando gli cadranno una volta; se uno occupa una posizione umile nascosta alla vista pubblica e può sopportarla solo con difficoltà e un cuore turbato, difficilmente si tratterrà dall’orgoglio gonfio se una volta arriverà all’onore. Perciò ogni persona che cerca la pietà senza ipocrisia si sforzi di imparare ciò che l’apostolo ci mostra con il suo stesso esempio: "Io sono… capace sia di essere sazio che di avere fame, sia di risparmiare che di mancare" (Fili 4:12). Inoltre, le Scritture hanno una terza regola per darci la giusta misura per l’uso delle cose terrene. Abbiamo già parlato di questa regola quando abbiamo parlato dei comandamenti dell’amore. Lì abbiamo detto che tutte queste cose terrene ci sono date per bontà di Dio e messe in uso in modo tale che sono, per così dire, beni affidati, di cui dobbiamo rendere conto un giorno. Quindi dovremmo distribuire questo bene e far risuonare sempre nelle nostre orecchie la parola: "Rendete conto della vostra amministrazione! (Luca 16,2). Allo stesso tempo, dovremmo anche considerare chi è veramente che esige un resoconto da noi in questo modo: è, dopo tutto, lui che ci ha raccomandato così fortemente l’astinenza, la sobrietà, la prudenza e la moderazione, e di conseguenza maledice la dissipazione, l’arroganza, la vanità e la vanità. Egli non approva altra distribuzione dei nostri beni che quella in cui regna anche l’amore. Egli ha già condannato con la Sua stessa bocca tutti i piaceri che portano il cuore umano lontano dalla castità e dalla purezza, o che avvolgono la nostra mente nelle tenebre.

III,10,6 Infine, è importante notare che il Signore comanda a ciascuno di noi di essere attento alla nostra professione in tutto ciò che facciamo. Perché Egli sapeva quanta bruciante inquietudine riempie lo spirito umano, quanta irrequietezza lo spinge ad andare avanti e indietro, e quanto avida è la sua ambizione di afferrare le cose più diverse allo stesso tempo! Così, per evitare che per la nostra follia e presunzione tutte le cose in cielo e in terra siano gettate nella confusione, Egli ha nominato le diverse specie di vita (vitae genera) e ha assegnato a ciascuna i suoi compiti speciali. E affinché nessuno oltrepassi incautamente i suoi limiti, ha chiamato queste forme di vita professioni. Per ognuno di noi, quindi, la nostra forma di vita è, per così dire, un posto di guardia che il Signore ci ha assegnato, affinché non siamo spinti in giro per tutta la vita. Questa distinzione (delle professioni) è di grande importanza; infatti, il giudizio di tutte le nostre azioni davanti a Dio si basa su di essa; e spesso in modo sostanzialmente diverso da come la nostra ragione umana o filosofica giudicherebbe. Così, per esempio, anche tra i filosofi è considerato il più glorioso di tutti gli atti quando si libera la patria dalla tirannia. La parola del giudice celeste, invece, pronuncia una chiara sentenza di condanna contro colui che, come privato cittadino, ha alzato la mano contro un tiranno. Ma non voglio soffermarmi sull’enumerazione degli esempi. La cosa principale è sapere che la chiamata del Signore è il punto di partenza e la base di ogni azione giusta; chi non agisce secondo essa non si manterrà mai e poi mai sulla strada giusta nella (posizione verso) i suoi doveri! Una tale persona può a volte fare qualcosa che è lodevole in apparenza, ma qualunque cosa possa apparire agli occhi dell’uomo, sarà respinta davanti al trono di Dio. Inoltre, (con una tale persona) non ci sarà uniformità nelle singole sfere della vita stessa. Pertanto, la nostra vita sarà plasmata più correttamente se la dirigiamo secondo questo punto di vista. Perché allora nessuno sarà spinto dalla propria presunzione a intraprendere più di quanto la sua professione comporta; allora saprà che ci è proibito andare oltre i nostri limiti. Colui che è un uomo non ufficiale condurrà la sua vita ("privata"), priva di doveri pubblici, senza affanno, per non lasciare il posto dove Dio lo ha posto. D’altra parte, ci darà non poco sollievo nelle preoccupazioni, nei problemi, nelle difficoltà e negli altri fardelli, se ogni individuo sa che Dio è la sua guida in tutte queste cose. Se è una persona in autorità, allora sarà più disposto a svolgere il suo lavoro ufficiale; se è un padre di famiglia, farà diligentemente il suo dovere - e ognuno nel suo modo di vivere sopporterà e ingoierà disagi, preoccupazioni, problemi e paure se sarà sicuro che il suo fardello è posto su tutti da Dio. Da questo poi scaturisce anche una gloriosa consolazione: perché se solo obbediamo alla nostra chiamata, nessuna opera sarà così sgradevole e piccola da non brillare davanti a Dio ed essere considerata molto deliziosa!


Capitolo undici

VDella giustificazione per fede. Cosa significa l’espressione e di cosa si tratta?

III,11,1Credo di aver già spiegato abbastanza dettagliatamente sopra come ci sia solo un mezzo per le persone che sono maledette dalla legge per riacquistare la salvezza, cioè la fede. Allo stesso modo, spero di aver mostrato a sufficienza cos’è questa fede, quali benefici di Dio dona all’uomo e quali frutti produce in lui. La cosa principale era questa: Cristo ci è dato per la bontà di Dio; nella fede lo afferriamo e lo possediamo. Attraverso la comunione con lui riceviamo prima di tutto una duplice grazia: da un lato siamo riconciliati con Dio attraverso la sua innocenza, così che ora non è più il nostro giudice, ma in lui abbiamo il nostro grazioso Padre nei cieli, e dall’altro lato siamo santificati dal suo Spirito e ora lottiamo per l’innocenza e la purezza della vita. Di questa rinascita, che è la seconda grazia, si è già parlato, per quanto mi è sembrato sufficiente. Ciò di cui ci occupiamo nella giustificazione è stato toccato più brevemente perché la questione richiedeva che prima chiarissimo a noi stessi due cose: da un lato, la fede, per mezzo della quale solo otteniamo la giustizia per grazia attraverso la misericordia di Dio, non è affatto inattiva senza tutte le buone opere, e dall’altro lato, dobbiamo anche sapere come sono queste buone opere dei santi, attorno alle quali ruota parte di tutta questa questione. Ora dobbiamo riflettere a fondo su questa questione (cioè quella della giustificazione), e nel farlo dobbiamo sempre tenere fermamente a mente che è il pilastro principale su cui poggia la nostra adorazione di Dio - ragione sufficiente per prestare la massima attenzione e cura qui! Se non sai prima di tutto come stai con Dio e quale giudizio Egli pronuncia su di te, non c’è nessun fondamento su cui la tua salvezza possa poggiare e quindi nessun fondamento su cui tu possa stabilire la pietà verso Dio! Quanto sia necessario acquisire la conoscenza qui ci sarà ancora più chiaro quando ora ci rivolgeremo a noi stessi.

III,11,2 Ma dobbiamo stare attenti a non inciampare al primo inizio - e questo dovrebbe accadere se entrassimo nell’argomento senza sapere di cosa si tratta! Quindi, esaminiamo prima cosa si intende effettivamente quando si dice: "L’uomo è giustificato davanti a Dio" o "è giustificato dalla fede" o "dalle opere". Quando si può dire di una persona: "È giustificato davanti a Dio", significa: è considerato giusto davanti al tribunale di Dio ed è gradito a Dio per la sua giustizia. Perché l’ingiustizia è ripugnante per Dio, e quindi il peccatore non può trovare il favore ai suoi occhi, purché sia un peccatore e sia considerato tale. Perciò, dove c’è il peccato, vengono anche l’ira e il castigo punitivo di Dio. Ma è giustificato chi non è considerato un peccatore ma un uomo giusto; in questa veste può stare davanti al giudizio di Dio, davanti al quale tutti i peccatori devono crollare. Se un innocente viene portato come imputato davanti a un giudice giusto e il verdetto è conforme alla sua innocenza, si dice di lui: è stato giustificato davanti al giudice. Esattamente allo stesso modo, è giustificato davanti a Dio colui che viene tolto dalla folla dei peccatori e trova in Dio il testimone e il difensore della sua giustizia. Se, quindi, si dice che un uomo è giustificato dalle sue opere, questo può essere il caso solo se c’è una tale purezza e santità nella sua vita da meritare la testimonianza davanti al trono di Dio che egli è giusto, o se, attraverso la pulizia irreprensibile delle sue opere, egli può incontrare e soddisfare il giudizio di Dio. Per fede, invece, è giustificato colui che, escluso dalla giustizia delle opere, si appropria della giustizia di Cristo per fede; se si riveste di questa giustizia di Cristo, non appare davanti allo sguardo di Dio come peccatore, ma immediatamente come giusto. Per "giustificazione", quindi, intendo semplicemente l’accettazione con cui Dio ci accoglie nella grazia e ci permette di essere contati come giusti. Ora continuo a dire: si basa sul perdono dei peccati e sull’imputazione della giustizia di Cristo.

III,11,3 Questo può essere confermato da molte chiare testimonianze scritturali. Prima di tutto, non si può negare che la spiegazione di cui sopra della parola "giustificazione" è la più accurata e la più comune. Tuttavia, sarebbe troppo elencare tutti i passi scritturali pertinenti e confrontarli tra loro; può quindi essere sufficiente che io abbia attirato l’attenzione del lettore su di essi; egli potrà poi facilmente fare da solo le osservazioni corrispondenti. Citerò solo alcuni passi in cui la giustificazione, di cui si parla qui, è esplicitamente menzionata. Quando Luca ci dice che il popolo, dopo aver ascoltato il discorso di Cristo, "giustificò Dio" (Lutero: "giustificato", Luca 7,29), o quando Cristo ci dice che la sapienza deve "essere giustificata dai suoi figli" (Luca 7,35), questo significa che il popolo fu giustificato. 7:35), questo non significa in primo luogo che l’uomo fornisca a Dio la giustizia, perché questa rimane proprietà di Dio intatta, non importa quanto duramente il mondo intero cerchi di contestarla; né significa in secondo luogo che l’uomo renda giusta la dottrina della salvezza in primo luogo - perché questo è comunque ciò che è. Entrambe le parole significano la stessa cosa: A Dio e alla sua dottrina viene data la lode che effettivamente meritano. D’altra parte, quando Cristo rimprovera i farisei di giustificare se stessi (Luca 16,15), non intende dire che essi raggiungono veramente la giustizia facendo il bene, ma che si arrogano ambiziosamente la reputazione di una giustizia che non possiedono! Ciò che si intende qui può essere meglio compreso da coloro che conoscono l’ebraico: non solo sono chiamati "malfattori" coloro che sono consapevoli di un’azione malvagia, ma (tutti) coloro che sono sotto la sentenza di condanna. Per esempio, quando Betsabea dice: "Io e mio figlio Salomone dobbiamo essere peccatori…" (1Re 1:21), non sta riconoscendo alcun torto, ma si sta lamentando che lei e suo figlio sarebbero stati rimproverati e annoverati tra i rifiutati e i dannati. Il contesto, tuttavia, chiarisce che questa parola in latino significa anche esclusivamente un giudizio espresso su una persona o una cosa, ma non denota alcuna caratteristica di questa cosa stessa. Per quanto riguarda il nostro attuale soggetto, Paolo scrive: "Ma le Scritture hanno già visto che Dio giustifica i gentili per mezzo della fede" (Gal 3:8); ma questo può essere inteso solo per significare che Dio imputa la giustizia per mezzo della fede. Allo stesso modo, Rom 3:26 dice che Dio giustifica gli empi "che credono in Gesù"; il significato può essere solo che Dio, attraverso il dono della grazia della fede, libera il peccatore dalla condanna che si era guadagnato con la sua empietà. Questo è mostrato ancora più chiaramente nelle parole finali dove Paolo esclama: "Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è qui che giustifica. Chi vuole condannare? Cristo è qui, che è morto, sì, anzi, che è anche risuscitato dai morti, che … ci rappresenta!". (Rom 8:33 s.). Questo significa lo stesso di quando disse: "Chi accuserà coloro che Dio ha assolto? Chi vuole condannare coloro che Cristo difende con la sua protezione? La giustificazione, quindi, non significa altro che assolvere una persona che era sotto accusa dalla colpa, per così dire, sulla base dell’innocenza provata. Ora, quando Dio ci giustifica sulla base dell’intercessione di Cristo in nostro favore, non ci assolve riconoscendo la nostra innocenza, ma per imputazione della giustizia: siamo quindi considerati giusti in Cristo, sebbene non lo siamo in noi stessi. Questo è anche quello che sentiamo in Atti 13 nel discorso di Paolo: "… che per mezzo di lui vi è proclamato il perdono dei peccati e di tutte le cose dalle quali non potevate essere giustificati nella legge di Mosè. Ma chi crede in lui è giustificato" (Atti 13:38). Qui vediamo che dopo il perdono dei peccati, la giustificazione è aggiunta come una sorta di spiegazione. Vediamo anche chiaramente che la giustificazione ha il chiaro senso di esenzione, che è negata alle opere della legge e che è un puro dono della grazia di Cristo; vediamo anche che si coglie attraverso la fede, e vediamo infine che la soddisfazione è presupposta come condizione: Paolo dice che siamo giustificati dai nostri peccati per mezzo di Cristo. Quando si dice dell’esattore delle tasse: "Quest’uomo scese giustificato nella sua casa…" (Luca 18,14) - allora non possiamo pretendere che egli abbia ottenuto la giustizia attraverso qualsiasi merito di opere! Così ci viene detto: Egli ottenne il perdono dei peccati e fu quindi considerato giusto davanti a Dio! Quindi non è diventato giusto riconoscendo le sue opere, ma per la graziosa assoluzione di Dio. È dunque molto bello quando Ambrogio chiama la confessione dei peccati la giusta giustificazione! (Interpretazione del Sal 118,10).

III,11,4 Ma ora lasciamo la discussione sulla parola "giustificazione" e consideriamo la questione stessa. Ma se lo guardiamo come ci viene descritto, non rimarrà alcun dubbio. Paolo dice Efesini 1, versetto 5 (e 6). "Ed egli ci ha ordinati all’adozione filiale a se stesso per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà, a lode della sua gloriosa grazia, per la quale ci ha resi graditi …" (Efes 1:5 s.). "Reso accettabile" è sinonimo di "accettato". Quindi Paolo si riferisce certamente alla giustificazione come "accettazione". Vuole dire la stessa cosa che fa di solito: Dio ci giustifica per grazia (Rom 3,24). Nel quarto capitolo di Romani, tuttavia, egli chiama prima la giustificazione "imputazione della giustizia" (Rom 4:6), e poi la associa senza esitazione al perdono dei peccati. Dice: "Secondo quello che dice anche Davide, che la beatitudine è dell’uomo solo, al quale Dio imputa la giustizia senza opere, dicendo: ’Beati coloro ai quali sono perdonate le iniquità…’" (Rom 4,6 s. la parentesi è un’aggiunta esplicativa di Calvino). Certamente non stiamo parlando qui di una parte della giustificazione, ma del tutto! Paolo testimonia che Davide ha dato una descrizione della giustificazione quando loda coloro che sono perdonati dei loro peccati per grazia! Da questo è chiaro che questa giustizia di cui parla significa semplicemente il contrario di uno stato di colpa! A questo proposito, il passaggio più chiaro è quello in cui Paolo riassume il messaggio del Vangelo in questo: "Riconciliatevi con Dio!" Perché secondo questa parola, Dio vuole accettarci nella grazia attraverso Cristo non imputandoci i nostri peccati (2 Cor. 5:18 ss.). Il lettore deve considerare attentamente tutto il contesto: Paolo aggiunge immediatamente la frase esplicativa: "Perché ha fatto sì che Cristo, che non aveva conosciuto il peccato, fosse peccato per noi" (2Cor 5,21, non proprio il testo di Lutero); in questo modo egli vuole mostrare in che modo è avvenuta la nostra riconciliazione; l’espressione "riconciliare" non significa quindi senza dubbio altro che "giustificare". La frase che Paolo esprime altrove, cioè che siamo giustificati attraverso l’obbedienza di Cristo (Rom 5:19), non reggerebbe certamente se non fossimo dichiarati giusti davanti a Dio in Lui e a prescindere da noi stessi!

III,11,5 Ora Osiandro ha sollevato chissà quale mostro di "giustizia essenziale" (essentialis iustitia). Certamente non intendeva liquidare la giustizia per grazia; ma l’ha talmente avvolta nell’oscurità che mette le menti pie nelle tenebre e fa loro perdere il senso sincero della grazia di Cristo. Quindi, prima di passare ad altre domande, devo confutare questa illusione. Prima di tutto: questa speculazione non è altro che un’inutile follia. Osiander accumula effettivamente molte testimonianze scritturali per provare che Cristo diventa uno con noi e noi con lui - il che non ha bisogno di prove! Ma non presta attenzione al legame di questa unità, e quindi si impiglia. Ma è facile per noi sciogliere tutti i suoi nodi, perché ci aggrappiamo al fatto che la nostra unione con Cristo è attraverso il potere nascosto del suo Spirito. Quest’uomo ha concepito un pensiero che si ricollega agli insegnamenti dei manichei: cioè, vuole che l’essenza di Dio passi nell’uomo. Da questo, una seconda fantasia nacque nella sua mente: Che Adamo sia stato formato a immagine di Dio si suppone che abbia la sua ragione nel fatto che Cristo era già destinato ad essere l’archetipo della natura umana prima della caduta. Ma sarò breve e quindi mi atterrò alla questione in questione. Osiander sostiene che siamo uno con Cristo. Noi ammettiamo questo; ma neghiamo che la natura di Cristo sia mescolata alla nostra. Ma osserviamo inoltre che questo punto di partenza (cioè l’unicità di Cristo con noi!) viene poi erroneamente girato in modo tale che Osiander tira fuori la seguente opera folgorante: Cristo è la nostra giustizia perché è Dio eterno, perché è la fonte della giustizia, anzi, perché è la stessa giustizia di Dio. Ora il lettore deve perdonarmi se qui mi limito a sfiorare queste cose che, secondo le esigenze della giusta istruzione, devono essere rimandate a dopo. Osiander si scusa, naturalmente, che usando l’espressione "giustizia essenziale" intendeva solo opporsi alla proposizione che siamo considerati giusti per amore di Cristo (propter Christum). Ma egli dichiara chiaramente di non essere soddisfatto della giustizia che ci è venuta attraverso l’obbedienza e il sacrificio di morte di Cristo, e quindi pretende che noi siamo intrinsecamente giusti in Dio, per l’infusione della sua essenza e del suo carattere. È per questo che egli afferma così acutamente che non solo Cristo abita in noi, ma anche il Padre e lo Spirito Santo! Ammetto che questo è vero, ma sostengo che lo distorce senza senso. Avrebbe dovuto riflettere più attentamente sul modo in cui avviene tale "inabitazione"! Padre e Spirito sono in Cristo, e come in Lui "abita tutta la pienezza della Divinità corporale" (Col 2,9), così in Lui possediamo Dio completamente! Quindi quello che lui propone del Padre e dello Spirito Santo solo per se stesso porta solo allo scopo di allontanare la gente semplice da Cristo. Poi afferma una mescolanza essenziale: secondo questa, Dio si riversa in noi e ci fa, per così dire, un pezzo di sé. Il fatto che, attraverso la potenza dello Spirito Santo, cresciamo insieme a Cristo in modo tale che lui diventi il nostro capo e noi le sue membra, non ha alcun valore per lui se la sua essenza non è mescolata alla nostra! Ma, come ho detto, la sua vera opinione emerge ancora meglio quando parla del Padre e dello Spirito Santo: secondo loro non siamo giustificati solo dalla grazia del Mediatore, né la giustizia ci viene offerta semplicemente e perfettamente nella sua persona, ma diventiamo partecipi della giustizia divina quando Dio si unisce essenzialmente a noi.

III,11,6 Ora, se Osiandro si limitasse ad affermare che se Cristo ci giustifica, diventa nostro per unione essenziale, e che egli è il nostro capo non solo in quanto è uomo, ma permette anche all’essenza della sua natura divina di traboccare in noi - allora potrebbe gongolare sul suo amore con meno danno, allora forse non ci sarebbe bisogno di sollevare una così grande disputa su una tale illusione. Ma in realtà questo principio è come una piovra che nasconde i suoi molti tentacoli escreando sangue nero e vorticoso. Se dunque non vogliamo sopportare con consapevolezza e volontà che ci venga strappata quella giustizia, che sola ci dà la sicurezza di vantarci della nostra salvezza, dobbiamo resistere duramente qui. Perché in tutta questa discussione egli usa la parola "giustizia" e la parola attiva "giustificare" in un doppio senso: secondo questo, giustificare significa non solo che siamo riconciliati con Dio attraverso il perdono grazioso, ma allo stesso tempo che siamo resi giusti; di conseguenza, la giustizia non è imputazione graziosa, ma santità e purezza, come l’essenza di Dio, che ha la sua sede in noi, infonde in noi! Poi prosegue affermando con enfasi che Cristo non è la nostra giustizia in quanto ha espiato i nostri peccati come sacerdote e quindi ha riconciliato il Padre con noi, ma piuttosto in quanto è Dio eterno e la vita! Per provare la prima proposizione, cioè mostrare che Dio ci giustifica non solo con il suo perdono ma con la rigenerazione, egli pone la domanda se Dio ora lascia le persone che giustifica come sono per natura, senza cambiare nulla nei loro vizi. Ma è molto facile dare una risposta a questo: come Cristo non può essere fatto a pezzi, così anche queste due cose che riceviamo insieme e in ferma unione in lui, cioè la giustizia e la santificazione, sono inseparabili l’una dall’altra! Così, quando Dio accetta una persona nella grazia, la dona anche con lo spirito di filiazione e attraverso la sua potenza la rinnova a sua immagine. Non si può separare la luminosità del sole dal suo calore - ma dovremmo quindi affermare che la terra è riscaldata dalla luce del sole e illuminata dal suo calore? C’è qualcosa di più appropriato alla nostra causa di questo paragone? Il sole dà vita e fertilità alla terra con il suo calore, la illumina e la illumina con i suoi raggi; qui c’è una connessione reciproca e inseparabile - ma la sola ragione ci proibisce di trasferire ciò che è proprio dell’uno all’altro! Ma una simile assurdità sta nella mescolanza della duplice grazia, che Osiandro esegue con tanta enfasi, perché poiché Dio rinnova effettivamente coloro che dichiara giusti per grazia, anche per il servizio della giustizia, Osiandro mescola questo dono di rigenerazione con quell’accettazione graziosa e afferma che entrambi sono una sola cosa! La Scrittura, d’altra parte, collega anche questi due doni, ma tuttavia li elenca separatamente, in modo che la multiforme grazia di Dio ci sia presentata ancora più chiaramente. Non è superfluo quando Paolo dice che Cristo ci è stato dato per "giustizia e santificazione…" (1Cor 1:30). (1Cor 1:30). Quante volte conclude, sulla base della salvezza che ci è venuta, sulla base dell’amore paterno di Dio, sulla base della grazia di Cristo, che ora siamo anche chiamati alla santità e alla purezza! Ma quando fa questo, mostra chiaramente che sono due cose diverse se siamo resi partecipi della giustificazione o se diventiamo nuove creature! Ma per quanto riguarda le Scritture, Osiander falsifica tutti i passaggi che usa. Quando Paolo dice: "Ma a colui che non opera, ma crede in colui che giustifica gli empi, la sua fede è considerata come giustizia" (Rom 4:5, non proprio il testo di Lutero), Osiander lo interpreta come se Paolo stesse parlando della giustificazione. Con la stessa noncuranza stravolge l’intero quarto capitolo di Romani. Sì, non si vergogna di mettere in questa falsa luce il passo che ho citato sopra: "Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è qui che giustifica!". (Rom 8:33). Eppure è chiaro come la luce del giorno che qui si parla semplicemente di colpa e assoluzione, e che l’opinione dell’apostolo si basa sulla giustapposizione. Così Osiander può essere colto in flagrante inaffidabilità sia nella sua presentazione delle prove che nell’uso delle testimonianze scritturali! La sua descrizione della parola "giustizia" è ugualmente scorretta: egli sostiene che la fede di Abramo fu contata come giustizia dopo che egli accettò Cristo - che era la giustizia di Dio e Dio stesso - e guadagnò così una posizione eccellente in virtù di virtù gloriose. Vediamo chiaramente da questo come egli fa erroneamente una cosa corrotta da due cose non corrotte. Perché la giustizia di cui si parla qui non si riferisce all’intero corso della chiamata di Abramo; no, lo Spirito ci testimonia che le virtù di Abramo erano davvero gloriose ed eccellenti, e che egli le rese sempre più grandi nella lunga perseveranza - ma che egli ottenne il piacere di Dio solo perché accettò nella fede la grazia offertagli nella promessa. Ne consegue che nella giustificazione, come giustamente afferma Paolo, non c’è spazio per le opere.

III,11,7 Ora qui Osiander fa l’obiezione che la potenza giustificatrice non viene alla fede in sé, ma solo in quanto accetta Cristo. Lo ammetto prontamente. Infatti, se la fede giustificasse da sola, o, come si dice, per la sua potenza intrinseca, non potrebbe farlo che in parte, poiché è sempre debole e imperfetta; la nostra giustizia sarebbe allora mutilata, e quindi non ci darebbe che una piccola parte di salvezza. Ma noi non cadiamo in nessun modo in tali concezioni, ma sosteniamo che nel vero senso Dio solo ci giustifica. Allora applichiamo questo a Cristo, perché ci è stato dato per la giustizia; la fede, invece, la paragoniamo a un vaso, perché possiamo prendere parte a Cristo solo quando noi stessi siamo stati svuotati e veniamo con la bocca aperta della nostra anima a desiderare la grazia di Cristo. Da ciò consegue che se sosteniamo che Cristo stesso è ricevuto nella fede piuttosto che la sua giustizia, non togliamo in alcun modo a lui il potere di giustificarci. Tuttavia, non posso accettare i sinuosi paragoni di questo uomo intelligente. Dice, per esempio, che la fede è Cristo - come se un vaso di terracotta fosse un tesoro perché vi è nascosto dell’oro! Che la nostra fede, anche se non ha alcuna dignità o valore in sé, ci giustifica portando Cristo a noi, è esattamente come dire che una pentola piena di denaro rende un uomo ricco. Sostengo quindi che è sciocco confondere la fede, che è solo uno strumento attraverso il quale si ottiene la giustizia, con Cristo, che è la causa reale (materiale), anzi, che è il datore e allo stesso tempo il servitore di questo beneficio! Questo già scioglie il nodo di come la parola "fede" debba essere intesa in relazione alla giustificazione.

III,11,8 Osiander va poi ancora oltre nel trattare la questione di come accettiamo Cristo. Infatti egli dichiara che con il ministero della parola esteriore accettiamo quella interiore, (e questo dice,) per condurci dall’ufficio sacerdotale di Cristo e dalla persona del Mediatore alla divinità eterna di Cristo. Ma noi non dividiamo Cristo, ma confessiamo che colui che nella sua carne ci ha riconciliati con il Padre, e con ciò ci ha dato la giustizia, è anche il Verbo eterno di Dio; ma allo stesso tempo confessiamo che egli non avrebbe potuto compiere l’ufficio di Mediatore, e non avrebbe potuto ottenere la giustizia per noi, se non fosse Dio eterno. In contrasto con questo, il piccolo libro di Osiander dice che poiché Cristo è sia Dio che uomo, è stato reso giusto per noi non in vista della sua natura umana ma in vista della sua natura divina. Ma se questo si riferisce in senso proprio alla divinità di Cristo, non viene logicamente a lui in modo speciale (esclusivamente), ma l’ha in comune con il Padre e lo Spirito Santo; perché l’uno non ha altra giustizia che l’altro. Inoltre, sarebbe improprio per noi dire che è stato fatto buono con noi, cosa che è stato per natura da tutta l’eternità! Ma anche ammettendo che Dio si è fatto giustizia, come fa a far rima con l’espressione intermedia, cioè che è stato "fatto da Dio…?". (1Cor 1:30). No, qui si tratta certamente di una particolarità speciale del Mediatore; egli ha certamente la natura divina in se stesso, ma qui è chiamato con un titolo proprio, con il quale si differenzia dal Padre e dallo Spirito Santo. Ma è ridicolo come Osiander si riferisca trionfalmente all’unica parola di Geremia, che ci promette che il Signore sarà la nostra giustizia (Ger 51:10). L’unica cosa che emerge da questo passaggio è che Cristo, che è la nostra giustizia, è Dio rivelato nella carne (facendo eco a 1Tim 3:16). In un altro passo abbiamo preso da un discorso di Paolo la parola che Dio "ha acquistato la chiesa con il proprio sangue" (Atti 20:28). Se qualcuno dovesse concludere da questo che il sangue con cui i nostri peccati furono cancellati era sangue divino e di natura divina, chi potrebbe sopportare una tale abominevole illusione? Ciononostante, Osiander pensa di aver ottenuto tutto con questi sofismi infantili, e ora è potentemente orgoglioso, giubilante e riempie molte pagine della sua verbosità! Eppure la soluzione è abbastanza semplice e facile da ottenere: si dice però che il Signore, quando sarà diventato la progenie di Davide, sarà la nostra giustizia; ma Isa ci insegna in che senso ciò è inteso: "E con la sua conoscenza egli, il mio servo il giusto, renderà giusti molti" (Isa 53:11). Notiamo: qui parla il Padre; assegna al Figlio l’ufficio della giustificazione; aggiunge anche la causa: il Figlio è giusto - e dà anche il modo, o, come si dice, il mezzo, cioè la dottrina con cui Cristo è conosciuto. Perché è più appropriato intendere l’espressione "daath" passivamente (cioè: la conoscenza che si ha di Lui, non che Lui stesso possiede). Da ciò traggo ora la conclusione che Cristo è stato fatto giustizia per noi quando ha assunto la forma di servo, in secondo luogo, che ci ha giustificati in quanto ha reso obbedienza al Padre, e che quindi non ci conferisce tale giustizia secondo la sua natura divina, ma in base all’ufficio che gli è stato affidato. Infatti Dio solo è la fonte della giustizia, e noi siamo giusti solo partecipando a lui; ma ci siamo allontanati dalla sua giustizia nell’infelice apostasia, e quindi dobbiamo comunque ricorrere al rimedio inferiore, che Cristo ci giustifica per la potenza del suo morire e risorgere.

III,11,9 Ma potrebbe ora sollevare l’obiezione che quest’opera, nella sua gloria, trascende la natura dell’uomo, e quindi può essere attribuita solo alla natura divina. Ammetto il primo, ma sostengo che nel caso del secondo sta cadendo in sciocche illusioni. Certamente Cristo non avrebbe potuto purificare le nostre anime con il suo sangue, certamente non avrebbe potuto riconciliare il Padre con il suo sacrificio e liberarci dalla colpa, né avrebbe potuto tenere affatto il sacerdozio - se non fosse stato vero Dio; perché la facoltà della carne non è in grado di sopportare un tale peso. Ma è certo che ha compiuto tutto questo secondo la sua natura umana! Se si chiede come siamo stati giustificati, Paolo risponde: attraverso l’obbedienza di Cristo! (Rom 5,19). Ma ha compiuto tale obbedienza se non assumendo la forma di un servo? Da questo concludiamo che la sua giustizia ci incontra nella carne. Di conseguenza, in altre parole, Paolo non vedeva la fonte della giustizia da nessun’altra parte che nella carne di Cristo - mi chiedo solo molto perché Osiandro non si vergogna di citare queste stesse parole più volte. "Egli ha fatto sì che colui che non aveva conosciuto peccato fosse peccato per noi, affinché noi diventassimo in lui la giustizia di Dio" (2Cor 5:21; fine non testo di Lutero). Osiandro loda l’espressione "giustizia di Dio" con le guance piene, e già alza il suo canto di vittoria, come se avesse dimostrato che si tratta della sua fantasia, cioè della "giustizia essenziale"! Eppure le parole sono ben diverse, ci dicono che siamo giusti a causa dell’espiazione fatta attraverso Cristo! Che per "giustizia di Dio" dobbiamo intendere la "giustizia che vale davanti a Dio" (come la traduce Lutero!) - questo dovrebbe essere noto anche ai principianti. Allo stesso modo, Giov contrappone l’"onore presso Dio" all’"onore presso gli uomini" (Giov 12:43). So bene che la giustizia di Dio è talvolta intesa anche come la giustizia di cui Lui stesso è il datore e che ci dona. Ma che in questo passaggio non si intenda altro che noi, fondati sul sacrificio espiatorio della morte di Cristo, stiamo davanti al seggio del giudizio di Dio - questo i lettori ragionevoli lo capiscono anche se io resto in silenzio. Tuttavia, non c’è molto senso nell’espressione; se solo Osiander fosse d’accordo con noi che siamo giustificati in Cristo, in quanto è stato fatto un sacrificio espiatorio per noi - che, tuttavia, non si adatta affatto alla sua natura divina! In questo senso, Cristo, quando vuole sigillare la giustizia e la salvezza che ci ha donato, ce ne presenta anche un pegno sicuro nella sua carne. Anche se chiama se stesso il "pane vivo" (Giov 6,51), aggiunge per ulteriore spiegazione: "La mia carne è il giusto cibo, e il mio sangue è la giusta bevanda" (Giov 6,55). Questa dottrina è illustrata nei sacramenti: essi dirigono la nostra fede verso il Cristo intero e indiviso, ma allo stesso tempo ci mostrano che la causa essenziale della nostra giustizia e salvezza risiede nella sua carne. Non come se un semplice uomo giustificasse o rendesse vivo da sé - ma perché piacque a Dio di rendere manifesto nel Mediatore ciò che di per sé era nascosto e incomprensibile! Ecco perché mi piace dire: Cristo è, per così dire, una fonte rivelata per noi, da cui possiamo attingere ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto senza frutto in quella nascosta, profonda sorgente che sgorga per noi nella persona del Mediatore! In questo modo e in questo senso non nego che Cristo ci giustifica come Dio e come uomo, che quest’opera appartiene anche al Padre e allo Spirito Santo, e anzi che la giustizia di cui Cristo ci rende partecipi è la giustizia eterna dell’eterno Dio - Osiandro deve solo dare spazio alle sicure e chiare ragioni di prova che ho dato!

III,11,10 Ma per evitare che Osiandro inganni gli inesperti con i suoi sofismi, ammetto che siamo privati di questo tesoro incomparabile prima che Cristo diventi nostro. Nel nostro caso, dunque, quell’unione del capo con le membra, quell’inabitazione di Cristo nei nostri cuori, in breve, quell’unità nascosta (mystica unio) è fondamentale, così che Cristo diventa nostro e ci rende partecipi dei beni che egli stesso possiede! Quindi non lo guardiamo a parte di noi, da lontano, affinché la sua giustizia ci sia imputata; no, perché ci siamo rivestiti di lui e siamo incorporati al suo corpo, in breve, perché ha condisceso a farci uno con lui, quindi ci vantiamo di avere comunione di giustizia con lui. Così il rimprovero di Osiandro, che noi riteniamo che la fede sia la giustizia, è confutato. Certo, diciamo che veniamo a lui vuoti nella fede, per fare spazio alla sua grazia e che lui solo ce ne riempia - ma non è che così priviamo Cristo del suo diritto! Osiander, invece, disprezza questa unione spirituale (con Cristo) e vuole avere una grossolana mescolanza di Cristo con i credenti. Chi non vuole sottoscrivere questo errore fanatico della giustizia essenziale, lo chiama "zwingliano", perché non crede che noi godiamo di Cristo nella carne nella Cena del Signore! Ma considero la massima gloria quando sento un tale insulto da parte di quest’uomo arrogante e dedito ai suoi giochi di prestigio. Naturalmente, non colpisce solo me, ma anche scrittori che sono ben noti al mondo intero e che in realtà dovrebbe umilmente riverire. Ma non mi dispiace, perché non sto facendo le mie cose; così posso procedere in questa faccenda in modo tanto più equo, dato che sono libero da qualsiasi intenzione malvagia. Che poi Osiander prema così irragionevolmente sulla giustizia essenziale e sull’inabitazione essenziale di Cristo in noi, ha il seguente significato: primo, Dio deve lasciarsi traboccare in noi in una grossolana commistione - come Osiander sogna anche un godimento carnale nella Cena del Signore! In secondo luogo, Dio soffia in noi la sua giustizia, attraverso la quale diventiamo essenzialmente giusti con lui - così come, secondo Osiandro, questa giustizia è Dio stesso da un lato, ma allo stesso tempo la giustizia, la santità e la purezza di Dio. Le testimonianze scritturali che Osiander cita e che trattano della vita celeste, lui le stravolge tutte e le riferisce così allo stato presente. Non mi preoccuperò molto del loro rifiuto. Pietro, per esempio, dice che attraverso Cristo ci sono date "le promesse più care e più grandi, cioè che possiamo così diventare partecipi della natura divina" (2Piet 1:4; inizio e fine citati in modo impreciso). Osiander si riferisce a questo passaggio come se fossimo già nello stato che, secondo la promessa del Vangelo, dobbiamo raggiungere alla venuta finale di Cristo! Ma allora, come ci dice Giovanni, vedremo Dio come Egli è, perché allora saremo come Lui! (1Gio 3:2; non citato esattamente). Ho solo voluto dare ai lettori un lontano assaggio, mostrando che ora mi allontano deliberatamente da questo sproloquio, non perché sarebbe difficile da confutare, ma perché non voglio disturbare con un lavoro inutile!

III,11,11 Più veleno, tuttavia, è contenuto nel secondo membro (dell’affermazione di cui sopra), cioè nell’insegnamento di Osiander che siamo giusti insieme a Dio (cfr. sopra). Ma anche se questa dottrina non fosse così perniciosa, lo è - come credo di aver già sufficientemente dimostrato! - Ma anche se questa dottrina non fosse così perniciosa, sarebbe comunque fredda e priva di contenuto, anzi si scioglierebbe per la sua vanità, e quindi deve giustamente sembrare insipida ai lettori sensibili e pii! In nessun caso, però, si deve tollerare l’impresa empia, con il pretesto di una "duplice giustizia" per scuotere la nostra fiducia nella salvezza e per sollevarci sopra le nuvole, in modo che non afferriamo la grazia della riconciliazione nella fede e non invochiamo Dio con un cuore gioioso! Osiandro ride di coloro che sostengono la dottrina che "giustificare" è una parola presa dall’uso giudiziario (verbum forense); perché secondo lui dobbiamo davvero essere giusti! Né rifiuta altro che l’affermazione che siamo giustificati per imputazione graziosa (la giustizia di Cristo). Beh, se Dio non ci giustifica con l’assoluzione e il perdono - allora non so cosa dovrebbe significare la parola di Paolo: "Dio infatti era in Cristo, riconciliando a sé il mondo, e non imputando loro i peccati… Poiché egli ha fatto sì che colui che non conosceva peccato fosse peccato per noi, affinché avessimo in lui la giustizia che è davanti a Dio!" (2Cor 5:19, 21). Qui mi viene confermato per la prima volta che sono dichiarati giusti coloro che sono riconciliati con Dio. Poi, nel mezzo, si afferma anche il modo: Dio ci giustifica attraverso il perdono! Nello stesso senso, la giustificazione è contrapposta all’accusa in un altro passo (Rom 8:33), un contrasto che ci mostra chiaramente che il modo di parlare è preso dall’uso giudiziario. Anche coloro che sono solo un po’ versati nella lingua ebraica lo sanno - se solo hanno un cervello tranquillo! - sa molto bene che è da qui che proviene l’espressione (dalla consuetudine giudiziaria); sa anche che senso e che significato ha. Vorrei anche ricordarvi l’affermazione di Paolo che Davide descrive la giustizia senza opere nelle parole: "Beati coloro le cui iniquità sono perdonate…" (Rom 4,7; Sal 32,1). Che Osiander mi risponda se questa è una descrizione completa della giustificazione o solo la metà! Paolo non cita certo il profeta come testimone, come se insegnasse che il perdono dei peccati è solo una parte della giustizia o che contribuisce solo alla giustificazione dell’uomo! No, egli riassume tutta la giustizia sotto il perdono per grazia quando dice: "Beato l’uomo i cui peccati sono coperti, le cui trasgressioni Dio ha perdonato, al quale il Signore non imputa l’iniquità!" (Sal 32:1 s. in una resa libera). Secondo l’opinione e il giudizio del profeta, la benedizione di un tale uomo non viene dal fatto che egli sia effettivamente giusto, ma attraverso l’imputazione! Osiandro obietta che è una vergogna per Dio e contrario alla sua natura se giustifica persone che in realtà rimangono empie. Ma dobbiamo ricordare quello che ho detto sopra: la grazia, per la quale siamo giustificati, non può essere separata dalla rigenerazione, sebbene siano due cose diverse! Ma ci è più che sufficientemente noto per esperienza che nei giusti rimangono sempre residui di peccato, e quindi la giustificazione deve avvenire in modo del tutto diverso dalla trasformazione a vita nuova. Poiché Dio inizia questo secondo nei Suoi eletti, lo continua anche gradualmente, a volte lentamente, durante tutto il corso della loro vita - ma sempre in modo tale che siano colpevoli davanti al Suo seggio di giudizio della sentenza di morte! Ma la giustificazione non avviene in parte, bensì in modo tale che i credenti, rivestiti per così dire della purezza di Cristo, appaiono in cielo liberi di cuore! Un pezzo di giustizia non calmerebbe la coscienza finché non si stabilisse che siamo graditi a Dio perché siamo giusti davanti a Lui senza qualificazioni! La dottrina della giustificazione è dunque pervertita e fondamentalmente rovesciata quando il dubbio entra nel cuore, quando la fiducia nella salvezza è scossa e l’invocazione libera e imperterrita (di Dio) subisce un ritardo, sì, quando il riposo e la pace insieme alla gioia spirituale non sono fermamente stabiliti. Ecco perché Paolo conclude dall’inesattezza del contrario che "l’eredità" non è "acquisita per mezzo della legge" (Gal 3,18), perché allora la fede non sarebbe nulla (Rom 4,14); essa dovrebbe vacillare se prestasse attenzione alle opere, perché anche tra i più santi nessuno trova nulla in cui possa riporre la sua fiducia! C’è una differenza tra giustificazione e rigenerazione, che Osiander confonde e poi chiama "doppia giustizia". Paolo lo esprime molto bene. Quando parla della sua giustizia reale (effettiva) o della purezza che gli è stata data - cioè, di ciò che Osiander chiama "giustizia essenziale"! - grida lamentosamente: "Io, miserabile, chi mi libererà dal corpo di questa morte! (Rom 7:24). Ma se si rifugia nella giustizia che si fonda nella sola misericordia di Dio, sfida coraggiosamente la vita e la morte, la vergogna e la fame, la spada e ogni avversità: "Chi accuserà l’eletto di Dio? Dio è qui che rende giusti! … Perché sono certo che nulla può separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù…" (Rom 8:33, 38 s. in sintesi). Egli ci proclama chiaramente di possedere una giustizia che da sola e pienamente basta per la salvezza davanti a Dio, così che la miserabile schiavitù di cui è consapevole e in vista della quale ha precedentemente pianto per la sua sorte, tuttavia non interrompe o ostacola la fiducia della lode! Questa dicotomia è ben nota a tutti i santi, anzi ci sono abituati: gemono sotto il peso delle loro iniquità, e tuttavia nel frattempo si elevano con fiducia vittoriosa sopra ogni timore! Ma se Osiander obietta che questo è contrario alla natura di Dio, l’obiezione ricade su se stesso. Infatti, sebbene egli rivesta i santi con la sua "doppia giustizia" come con una pelliccia, deve necessariamente ammettere che senza il perdono dei peccati nessuno è gradito a Dio. Ma se questo è vero, deve infine ammettere che siamo dichiarati giusti - come si dice - per la parte che ci viene imputata, senza esserlo realmente! Ma fino a che punto il peccatore deve allora fare uso di questa accettazione graziosa, che deve prendere il posto della giustizia (mancante!)? A undici dodicesimi o solo a un dodicesimo? Certamente vacillerà in modo insicuro e instabile: perché non deve (allora!) prendere tutta la giustizia di cui ha bisogno per essere sicuro! Ma è bene che in questa materia non sia il giudice a voler prescrivere una legge a Dio! Tuttavia, rimarrà: "che tu sia giusto nelle tue parole e puro quando sarai giudicato! (Sal 51:6). Che presunzione è condannare il giudice supremo quando assolve il peccatore per grazia, e così facendo voler invalidare la risposta: "Avrò pietà di chi avrò pietà" (Es 33:19). (Es 33,19). Eppure l’intercessione di Mosè, che Dio mise a tacere con questa risposta, non aveva il significato che Dio non avrebbe risparmiato nessuno, ma il contrario: che avrebbe liquidato tutte le colpe allo stesso modo e li avrebbe assolti tutti, per quanto fossero colpevoli! Noi diciamo che Dio seppellisce i peccati delle persone perdute e le rende giuste davanti a Lui, perché Egli odia il peccato e può amare solo coloro che giustifica. Ma questa è una specie di giustificazione meravigliosa: coperti dalla giustizia di Cristo, i credenti non si sottraggono al giudizio di cui sono colpevoli, e sebbene condannino giustamente se stessi, tuttavia a parte se stessi sono considerati giusti!

III,11,12 Tuttavia, i lettori devono essere ammoniti a fissare i loro occhi con ansia sul "mistero" che Osiandro non vuole nascondere loro. Perché prima si sofferma a lungo sull’affermazione che noi non otteniamo la grazia davanti a Dio semplicemente imputando la giustizia di Cristo, perché è impossibile per Dio considerare giusti gli uomini che non lo sono - uso le sue stesse parole! Poi finalmente conclude che Cristo ci è stato dato per la giustizia non secondo la sua natura umana ma secondo la sua natura divina, e sebbene questa si trovi solo nella persona del Mediatore, non è la giustizia di un uomo ma di Dio! Ora qui non avvolge la sua piccola corda tra i due tipi di giustizia, ma toglie subito alla natura umana di Cristo l’ufficio della giustificazione. Ma vale la pena di notare la ragione che dà. Spiega che nello stesso passo (dove Cristo appare come nostra giustizia, cioè 1Cor 1:30) si dice anche che Cristo è stato "fatto a noi… sapienza" - e che questo appartiene solo alla Parola eterna! Quindi anche Cristo come uomo non è la nostra giustizia! Rispondo: certamente l’unigenito Figlio di Dio era anche l’eterna sapienza di Dio; ma in Paolo (1Cor 1,30) questa denominazione ("sapienza") gli è attribuita in un senso diverso, cioè perché in lui "sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza" (Col 2,3). (Col 2,3). Egli ci ha così rivelato ciò che possedeva presso il Padre; e così la parola di Paolo non si riferisce alla natura del Figlio di Dio, ma alla nostra esperienza di Lui; si tratta, dunque, della natura umana di Cristo! Poiché egli risplendeva davvero come luce nelle tenebre prima di prendere la carne; ma era ancora una luce nascosta finché lo stesso Cristo non risplendesse nella natura di un uomo come Sole di giustizia! Ecco perché Lui si definisce la "luce del mondo"! (Giov 8:12). È anche un’obiezione sciocca quando Osiander afferma che il potere di giustificazione supera di gran lunga la capacità degli angeli e ancor più degli uomini. Certamente questo non dipende dal valore di nessuna creatura, ma dal decreto di Dio! Se agli angeli piacesse dare soddisfazione a Dio, non ne ricaverebbero nulla, perché non sono destinati a questo. Questo compito era proprio dell’uomo Cristo, che fu "messo sotto la legge" per redimerci dalla "maledizione della legge"! (Gal 3,13; 4,4). È anche un abuso feroce quando Osiandro rimprovera a coloro che negano che Cristo è la nostra giustizia secondo la sua natura divina, che lasciano solo un pezzo di Cristo, o peggio ancora, che fanno due dèi, perché ammettono che Dio abita in noi, ma continuano a sostenere che non siamo giusti attraverso la giustizia di Dio. (Rispondo a questo:) Se chiamiamo Cristo autore della vita, nella misura in cui ha sofferto la morte e così "ha tolto il potere a colui che aveva l’autorità della morte" (Ebr 2,14) - non priviamo così di questo onore tutto il Cristo, che è "Dio manifestato nella carne"! Con questa distinzione, stiamo semplicemente affermando perché la giustizia di Dio viene a noi, affinché possiamo goderne. Qui, dunque, Osiander ha fatto un brutto caso! Né neghiamo che ciò che ci viene offerto apertamente in Cristo provenga dalla grazia e dalla potenza nascosta di Dio; né contestiamo che la giustizia che Cristo ci dà sia la giustizia di Dio, che procede da lui. Eppure teniamo fermamente che la nostra giustizia e la nostra vita consistono nella morte e nella risurrezione di Cristo! Sorvolerò qui sulla vergognosa abbondanza di passi della Scrittura con cui Osiander ha gravato i lettori (e vuole imporre loro l’affermazione) senza una selezione sensata, anzi senza senso comune, che ovunque la Scrittura parli di giustizia, essa è da intendersi come "giustizia essenziale"! Per esempio, ci sono probabilmente un centinaio di passaggi in cui Davide invoca l’aiuto della giustizia di Dio - e Osiander non si vergogna di falsificarli tutti (nel suo senso)! La sua ulteriore obiezione che la rettitudine nel vero e giusto senso significa ciò che ci spinge ad agire rettamente, ma che Dio solo "opera in noi il volere e il fare" (Fili 2:13), è altrettanto infondata: (Fili 2,13). Non neghiamo che Dio ci rinnovi attraverso il suo Spirito alla santità e alla rettitudine della vita. Ma dobbiamo vedere se lo fa direttamente e da solo - o per mano di suo Figlio, al quale ha affidato tutta la pienezza dello Spirito Santo, affinché dalla sua abbondanza aiuti le sue membra nella loro mancanza. E ancora: in effetti, la giustizia viene a noi dalla fonte nascosta della Divinità; ma da questo non segue ancora che Cristo, che dopo tutto si è santificato per noi nella carne (Giov 17:19), sia la nostra giustizia secondo la sua natura divina. Non è meno frivolo quando Osiandro osserva che Cristo stesso fu giustificato dalla giustizia divina, perché egli stesso non avrebbe reso giustizia all’ufficio impostogli se la volontà del Padre non lo avesse spinto. Anche se ho affermato altrove che tutti i meriti che Cristo stesso ha acquisito scaturiscono dal puro piacere di Dio, non c’è alcuna giustificazione da questo per la rete con cui Osiandro acceca i suoi occhi e quelli della gente semplice. Chi allora dovrebbe trovare ammissibile concludere che, poiché Dio è la fonte e l’origine della nostra giustizia, noi siamo quindi essenzialmente giusti e che l’essenza della giustizia di Dio risiede in noi? Certamente, per redimere la sua Chiesa, Dio, secondo le parole di Isaia, "indossa la sua giustizia come una corazza" (Isa 59,17) - ma lo fa per privare Cristo delle armi che gli ha dato e renderlo così un redentore imperfetto? Ma il profeta vuole solo mostrare che Dio non ha preso in prestito nulla dall’esterno e che non ha avuto bisogno di alcun aiuto esterno per la nostra redenzione. Paolo ha espresso questo brevemente con altre parole: Dio ci ha dato la salvezza "per mostrare la sua giustizia…" (Rom 3,25; non il testo di Lutero). Ma questo non ribalta in alcun modo ciò che insegna in un altro passaggio, cioè che siamo giusti "attraverso l’obbedienza"! (Rom 5:19). Insomma, colui che intreccia una duplice giustizia, affinché le povere anime non trovino il puro riposo nella sola misericordia di Dio, incorona Cristo in beffa con spine intrecciate!

III,11,13 Ora molti uomini sognano una giustizia che sarà composta da fede e opere. Devo quindi anche dimostrare che la giustizia per fede e la giustizia per opere sono così opposte l’una all’altra che dove esiste l’una, l’altra è necessariamente rovesciata! L’apostolo dice: "Conto tutto come sterco, per poter vincere Cristo ed essere trovato in lui, per non avere la mia giustizia che è della legge, ma quella che è per fede in Cristo, cioè la giustizia che è imputata da Dio alla fede" (Fili 3,8 s.). Si può vedere come Paolo paragona cose opposte e come mostra che chi vuole raggiungere la giustizia di Cristo deve rinunciare alla propria giustizia. Questo è il motivo per cui altrove attribuisce la caduta degli ebrei al fatto che essi "cercavano di stabilire la propria giustizia" e quindi "non erano soggetti alla giustizia che è davanti a Dio" (Rom 10:3). Ma se stabilendo la nostra propria giustizia distruggiamo la giustizia di Dio, ne consegue chiaramente che quella giustizia deve essere completamente messa via per poterla raggiungere! Paolo mostra lo stesso quando dichiara che non è attraverso la legge che la nostra gloria è esclusa, ma attraverso la fede (Rom 3:27). Da questo ne consegue che finché rimane una giustizia, per quanto piccola, dalle opere, conserviamo ancora qualche motivo di vanto. Ma la fede esclude ogni vanto, e quindi la giustizia per opere non può in nessun caso esistere insieme alla giustizia per fede. In questo senso Paolo parla nel quarto capitolo dei Romani con una tale chiarezza che non lascia spazio ad alcun sofisma o evasione. Egli dichiara: "Se Abramo è giusto per le opere, ha gloria". Ma subito aggiunge: "Ma non davanti a Dio!". (Rom 4:2). Quindi la conclusione è: Abramo non fu giustificato dalle opere. Poi ci dà una seconda prova, basata sull’impossibilità del contrario: Se si paga una ricompensa per le opere, è "per dovere" e "non per grazia" (Rom 4:4). Alla fede, invece, la giustizia è imputata per grazia! Quindi non è per merito delle opere. Quindi, via il sogno di queste persone che inventano una giustizia composta da fede e opere!

III,11,14 Ma i furbi, che fanno un gioco e un piacere della falsificazione della Scrittura e delle chiacchiere senza contenuto, ora pensano di avere un astuto sotterfugio: riferiscono le affermazioni di Paolo a quelle opere che gli uomini che non sono ancora nati di nuovo compiono semplicemente secondo la lettera e con lo sforzo della loro libera volontà, a parte la grazia di Cristo; ma negano che queste parole si riferiscano alle opere spirituali. Così, secondo loro, l’uomo è giustificato dalla fede da una parte, e dalle opere dall’altra - solo che queste non sono opere proprie, ma doni di Cristo e frutti della rigenerazione. Paolo ha usato tali parole solo perché voleva convincere gli ebrei, che contavano sulle proprie forze, che si stavano stupidamente arrogando la giustizia da soli, quando è solo lo Spirito di Cristo che ci dà tale giustizia e non lo zelo che viene dai nostri impulsi di natura! Ma i furbi non tengono conto che Paolo, nel paragone della giustizia dalla legge e della giustizia dal vangelo, che ci dà altrove, esclude tutte le opere, con qualsiasi titolo esse siano adornate! (Gal 3,11 s.). Infatti, secondo il suo insegnamento, la giustizia dalla legge consiste nella salvezza per colui che compie ciò che la legge comanda. Ma la giustizia per fede consiste nel credere che Cristo è morto e risorto. Inoltre, vedremo a tempo debito che la santificazione e la rettitudine sono benefici diversi di Cristo. Da ciò deriva che dove il potere di giustificarci è attribuito alla fede, le opere spirituali non entrano nemmeno in considerazione! Quando Paolo - che ho già menzionato sopra - dichiara di Abramo che non aveva motivo di vantarsi davanti a Dio (Rom 4,2), perché non è stato giustificato dalle opere, questo non deve essere limitato all’apparenza esteriore delle virtù fondate nella lettera, né allo sforzo del libero arbitrio; no, (Paolo intende dire): per quanto spirituale e quasi angelica possa essere stata la vita dell’arci-padre, i meriti delle opere non erano sufficienti a procurargli la giustizia davanti a Dio.

III,11,15 I teologi della scuola romana parlano un po’ più crudamente qui, mescolandosi nelle loro "preparazioni" (per ricevere la salvezza, che l’uomo stesso deve fare!). Tuttavia, i suddetti furbi persuadono anche le persone semplici e inesperte ad accettare una dottrina che non è meno cattiva, coprendo, con il pretesto dello Spirito Santo e della grazia, la misericordia di Dio, che sola può mettere in pace le anime spaventate. Noi, invece, confessiamo con Paolo che davanti a Dio sono giustificati i facitori della legge; ma poiché siamo tutti lontani dall’osservare la legge, concludiamo da questo che anche le opere che dovrebbero (in realtà) aiutarci di più alla giustizia, non ci aiutano affatto, perché mancano in noi! Per quanto riguarda i papisti ordinari o scolastici, essi sono ingannati sotto due aspetti: In primo luogo, chiamano fede la certezza della coscienza con cui ci aspettiamo che Dio ci ricompensi per i nostri meriti; in secondo luogo, per grazia di Dio non intendono l’imputazione della giustizia immeritata, ma lo Spirito Santo che ci presta la sua assistenza nella ricerca della santità. Si legge nell’apostolo: "Chi vuole venire a Dio deve prima credere che egli è, e che sarà il ricompensatore di coloro che lo cercano" (Ebr 11:6). Ma non considerano come procede tale "ricerca". I deliri a cui rendono omaggio riguardo alla parola "grazia" sono abbastanza evidenti dai loro scritti. Così Pietro Lombardo spiega la giustificazione dataci da Cristo in due modi. In primo luogo, dice, la morte di Cristo ci giustifica in quanto attraverso di lui si risveglia l’amore nei nostri cuori per cui siamo resi giusti; in secondo luogo, attraverso di lui viene cancellato il peccato, nella cui prigionia il diavolo ci aveva dato - così che ora non ha motivo di condannarci! (Sentenze III,19,1). Si può vedere come egli veda la grazia di Dio nella giustificazione principalmente nel fatto che siamo condotti alle buone opere dalla grazia dello Spirito Santo. In questo ha voluto naturalmente seguire l’opinione di Agostino; ma la segue da lontano e si allontana notevolmente dalla giusta imitazione (del suo modello): perché se Agostino ha detto qualcosa di chiaro, Pietro Lombardo lo rende poco chiaro, e ciò che non è molto impuro in Agostino lo corrompe! La teologia scolastica continuò poi a deviare verso il peggio, finché alla fine rimase impigliata in una specie di pelagianesimo in un brusco crollo. Naturalmente, la stessa visione di Agostino, o almeno il suo modo di esprimerla, non è accettabile sotto tutti i punti di vista. Certo, egli priva eccellentemente l’uomo di qualsiasi gloria basata su qualsiasi giustizia e la attribuisce interamente alla grazia di Dio; ma poi mette comunque in relazione la grazia con la santificazione, in cui lo Spirito Santo ci dà una rinascita a vita nuova.

III,11,16 D’altra parte, quando la Scrittura parla della giustizia per fede, ci porta in una direzione completamente diversa: secondo le sue istruzioni, dobbiamo distogliere lo sguardo dalle nostre opere e guardare solo alla misericordia di Dio e alla perfezione di Cristo. Perché l’ordine della giustificazione, secondo l’insegnamento della Scrittura, è questo: fin dall’inizio, per pura bontà misericordiosa, Dio condiscende ad accettare l’uomo peccatore; non vede nulla in lui che possa muoverlo a misericordia, ma solo la sua miseria. Vede come la persona è completamente nuda e vuota di opere buone, ma poi prende da sé la causa per fargli del bene. Poi tocca il peccatore stesso con il sentimento della sua bontà, in modo che abbandoni la fiducia nelle proprie opere e basi tutta la sua salvezza sulla misericordia di Dio. Questa è la sensazione di fede con cui il peccatore entra in possesso della sua salvezza, riconoscendo dall’insegnamento del Vangelo che è riconciliato con Dio, avendo ottenuto il perdono dei peccati attraverso l’interposizione vicaria della giustizia di Cristo, ed è quindi giustificato, e considerando che, nonostante la sua rigenerazione da parte dello Spirito di Dio, la sua giustizia è perpetuamente basata non sulle buone opere in cui si impegna, ma sulla sola giustizia di Cristo. Quando tutti questi fatti sono stati considerati separatamente, danno una chiara spiegazione della nostra opinione. Tuttavia, probabilmente potrebbero essere enunciati ancora meglio in un ordine diverso da quello che è stato fatto. Ma c’è poco da guadagnare da questo - se solo i singoli pezzi sono messi in relazione tra loro, in modo da avere davanti a noi l’intero insieme di fatti abbastanza separati e comprovati in modo affidabile.

III,11,17 Qui dobbiamo di nuovo ripensare all’interrelazione tra fede e vangelo già stabilita. La fede, si dice, ci rende giusti perché riceve e afferra la giustizia che ci viene presentata nel Vangelo. Ma quando si dice che questa giustizia ci viene offerta attraverso il vangelo, questo esclude ogni considerazione delle opere. Paolo ce lo mostra in molti luoghi, ma specialmente in due. Prima, nella Lettera ai Romani, confronta la legge e il vangelo e dichiara: la giustizia che viene dalla legge è secondo la parola: "Chiunque fa questo vivrà per esso!" (Rom 10:5). La giustizia per fede" (Rom 10,6), invece, proclama la salvezza alla seguente condizione: "Se uno crede con il suo cuore … e se confessa con la sua bocca Gesù che è il Signore, e che Dio lo ha risuscitato dai morti …" (Rom 10,10.9, intrecciati). Qui possiamo vedere chiaramente la differenza tra la legge e il vangelo in quanto la legge attribuisce la giustizia alle opere, mentre il vangelo la dà per grazia, senza alcuna cooperazione di opere! Un passaggio pesante! Può aiutarci ad uscire da molte difficoltà se riconosciamo che la giustizia che ci viene data attraverso il vangelo è staccata dalle condizioni della legge. Questa è anche la ragione per cui Paolo contrappone più volte la legge e la promessa, ponendo ovviamente un’opposizione, per esempio: "Se l’eredità fosse acquisita per legge, non sarebbe data per promessa…" (Gal 3,18), e nello stesso capitolo altre affermazioni nello stesso senso. Tuttavia, la legge ha anche le sue promesse. Quindi ci deve essere qualcosa di speciale e diverso (dalla legge) nelle promesse del vangelo se non vogliamo ammettere che questo accostamento è inappropriato. Questa qualità speciale delle promesse del Vangelo consiste nel fatto che esse avvengono per pura grazia e sono basate unicamente sulla misericordia di Dio, mentre le promesse della Legge dipendono da una condizione, cioè le opere! Ma che nessuno mi interrompa e dica che questo è solo un rifiuto della giustizia che le persone sono libere di portare davanti a Dio di propria iniziativa e in virtù della loro libera volontà! No, Paolo ci insegna senza alcuna restrizione: la legge non ottiene nulla con i suoi comandi (Rom 8,3) - perché non c’è nessuno che la adempia, né con la grande moltitudine, né tantomeno con i più perfetti! L’amore è certamente la parte più importante della legge, perché lo Spirito di Dio ci plasma verso di esso. Ma perché non è la causa della nostra giustizia? Proprio perché è debole anche nei santi, e quindi di per sé non merita alcuna ricompensa!

III,11,18 Il secondo passo recita: "Ma che per mezzo della legge nessuno sia giustificato davanti a Dio, è evidente; perché chi è giustificato vivrà per fede. Ma la legge non è di fede, ma l’uomo che la fa vivrà per essa!". (Gal 3,11 s.). Come potrebbe reggere questo argomento se non fosse chiaro che le opere non sono prese in considerazione nella fede, ma devono essere completamente separate da essa? Paolo ci dice: la legge è qualcosa di diverso dalla fede. Ma perché? Proprio perché le opere sono necessarie per la giustizia secondo la legge! Ne consegue che le opere non sono necessarie per la giustizia per fede! Questo paragone rende chiaro che chi è giustificato per fede ottiene la giustificazione senza il merito delle opere, anzi a prescindere da ogni merito delle opere - perché la fede riceve la giustizia che il vangelo ci conferisce! La differenza tra la Legge e il Vangelo è che quest’ultimo non lega la giustizia alle opere, ma la basa unicamente sulla misericordia di Dio. Nello stesso senso, Paolo afferma nella sua lettera ai Romani che Abramo non aveva motivo di vantarsi perché la sua fede gli fu contata come giustizia (Rom 4:2f s.). La ragione che dà è che c’è spazio per la giustizia per fede dove non ci sono opere che darebbero diritto alla ricompensa! Dove ci sono le opere, spiega, esse sono ricompensate; ma ciò che è dato per fede è dato per grazia! Perché le parole che usa in questo passaggio portano a questo risultato nel loro significato. Pochi versi dopo dichiara che abbiamo ricevuto l’eredità per fede, quindi l’abbiamo ottenuta per grazia, e da questo trae la conclusione che questa eredità ci è data per grazia, poiché l’abbiamo ricevuta per fede! (Rom 4,16). Perché questo è possibile? Solo perché la fede, senza alcun sostegno di opere, poggia interamente sulla misericordia di Dio! Nello stesso senso è senza dubbio da intendere quando insegna in un altro luogo che "la giustizia che è davanti a Dio" è sì "testimoniata dalla legge e dai profeti", ma è tuttavia "rivelata senza l’aiuto della legge"! (Rom 3:21). Infatti, escludendo la legge, egli afferma che non riceviamo alcun aiuto dalle opere, né raggiungiamo la giustizia facendo le opere, ma arriviamo del tutto vuoti ad afferrarla!

III,11,19 Il lettore noterà ora con quale giustificazione i furbi di oggi rimproverano la nostra dottrina, perché noi diciamo che l’uomo è giustificato "per sola fede". Che l’uomo sia giustificato per fede non osano negarlo, perché è affermato così spesso nella Scrittura. Ma poiché "solo" non si trova espressamente da nessuna parte, non ci permetteranno di aggiungerlo! Lo fanno? Ma cosa vogliono poi rispondere alle affermazioni di Paolo, che sostiene che la giustizia viene solo per fede se ci viene concessa per pura grazia? (Rom 4,2 ss.). Ma come fa questo "per pura grazia" a fare rima con le opere? Con quale vituperio vogliono anche eludere le parole che egli pronuncia in un altro luogo quando dice che nel vangelo "la giustizia che è davanti a Dio si rivela a noi"? (Rom 1:17). Quando la giustizia è rivelata nel vangelo, non è tagliata a brandelli o a metà in esso, ma interamente e perfettamente decisa. La legge, quindi, non ha posto in essa. Ma è un’evasione non solo perversa, ma addirittura ridicola, se si irrigidiscono così tanto contro la piccola parola "solo". Se uno toglie tutto dalle opere, non lo attribuisce forse interamente alla sola fede? Caro lettore, qual è il significato di frasi come: "La giustizia si rivela senza la legge" (Rom 3,21) o "L’uomo è giustificato per grazia" (Rom 3,24; impreciso), e che "senza opere della legge" (Rom 3,28); Ma qui i furbi hanno una scusa molto intelligente. Certo, non l’hanno pensato loro stessi, ma l’hanno preso da Origene e da alcuni altri degli antichi Padri della Chiesa. Ma è ancora completamente inappropriato. Essi infatti sostengono che in tali parole scritturali sono escluse solo le opere della legge fatte nelle cerimonie, ma non quelle "morali". In questo modo ottengono, con i loro continui battibecchi, che non afferrano nemmeno i concetti fondamentali dell’arte del pensare! L’apostolo usa i seguenti passi per giustificare il suo insegnamento: "Chiunque fa queste cose vivrà per esse" (Rom 10:5; Gal 3:12; Lev 18:5) e: "Maledetto chiunque non osserva tutto ciò che è scritto nel libro della legge, perché lo faccia! (Gal 3:10; Deut 27:26). Queste persone pensano che l’apostolo sia fuori di testa quando usa queste parole scritturali? Se non sono pazzi, non affermeranno che la vita è promessa a coloro che osservano le cerimonie, o che una maledizione è pronunciata su coloro che non le osservano correttamente! Ma se questi passaggi devono essere riferiti alla legge morale, è fuor di dubbio che la capacità di giustificazione è negata anche alle opere morali! Nella stessa direzione vanno le conclusioni che Paolo trae: "Attraverso la legge si viene a conoscenza del peccato" - quindi attraverso la legge "nessuna carne è giustificata!". (Rom 3,20). Oppure: "La legge provoca l’ira" - quindi non opera la giustizia! (Rom 4:15, in relazione al verso 16). (Allo stesso modo:) Poiché la legge non può rendere sicura la nostra coscienza, quindi non è adatta a renderci giusti. Perché "la fede è considerata come giustizia" (Rom 4:5), quindi la giustizia non è una ricompensa per le nostre opere, ma ci è data immeritatamente! Poiché otteniamo la giustizia per fede, la gloria è "esclusa" (Rom 3:27). "Se fosse data una legge che potesse rendere vivi, la giustizia verrebbe veramente dalla legge. Ma Dio ha concluso tutte le cose sotto il peccato, affinché la promessa … sia data a coloro che credono!". (Gal 3,21 s. non proprio il testo di Lutero). Ora che i furbi, se osano, spettegolino tranquillamente che queste parole si riferiscono alle cerimonie e non ai costumi - sicuramente anche i bambini metteranno in imbarazzo una tale sfacciataggine! Teniamo dunque fermo questo: se si nega alla legge la capacità di giustificarci, allora tali affermazioni si riferiscono a tutta la legge!

III,11,20 Ma forse qualcuno potrebbe chiedersi perché Paolo include la legge in questa discussione e non si accontenta semplicemente di parlare delle opere in quanto tali. Il motivo può essere stabilito rapidamente. Infatti, se le opere sono tenute in così alta considerazione, esse hanno questo valore più dal riconoscimento di Dio che dal loro proprio valore. Chi oserebbe offrire a Dio la giustizia delle opere se Dio non riconoscesse tale giustizia? Chi oserebbe chiedere la meritata ricompensa per le sue opere se Dio non l’avesse promessa? Se, dunque, le opere sono ritenute degne di essere contate come giustizia, e di conseguenza di ottenere una ricompensa, esse hanno questo - dalla benevolenza di Dio! Sì, hanno significato solo in un senso, cioè quando una persona li esegue con l’intenzione di mostrare obbedienza a Dio attraverso di essi. In un altro passo l’apostolo vuole dimostrare che Abramo non poteva essere giustificato dalle opere, e tira fuori il fatto che la legge fu data solo circa quattrocentotrenta anni dopo che l’alleanza fu fatta con Abramo (Gal 3,17). Le persone non informate potrebbero ridere di una tale prova, perché le opere giuste sarebbero state possibili prima dell’emanazione della legge. Ma Paolo sapeva che solo la testimonianza e la stima di Dio potevano dare alle opere un tale significato, e quindi accettava come un dato di fatto che le opere non avevano potere di giustificazione davanti alla legge. Ora vediamo perché, quando vuole negare la giustificazione delle opere, le chiama espressamente opere della legge; perché solo in esse potrebbe sorgere una controversia! A volte, naturalmente, esclude tutte le opere senza alcuna aggiunta. Per esempio, quando dichiara che attraverso la testimonianza di Davide la salvezza è concessa a un tale uomo "a cui Dio imputa la giustizia senza opere" (Rom 4:6). Così i furbi non possono, con qualche presa in giro, farci abbandonare l’esclusione generale (di tutte le opere)! È anche vano per loro sostenere, con un sofisma incauto, che siamo giustificati "solo" dalla fede "che è attiva nell’amore" (Gal 5:6). In questo caso, quindi, la nostra giustizia era basata sull’amore. È vero, ammettiamo con Paolo che nessun’altra fede ci giustifica se non quella "che è attiva nell’amore" (Gal 5:6). Ma Paolo non toglie il potere giustificante della fede da questa attività nell’amore! Sì, la fede ci giustifica per una sola ragione, cioè perché ci rende partecipi della giustizia di Cristo. Nell’altro caso, tutto ciò che Paolo afferma con tanta acutezza crollerebbe. Egli dice: "Ma a colui che lavora, la ricompensa non è di grazia, ma di dovere. Ma a colui che non opera, ma crede in colui che giustifica gli empi, la sua fede è considerata come giustizia" (Rom 4:4 s.). Poteva parlare più chiaramente di così? La giustizia della fede - ci mostra - si trova quindi solo dove non ci sono opere che hanno diritto alla ricompensa, e la fede è contata come giustizia solo dove questa giustizia ci è concessa per grazia immeritata!

III,11,21 Ora abbiamo detto sopra nella nostra definizione che la giustizia per fede è la riconciliazione con Dio, che consiste unicamente nel perdono dei peccati. Ora guardiamo più da vicino quanto questo sia vero. Dobbiamo sempre tornare al principio che l’ira di Dio poggia su tutti gli uomini finché persistono nell’essere peccatori. Isa l’ha detto molto chiaramente: "Ecco, la mano del Signore non è corta come la cera, perché non soccorra, né i suoi orecchi si sono induriti, perché non ascolti; ma le vostre iniquità vi separano dal vostro Dio, e i vostri peccati velano il suo volto da voi, perché non vi ascolti!" (Isa 59:1 s. fine non proprio del testo di Lutero). Lo sentiamo: il peccato è la separazione tra l’uomo e Dio, allontana lo sguardo di Dio dal peccatore. Non può essere altrimenti, perché è estraneo alla giustizia di Dio avere qualsiasi comunione con il peccato. Perciò l’apostolo ci insegna anche che l’uomo è nemico di Dio finché non viene restaurato alla grazia attraverso Cristo. Quando, dunque, il Signore riceve un uomo nella sua comunione, si dice: lo giustifica; perché non può riceverlo in grazia, né può entrare in alcuna unione con lui, se non lo trasforma da peccatore in un uomo giusto. Ora aggiungo: questo avviene attraverso il perdono dei peccati. Infatti, se si dovessero giudicare gli uomini, che Dio ha riconciliato a sé, secondo le loro opere, si troverebbe che essi sono ancora peccatori, e tuttavia devono essere liberi e puri dal peccato! È certo, quindi, che coloro che Dio accetta possono diventare giusti solo per il fatto che, attraverso il perdono dei peccati, egli cancella tutte le loro macchie e li purifica. Tale giustizia può dunque essere chiamata, in una parola, il perdono dei peccati!

III,11,22 Questi due fatti (la giustificazione come riconciliazione e la giustificazione come perdono dei peccati) emergono ora molto chiaramente dalle parole dell’apostolo già citate: "Dio infatti era in Cristo, riconciliando a sé il mondo, senza imputare loro i peccati, e ha stabilito tra noi la parola della riconciliazione" (2Cor 5, 19). Come contenuto essenziale del suo messaggio aggiunge poi: "Perché ha fatto sì che colui che non aveva conosciuto peccato fosse peccato per noi, affinché avessimo in lui la giustizia che è davanti a Dio". (2Cor 5:21). Qui usa indistintamente "giustizia" e "riconciliazione": così notiamo che l’uno include l’altro reciprocamente. Allo stesso tempo, ci mostra anche il modo in cui otteniamo questa giustizia, cioè non imputandoci i nostri peccati. Perciò, non dovete più dubitare del perché Dio ci giustifica; sentite: ci riconcilia con se stesso non imputandoci i nostri peccati! Questo è anche quello che leggiamo nella Lettera ai Romani (4:6-8): Paolo usa la testimonianza di Davide per dimostrare che la giustizia è imputata all’uomo senza l’intervento delle opere; infatti Davide chiama beato l’uomo "al quale sono perdonate le sue iniquità e coperti i suoi peccati, … al quale Dio non imputa il peccato". "Beatitudine" egli mette senza dubbio per "giustizia"; ma poiché questa, secondo la sua assicurazione, consiste nel perdono dei peccati, non c’è motivo di descriverla diversamente. Ecco perché Zaccaria, il padre di Giov Battista, dice nel suo canto che la "conoscenza della salvezza" consiste "nel perdono dei loro peccati" (Luca 1,77). Paolo seguì questa regola anche quando concluse il sermone sulla somma principale della salvezza, che predicò agli Antiochi, secondo il racconto di Luca, con le parole: "… che il perdono dei peccati vi è annunciato per mezzo di lui, e di tutte le cose dalle quali non potevate essere giustificati nella legge di Mosè. Ma chi crede in lui è giustificato" (Atti 13:38 e seguenti). Lì l’apostolo collega il perdono dei peccati con la giustizia in modo tale che mostra: sono completamente uno e lo stesso! Da ciò egli conclude giustamente che la giustizia che riceviamo dalla bontà di Dio è immeritata. Quando diciamo che i credenti sono giusti davanti a Dio non per le loro opere ma per l’accettazione benevola di Dio, un tale discorso non deve sembrare insolito; perché si verifica abbastanza spesso nella Scrittura, e anche gli antichi Padri della Chiesa a volte parlavano in questo modo. Così leggiamo da qualche parte in Agostino: "La giustizia dei santi in questo mondo consiste piuttosto nel perdono dei peccati che nella perfezione delle virtù" (On the State of God, XIX,27). Le parole gloriose di Bernardo corrispondono a questo: "Non peccare è la giustizia di Dio; ma la giustizia dell’uomo è la bontà di Dio" (Omelie sul Cantico dei Cantici, 23). Prima aveva dichiarato che Cristo era giustizia per noi in quanto aveva ottenuto la nostra assoluzione, e quindi era giusto solo colui che aveva ottenuto il perdono dei peccati attraverso la misericordia (22).

III,11,23 Da questo segue anche che è solo per l’intercessione della giustizia di Cristo per noi che arriviamo ad essere giustificati davanti a Dio. Questo significa tanto quanto se dicessimo: l’uomo non è giusto in se stesso, ma solo perché la giustizia di Cristo gli è comunicata per imputazione. Questo è degno della nostra massima attenzione. Perché con questo cade l’illusione, come se la fede giustificasse l’uomo perché attraverso la fede egli partecipa dello Spirito di Dio, per mezzo del quale egli è (effettivamente) reso giusto; questo punto di vista è in opposizione assolutamente inconciliabile con la dottrina sviluppata sopra. Perché l’uomo deve indubbiamente essere senza alcuna giustizia propria se gli si insegna a cercare la sua giustizia fuori di sé! Ma questo è precisamente ciò che l’apostolo afferma con la massima chiarezza quando scrive: "Poiché egli ha fatto di colui che non ha conosciuto peccato un sacrificio espiatorio per noi, affinché noi avessimo in lui la giustizia che è davanti a Dio" (2Cor 5:21; parte centrale non testo Lutero). Qui vediamo che la nostra giustizia non è in noi, ma in Cristo; ci viene solo sulla base legale che siamo partecipi di Cristo, così come possediamo tutte le sue ricchezze con Lui! Questo non è contraddetto dall’affermazione di Paolo altrove che il peccato è stato condannato nella carne di Cristo "a causa del peccato, affinché la giustizia richiesta dalla legge fosse compiuta in noi…" (Rom 8:3). (Rom 8:3). Perché il "compimento" che Paolo intende qui non è altro che quello che otteniamo per imputazione! Perché il Signore Cristo ci dà una parte della sua giustizia con il diritto che Egli in tal modo miracolosamente - per quanto riguarda il giudizio di Dio! - il suo potere passa in noi! Paolo non intendeva altro; questo è più che chiaro da un altro passaggio trovato poco prima: "Perché come per la disobbedienza di un uomo sono stati fatti molti peccatori, così anche per l’obbedienza di un uomo molti saranno resi giusti!" (Rom 5:19). Così qui Paolo basa la nostra giustizia sull’obbedienza di Cristo - ma cosa significa questo se non che afferma: solo per questo siamo considerati giusti, perché l’obbedienza di Cristo ci beneficia come se fosse nostra? Mi sembra quindi molto corretto quando Ambrogio trova un esempio di questa giustizia nella benedizione ottenuta da Giacobbe. Giacobbe non aveva guadagnato la primogenitura di sua spontanea volontà, eppure si nascose nella veste di suo fratello, si mise la sua gonna, che emanava un buon odore, e in questo modo si intrufolò nella casa di suo padre per ricevere la benedizione sotto un estraneo a proprio beneficio. Allo stesso modo, spiega Ambrogio, anche noi ci nascondiamo sotto la preziosa purezza di Cristo come nostro fratello primogenito per ottenere la testimonianza della giustizia davanti alla faccia di Dio. Ambrogio dice letteralmente: "Che Isacco ’sentì l’odore delle vesti’ (Gen 27:27) può avere il significato che siamo giustificati non dalle nostre opere ma dalla fede; perché la debolezza della carne è un ostacolo alle nostre opere, ma la chiarezza della fede eclissa l’errore delle nostre opere, e tale fede merita il perdono dei peccati" (Di Giacobbe e della vita beata, II:2, 9). È proprio così; perché se dobbiamo apparire davanti al volto di Dio per la nostra salvezza, dobbiamo necessariamente essere profumati della sua fragranza, e sotto la sua perfezione i nostri vizi devono essere coperti e sepolti!


Capitolo dodici

Se la giustificazione per grazia deve diventare una seria certezza, dobbiamo alzare i nostri cuori al seggio del giudizio di Dio.

III,12,1 Certamente, è evidente da chiare testimonianze che tutto questo è vero; ma quanto sia necessario ci diventa chiaro solo quando consideriamo quello che deve essere il fondamento di tutto l’argomento. Prima di tutto, dobbiamo essere consapevoli che non stiamo parlando di rettitudine secondo lo standard del giudizio umano, ma di rettitudine davanti al seggio del giudizio di Dio. Quindi non dobbiamo giudicare secondo la nostra misura quale purezza di opere è necessaria perché il giudizio di Dio sia soddisfatto. È strano, tuttavia, con quale arroganza e presunzione questo viene costantemente determinato. In effetti, possiamo vedere che nessuno parla della giustizia delle opere più presuntuosamente e, come si dice, con le guance più piene di persone che soffrono tremendamente di infermità palpabili o che scoppiano di vizi nascosti! Questo perché non considerano la giustizia di Dio, perché se ne avessero la minima esperienza, non la deriderebbero così! Ma certamente non lo considerano degno di nota se non riconoscono che è di tale genere e perfezione che solo ciò che è puro e perfetto sotto ogni aspetto e non contaminato dalla sporcizia gli è gradito! Ma questo non è mai stato trovato in un essere umano, né lo sarà mai. È comunque facile e familiare a tutti blaterare nelle aule delle scuole (papali) sul valore delle opere per la giustificazione dell’uomo. Ma quando uno viene davanti a Dio, allora questo piacere deve sciogliersi; perché c’è serietà, non c’è nessun litigio divertente sulle parole! Ecco, dunque, dove dobbiamo porre la nostra mente se vogliamo cercare con profitto la vera giustizia: dobbiamo chiederci come risponderemo al giudice celeste quando ci chiamerà a rendergli conto! Immaginiamo questo giudice - non come lo sognano le nostre menti, ma come ci viene descritto nella Scrittura! Davanti al suo splendore le stelle impallidiscono, davanti alla sua potenza le montagne si sciolgono, la sua ira scuote la terra, la sua saggezza coglie i furbi nella loro astuzia, contro la sua purezza tutto è impuro, la sua giustizia nemmeno gli angeli possono sopportare; davanti a lui nessun colpevole diventa innocente, e quando la sua vendetta divampa, essa penetra nelle profondità dell’inferno! Questo è detto specialmente nel libro di Giobbe (cfr. Giobbe 9:5; 25:5; 26:6). Io dico: lasciatelo sedere in giudizio per mettere alla prova le azioni degli uomini - chi può stare con fiducia davanti al suo trono? "Chi c’è tra noi", dice il profeta, "che possa dimorare presso un fuoco che consuma? Chi c’è tra noi che dimorerà presso le braci eterne? Colui che cammina nella rettitudine e dice ciò che è giusto…" (Isa 33:14 s.). Ma che si faccia avanti, chiunque sia! Ma no, proprio questa risposta ha come conseguenza che nessuno si fa avanti! Perché dall’altra parte risuona la parola spaventosa: "Se tu vuoi, o Signore, calcolare i peccati, o Signore, chi resisterà?". (Sal 130:3). Così tutti devono perire immediatamente, come è anche scritto altrove: "Come può un uomo essere giusto agli occhi di Dio, o un uomo essere puro agli occhi di Colui che lo ha fatto? Ecco, tra i suoi servi non c’è nessuno che gli sia fedele, e i suoi messaggeri egli accusa di malvagità; quanto più quelli che abitano in case d’argilla, che sono fondate sulla terra e sono mangiate dai vermi? Dura dal mattino fino alla sera, e sono fatti a pezzi…" (Giobbe 4:17-20; non coerentemente con il testo di Lutero). O anche: "Ecco, non c’è nessuno fedele tra i suoi santi, né i cieli sono puri davanti a lui. Quanto meno un uomo che è un abominio e un vile, che beve l’iniquità come acqua?" (Giobbe 15,15 s. non proprio il testo di Lutero). Ammetto, però, che il libro di Giobbe parla di una giustizia che è più esaltata dell’osservanza della legge. È importante mantenere questa distinzione, perché anche se uno soddisfacesse la legge, non supererebbe la prova della giustizia, che trascende tutti i nostri sensi! Questa è la ragione per cui Giobbe, pur non essendo consapevole di alcuna colpa, è tuttavia scioccato e ammutolito! Vede che Dio non potrebbe essere riconciliato nemmeno dalla santità degli angeli, se mettesse le loro opere sulla scala più alta! Abbandonerò quindi la giustizia così implicita, perché è incomprensibile. Ma questo dico: se la nostra vita è messa alla prova secondo le linee guida della legge scritta, saremmo ancora più ottusi che spenti se non fossimo torturati da tante parole maledette con terribile paura, con le quali Dio vuole svegliarci dalla nostra sonnolenza! Prima di tutto, c’è la maledizione generale: "Maledetto colui che non continua in tutte le cose che sono scritte in questo libro" (Deut 27:26). (Deut 27:26; non il testo di Lutero; in realtà citato da Gal 3:10). In breve, tutta questa discussione è pacchiana e oscura se ogni individuo non si presenta come l’accusato davanti al giudice celeste e non si prostra e non si umilia davanti a lui per la sua assoluzione!

III,12,2 Qui, qui dobbiamo alzare gli occhi, per imparare a tremare invece di gioire stupidamente! Finché ci confrontiamo con gli uomini, è facile per ognuno di noi pensare di possedere qualcosa che gli altri non devono denigrare. Ma quando ci innalziamo a Dio, tale fiducia si sgretola e si disperde più velocemente di quanto possa essere espressa. E così facendo, la nostra anima fa la stessa esperienza verso Dio che il nostro corpo fa verso il cielo visibile. Perché finché il nostro occhio è occupato a guardare le cose che si trovano prima di noi, riceve la prova della sua acutezza. Se invece dirigiamo il nostro occhio verso il sole, esso viene sopraffatto e abbagliato dalla sua potente luminosità - e così sperimenta la sua fragilità alla vista del sole tanto quanto percepisce la sua forza alla vista delle cose di questa terra. Non lasciamoci dunque ingannare da una vana fiducia: anche se ci crediamo uguali o addirittura superiori al resto dell’umanità, questo non ha alcuna importanza per Dio, e il giudizio su questa questione è ancora a Sua discrezione! Ma se la nostra arroganza non può essere frenata dalle esortazioni, egli ci risponderà come disse una volta ai farisei: "Siete voi che vi giustificate davanti agli uomini. Ma… ciò che è alto agli occhi degli uomini è abominio agli occhi di Dio!". (Luca 16:15). Ora puoi andare a gonfiarti tra gli uomini vantandoti della tua giustizia - quando Dio la aborrisce dal cielo! Ma cosa dice il servo di Dio che è istruito nella verità dal suo Spirito? "Non entrare in giudizio con il tuo servo, perché non c’è nessun vivente che sia giusto davanti a te!" (Sal 143:2). E un altro ci dice, certo in un senso un po’ diverso: "Sì, so molto bene… che un uomo non può avere ragione contro Dio. Se ha voglia di litigare con lui, non può rispondergli in mille!". (Giobbe 9:2 s.). Qui sentiamo chiaramente cos’è la giustizia di Dio; essa è tale che non possiamo soddisfarla con nessuna opera umana: se ci interroga per mille azioni cattive, non possiamo dare una scusa per una sola! Questa giustizia era senza dubbio ben compresa nel cuore di Paolo, quello strumento scelto da Dio, quando disse: "Non ho coscienza di nulla; ma in questo non sono giustificato" (1Cor 4:4).).

III,12,3 Tali esempi non si trovano solo nelle Sacre Scritture, ma tutti i pii scrittori mostrano che erano di questo avviso. Così dice Agostino: "Tutti i pii, che gemono sotto questo peso di carne deperibile e in questa fragilità della vita, hanno una sola speranza, cioè che abbiamo come unico mediatore Gesù Cristo, che è giusto e che è lui stesso la propiziazione dei nostri peccati" (A Bonifacio, III,5,15; cfr. 1Tim 2,5 s.). Cosa sentiamo lì? Se lui è l’unica speranza dei fedeli, dov’è la fiducia nelle opere? Perché quando Agostino parla di lui come nostra "unica" speranza, non lascia altra speranza accanto a lui. Ma San Bernardo dice: "E in verità, dove potranno i deboli avere costante e saldo riposo e sicurezza, se non nelle sole piaghe del Salvatore? Là dimoro tanto più al sicuro, tanto più potente è lui a redimermi! Il mondo infuria, la carne preme, il diavolo mi insegue. Ma io non cadrò, perché sono fondato su una roccia forte! Ho peccato gravemente. La mia coscienza è addolorata, ma non sprofonda nel dolore, perché mi ricordo delle piaghe del Signore!". (Omelie sul Cantico dei Cantici, 61,3). Più tardi, trae la conclusione: "Il mio merito, dunque, è la misericordia del Signore. Non sono del tutto senza merito, purché non sia senza misericordia. Se la misericordia del Signore è così grande, anch’io sono grande nei miei meriti! Cosa canterò della mia giustizia? Signore, mi ricorderò solo della tua giustizia! Perché la tua giustizia è mia! Poiché egli (Cristo) mi è stato fatto da Dio per la giustizia!". (Omelie sul Cantico dei Cantici, 61,5). Allo stesso modo altrove: "Questo è tutto il merito dell’uomo, che pone tutta la sua speranza in colui che rende beato tutto l’uomo!". (sul Sal 91, Ecclesiaste 15:5). Allo stesso modo, in un altro passaggio, dove tiene la pace per sé e lascia la gloria a Dio: "A te sia la gloria illimitata; per me è bene che io abbia la pace. Perciò rinuncio del tutto alla gloria, per non arrogarmi ciò che non è mio, e perdere per essa ciò che mi è offerto!". (Omelie sul Cantico dei Cantici, 13,4). Egli parla ancora più apertamente altrove: "Perché la Chiesa dovrebbe preoccuparsi dei meriti? Ha una ragione molto più forte e sicura per vantarsi del proposito di Dio! Quindi non c’è motivo di chiedere da quali meriti dobbiamo sperare il bene. Soprattutto non quando sentiamo dal profeta: ’Non lo faccio per il tuo bene, ma per il mio, dice il Signore’ (Ez 36:22, 32; finale impreciso). Per il merito basta sapere che il merito non basta! Ma come è sufficiente per il merito non presumere il merito, così è sufficiente per la condanna non avere merito" (Omelie sul Cantico dei Cantici, 68,1). Il fatto che Bernhard si prenda la libertà di dire "meriti" invece di "buone opere" è da attribuire all’usanza del tempo. Alla fine (dell’ultima citazione) aveva l’intenzione di spaventare gli ipocriti che diventano audaci nel peccare volontariamente contro la grazia di Dio; in questo senso spiega la sua affermazione subito dopo: "Beata la Chiesa che non manca né di meriti, di cui non è priva, né di ’presunzione’ senza meriti (cioè la giusta presunzione della fede senza meriti). Ha motivo di essere ’presuntuosa’ - ma non è nei suoi meriti! Ha anche dei meriti, ma non per presumerli, ma per meritarli! Perché il fatto stesso di non presumere non significa forse che ce lo meritiamo? Così lei "manca" a se stessa tanto più sicuramente se non le manca (nel senso sbagliato)! Perché ha davvero un motivo pesante per vantarsi (nel senso di giusta ’presunzione’!), cioè la grande misericordia del Signore!" (Omelie sul Cantico dei Cantici, 68,6).

III,12,4 È davvero così. Le coscienze afflitte lo imparano, che questo è l’unico rifugio di salvezza dove possono tranquillamente tirare un sospiro di sollievo quando devono affrontare il giudizio di Dio! Perché se le stelle, che apparivano così luminose di notte, perdono il loro splendore alla vista del sole - che ne sarà dell’innocenza più scelta dell’uomo quando sarà confrontata con la purezza di Dio? Perché questa sarà una prova molto seria, che penetrerà anche nei pensieri più nascosti del cuore; essa, come dice Paolo, "porterà alla luce ciò che è nascosto nelle tenebre e rivelerà le cose nascoste del cuore" (1Cor 4:5; non proprio il testo di Lutero). Costringerà la nostra coscienza, che è nascosta e resiste, a portare alla luce tutto ciò che ora è sfuggito anche alla nostra memoria. Allora ci assalirà l’accusatore, il diavolo, che conosce bene tutti gli oltraggi a cui ci ha incitato. Tutto lo splendore esteriore delle buone opere, che solo ora è tenuto in grande considerazione, non ci sarà di alcun aiuto. Solo la purezza della volontà sarà richiesta a noi. Perciò tutta l’ipocrisia sarà messa a nudo e cadrà a terra - non solo l’ipocrisia con cui l’uomo ama fingere di essere grande davanti agli uomini, pur sapendo il male che ha fatto davanti a Dio, ma anche l’ipocrisia con cui ognuno inganna se stesso davanti a Dio - siamo così inclini ad accarezzare e adulare noi stessi! Questa ipocrisia passerà da noi - per quanto senza speranza possa ora comportarsi in modo più che ubriaco di presunzione! Colui che non si concentra su questo spettacolo può anche costruirsi una giustizia per il momento in tutta comodità e autosufficienza: ma davanti al giudizio di Dio sarà presto scacciato da lui! Sarà come uno che ha accumulato grandi ricchezze in sogno: al suo risveglio, esse svaniranno! Ma colui che seriamente, per così dire davanti al volto di Dio, cerca il vero standard di rettitudine, imparerà sicuramente che tutte le opere degli uomini, quando sono considerate in se stesse, non sono altro che sporcizia e sudiciume; ciò che è comunemente pensato come rettitudine è per Dio tutta ingiustizia, ciò che è pensato come purezza è tutta contaminazione, ciò che è pensato come gloria è tutta vergogna!

III,12,5 Ora non ci dispiaccia scendere da questa contemplazione della perfezione divina e guardare noi stessi senza ipocrisia e senza cieca accettazione dell’amore (di sé). Perché non c’è da meravigliarsi che siamo così ciechi in questa materia; perché nessuno di noi è attento alla perniciosa indulgenza verso se stesso, che, secondo la forte testimonianza della Scrittura, è insita in tutti noi per natura. "La via di ogni uomo gli sembra giusta", dice Salomone (Prov 21:2), o ancora: "Le vie di ogni uomo sembrano pure" (Prov 16:2). Ma come? L’uomo riceve ora l’assoluzione a causa di questi suoi deliri? Oh no! Salomone aggiunge nello stesso passo: "Ma il Signore pesa i cuori" (Prov 21:2). Questo significa: mentre l’uomo si accarezza per la larva esteriore di rettitudine che mostra, il Signore mette alla prova l’impurità nascosta del cuore sulla sua bilancia. Dal momento che non otteniamo nulla con tale auto-lusinga, non vogliamo ingannare noi stessi di nostra spontanea volontà fino alla nostra distruzione. Ma per esaminarci bene, dobbiamo richiamare la nostra coscienza davanti al seggio del giudizio di Dio. Perché la sua luce è molto necessaria per scoprire tutti gli angoli e le fessure della nostra cattiveria, che altrimenti rimangono troppo profondamente nascosti! Allora vedremo attraverso ciò che significa realmente quando sentiamo: lungi dall’uomo essere giustificato, l’uomo "che è polvere e verme" (Giobbe 25:6), "l’uomo che è un abominio e vile, che beve l’iniquità come acqua!" (Giobbe 15:16). "Può venire un puro dall’impuro? Neanche uno!" (Giobbe 14:4). Allora faremo la stessa esperienza che Giobbe dice di se stesso: "Se dico di essere giusto, la sua bocca mi condanna; se sono innocente, mi rende ingiusto!". (Giobbe 9:20; non proprio il testo di Lutero). Perché è vero non solo per un certo tempo, ma per tutti i tempi, ciò che il profeta lamentava una volta per Israele: "Ci siamo smarriti tutti come pecore; ognuno ha guardato per la sua strada…" (Isa 53:6). Perché qui il profeta riassume tutto il popolo a cui doveva arrivare la grazia della salvezza. L’asprezza di questo giudizio deve arrivare al punto di costringerci a una profonda costernazione e prepararci così a ricevere la grazia di Cristo. Perché è un inganno se qualcuno pensa di poter godere di questa grazia senza aver prima gettato via tutta la maestà del suo cuore! È un detto noto: "Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili" (1Piet 5,5).

III,12,6 Come possiamo dunque umiliarci? Ma in modo tale da dare spazio alla misericordia di Dio, completamente povero e vuoto! Perché non la chiamo umiltà se pensiamo di avere ancora qualcosa. Finora ci è stata insegnata una perniciosa ipocrisia combinando due richieste: dobbiamo pensare umilmente a noi stessi davanti a Dio, ma allo stesso tempo dobbiamo anche dare ancora un certo valore alla nostra giustizia. Perché se confessiamo davanti a Dio il contrario di ciò che intendiamo veramente, gli mentiamo vergognosamente! Ma non possiamo avere la giusta opinione di noi stessi senza che tutto ciò che sembra lodevole di noi vada in frantumi. Nel profeta sentiamo che la salvezza è preparata per i miserabili, ma l’umiliazione per gli occhi degli arroganti (Sal 18,28; non è il testo di Lutero). Prima di tutto, considera che non abbiamo accesso alla salvezza senza rimuovere da noi stessi ogni arroganza e accettare una profonda umiltà. Ma poi dobbiamo anche notare che questa umiltà non è una specie di modestia in virtù della quale lasciamo un pelo del nostro diritto al Signore. Tra gli uomini, infatti, è considerato umile colui che non si gonfia eccessivamente e non disprezza gli altri, anche se si appoggia in qualche misura sulla coscienza della sua eccellenza. No, l’umiltà richiesta qui è l’umiltà non finta del nostro cuore, terrorizzato dal serio senso della sua miseria e povertà; così è descritto ovunque nella Parola di Dio. In Sofonia il Signore dice: "Metterò via da te i superbi… lascerò in te un popolo povero e umile; essi spereranno nel Signore" (Sof 3,11 s. non proprio il testo di Lutero). Non mostra chiaramente chi sono gli umili? Sono coloro che sono schiacciati dalla consapevolezza della loro povertà! L’arrogante, d’altra parte, lo chiama "arrogante", poiché le persone tendono a diventare orgogliose nella gioia della loro felicità. Ma agli umili, che si è impegnato a rendere beati, non lascia altro che "sperare nel Signore". Questo è anche scritto in Isaia: "Io guardo i miserabili, i deboli di cuore e i timorosi della mia parola" (Isa 66,2). O similmente: "Così dice l’Alto e Sovrano che abita per sempre, il cui nome è Santo; che abita in alto e nel santuario, e con coloro che sono di spirito rotto e umile, affinché io possa rinfrescare lo spirito degli umili e il cuore di chi ha il cuore spezzato!" (Isa 57:15). Quando si sente parlare così spesso della parola "schiacciato" qui, si deve intendere una ferita del cuore che non permette a un uomo che è stato gettato a terra di rialzarsi. Il tuo cuore deve essere ferito da un tale schiacciamento se, secondo le parole di Dio, vuoi essere innalzato con gli umili! Se questo non accade, la mano potente di Dio vi umilierà fino alla vostra vergogna e disgrazia!!

III,12,7 Il nostro grande Maestro, però, non si è accontentato delle parole, ma ci ha anche posto davanti l’immagine della giusta umiltà in una parabola, come in un quadro. Fa venire davanti a noi un pubblicano che "sta lontano", non osando alzare gli occhi al cielo, e prega con un profondo lamento: "Signore, abbi pietà di me peccatore". (Luca 18:13). Quando quest’uomo non osa guardare il cielo e non osa avvicinarsi, quando si batte il petto e confessa di essere un peccatore, non dobbiamo pensare che questi siano segni di finta modestia, ma sapere che sono testimonianze di un’emozione interiore. D’altra parte, egli contrappone questo esattore delle tasse al fariseo che ringrazia Dio di non essere "come gli altri uomini", di non essere un ladro, non un ingiusto, non un adultero, perché "digiuna due volte alla settimana" e "dà la decima di tutto ciò che ha" (Luca 18,11). Riconosce apertamente che la giustizia che possiede è un dono di Dio; ma poiché gli manca di essere giusto, se ne va dalla presenza di Dio, illeso e odiato! L’esattore delle tasse, invece, è "giustificato" dalla consapevolezza della sua ingiustizia! (Luca 18,14). Lì possiamo vedere quanto alta sia la nostra umiltà nei confronti del Signore nella grazia: il nostro cuore non è affatto aperto ad accogliere la misericordia di Dio se non è completamente svuotato da ogni illusione della propria dignità. Dove questa illusione si impadronisce del cuore, chiude la porta alla misericordia di Dio. Affinché nessuno dubiti di questo, Cristo è stato inviato sulla terra dal Padre con l’incarico di "predicare ai miseri, fasciare i cuori spezzati, proclamare la libertà ai prigionieri, la liberazione ai prigionieri … confortare tutti coloro che sono in lutto, … fare per loro ornamento per la cenere, olio di letizia per il lutto e belle vesti per uno spirito inquieto …" (Isa 61:1-3). Sulla base di questo incarico egli invita semplicemente "gli affaticati e gli oppressi" (Mat 11,28) a partecipare alla sua bontà. E in un altro luogo dice: "Sono venuto a chiamare i peccatori al pentimento e non i giusti!". (Mat 9,13).

III,12,8 Se, dunque, vogliamo dare spazio alla chiamata di Cristo, ogni presunzione, ogni sicurezza di sé deve allontanarsi da noi. La presunzione nasce dalla sciocca presunzione della propria giustizia, dove l’uomo crede di possedere qualcosa per il cui merito è gradito a Dio. La fiducia in se stessi può esistere anche senza alcuna convinzione (del valore) delle opere. Perché molti peccatori si ubriacano della dolcezza del vizio, non pensano al giudizio di Dio, giacciono come congelati dal sonno, così che soprattutto non desiderano affatto la misericordia che viene loro offerta. Ma dobbiamo abbandonare questa sonnolenza così come dobbiamo abbandonare ogni fiducia in noi stessi, per affrettarci con la giusta prontezza verso Cristo, per essere riempiti vuoti e affamati dei suoi beni! Perché non avremo mai abbastanza fiducia in lui se non ci sfidiamo completamente; non alzeremo mai abbastanza i nostri cuori a lui se non siamo prima abbattuti in noi stessi; non troveremo mai abbastanza conforto in lui se non siamo desolati in noi stessi! Quando abbiamo gettato via ogni fiducia in noi stessi e ci affidiamo unicamente alla certezza della sua bontà, allora siamo in grado di afferrare e aggrapparci alla grazia di Dio: allora dimentichiamo - come dice Agostino - i nostri meriti e ci appropriamo dei doni di Cristo (Sermone 174,2); perché se egli cercasse dei meriti da noi, allora noi non verremmo ai suoi doni. Bernhard è d’accordo con questo: egli paragona gli uomini superbi, che si arrogano anche il minimo per i loro meriti, a servi infedeli, perché trattengono con malizia la lode per la grazia che semplicemente passa attraverso di loro - come quando un muro si vanterebbe di portare fuori il raggio che tuttavia riceve attraverso la finestra! (Omelie sul Cantico dei Cantici, 13,5). Ma per non trattenerci più a lungo qui, affermiamo come regola breve ma universalmente valida e certa: è qualificato a prendere parte ai frutti della misericordia divina colui che si è completamente liberato di tutta - non dico: la giustizia, perché quella non c’è; ma - di tutta la vana, tronfia presunzione di possedere la giustizia. Perché ognuno pone un ostacolo alla beneficenza divina nella misura in cui fonda la sua fiducia in se stesso.


Capitolo tredici

Due punti principali che richiedono attenzione nella giustificazione per grazia

III,13,1 Ora qui, in generale, dobbiamo prestare particolare attenzione a due cose: (1) la gloria del Signore deve essere conservata inalterata e intatta (sezioni 1-2), (2) ma la nostra coscienza deve avere un tranquillo riposo e una gioiosa serenità davanti al Suo giudizio (sezioni 3-5). Eppure vediamo quanto spesso e quanto seriamente le Scritture ci esortano a dare a Dio solo la nostra lode quando si tratta di giustizia. Sì, secondo la testimonianza dell’apostolo, quando il Signore ci ha donato la giustizia in Cristo, aveva in vista lo scopo di rivelare la sua propria giustizia (Rom 3:25). Subito dopo aggiunge come deve avvenire questa rivelazione della sua giustizia: "Perché solo lui sia giusto e giustifichi colui che crede in Gesù" (Rom 3,26). Possiamo vedere: La giustizia di Dio è sufficientemente glorificata solo quando lui solo è considerato giusto e quando concede la grazia della giustizia a coloro che non la meritano! Ecco perché Egli vuole che "ogni bocca sia tappata e che tutto il mondo sia colpevole di Lui" (Rom 3:19). Finché l’uomo ha qualcosa da dire per giustificarsi, la gloria di Dio è un po’ carente! Così ci insegna in Ezechiele quanto glorifichiamo il suo nome riconoscendo la nostra ingiustizia. Egli dice: "Lì ti ricorderai delle tue vie e di tutte le tue azioni, così che sarai contaminato, e sarai dispiaciuto di tutte le tue malvagità che hai fatto. E sapranno che io sono il Signore, quando farò con voi per amore del mio nome, e non secondo la vostra malvagità …". (Ez 20:43 s.). Se questo fa parte della giusta conoscenza di Dio, che noi, schiacciati dalla coscienza della nostra ingiustizia, riconosciamo che egli ci beneficia come indegni - cosa presumiamo di fare a nostro grande danno per rubare al Signore anche solo un po’ della lode per la sua bontà che egli ci concede per grazia? Geremia esclama: "Il saggio non si vanti della sua saggezza, il ricco non si vanti della sua ricchezza, il forte non si vanti della sua forza, ma chi si vanta si vanti del Signore…" (Ger 9,24; non testo di Lutero, conclusione secondo 1Cor 1,30). Non ci dà quindi anche la possibilità di capire che qualcosa della gloria di Dio si perde quando l’uomo si vanta in se stesso? In ogni caso, Paolo adatta queste parole a tale comprensione quando ci insegna che tutta la nostra salvezza è con Cristo, così che noi soli dobbiamo "vantarci nel Signore"! (1Cor 1:30). Ci mostra, infatti, che un uomo che pensa di avere anche il minimo di se stesso è oltraggiato contro Dio e oscura la sua gloria.

III,13,2 È proprio così: non arriviamo mai e poi mai a vantarci veramente del Signore se non abbiamo rinunciato completamente alla nostra gloria. D’altra parte, dovremmo tenerlo come un principio universale: chi si vanta in se stesso si vanta contro Dio. Secondo la convinzione di Paolo, "tutto il mondo diventa colpevole di Dio" (Rom 3:19) solo quando gli uomini sono privati di ogni motivo di vanto. Ecco perché Isa segue il suo messaggio che Israele troverà la sua giustificazione in Dio con la parola: "e si vanterà" (Isa 45,25). È come se volesse dire che il Signore giustifica i suoi eletti perché si vantino in lui e non in altro! Ma in che modo dobbiamo vantarci "nel Signore" è ciò che Isa disse nel verso precedente: "Che… tutte le lingue giurino, dicendo: Nel Signore ho la giustizia e la forza" (Isa 45:23 s.). Bisogna notare che qui non è richiesta una semplice confessione, ma la sua affermazione con un giuramento; non si deve quindi pensare di fare il proprio dovere con una finta umiltà! Che nessuno obbietti che questo non è affatto "vanto", se si rende conto della propria giustizia senza alcuna presunzione. No, tale contemplazione (della propria giustizia) deve necessariamente produrre (auto)fiducia, e questa a sua volta deve inevitabilmente far nascere la vanagloria! Ricordiamoci dunque che in tutte le dispute sulla giustizia questo deve essere considerato come lo scopo, affinché la lode di essa rimanga perfetta e intatta al Signore! Infatti, secondo la testimonianza dell’apostolo, egli ha riversato la sua grazia su di noi per la manifestazione della sua giustizia, "affinché egli solo sia giusto e giustifichi colui che crede in Gesù" (Rom 3:26). Questo è il motivo per cui Paolo insegna in un altro passo prima che il Signore ci ha concesso la salvezza per glorificare la gloria del suo nome (Efes 1:6), e poi più tardi, ripetendo per così dire lo stesso pensiero, aggiunge: "Perché è per grazia che siete stati salvati… è il dono di Dio - non di opere, perché nessuno si vanti!" (Efes 2,8 s.). E Pietro ci ricorda che siamo chiamati alla speranza della salvezza - "affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce!" (1Piet 2,9). Non c’è dubbio che egli vuole che solo la lode di Dio risuoni all’orecchio dei fedeli, in modo che anneghi e faccia tacere tutta la presunzione della carne. Per riassumere: un uomo non può attribuirsi un briciolo di giustizia senza derubare Dio della sua - perché altrettanta gloria della giustizia di Dio viene così strappata e accorciata!

III,13,3 Se chiediamo in che modo la nostra coscienza può essere soddisfatta davanti a Dio, troveremo un solo modo: quando la giustizia ci viene concessa dal dono della pura grazia di Dio! Che le parole di Salomone siano sempre nella nostra mente: "Chi può dire: ’Sono puro di cuore e pulito dal mio peccato’? (Prov 20:9). Non c’è certamente nessuno che non sarebbe travolto da un torrente senza fine (di peccato)! Che ognuno, anche il più perfetto, possa conversare con la sua coscienza e chiedere conto delle sue azioni, a quale conclusione arriverà alla fine? Riposerà dolcemente, come se tutto fosse a posto tra lui e Dio? Non sarà, al contrario, lacerato da un’amara angoscia quando si renderà conto che in lui si trova ogni motivo di condanna, nella misura in cui viene giudicato secondo le sue opere? Se la coscienza guarda a Dio, deve essere in pace con il suo giudizio - o essere oppressa dai terrori dell’inferno! Tutto il nostro pensare alla rettitudine non ci serve a niente se non stabiliamo una tale rettitudine sulla cui fermezza la nostra anima può riposare nel giudizio di Dio! Solo lì, dove la nostra anima ha ragione di apparire senza paura davanti al volto di Dio e di aspettare il suo giudizio senza scosse - solo lì sapremo di aver trovato una giustizia infallibile! Quindi non è senza motivo che l’apostolo pone tanta enfasi su questo - preferisco usare le sue parole che le mie. Egli dice: "Perché dove sono eredi coloro che sono della legge, la fede non è nulla, e la promessa è annullata" (Rom 4:14). Egli dichiara innanzitutto che la fede è annullata e svuotata se la promessa di giustizia dipendesse dai meriti delle nostre opere o dipendesse dall’osservanza della legge. Perché allora nessun uomo potrebbe mai essere sicuro di riposare su di essa: perché nessun uomo potrà mai dire con certezza di aver soddisfatto la legge, come certamente nessun uomo l’ha mai soddisfatta interamente con le opere. Affinché non si vada a cercare un testimone da lontano, ognuno può essere testimone di se stesso, se solo vuole guardarsi con l’occhio giusto! In quali profondi, oscuri recessi l’ipocrisia seppellisce le menti degli uomini diventa ora chiaro, in quanto essi si cullano in una tale sicurezza che non hanno paura di offrire le loro lusinghe al giudizio di Dio - come se volessero costringerlo a fermare il processo! I credenti, invece, che indagano bene su se stessi, sono spaventati e tormentati da una preoccupazione completamente diversa. Così il cuore di ogni uomo dovrebbe essere pieno di trepidazione e infine di disperazione se riflettesse sul pesante fardello di colpa che ancora pesa su di lui e quanto è lontano dal soddisfare la condizione impostagli! Ma bisogna riconoscere che la fede sarebbe allora schiacciata a terra e spenta; perché se dubitiamo e vacilliamo, oscilliamo su e giù, se esitiamo e rimaniamo nell’incertezza, se vacilliamo e infine disperiamo - questa non è fede! Piuttosto, la fede significa che rafforziamo i nostri cuori in una ferma certezza e in una certezza infallibile, e che abbiamo un posto su cui possiamo basarci e ottenere un punto d’appoggio solido!

III,13,4 Paolo aggiunge (Rom 4,14; cfr. sezione 3) una seconda cosa: la promessa sarà invalida e vana (se l’eredità viene dalla legge). Perché se l’adempimento della promessa dipende dal nostro merito, quando mai arriveremo a meritare la beneficenza di Dio? Questa seconda parte (dell’affermazione dell’apostolo) segue dalla prima: perché la promessa si adempie solo in coloro che credono! Se la fede viene meno, allora la promessa non ha più potere. L’"eredità" dunque (allusione a Rom 4,14) viene dalla fede, così che è data per grazia - per confermare la promessa! Essa è abbondantemente confermata quando si basa solo sulla misericordia di Dio; perché la misericordia e la verità (di Dio) sono legate insieme da un legame costante; vale a dire: ciò che Dio promette nella sua misericordia, lo esegue anche fedelmente! Così Davide desidera la sua salvezza dalla promessa di Dio, ma prima stabilisce la causa (di questa salvezza), cioè la misericordia di Dio: "Che la tua misericordia venga a me, la tua salvezza, come mi hai promesso!" (Sal 119:76; non il testo di Lutero). E questo è giusto, perché Dio non può essere determinato alla sua promessa da nient’altro che dalla sua semplice misericordia. Perciò, tutta la nostra speranza deve stare qui, qui deve essere, per così dire, profondamente fissata, e non dobbiamo guardare alle nostre opere per nessun aiuto! Anche Agostino ci istruisce a fare così - quindi che nessuno pensi che io stia dicendo qualcosa di nuovo qui! Dice: "Nell’eternità Cristo regnerà nei suoi servi. Questo è ciò che Dio ha promesso, questo è ciò che Dio ha detto - sì, se fosse troppo poco: questo è ciò che Dio ha giurato! Perciò, poiché la promessa ha il suo potere non sulla base dei nostri meriti ma sulla base della Sua misericordia, nessuno proclami con tremore e timore ciò di cui non può dubitare!" (sul Sal 88, I,5). Così anche Bernardo: "’Chi può dunque essere salvato?’ chiedono i discepoli di Cristo (Mat 19, 25). Ma lui risponde: ’Con gli uomini è impossibile, ma non con Dio’". (Mat 19,26, impreciso). Questa è tutta la nostra fiducia, il nostro unico conforto, tutta la ragione della nostra speranza! Così abbiamo la certezza che è possibile (Mat 19,26, tutto il testo) - ma la volontà di Dio? Chi sa se merita amore o odio? (Eccl. 9:1; non il testo di Lutero). Chi ha conosciuto la mente del Signore o chi è stato il suo consigliere? (1Cor 2:16; in questa forma in realtà Rom 11:34). Qui, però, la fede deve espressamente venire in nostro aiuto, qui la verità deve assisterci! Ciò che è nascosto nel cuore del Padre su di noi deve esserci rivelato dallo Spirito, e il Suo Spirito deve rendere testimonianza e convincerci "che siamo figli di Dio" (Rom 8:16). Ma deve farlo chiamandoci e giustificandoci per grazia attraverso la fede! Perché in questo, come per un mezzo, c’è un passaggio dalla predestinazione eterna alla gloria futura!". (Bernardo di Chiaravalle, Sermone sulla consacrazione della Chiesa, 5 ss.) Riassumiamo brevemente: La Scrittura mostra che le promesse di Dio non sono ferme se non sono afferrate con sicura fiducia della coscienza; dove c’è dubbio e incertezza, lì, secondo la sua testimonianza, le promesse diventano inefficaci - ma d’altra parte ci dice che la nostra coscienza deve vacillare e vacillare se si appoggia sulle nostre opere! Quindi o la giustizia deve essere persa per noi, o le opere non devono essere prese in considerazione, ma solo la fede deve avere spazio qui. Ma l’essenza della fede è aprire le orecchie e chiudere gli occhi, cioè concentrarsi unicamente sulla promessa e distogliere l’attenzione da ogni valore e da ogni merito dell’uomo! Così si adempie la gloriosa promessa di Zaccaria: "Io… toglierò il peccato del paese… e in quel giorno uno inviterà l’altro sotto la vite e sotto il fico" (Zac 3:9 s.). Lì il profeta indica che i credenti godranno della vera pace solo quando avranno ottenuto il perdono dei loro peccati. Dobbiamo ricordare che quando i profeti parlano del regno di Cristo, hanno bisogno di un paragone: ci presentano le benedizioni esteriori di Dio, per così dire, come un’immagine dei beni spirituali. È per questo che Cristo è chiamato "il Principe della Pace" (Isa 9,6) e "la nostra pace" (Efes 2,14), perché Egli placa ogni turbamento della coscienza. Se ci chiediamo come ciò avvenga, dobbiamo arrivare al sacrificio con il quale egli ha riconciliato Dio; perché chi non si attiene al fatto che solo Dio è riconciliato da quel sacrificio in cui Cristo ha portato la sua ira - non smetterà mai di tremare. In breve, dobbiamo cercare la nostra pace nei soli terrori di Cristo nostro Salvatore..

III,13,5 Ma a che scopo uso qui una testimonianza che è ancora un po’ oscura? Perché Paolo nega ovunque che le coscienze possano godere di pace e di gioia tranquilla se non viene stabilita la nostra giustificazione per fede! (Rom 5:1). Allo stesso tempo spiega anche da dove viene questa certezza: "Perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo…! (Rom 5,5). Vuole dire che la nostra anima non può riposare finché non abbiamo la ferma certezza di essere graditi a Dio. Per questo egli esclama a nome di tutti i pii: "Chi ci separerà dall’amore di Dio che è in Cristo? (Rom 8:34 s. non esatto). Dobbiamo tremare al minimo alito di vento finché non abbiamo ormeggiato in questo porto, ma saremo al sicuro anche nelle tenebre della morte finché Dio si mostrerà come il nostro Pastore! (Sal 23,4). Le persone che dicono che siamo giustificati per fede, perché siamo nati di nuovo e giustificati dalla vita spirituale, non hanno mai assaggiato la dolcezza della grazia, cioè non hanno mai considerato che Dio sarà benevolo con loro. Ne consegue che non sanno pregare meglio dei turchi e degli altri empi pagani! Infatti, secondo la testimonianza di Paolo, non è vera fede quella che non mette in bocca il meraviglioso nome "Padre" e non lo preme sulle nostre labbra, sì, che non apre la bocca e non ci fa gridare liberamente: "Abba, caro Padre!". (Gal 4:6; Rom 8:15). In un altro luogo lo esprime ancora più chiaramente: "Per mezzo del quale abbiamo gioia e accesso in ogni fiducia mediante la fede in lui" (Efes 3:12). Questo certamente non ci accade attraverso il dono della rigenerazione, perché è sempre imperfetto in questa carne e quindi porta con sé molti motivi di dubbio. È dunque necessario ricorrere a questo rimedio (la fede), affinché i credenti vi si aggrappino: c’è solo una cosa che ci dà il diritto di sperare nell’eredità del regno dei cieli, cioè il fatto che siamo incorporati al corpo di Cristo e siamo quindi considerati giusti per grazia. Perché la fede è interamente passiva per quanto riguarda la giustificazione, non porta nulla di proprio per acquisire la grazia di Dio, ma riceve da Cristo ciò che ci manca!


Capitolo quattordici

Dell’inizio e del continuo progresso della giustificazione

III,14,1 Per rendere la questione più chiara, esaminiamo ora come la giustizia dell’uomo possa essere costituita in tutto il corso della sua vita. Così facendo, però, emerge per noi una quadruplice struttura graduale. In primo luogo, gli uomini possono vivere senza alcuna conoscenza (agnitio) di Dio e quindi essere immersi nell’idolatria. In secondo luogo, possono essere iniziati ai sacramenti, ma per l’impurità della loro vita negano in atto Dio, che confessano con la bocca, e quindi appartengono a Cristo solo di nome. In terzo luogo, possono anche essere ipocriti che nascondono la malvagità dei loro cuori dietro vuote apparenze. In quarto luogo, ci sono coloro che sono nati di nuovo dallo Spirito di Dio e cercano la vera santità. Per quanto riguarda il primo gruppo, se giudichiamo queste persone dalle loro doti naturali, non troveremo un granello di bontà dalla pianta del loro piede alla corona della loro testa. Altrimenti dovremmo accusare le Scritture di inganno, perché esse esprimono un giudizio su tutti i figli di Adamo, che il loro cuore è una "cosa malvagia e orgogliosa" (Ger 17:9), che tutti "i pensieri del loro cuore sono malvagi fin dalla loro giovinezza" (Gen 8:21), che i loro pensieri sono malvagi fin dalla loro giovinezza e che essi sono malvagi fin dalla loro giovinezza. 8:21), che i loro pensieri sono "vani" (Sal 94:11), che "non hanno il timore di Dio davanti agli occhi" (cfr. Es 20:20) e che nessuno di loro è "saggio" o "cerca Dio" (Sal 14:2). In breve, li chiama carne (Gen 6,3), e questo include tutte le opere che Paolo elenca: "adulterio, fornicazione, impurità, fornicazione, idolatria, stregoneria, inimicizia, lotta, invidia, ira, discordia, dissenso, divisioni, odio, omicidio" e quali altre cose così vergognose e abominevoli sono! (Gal 5,19 ss.). Questo è dunque il valore in cui essi ripongono la loro fiducia e per il quale possono essere orgogliosi! Ma se alcuni di loro mostrano una così grande correttezza dei loro costumi che questo ha una certa apparenza di santità tra gli uomini, tuttavia sappiamo che Dio non si ferma allo splendore esteriore, e quindi dobbiamo penetrare alla fonte stessa di queste opere se vogliamo attribuire loro un qualche valore per l’acquisizione della giustizia. Dobbiamo quindi, voglio dire, indagare in profondità da quale tipo di disposizione del cuore provengono tali opere. - A questo punto c’è un campo di discussione molto ampio; tuttavia, la questione può anche essere trattata in pochissime parole, e quindi, per quanto riguarda la questione, mi sforzerò di fare una breve sintesi nella mia presentazione.

III,14,2 Prima di tutto, non nego che tutti i doni eccellenti che si possono vedere nei miscredenti siano doni di Dio. Né sono così lontano dal giudizio del senso comune da sostenere che non c’è differenza tra la giustizia, la moderazione e l’equità di Tito e Traiano e la furia, l’intemperanza e la crudeltà di Caligola, Nerone o Domiziano; tra le vili concupiscenze di Tiberio e l’astinenza di Vespasiano sotto questo aspetto; e - non mi soffermerò sulle virtù e sui vizi individuali - tra l’osservanza della giustizia e delle leggi e il disprezzo di esse. Perché c’è una differenza così grande tra il giusto e l’ingiusto che appare ancora nella loro immagine senza vita. Che cosa rimane allora in ordine nel mondo se mescoliamo queste due cose insieme? Ecco perché il Signore ha inciso nel cuore di ogni individuo una tale distinzione tra azioni onorevoli e malvagie, e perché spesso la rafforza con il modo in cui la sua provvidenza opera (cioè distribuendo il bene e il male). Eppure vediamo come egli persegue le persone che cercano la virtù tra gli uomini con molte benedizioni della vita presente. Non che questa immagine esteriore della virtù meriti minimamente i suoi benefici. No, gli piace dimostrare in questo modo quanto calorosamente ami la vera giustizia, che non lascerà che anche la giustizia esteriore e finta rimanga senza ricompensa temporale. Ma da questo segue ciò che abbiamo appena riconosciuto, cioè che tutte queste virtù, o piuttosto immagini di virtù, sono doni di Dio - poiché nessuna cosa merita alcuna lode che non venga da Lui.

III,14,3 Tuttavia, è vero quando Agostino scrive: "Tutti coloro che si allontanano dal culto dell’unico Dio, per quanto possano avere una buona reputazione e per quanto possano essere ammirati per la loro virtù, non meritano alcuna ricompensa ma piuttosto un castigo, perché inquinano i puri doni di Dio con la contaminazione dei loro cuori. Sono certamente strumenti di Dio per la conservazione della comunità umana attraverso la rettitudine, la continenza, l’amicizia, la temperanza, la fortezza e la saggezza. Ma fanno queste buone opere di Dio molto male, perché non si lasciano trattenere dal fare il male da un puro desiderio di bene, ma solo dall’ambizione o dall’amor proprio o da qualche altra disposizione sbagliata. Le loro opere, dunque, sono in una certa misura corrotte dalla loro origine dall’impurità dei loro cuori e non possono quindi essere annoverate tra le virtù più dei vizi che, per la loro parentela o somiglianza con la virtù, sono soliti ingannare gli uomini. In breve, se consideriamo che ogni azione giusta ha il suo scopo costante nel servizio che deve essere reso a Dio, allora tutto ciò che va in una direzione diversa perde ragionevolmente la denominazione di "azione giusta". Perciò, poiché queste persone non osservano il punto di direzione che la saggezza di Dio ci ha prescritto, ciò che fanno può sembrare buono secondo il dovere (officium) - ma per il fine sbagliato è peccato!" (Agostino, Contro Giuliano, IV,3,16 s s. 21). Agostino giunge così alla conclusione che tutti gli uomini come Fabricius, Scipione e Catone hanno peccato nelle loro azioni gloriose in quanto mancavano della luce della fede e quindi non hanno reso le loro azioni utili al fine verso il quale avrebbero dovuto indirizzarle; essi quindi - spiega - non possedevano la vera giustizia, perché appunto le nostre conquiste non sono pesate secondo l’azione ma secondo il fine perseguito con essa! (Contro Giuliano, IV,3,25 s.).

III,14,4 E poi: se è vero quello che dice Giovanni, cioè che non c’è vita all’infuori del Figlio di Dio (1Gio 5,12), allora tutti coloro che non hanno parte in Cristo sono in tutto il corso della loro vita sulla via della perdizione e della condanna alla morte eterna - possono essere chi vogliono, possono anche fare e mettere in pratica quello che vogliono! In questo senso Agostino ha detto: "La nostra religione distingue il giusto dall’ingiusto non secondo la legge delle opere, ma secondo quella della fede; perché senza la fede ciò che sembra un’opera buona si trasforma in peccato!" (A Bonifacio, III,5). Perciò è anche molto buono quando altrove paragona lo zelo di tali persone a una corsa fuori strada. Perché quanto più velocemente un uomo si allontana dal (giusto) sentiero, tanto più si allontana dal punto di arrivo e tanto più è infelice in esso. Perciò egli afferma: "È meglio zoppicare sulla via giusta che allontanarsene!". (Spiegazione del Sal 31, II,4). Del resto, è certo che queste persone sono alberi malvagi, perché senza comunione con Cristo non c’è santificazione: possono quindi produrre frutti belli e apparentemente splendidi, anche frutti dolci al gusto - ma mai frutti buoni! Da questo si percepisce facilmente che qualsiasi cosa un uomo consideri, mediti e compia prima di essere riconciliato con Dio per fede, è maledetto, e non solo di nessun valore per la giustizia, ma certamente meritevole di condanna! Ma perché pretendiamo in questo argomento che sia qualcosa di dubbio? La prova è già presente nella testimonianza dell’apostolo: "Senza la fede è impossibile piacere a Dio". (Ebr 11:6).

III,14,5 Ma una prova molto più chiara e luminosa è data quando consideriamo la grazia di Dio da una parte, e lo stato naturale dell’uomo dall’altra. Perché le Scritture dicono ovunque a gran voce che Dio non trova nulla nell’uomo che possa incitarlo a fargli del bene, ma che lo precede con la sua bontà per pura grazia. Cosa può fare un uomo morto per ottenere la vita? Ma in realtà siamo morti; perché quando ci illumina con la sua conoscenza, allora, si dice, ci risuscita dalla morte e ci fa creature nuove! (Giov 5:25 e altri). Con questo titolo d’onore - soprattutto nell’Apostolo - viene spesso lodata la bontà di Dio verso di noi. Così dice: "Ma Dio, che è ricco di misericordia, per la sua grande bontà ci ha amati quando eravamo morti nei peccati, e ci ha resi vivi insieme a Cristo…" (Efes 2:4 s.). (Efes 2,4 s.). E in un altro luogo tratta della chiamata generale dei credenti sull’esempio di Abramo, dicendo: "Dio, che vivifica i morti e chiama colui che non è, come se fosse" (Rom 4:17). (Rom 4:17; non proprio il testo di Lutero). Se noi "non siamo niente" - cosa possiamo fare? Perciò, nella storia di Giobbe, il Signore abbatte tutta questa presunzione e dice "chi mi ha fatto qualcosa prima che io lo ripaghi? Tutte le cose sono mie…" (Giobbe 41:3). Paolo spiega questa affermazione (Rom 11,35) e la interpreta nel senso che non dobbiamo pensare di portare qualcosa al Signore - tranne la pura vergogna della nostra povertà e del nostro vuoto. Per questo motivo egli aggiunge anche al suddetto passo (Efes 2,8) la prova che abbiamo raggiunto la speranza della salvezza per la Sua sola grazia e non per le nostre opere, e quindi dice: "Perché noi siamo opera sua, nati di nuovo in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato in anticipo perché noi le compissimo!" (Efes 2:10; non il testo di Lutero). È come se volesse dire: Chi di noi vuole affermare di aver ispirato Dio con la sua giustizia - quando la nostra prima capacità di fare il bene scaturisce solo dall’essere nati di nuovo! Perché come siamo per natura - è più facile spremere l’olio da una pietra che spremere un’opera buona da noi! È dunque veramente sorprendente che l’uomo, che è tuttavia sotto la condanna di una tale vergogna, si sforzi di riservare qualcosa per sé! Confessiamo dunque con questo glorioso strumento di Dio (Paolo): Siamo "chiamati dal Signore con una chiamata santa, non secondo le nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia…" (2Tim 1:9). O similmente: "Ma la bontà e lo splendore di Dio nostro salvatore è apparso, non a causa delle nostre opere che avevamo fatto, ma secondo la sua misericordia ci ha salvati … affinché per la sua grazia fossimo giustificati, ed essere eredi della vita eterna …" (Tito 3:4, 5, 7). Con questa confessione togliamo all’uomo ogni giustizia, anche la minima, fino a che egli non rinasca per sola misericordia alla speranza della vita eterna - perché se una qualsiasi giustizia delle opere contribuisce alla nostra giustificazione, è sbagliato per noi dire: Per grazia siamo giustificati! Paolo sosteneva la giustificazione per sola grazia - e non aveva dimenticato le sue stesse parole quando dichiarò altrove che la grazia non sarebbe più stata grazia se le opere avessero contato qualcosa! (Rom 11,6). E cos’altro intende il Signore quando dice che non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori? (Matth.9,13). Se solo i peccatori sono ammessi, perché dovremmo allora cercare l’accesso attraverso la giustizia autoproclamata?

III,14,6 Ancora e ancora sono perseguitato dallo stesso pensiero che sono in pericolo di fare ingiustizia alla misericordia di Dio cercando di difenderla con tanta ansia e difficoltà - come se fosse qualcosa di dubbio e oscuro! Ma la nostra malvagità è così grande che riconoscerà il proprio Dio solo quando sarà respinta con la massima forza - e quindi sono costretto a soffermarmi ancora un po’ qui. Ma poiché le Scritture sono abbastanza chiare in questa materia, preferisco condurre l’argomento con le loro parole che con le mie. In un passaggio, Isa descrive prima la rovina generale della razza umana e poi aggiunge molto opportunamente l’ordine in cui deve essere restaurata: "Il Signore vede questo, ed è male ai suoi occhi. E vede che non c’è nessuno, e si stupisce che nessuno entri nel mezzo. Perciò egli lascia la salvezza sul suo braccio e la sua giustizia gli sta accanto" (Isa 59:15 s. non proprio il testo di Lutero). Dov’è allora tutta la nostra giustizia se è vero quello che dice qui il profeta, cioè che nessuno assiste il Signore per ritrovare la sua salvezza? Un altro profeta (Osea) parla allo stesso modo: ci mostra il Signore che parla del suo desiderio di riconciliare a sé i peccatori: "Mi fidanzerò con te per sempre… nella giustizia e nel giudizio, nella misericordia e nella grazia. Dirò a colei che non ha ottenuto misericordia: Tu che hai ottenuto misericordia!". (Os 2,21. 25; fine non testo di Lutero). Innegabilmente, questa alleanza è la nostra prima connessione con Dio; ma se è basata sulla misericordia di Dio, non c’è nessun fondamento per la nostra giustizia! Vorrei anche sapere da coloro che pretendono che l’uomo incontri Dio con una sorta di giustizia delle opere, se pensano che ci possa essere una qualsiasi giustizia oltre a quella che è gradita a Dio. Ma se è insensato pensare una cosa del genere, come può provenire dai nemici di Dio qualcosa che gli sia gradito, dato che egli ha un’avversione per loro e per tutte le loro azioni? La verità, credo, testimonia che siamo tutti mortali e nemici giurati del nostro Dio (Rom 5:6; Col 1:21) finché non siamo giustificati e ricevuti nella sua amicizia. Se l’origine dell’amore è la giustificazione, quale giustizia delle opere potrebbe precederla? Così Giovanni, per scongiurare questa perniciosa presunzione, ci ricorda enfaticamente che noi non lo abbiamo amato per primi! (1Gio 4:10). Il Signore aveva già dichiarato la stessa cosa attraverso il suo profeta: "Io li amerò di un amore volontario, perché la mia ira è mutata" (Os 14:5; non il testo di Lutero). Se, dunque, il Suo amore si è inclinato verso di noi senza motivo, non è stato certamente stimolato dalle nostre opere. Ma l’uomo comune, nella sua ignoranza, pensa che tutto ciò significa solo questo: che Cristo ha compiuto la nostra redenzione, nessuno lo merita, ma che noi entriamo in possesso di questa redenzione - le nostre opere ci aiutano! Oh no! Anche se siamo redenti da Cristo, finché non siamo incorporati nella comunione di Cristo attraverso la chiamata del Padre, rimaniamo tenebre ed eredi della morte e nemici di Dio! Perché secondo l’insegnamento di Paolo, è solo quando lo Spirito Santo opera questa purificazione in noi che siamo liberati e lavati dalle nostre impurità dal sangue di Cristo! (1Cor 6:11). Pietro vuole dire la stessa cosa quando dichiara che la "santificazione dello Spirito" opera "per l’obbedienza e l’aspersione con il sangue… di Cristo" (1Piet 1,2). Quando siamo così aspersi dallo Spirito Santo con il sangue di Cristo per la nostra purificazione, non dobbiamo pensare che prima di questa aspersione siamo altro che ciò che il peccatore è senza Cristo! Lasciatelo dunque in piedi: L’inizio della nostra salvezza è, per così dire, un risveglio dalla morte alla vita; perché è solo allora, quando ci è dato di credere in Lui per amore di Cristo, che cominciamo a passare dalla morte alla vita.

III,14,7 Da questo punto di vista possiamo riassumere il gruppo di persone che ho menzionato al secondo e terzo posto nella sequenza di tappe sopra menzionata. Perché l’impurità della coscienza testimonia che entrambi non sono ancora nati di nuovo dallo Spirito di Dio. D’altra parte, il fatto che non siano nati di nuovo dimostra che mancano di fede. Ma da questo è chiaro che non sono ancora riconciliati con Dio e non sono ancora giustificati davanti al suo volto; perché si arriva a questi beni solo attraverso la fede. Cosa produrranno i peccatori, che si sono allontanati da Dio, se non ciò che è abominevole ai suoi occhi? I malvagi, e specialmente gli ipocriti, si gonfiano di tale sciocca fiducia in se stessi: sebbene sappiano che tutto il loro cuore è una fonte di abomini, tuttavia pensano che se una volta producono alcune opere abbaglianti, ora sono degni che Dio non le disdegni! Da qui nasce questo pernicioso errore, che, condannati della loro disposizione viziosa e indegna, non riescono a confessare di essere privi di ogni giustizia. No, riconoscono di essere ingiusti perché non possono negarlo, ma tuttavia presumono di avere una certa rettitudine! Il Signore risponde a questa vanità con una gloriosa confutazione nel profeta: "Chiedi al sacerdote della legge, e digli: "Se qualcuno portasse della carne santa in un angolo della sua veste, e dopo toccasse del pane con l’angolo della sua veste… o che tipo di cibo sia, sarebbe anch’esso santo? E i sacerdoti risposero e dissero: No. E Haggai disse: "Se un uomo che è contaminato nella sua anima tocca una di queste cose, sarà impuro? E i sacerdoti risposero e dissero: Sarebbe impuro. Allora Haggai rispose: "Così è questo popolo e così è questo popolo davanti a me, dice il Signore; e tutto il lavoro delle loro mani e ciò che offrono è impuro" (Hagg. 2:11-14; v. 13 non testo Lutero). Se solo questo detto trovasse pieno credito tra di noi e si consolidasse nella nostra memoria! Perché non c’è nessuno che possa essere convinto di ciò che il Signore dice qui così chiaramente - non importa quanto vizioso possa essere in tutta la sua vita! Anche la persona più indegna, non appena ha raggiunto l’una o l’altra delle conquiste richieste dalla legge, non ha dubbi che questo gli farà guadagnare il favore di Dio invece della giustizia. Ma il Signore dichiara che non acquisiamo alcuna santificazione in questo modo senza aver prima purificato adeguatamente il nostro cuore! E non si accontenta di questo, ma ci assicura che tutte le opere del peccatore sono contaminate dall’impurità del cuore. (Hagg. 2,13). Quindi, via il nome di "rettitudine" da queste opere che la bocca di Dio condanna a causa della loro contaminazione! Com’è bella anche la parabola con cui lo dimostra! Si sarebbe potuto obiettare che ciò che il Signore ha comandato rimane inviolabilmente puro. Ma egli contrappone questo al contrario: non c’è da meravigliarsi se qualcosa che è santificato nella legge del Signore sia contaminato dall’impurità degli empi; perché quando una mano impura tocca ciò che è santo, lo rende comune.

III,14,8 Egli tratta la stessa questione in modo abbastanza glorioso in Isaia: "Non portatemi più sacrifici così vani! L’incenso è un abominio per me! … La mia anima è ostile ai vostri noviluni e alle vostre feste annuali; ne sono stanco, sono stanco di soffrire! E anche se voi stendete le vostre mani, io vi nascondo gli occhi; e anche se voi pregate molto, io non vi ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate il vostro male dalla mia vista…". (Isa 1:13-16; confronta Isa 58:1-5). Cosa significa che il Signore è così disgustato dall’obbedienza alla sua legge? No, qui non rifiuta nulla che provenga dalla legittima osservanza della sua legge; ma il suo inizio, come insegna ovunque, è il timore sincero del suo nome! Quando questo gli viene tolto, tutto ciò che gli viene offerto non è solo buffoneria, ma una sporcizia puzzolente e disgustosa! Ora lasciate che gli ipocriti vadano a cercare di conquistare Dio per loro con le loro opere, mentre nel frattempo i loro cuori rimangono impigliati nella malvagità! In questo modo non faranno altro che farlo arrabbiare ancora di più! Perché "il Dio dei sacrifici sciolti è un abominio per il Signore", ma "la preghiera dei retti gli è gradita!". (Prov 15:8). È quindi un fatto indubbio, e deve essere perfettamente familiare a chiunque abbia avuto un po’ di formazione nelle Scritture, che tra gli uomini che non sono ancora veramente santificati, anche le opere più gloriose in apparenza sono così lontane dalla rettitudine davanti al Signore che sono persino considerate come peccati! È quindi molto vero quando è stato detto: La persona non può ottenere la grazia presso Dio attraverso le opere, ma le opere, al contrario, sono gradite a Dio solo quando la persona ha prima trovato la grazia davanti al volto di Dio! (Pseudo-Augustino, Della vera e falsa penitenza 15,30; Gregorio I, Lettere, IX,122; riprodotto in Decretum Gratiani, II,3,7). Si deve prestare un’attenzione riverente a questo ordine, al quale le Scritture ci guidano per mano. Così è detto: "E il Signore guardò con benevolenza Abele e le sue opere" (Gen 4:4). Lì puoi vedere come il Signore mostra il suo favore agli uomini e solo dopo alle loro opere! Quindi, la purificazione del cuore deve precedere, affinché le opere che escono da noi siano benevolmente accettate da Dio. Perché la parola di Geremia rimane sempre in vigore: "Signore, i tuoi occhi cercano la sincerità!". (Ger 5:3; Lutero: secondo la fede). Inoltre, lo Spirito di Dio ha dichiarato per bocca di Pietro che "per sola fede" i cuori degli uomini sono purificati (Atti 15:9). Da ciò segue che il primo fondamento è la fede vera e viva.

III,14,9 Vediamo ora qual è la giustizia degli uomini, di cui abbiamo parlato sopra nel quarto luogo. Noi confessiamo: Quando Dio ci riconcilia con sé attraverso l’intercessione della giustizia di Cristo a nostro favore, e ci dà il perdono dei peccati per pura grazia, e quindi ci considera giusti, allora tale misericordia è allo stesso tempo collegata al beneficio che Egli abita in noi attraverso il Suo Spirito Santo. Per la potenza di questo Spirito, tutta la cupidigia della nostra carne viene uccisa ogni giorno di più, ma noi siamo santificati, cioè siamo consacrati al Signore alla vera purezza di vita, e questo formando i nostri cuori in modo tale che rendano l’obbedienza alla legge. La nostra volontà, quindi, dovrebbe avere come obiettivo primario quello di servire la Sua volontà e di promuovere la Sua gloria in ogni modo. Eppure, anche quando camminiamo nelle vie del Signore sotto la guida dello Spirito Santo, rimangono ancora dei resti di imperfezione su di noi, dandoci tutte le ragioni per l’umiltà, per non dimenticare noi stessi e gonfiare i nostri cuori! "Non c’è nessuno giusto", dice la Scrittura, "che faccia il bene e non pecchi" (1Re 8:46; non esatto). Quale altra giustizia, allora, i credenti cercano di ottenere dalle loro opere? In primo luogo, io sostengo: anche il meglio che possono mettere in campo è ancora bagnato e corrotto dall’impurità della carne, ed è, per così dire, sempre mescolato con un po’ di feccia. Un santo servo di Dio, dico, dovrebbe una volta selezionare da tutta la sua vita quella che, a suo parere, è stata l’azione più eccellente del suo corso di vita, dovrebbe considerare attentamente tutti i dettagli. A un certo punto troverà senza dubbio qualcosa che gli farà sentire il marcio della carne. Perché la nostra gioia nel fare il bene non è mai come dovrebbe essere, ma il nostro corso è ostacolato, e da questo si rivela molta fragilità! Così vediamo che le macchie di cui sono macchiate le opere dei santi non sono nascoste. Ma supponiamo che queste macchie siano molto, molto piccole - non offenderanno dunque gli occhi di Dio, davanti ai quali nemmeno le stelle sono pure? (Giobbe 25:5). Così arriviamo alla conclusione che non una sola opera procede dai santi che, considerata in sé, non meriti la vergogna come giusta ricompensa!

III,14,10 E inoltre, anche se dovesse accadere che abbiamo alcune opere perfettamente pure e perfette, tuttavia, come dice il profeta, un solo peccato è sufficiente a distruggere e cancellare ogni memoria della giustizia precedente! (Ez 18:24). Anche Giacomo è d’accordo con questo: "Se qualcuno osserva tutta la legge e pecca in una sola, è colpevole in tutto!". (Giac 2,10; abbreviato in Calvino). Ora, questa vita mortale non è mai pura e libera dai peccati, e quindi tutto ciò che possiamo aver guadagnato in rettitudine viene corrotto, schiacciato e distrutto dai peccati che seguono ancora e ancora, così che non viene davanti al volto di Dio e non può essere contato per noi come rettitudine. Infine, quando si tratta della giustizia dalle opere, dobbiamo guardare non all’opera della legge, ma al comandamento. Quindi, se cerchiamo la giustizia dalla legge, è vano proporre un’opera o un’altra; no, è richiesta un’obbedienza continua alla legge! Quindi, Dio non conta il perdono dei peccati, di cui abbiamo parlato, solo una volta verso la giustizia - come molti pensano stupidamente! - in modo che noi ricevessimo prima il perdono per la nostra vita passata, ma poi cercassimo la nostra giustizia nella legge. Non sarebbe altro che Dio che ci infonde una falsa speranza, ridendo di noi e facendo il suo gioco con noi. Non ci può essere concessa la perfezione finché siamo rivestiti di questa carne. D’altra parte, la legge minaccia la morte e il giudizio a tutti coloro che non hanno mostrato una perfetta rettitudine nei fatti. Così dovrebbe avere sempre motivo di accusarci e dichiararci colpevoli - se la misericordia di Dio non venisse in nostro aiuto per assolverci immediatamente nel perdono costante dei nostri peccati! Quindi quello che ho detto all’inizio rimane sempre: Se siamo giudicati secondo il nostro valore, allora qualunque cosa possiamo pensare e mettere in pratica, siamo ancora degni della morte e della distruzione con tutti i nostri sforzi, con tutti i nostri sforzi.

III,14,11 Dobbiamo qui sostenere con enfasi due cose: primo, non c’è mai stata un’opera di un uomo pio che, alla prova del severo giudizio di Dio, non sarebbe stata condannabile. In secondo luogo, anche se ci fosse una cosa del genere - che però non è possibile per l’uomo! - sarebbe ancora corrotto e contaminato dal peccato di cui l’autore di quest’opera è certamente coinvolto, e quindi perderebbe la sua bontà. Qui sta il punto più importante della nostra discussione (con i papisti). Perché non c’è alcuna disputa tra noi e i teologi scolastici più intelligenti sull’origine della giustificazione; perché (sosteniamo) (da entrambe le parti) che il peccatore è liberato dalla condanna per pura grazia e raggiunge la giustizia, e questo attraverso il perdono dei peccati. Tuttavia, i teologi scolastici intendono la parola "giustificazione" come il rinnovamento in cui lo Spirito di Dio ci trasforma nell’obbedienza alla legge. La giustizia del nato è poi descritta dai teologi della scuola come segue: L’uomo, una volta riconciliato con Dio attraverso la fede in Cristo, è ora considerato giusto davanti a Dio attraverso le sue buone opere, ed è quindi gradito a Dio attraverso il merito di queste opere. Ma il Signore dice il contrario: Egli dichiara che ha contato la fede di Abramo come giustizia (Rom 4,3) - e non nel momento in cui serviva ancora gli idoli, ma quando aveva già vissuto per molti anni una vita caratterizzata da una santità eccezionale! Così Abramo ha a lungo adorato Dio da un cuore puro, ha a lungo mostrato l’obbedienza alla legge che un uomo mortale può fare - e tuttavia anche ora la sua giustizia riposa sulla sola fede! Da questo concludiamo, come fa anche Paolo nella sua prova: quindi non l’ha avuto dalle opere! (Rom 4,4 s.). Anche quando il profeta dice: "I giusti vivranno per fede" (Aba 2,4), non sta parlando di persone empie e senza Dio che il Signore ha convertito alla fede e quindi giustificato, ma questa parola è rivolta ai credenti e promette loro la vita per fede! Paolo toglie anche ogni dubbio quando rafforza la frase di cui sopra (Rom 4,4 s.) riferendosi alla parola di Davide: "Beati quelli a cui sono rimesse le iniquità…" (Rom 4,7; Sal 32,1). È certo, tuttavia, che Davide non sta parlando degli empi, ma dei fedeli, dei quali egli stesso era uno: sta parlando secondo il sentimento della propria coscienza. Quindi dobbiamo avere questa "benedizione" (nel senso del Sal 32:1) non solo una volta, ma tenerla per tutta la vita! E infine: Paolo testimonia che il messaggio della riconciliazione con Dio per grazia non è solo proclamato per un giorno o l’altro, ma che ha il suo posto permanente nella chiesa (2Cor 5:18 ss.). Pertanto, i credenti non hanno altra giustizia alla fine della loro vita che quella qui descritta. Perché Cristo rimane incessantemente il nostro mediatore, riconciliando il Padre con noi, e incessantemente è anche l’effetto della sua morte, cioè il lavaggio e la soddisfazione, l’espiazione, e infine l’obbedienza perfetta, che copre tutte le nostre iniquità! Paolo non dice nemmeno in Efesini che abbiamo l’inizio della nostra beatitudine dalla grazia, ma (in generale), "Per grazia siete stati salvati… non dalle opere, perché nessuno si vanti!". (Efes 2,8 s.).

III,14,12 I teologi della scuola potrebbero ora scappare e cercare ogni sorta di scuse; ma non li aiutano! Prima di tutto, dichiarano che gli uomini buoni hanno la loro capacità di essere sufficienti per l’acquisizione della giustizia non dalla loro intrinseca dignità (intrinseca dignitas), ma che è grazie alla "grazia accettante" (gratia acceptans) che possiedono tale valore! Poi sono costretti a riconoscere che la giustizia per opere è sempre imperfetta qui, e quindi ammettono che finché viviamo abbiamo bisogno del perdono dei peccati per supplire alla mancanza delle nostre opere, ma allo stesso tempo sostengono che le iniquità che commettiamo sono compensate da "opere supererogatorie" (opera supererogationis)! Ciò che ora chiamano "grazia accettante" non è altro, rispondo, che la benevolenza con cui il Padre ci accetta in Cristo, cioè quando ci riveste dell’innocenza di Cristo e ce la imputa, così che attraverso la sua beneficenza ci permette di essere considerati santi, puri e innocenti davanti a lui! Perché solo la giustizia di Cristo è perfetta, solo essa è in grado di sopportare il cospetto di Dio, e deve quindi stare in piedi per noi e, per così dire, fare da garante davanti al tribunale! Se ne siamo dotati, otterremo sempre il perdono dei peccati per fede. La sua purezza copre la nostra sporcizia e l’impurità del nostro essere imperfetto, e quindi queste non ci sono imputate, ma sono sepolte e coperte, in modo che non vengano davanti al giudizio di Dio. Finché non viene l’ora in cui il vecchio uomo è messo a morte in noi ed è completamente cancellato, e la bontà di Dio ci riceve nella pace benedetta con il "nuovo Adamo": allora aspetteremo il giorno del Signore, quando riceveremo un corpo incorruttibile e passeremo nella gloria del regno dei cieli.

III,14,13 Ma se questo è vero, certamente nessuna opera che abbiamo fatto può di per sé renderci graditi e accettabili a Dio, né essi stessi possono trovare favore presso Dio se non nella misura in cui l’uomo, rivestito della giustizia di Cristo, piace a Dio e ottiene il perdono delle sue azioni malvagie. Perché Dio non ha promesso la ricompensa della vita a certe opere, ma solo Lui dice: "Chiunque faccia queste cose, vivrà per questo!". (Lev 18:5; non proprio il testo di Lutero). D’altra parte, egli pronuncia una solenne maledizione su tutti coloro che non osservano tutti i comandamenti! (Deut 27:26). Quindi nessun’altra giustizia è accettata in cielo se non la perfetta osservanza della legge. Così la fantasia di una "giustizia parziale" (partialis iustitia) è ampiamente confutata. Altrettanto infondato è il solito sproloquio dei teologi scolastici sulla sostituzione attraverso le "opere eccedenti". Perché queste persone non tornano ora sempre in un punto dove sono già state escluse? Non affermano forse di nuovo che colui che ha parzialmente adempiuto la legge è in questo senso giusto per le sue opere? Nessun uomo di buon senso ammetterà questo a loro - eppure lo prendono come una conclusione scontata con folle impudenza! Così spesso il Signore testimonia che non riconosce alcuna giustizia delle opere se non quella che consiste nella perfetta osservanza della sua legge. Che malvagità, dunque, se manchiamo di questa perfetta osservanza della legge, ma non vogliamo comunque dare l’impressione di essere privi di ogni gloria, cioè come se avessimo completamente sgombrato il campo a Dio - e al di sopra di questo pretendere per noi stessi chissà quali insignificanti frammenti di opere, e cercare di supplire a ciò che manca in esse con qualche altra azione gratificante! Queste "opere sufficienti" sono già state potentemente abbattute lassù, in modo che non ci dovrebbero più nemmeno venire in mente nei nostri sogni. Dico solo questo: le persone che dicono queste sciocchezze non considerano nemmeno quale cosa abominevole sia il peccato davanti a Dio. Altrimenti si renderebbero veramente conto che tutta la giustizia degli uomini, se fosse riunita in un mucchio, non potrebbe bastare a compensare un solo peccato! Vediamo che l’uomo è stato così respinto e scacciato da Dio per un solo misfatto che ha perso allo stesso tempo ogni mezzo per riconquistare la salvezza! (Gen 3:17). La capacità di dare soddisfazione non c’è più, e le persone che si vantano di questo non daranno certamente mai soddisfazione a Dio, perché nulla di ciò che viene dai suoi nemici è piacevole o gradito a Lui. Ma i nemici sono tutti coloro ai quali egli è deciso a imputare il peccato! Quindi il nostro peccato deve essere prima coperto e perdonato prima che il Signore guardi qualsiasi nostra opera. Ne consegue che il perdono dei peccati è per sola grazia - e questo perdono è vergognosamente bestemmiato da coloro che propongono qualsiasi "opera soddisfacente"! Allora, seguendo l’esempio dell’apostolo, "dimentichiamo le cose che stanno dietro e protendiamoci verso quelle che stanno davanti", "corriamo" nel nostro corso e "inseguiamo" il "gioiello" della "chiamata celeste"! (Fili 3,13 s.).

III,14,14 Se uno ora pretende "opere in eccesso" per se stesso - come si accorda questo con l’istruzione del Signore? Ci ha detto: "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: ’Siamo servi inutili; non abbiamo fatto più di quello che avremmo dovuto fare’". (Luca 17,10; non proprio il testo di Lutero). Quando qualcuno dice questo davanti a Dio, non significa ipocrisia e menzogna, ma piuttosto accertare per se stessi ciò che si crede essere certo. Il Signore ci istruisce quindi a sentire sinceramente e a considerare con noi stessi che non possiamo rendergli alcun servizio non richiesto, ma fare sempre e solo il lavoro che ci è dovuto. E giustamente: perché siamo legati come servi a così tanti servizi che non possiamo compierli nemmeno se mettiamo tutti i nostri pensieri e tutte le nostre membra al servizio dell’adempimento della Legge. Così quando dice: "Quando avrete fatto tutto ciò che vi è stato comandato…" - significa che se un solo uomo avesse la giustizia di tutti gli uomini e più di questo…! Ma siamo tutti senza eccezione molto lontani da questa meta - e come dovremmo osare vantarci, come se avessimo aggiunto anche solo un mucchio alla giusta misura? Che nessuno obbietti qui che può succedere che una persona che non raggiunge in parte i risultati necessari, vada comunque oltre ciò che è richiesto nel suo zelo. Perché dobbiamo tenere fermamente il fatto che nulla di ciò che è legato al culto di Dio o all’amore può venirci in mente che non sarebbe compreso sotto la legge di Dio! Ma se tutto è un pezzo della legge, non dobbiamo rivendicare nessuna buona azione volontaria per noi stessi, quando in realtà siamo legati dalla necessità.

III,14,15 A questo proposito, ci si riferisce erroneamente al fatto che Paolo si vanta di aver rinunciato volontariamente al suo diritto con i Corinzi, che altrimenti avrebbe potuto utilizzare se avesse voluto, che non solo ha fatto per loro ciò che doveva fare secondo il suo obbligo, ma ha anche dedicato loro il suo lavoro gratuitamente oltre i limiti del suo ministero (1Cor 9,1 ss.). Ma si sarebbe dovuto prestare attenzione alle ragioni del suo comportamento: non voleva offendere i deboli (1Cor 9,12)! C’erano operatori malvagi e ingannevoli che si adornavano ipocritamente di tale gentilezza per ottenere il favore dei loro insegnamenti dannosi e per suscitare l’odio contro il Vangelo. Quindi Paolo doveva esporre il vangelo a tale pericolo, oppure opporsi a questi intrighi. Ora, se è una cosa di libero arbitrio per un uomo cristiano (al di fuori del suo dovere cristiano) opporsi a un fastidio se può evitarlo - allora ammetto che l’apostolo ha fatto qualcosa di "eccedente" al Signore. Ma se si può giustamente richiedere a un prudente amministratore del vangelo di agire in questo modo, allora, sostengo, Paolo ha fatto ciò che doveva! Ma anche se una tale giustificazione non si manifesta, tuttavia, dopo tutto, è sempre corretta la parola del Crisostomo, secondo la quale tutto ciò che abbiamo è soggetto alla stessa condizione della proprietà propria dei servi della gleba, che, secondo la legge applicabile ad essa, è senza dubbio dovuta al Signore stesso. Cristo non ha tralasciato questo aspetto nella suddetta parabola; chiede quali ringraziamenti dobbiamo a un servo che ha passato tutta la giornata a fare ogni tipo di lavoro e poi torna a noi la sera (Luca 17,7-9). Ci si potrebbe chiedere: "Ma è possibile che sia stato più zelante di quanto abbiamo osato chiedere! Può essere, ma non ha fatto nulla che non abbia dovuto fare nella sua posizione di servo, perché ci appartiene con tutto quello che può. Tacerò sulle opere che i teologi della scuola vogliono offrire a Dio come "opere in eccedenza". Perché sono buffonate che lui stesso non ha mai chiesto, non approva e non accetterà nemmeno quando dovremo rendergli conto! Solo in un senso vogliamo ammettere che queste opere sono veramente "superflue", cioè nel senso della parola del profeta: "Chi chiede queste cose alle vostre mani?"! (Isa 1,12). Ma allora dovrebbero anche considerare ciò che è detto altrove a proposito di tali opere: "Perché contate denaro dove non c’è pane, e lavorate dove non potete essere soddisfatti? (Isa 55:2). Naturalmente, non è molto arduo per questi rabbini oziosi fare questi discorsi a scuola sulle loro morbide sedie imbottite. Ma quando il giudice supremo monta il suo seggio di giudizio, allora tutte queste opinioni infondate devono sparire! Ma la nostra domanda dovrebbe essere veramente con quale fiducia nella nostra difesa possiamo venire davanti al suo seggio di giudizio - non quello che siamo capaci di fabbricare nelle scuole e negli angoli!

III,14,16 In questo pezzo dobbiamo soprattutto espellere dai nostri cuori due tipi di peste: primo, che non ponga alcuna fiducia nella giustizia delle opere, e secondo, che non dia loro alcuna gloria. (1) Tutta questa fiducia la Scrittura ci toglie in molti luoghi, insegnandoci che tutta la nostra giustizia è puzzolente agli occhi di Dio se non riceve una fragranza attraverso l’innocenza di Cristo, che può solo attirare la vendetta di Dio su di noi se non è sostenuta dalla pazienza misericordiosa di Dio. Non ci resta quindi che chiedere misericordia al nostro giudice e confessare con Davide che nessuno può essere giustificato davanti a Dio nel chiedere conto dei suoi servi (Sal 143,2). Giobbe dice: "Se sono malvagio, guai a me! Se sono giusto, non posso ancora alzare il capo!". (Giobbe 10:15). Ha in mente, naturalmente, quella suprema giustizia di Dio a cui nemmeno gli angeli corrispondono; ma allo stesso tempo mostra che quando si tratta del giudizio di Dio, a tutti i mortali non resta che tacere. Infatti, egli non solo intende dire che preferisce cedere piuttosto che entrare in una pericolosa controversia con la severità di Dio, ma allo stesso tempo lascia intendere di aver percepito in se stesso solo una tale rettitudine che deve crollare al primo momento davanti al volto di Dio. (2) Ma se la fiducia (nella giustizia delle opere) è così eliminata, anche ogni vanto deve cedere. Se un uomo confida nelle sue opere, deve tremare davanti alla faccia di Dio - ma come dovrebbe poi dare loro la lode della giustizia? Dobbiamo quindi arrivare a ciò a cui ci chiama Isaia: cioè che tutta la stirpe d’Israele si glori e si lodi in Dio (Isa 45:25)! Perché è piena verità quando dice altrove che stiamo "piantando" la gloria del Signore! (Isa 61,3; non il testo di Lutero). Il nostro cuore è dunque propriamente purificato quando non si basa in alcun modo sulla fiducia nelle opere e si rallegra nel vantarsi (di queste opere). Ma dove gli uomini stolti si lasciano gonfiare da tale falsa e bugiarda fiducia, l’errore li ha incitati a basare la causa della loro salvezza sempre sulle opere!!

III,14,17 Come è noto, i filosofi ci insegnano a prestare attenzione a molte cause diverse in tutte le cose che accadono. Se lo facciamo qui, troveremo che nessuno di essi ci permette di basare la nostra salvezza sulle opere. Come (1) "causa efficace" (causa efficiens), che ci dà la vita eterna, la Scrittura si riferisce ovunque alla misericordia del nostro Padre celeste e al suo amore, che viene a noi per pura grazia. Come (2) "causa sostanziale" (causa materialis) nomina Cristo e la sua obbedienza, con la quale ha acquistato la giustizia per noi. (3) E la causa "formale" o strumentale (causa formalis seu instrumentalis) non è altro che la fede! Giov riassume queste tre cause in un solo sale quando dice: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia vita eterna". (Giov 3:16). (4) Secondo la testimonianza dell’apostolo, la causa del fine (causa finalis) è la rivelazione della giustizia e la lode della bontà di Dio. Nel luogo in cui troviamo quest’ultima testimonianza, Paolo menziona anche le altre tre cause con parole dettagliate. Infatti dice nella Lettera ai Romani: "Sono tutti peccatori, e mancano della gloria che dovrebbero avere presso Dio, e sono giustificati… dalla sua grazia…". (Rom 3,23 s.): lì abbiamo la cosa principale (caput) e la prima fonte davanti a noi, cioè che Dio ci ha accettato nella misericordia graziosa! Poi continua: "… per la redenzione che è avvenuta per mezzo di Cristo Gesù" (versetto 24). Così c’è il fatto del contenuto (materia) attraverso il quale ci viene concessa la giustizia. Poi continua: "…per mezzo della fede nel suo sangue…" (versetto 25): qui vediamo la causa strumentale (causa instrumentalis) attraverso la quale la giustizia di Cristo ci è data. Infine, aggiunge lo scopo: "…affinché egli… offra la giustizia che è davanti a lui, affinché egli solo sia giusto e giustifichi colui che è di fede in Gesù!". (verso 26). Inoltre, egli nota anche di sfuggita che questa giustizia consiste nella riconciliazione, e di conseguenza dichiara espressamente che Cristo è messo da parte per noi per essere riconciliato (versetto 25). Così ci insegna anche il primo capitolo di Efesini: (1) Dio ci accetta in grazia per pura misericordia, (2) questo è fatto attraverso l’intercessione di Cristo in nostro favore, (3) è appreso nella fede, e (4) tutto questo allo scopo che la gloria della bontà di Dio possa risplendere in pieno splendore! (Efes 1,3-14). Così vediamo che la nostra salvezza consiste in tutti i suoi singoli pezzi a parte noi - che motivo abbiamo ora di fare affidamento sulle opere o di vantarci in esse? (cfr. sezione 16). Anche i nemici più giurati della grazia divina non possono più iniziare alcuna discussione con noi riguardo alla "causa operante" e alla "causa di scopo" se non vogliono negare tutta la Scrittura. Per quanto riguarda la causa "sostanziale" e quella "formale", pretendono che le nostre opere debbano condividere il posto con la fede e la giustizia di Cristo. Ma la Scrittura si oppone anche a questo: dichiara semplicemente che Cristo è la nostra giustizia e la nostra vita, e che noi possediamo questo bene di giustizia solo per fede.

III,14,18 Ora i santi spesso si rafforzano e si confortano con la coscienza della loro innocenza e rettitudine, e talvolta se ne vantano spudoratamente. Questo accade in un doppio senso. O confrontano la loro buona causa con quella malvagia dei malvagi, e in tal modo ottengono la certezza della vittoria, non tanto per l’alta dignità della propria giustizia, quanto per la giusta e meritata dannazione dei loro nemici. Oppure non si confrontano con nessun altro, ma si mettono alla prova davanti a Dio - e lì la purezza della loro coscienza porta loro un po’ di conforto e di fiducia. La prima causa di tale vanto la affronteremo più tardi. Ora consideriamo la seconda, e consideriamo brevemente come la nostra precedente proposizione concorda con essa, cioè che davanti al giudizio di Dio non possiamo contare su alcuna fiducia nelle nostre opere, né possiamo vantarci di alcuna follia in queste opere. La corrispondenza deve essere pensata come segue: quando si tratta di stabilire ed edificare la salvezza, i santi distogliono lo sguardo da tutte le loro opere e lo fissano unicamente sulla bontà di Dio. Non solo si rivolgono alla bontà di Dio al di sopra di tutto, in un certo senso come fonte della loro beatitudine, ma riposano anche su di essa come compimento completo. Se la coscienza è fondata, stabilita e rafforzata in questo modo, anche la contemplazione delle opere serve a rafforzarla, perché sono testimonianze del fatto che Dio abita e regna in noi. Questa fiducia nelle opere, dunque, ha spazio solo dove si è precedentemente gettata tutta la fiducia del cuore nella misericordia di Dio; non può dunque apparire in contraddizione con la fiducia da cui effettivamente dipende! Se, quindi, escludiamo la fiducia nelle opere, vogliamo solo dire che il cuore cristiano non deve rivolgere la sua attenzione al merito delle opere come aiuto alla salvezza, ma deve affidarsi esclusivamente alla promessa della grazia nella giustizia. Ma non vietiamo che essa sostenga e rafforzi questa fede con i segni della benevolenza divina rivolta verso di essa. Quando pensiamo a tutti i doni che Dio ci ha concesso, essi sono come raggi del volto divino che ci illuminano per vedere la luce più gloriosa della sua bontà. Ma quanto più può servirci il dono della grazia delle buone opere, dimostrando che ci ha dato lo spirito di figliolanza!

III,14,19 Quando, dunque, i santi rafforzano la loro fede in vista dell’innocenza della loro coscienza, e ne traggono occasione per rallegrarsi della gioia, non è altro che essi percepiscono dai frutti della loro chiamata che sono adottati dal Signore al posto dei figli. Così quando Salomone dice: "Chi teme il Signore ha una forte fortezza" (Prov 14:26), o quando i fedeli, per essere ascoltati dal Signore, ricorrono all’affermazione di aver camminato in integrità e semplicità davanti al Suo volto (Gen 24:40; 2 Re 20:3) - questo non ha alcun significato quando si tratta di porre le fondamenta per rafforzare la nostra coscienza. Tutto questo ha valore solo se trattato come un’inferenza (a posteriori). Infatti il "timore di Dio" (Prov 14:26!) non è da nessuna parte di natura tale da poter stabilire una certezza completa. E l’integrità (Gen 24:40; 2 Re 20:3!) di cui i credenti sono consapevoli è ancora mescolata con molti resti della carne! Ma poiché dai frutti della rigenerazione essi traggono la prova che lo Spirito Santo abita in loro, questo serve a rafforzarli non poco per aspettarsi l’aiuto di Dio in tutte le loro necessità, poiché lo sperimentano come loro Padre in una questione così importante! Ma anche questo non possono farlo se prima non hanno afferrato la bontà di Dio, che non è sigillata da altra certezza che quella della promessa! Se cominciassero a giudicare questa bontà di Dio dalle buone opere, non ci sarebbe nulla di più incerto e instabile; perché se le opere sono giudicate in sé e per sé, esse non meno provano l’ira di Dio con la loro imperfezione che al massimo testimoniano la sua benevolenza con la loro purezza iniziale! In breve, i santi lodano le buone azioni di Dio, ma non tralasciano il favore di Dio, che viene a noi per grazia. In essa, secondo la testimonianza di Paolo, sta la "lunghezza e la larghezza e la profondità e l’altezza" (Efes 3:18; ordine leggermente diverso). Così in un certo senso vuole dire: ovunque i pii dirigano i loro sensi, per quanto in alto li innalzino, per quanto lontano li lascino vagare - non devono allontanarsi dall’"amore di Cristo" (Efes 3,19), ma piuttosto rivolgere le loro forze chiuse a contemplarlo, perché esso comprende in sé tutte le misure. Perciò dice anche che "supera" ed eccede ogni conoscenza, e che quando ci rendiamo conto di quanto Cristo ci ha amati, siamo "pieni di tutta la pienezza di Dio" (Efes 3:19). In un altro luogo loda anche i credenti per essere vittoriosi in ogni conflitto, e poi aggiunge immediatamente come motivo: "Per amore di colui che ci ha amati" (Rom 8:37). (Rom 8:37).

III,14,20 I santi, dunque, non vedono nelle opere altro che doni di Dio, dai quali riconoscono la sua bontà, altro che segni della loro chiamata, dai quali conoscono la loro elezione. Da questo vediamo che non c’è nessuna fiducia nelle opere viva in loro che aggiungerebbe qualcosa al loro merito o sottrarrebbe qualcosa alla giustizia che viene per grazia e che otteniamo in Cristo: al contrario, essa dipende da essa e non esiste senza di essa! Lo dimostra anche Agostino con parole brevi ma molto azzeccate quando scrive: "Non dico al Signore: ’Non disprezzare le opere delle mie mani’. Ho cercato il Signore con le mie mani, e non sono stato messo in imbarazzo! (cfr. Sal 77,3). Ma non lodo le opere delle mie mani, perché temo che se tu le guardassi, troveresti più peccati che meriti! Io dico, chiedo e desidero solo questo: ’Le opere delle tue mani non le disprezzerai’!". (Sul Sal 137; cfr. Sal 138:8). Qui dà due ragioni per cui non ha osato offrire le sue opere a Dio: (1) se ha effettivamente delle opere buone, non vede in esse nulla che sia suo; (2) ma allora anche questo è sopraffatto dalla moltitudine dei peccati. Così succede che la coscienza sente più paura e terrore che sicurezza! Così egli desidera che Dio guardi bene ciò che ha fatto, solo per riconoscere in esso la grazia della sua chiamata e per completare l’opera che ha iniziato!

III,14,21 Inoltre, le Scritture mostrano che le buone opere dei fedeli sono la causa dei benefici del Signore nei loro confronti. Dobbiamo capire questo in modo tale che la nostra proposizione di cui sopra rimanga incrollabile, cioè che l’effectus della nostra salvezza sta nell’amore di Dio nostro Padre, la materia nell’obbedienza del Figlio, l’instrumentum nell’illuminazione dello Spirito Santo, cioè nella fede, e che il finis è la gloria di questa grande bontà di Dio (cfr. sezione 17). Non è in contraddizione quando il Signore accetta le nostre opere, per così dire, come cause subordinate. Ma perché fa questo? Egli introduce le stesse persone che ha destinato nella sua misericordia all’eredità della vita eterna nel possesso di questa eredità secondo la sua regola ordinata attraverso le buone opere! Ciò che ora precede questa distribuzione (dei suoi doni) nell’ordine, egli chiama la causa di ciò che segue! Per questo egli talvolta fa derivare la vita eterna anche dalle opere, non perché la gloria debba essere attribuita ad esse; no: poiché egli "giustifica" e infine "rende gloriosi" coloro che ha "scelto" (Rom 8:30), perciò fa sì che la grazia data prima, che è una tappa alla seguente, ne sia come la causa. Ma se la vera causa deve essere sottolineata, egli non ci istruisce a rifugiarci nelle opere, ma ci tiene soli nella contemplazione della sua misericordia! Cosa significa allora quando ci insegna attraverso l’apostolo: "La morte è il salario del peccato; ma il dono di Dio è la vita eterna…"? (Rom 6,23). Egli contrappone la vita e la morte - perché allora non anche la giustizia e il peccato? Questo avrebbe dovuto essere l’accostamento corretto, che è un po’ interrotto dal cambiamento qui. Ma l’apostolo ha voluto esprimere in questo accostamento, secondo la realtà, che i meriti dell’uomo meritano la morte, ma che la vita è solo nella misericordia di Dio! Insomma, con questi modi di parlare (la vita eterna sulla base delle opere!) si indica l’ordine piuttosto che una causa: Dio accumula grazia su grazia e prende i precedenti doni di grazia come causa per aggiungerne altri, in modo da non lasciare nulla in sospeso per rendere ricchi i suoi servi. Così continua ad essere generoso verso di noi, ma nel farlo vuole che guardiamo sempre all’elezione concessaci per pura grazia, che è la fonte e l’origine! Infatti, sebbene egli ami i doni che ci fa ogni giorno, nella misura in cui scaturiscono da questa fonte, è tuttavia nostro compito tenerci stretti a quell’accettazione benevola che può rendere salde tutte le nostre anime. I doni del Suo Spirito, tuttavia, che Egli continua a concederci, dobbiamo subordinarli alla prima causa (attuale) in modo tale che non la danneggino!


Capitolo quindici

Ciò che si vanta del merito delle opere annulla la lode di Dio per la realizzazione della giustizia, ma allo stesso tempo anche la certezza della salvezza.

III,15,1 Abbiamo già discusso ciò che è più importante in questa materia: se la nostra giustizia fosse basata sulle opere, dovrebbe essere completamente distrutta agli occhi di Dio; ma per questo essa consiste effettivamente solo nella misericordia di Dio, solo nella partecipazione a Cristo, e quindi solo nella fede. Ma cerchiamo di sottolineare che questo è il punto cruciale di tutta la questione, per non rimanere impigliati in quell’errore generale in cui sono cadute non solo le persone semplici ma anche quelle colte! Infatti, non appena si pone la questione della giustificazione per fede o per opere, essi si affrettano a ricorrere a quei passi della Scrittura che sembrano attribuire alle nostre opere qualche merito davanti a Dio. Come se la giustificazione per opere fosse già provata, se si potesse dimostrare che le opere hanno comunque un valore davanti a Dio! Ho mostrato chiaramente sopra che la giustizia per opere sta esclusivamente nella perfetta e completa osservanza della legge. Da ciò deriva che un uomo è giustificato secondo le sue opere solo quando è salito al più alto grado di perfezione e non può essere accusato di una sola trasgressione, nemmeno la più piccola! Ma un’altra e distinta questione è se le opere, anche se non sono in alcun modo sufficienti a giustificare un uomo, non meritano la grazia presso Dio.

III,15,2 Innanzitutto, devo parlare a titolo di introduzione della parola "merito". Chiunque abbia applicato per la prima volta questa espressione alle opere umane nella loro relazione con il giudizio di Dio ha - chiunque egli sia - reso un pessimo servizio all’integrità della fede! Non mi piace litigare sulle parole, ma vorrei che tra gli scrittori cristiani si fosse sempre praticata una tale moderazione da non arrivare senza necessità a includere nel loro pensiero espressioni estranee alla Scrittura, che danno molta offesa ma poco frutto. Vorrei sapere: era necessario introdurre la parola "merito", quando il valore delle buone opere poteva anche essere descritto chiaramente e senza fastidio da altre espressioni? Ma quanto fastidio porta in sé questa parola è evidente a grande danno del mondo intero! È sicuramente una parola indicibilmente pomposa, e quindi non può fare altro che oscurare la grazia di Dio e riempire la gente di false speranze! Tuttavia, ammetto che anche gli antichi scrittori della Chiesa usavano questa parola in tutto - e se Dio vuole, non avrebbero dato alle generazioni successive un tale motivo di errore usando male questa piccola parola! Certo, essi stessi testimoniano in alcuni passaggi che non volevano togliere nulla alla verità con il loro uso di questa parola. Agostino dice in un passaggio: "Qui i meriti umani, che sono stati persi attraverso Adamo, devono essere messi a tacere - qui deve regnare la grazia di Dio attraverso Gesù Cristo! (Sulla predestinazione dei santi, 15,31). O anche: "Ai loro meriti i santi non attribuiscono nulla; no, essi attribuiscono tutto alla tua misericordia, o Dio! (Sul Sal 139). O altrove: "E quando un uomo vede che tutte le cose buone che possiede non sono da lui stesso ma dal suo Dio, allora si rende conto anche che tutto ciò che è lodato in lui non è dai suoi meriti ma dalla misericordia di Dio!" (Sul Sal 84). Lì vediamo come egli nega all’uomo ogni capacità di agire rettamente, e come rovescia anche la valenza del merito. Ma il Crisostomo dice: "Se le opere che abbiamo fatto seguono la chiamata graziosa di Dio, sono una restituzione, un debito; ma i benefici di Dio sono grazia, beneficenza e abbondante liberalità!" (Omelie su Genesi,34,6). Ma ora lasciamo perdere la parola (merito) e rivolgiamo piuttosto la nostra attenzione alla questione stessa. Ho citato sopra una frase di Bernhard che recitava così: "Come è sufficiente che il merito non presuma il merito, così è sufficiente che il giudizio non abbia alcun merito! (Omelie sul Cantico dei Cantici, 68,6). Ma subito dopo aggiunge una spiegazione, ammorbidendo così completamente la durezza dell’espressione: "Preoccupatevi dunque di avere dei meriti! Ma se ne avete, sappiate che vi sono date! Allora aspettatevi come frutto la misericordia di Dio - allora avete scampato ogni pericolo di povertà, ingratitudine e presunzione! Felice la Chiesa che non manca né di merito, che non manca - né di presunzione, che è senza merito!". (Omelie sul Cantico dei Cantici, 68,6). Poco prima, aveva mostrato più che chiaramente in quale pio senso usava quella parola ("merito"): "Perché cosa dovrebbe preoccuparsi la Chiesa del merito, dal momento che ha una ragione molto più solida e sicura per vantarsi del proposito di Dio! Dio non può rinnegare se stesso: farà ciò che ha promesso! (Facendo eco a 2Tim 2:13). Quindi non c’è motivo di chiedere: da quali meriti possiamo aspettarci cose buone? Soprattutto non quando sentiamo: "Non per il tuo bene, ma per il mio…" (Ez 36:22. 32; non esattamente). Per il merito basta sapere che il merito non basta!". (Omelie sul Cantico dei Cantici, 68,6).

III,15,3 Quale merito stabiliscono tutte le nostre opere, la Scrittura ce lo mostra quando dichiara che esse non possono sopportare la vista di Dio perché sono piene di impurità! E quale ulteriore merito la perfetta osservanza della legge - se tale si potesse trovare! - per merito, la Scrittura ci mostra anche: quando abbiamo "fatto tutto quello per cui eravamo in debito", ci istruisce a considerarci "servi senza profitto"! (Luca 17,10). Perché non abbiamo fatto nulla per il Signore che non fossimo obbligati a fare, ma abbiamo solo compiuto il nostro dovere, per il quale non ci sono dovuti ringraziamenti! Ma il Signore chiama comunque le buone opere che ci concede le nostre opere, e testimonia non solo che gli sono gradite, ma che saranno anche ricompensate! Di nuovo, è nostro compito essere rallegrati da una così grande promessa, raccogliere il nostro coraggio per non stancarci nel fare il bene - e mostrarci veramente grati per questa gloriosa bontà di Dio! Indubbiamente, tutto ciò che merita lode nelle nostre opere è una grazia di Dio, e non c’è una sola goccia in esso che dobbiamo attribuire a noi stessi! Se riconosciamo veramente e seriamente questo, allora non solo perderemo ogni fiducia nei nostri meriti, ma anche ogni illusione di possederne! Cioè, non dividiamo la lode delle buone opere tra Dio e l’uomo, come fanno i furbi, ma la diamo al Signore intera, intatta e senza lacune. All’uomo noi attribuiamo solo tanto che egli macchia e corrompe con la sua impurità ciò che era buono! Per dall’uomo - può essere perfetto quanto vuole! - nulla emana dall’uomo che non sia macchiato da qualche tipo di macchia. Che il Signore esiga ora ciò che c’è di meglio nelle opere umane davanti al suo giudizio: egli riconoscerà sì la sua giustizia in essa, ma la vergogna e il disonore dell’uomo! Le buone opere, dunque, sono gradite a Dio, e non sono senza frutto per colui che le compie; al contrario, gli portano in ricompensa i più gloriosi benefici di Dio. Ma non perché lo meritano, ma perché la bontà di Dio ha dato loro questo valore di propria iniziativa! Ma quale malvagità è quando l’uomo non è soddisfatto della generosità di Dio, che ripaga le opere che non meritano tali ricompense con ricompense immeritate - e quando poi, con blasfema ambizione, continua a insistere che i doni, che provengono unicamente dalla clemenza di Dio, debbano ora apparire come un compenso per il merito delle opere! Qui mi appello al naturale buon senso di ogni individuo. Supponiamo che qualcuno abbia il beneficio di un campo grazie alla generosità di un’altra persona. Ma se ora va a rivendicare anche il diritto di proprietà - non guadagna allora con tale ingratitudine che perde il diritto stesso che possedeva? O allo stesso modo, se un padrone avesse liberato il suo schiavo e questi ora nascondesse il suo semplice status di liberto e si facesse passare per un nato libero - non sarebbe degno di diventare di nuovo uno schiavo come prima? Infatti, se abbiamo ricevuto qualcosa in dono, ne godremo adeguatamente solo se non prenderemo più di quanto ci è stato dato e se non priveremo il datore del bene della lode che gli è dovuta, ma piuttosto ci comporteremo in modo tale che ciò che ci ha dato sembri, per così dire, rimanere con lui! Se dobbiamo essere moderati in questo modo verso gli uomini, che ognuno veda e consideri quanto lo dobbiamo a Dio!

III,15,4 Ora so che i furbi abusano di alcuni passi per dimostrare che l’espressione "merito" si trova anche nella Scrittura in relazione a Dio. Prima di tutto, citano dal Libro del Siracide: "Ogni cosa buona troverà il suo posto, e ogni uomo avrà il suo dovuto" (Isa Sir. 16:14). Poi attingono al passo della Lettera agli Ebrei: "Fate del bene e non dimenticate di condividere, perché con tali sacrifici ci si guadagna il merito presso Dio" (Ebr 13,16; la conclusione secondo la Vulgata e non secondo il testo di Lutero e il testo originale, vedi sotto). Avrei ora il diritto di rifiutare l’autorità del Libro del Siracide, ma mi asterrò dal farlo ora. Tuttavia, nego che i furbi citino ciò che questo Siracide - che questo scrittore sia chi vuole - ha scritto fedelmente al testo. Infatti il testo greco recita: "Ogni bene troverà il suo posto, perché ognuno lo troverà secondo le sue opere!". Ma questa è la lettura pura, che è stata corrotta nella versione latina! Da un lato, questo è chiaro dal contenuto testuale di queste stesse parole, ma dall’altro, è anche chiaro dal contesto più ampio del discorso precedente. Per quanto riguarda il passo dell’epistola agli Ebrei, non vi trovano alcun motivo per tenderci una trappola, nemmeno con una sola parola. Perché nelle parole greche dell’apostolo non c’è altro che: "tali sacrifici piacciono a Dio" o sono a Lui graditi (cfr. testo di Lutero). Per frenare e contenere l’insolenza della nostra natura arrogante, questo solo dovrebbe essere sufficiente, che non attribuiamo alcun valore alle nostre opere al di là di ciò che dicono le Scritture! Ma l’insegnamento della Scrittura è questo: Le nostre buone opere sono sempre e continuamente macchiate di molte porcherie, e così Dio è giustamente offeso e provocato all’ira contro di noi - tanto poco possono riconciliarlo con noi o richiamare la sua benevolenza contro di noi! Tuttavia, nella sua tolleranza, non li mette alla prova secondo la legge più rigorosa, e quindi li accetta come se fossero interamente puri. E quindi li ripaga con innumerevoli benefici della vita presente e anche di quella futura - anche se non meritano tutto questo! Perché non posso adottare la distinzione fatta da altri uomini dotti e pii, secondo la quale le nostre buone opere meritano i doni della grazia che ci vengono concessi in questa vita, ma la beatitudine eterna è solo una ricompensa della fede. Perché il Signore ci promette quasi sempre che sia la ricompensa per la nostra fatica che la corona di vittoria per la nostra lotta ci saranno concesse in cielo! D’altra parte, è contrario all’insegnamento della Scrittura attribuire al merito delle opere il fatto che siamo ricoperti dal Signore di doni di grazia su doni di grazia, e quindi negarlo alla grazia. Perché Cristo dice davvero: "A chi ha sarà dato" (Mat 25:29) e "Tu, servo devoto e fedele, sei stato fedele a poche cose; io ti metterò sopra molte cose!". (Mat 25,21). Ma allo stesso tempo mostra che l’aumento dei fedeli è un dono della sua immeritata bontà. Dice: "Venite, voi tutti che avete sete, venite all’acqua; e voi che non avete denaro, venite… e comprate senza denaro e gratis il vino e il latte". (Isa 55:1). Tutto ciò che ora è concesso ai pii per la promozione della loro salvezza è, come la beatitudine stessa, pura bontà di Dio. Tuttavia, testimonia che in questa benedizione e in quei doni tiene conto anche delle opere, perché, come prova del suo grande amore per noi, non solo onora noi, ma anche i doni che ci ha dato!

III,15,5 Se questo fosse stato trattato e messo a parte nell’ordine richiesto nei secoli passati, non sarebbe mai sorta una tale pletora di confusione e disaccordo. Paolo ci dice che nella costruzione della dottrina cristiana si deve sempre mantenere il fondamento che lui stesso aveva posto con i Corinzi e a parte il quale non se ne può porre un altro: ma questo è Gesù Cristo! (1Cor 3,11). Che tipo di fondamento abbiamo in Cristo? È che lui è stato l’inizio della salvezza per noi, ma che la perfezione deve seguire da noi? Ci ha semplicemente aperto una strada sulla quale ora dobbiamo camminare con le nostre forze? In nessun modo! Piuttosto, questo fondamento, come Paolo stesso ha spiegato prima, ci viene dato quando riconosciamo che ci è stato dato per la giustizia! (1Cor 1:30). Quindi nessuno è giustamente fondato in Cristo se non possiede una giustizia perfetta in Lui. Perché l’apostolo non dice che Cristo è stato mandato per aiutarci a raggiungere la giustizia, ma per essere lui stesso la nostra giustizia! (1Cor 1:30). Siamo stati scelti in lui fin dall’eternità, prima della fondazione del mondo, senza alcun nostro merito, ma secondo il proposito del beneplacito divino (Efes 1,4 s.). Attraverso la Sua morte siamo redenti dalla maledizione della morte e liberati dalla perdizione! (Col 1,14. 20). In Lui siamo adottati dal nostro Padre celeste come figli ed eredi! (Rom 8,17; Gal 4,5-7). Attraverso il Suo sangue siamo riconciliati con il Padre! Nella sua custodia siamo dati, e quindi strappati dal pericolo di essere persi e portati alla rovina! Siamo incorporati a lui, e attraverso questo abbiamo già una parte nella vita eterna (Giov 10:28) e siamo entrati nel regno di Dio attraverso la speranza. Ma non sono ancora alla fine. Se abbiamo guadagnato una parte in lui in questo modo, egli è la nostra saggezza davanti a Dio, per quanto grandi sciocchi possiamo ancora essere in noi stessi! Possiamo essere impuri - lui è la purezza per noi! Possiamo essere deboli, così da essere disarmati ed esposti a Satana - "ogni autorità in cielo e in terra gli è stata data" - e questa autorità è anche nostra! (Mat 28,18). Con essa egli calpesta Satana per noi e rompe le porte dell’inferno! Anche se abbiamo ancora addosso il corpo della morte, lui è la vita per noi: insomma, tutto quello che lui possiede è nostro, e in lui abbiamo tutto, in noi niente! Su questo fondamento, credo, dobbiamo essere costruiti se vogliamo crescere in un tempio santificato al Signore!

III,15,6 Ma da molto tempo al mondo è stato insegnato diversamente: hanno inventato chissà quali "buone opere" morali con le quali gli uomini devono diventare graditi a Dio prima di essere incorporati a Cristo. Come se le Scritture si sbagliassero quando ci dicono che tutti coloro che non hanno il Figlio sono nella morte! (1Gio 5:12). Ma se sono nella morte, come possono far nascere da loro stessi la causa della vita? Come se fosse irrilevante quando si dice: "Tutto ciò che non viene dalla fede è peccato! (Rom 14,23). Come se dei buoni frutti potessero venire da un albero marcio! (Mat 7,18; Luca 6,43). Su che cosa, allora, questi furbi terribilmente corruttori hanno effettivamente lasciato che Cristo esercitasse il suo potere? Dicono che ha acquisito per noi la "prima grazia" con il suo merito, cioè la possibilità di ottenere dei meriti, e allora sarebbe nostro compito non perdere l’occasione presentata! Oh, che impudenza depravata e empia è questa! Chi dovrebbe pensare che uomini che hanno confessato il nome di Cristo possano poi spogliarLo del Suo potere, anzi, quasi osare di calpestarLo! Ancora e ancora la testimonianza è data a lui che tutti coloro che credono in lui sono giustificati - ma queste persone insegnano che solo un beneficio viene da lui, che ora la strada è spianata perché l’individuo si giustifichi! Se solo avessero capito qualcosa del significato dei passi scritturali che ora seguiamo! "Chi ha il Figlio di Dio ha la vita" (1Gio 5:12). Oppure: "Chi crede è passato dalla morte alla vita" (Giov 5,24). (Giov 5:24). Avrebbero capito quando la Scrittura ci insegna che siamo giustificati dalla Sua grazia e quindi fatti eredi della vita eterna (Tito 3:5; 2Tim 1:9; Rom 3:24; Rom 5:1 s.), che i credenti possiedono Cristo ed Egli dimora in loro (1. Giov 3,24), che attraverso di Lui sono legati a Dio e come partecipi della sua vita sono "seduti con Lui nel regno celeste" (Efes 2,6), che attraverso di Lui sono trasferiti nel regno di Dio (Col 1,13) e hanno raggiunto la beatitudine! Ci sono innumerevoli altri passaggi del genere! Tutte queste affermazioni della Scrittura ci mostrano che attraverso la fede in Cristo non acquisiamo semplicemente la capacità di ottenere la giustizia e di ottenere la salvezza, ma che attraverso di essa entrambe ci sono (effettivamente) date! Così, non appena sei incorporato in Cristo attraverso la fede, sei già diventato un figlio di Dio, un erede del cielo, un collaboratore nella giustizia e un possessore della vita! Avete - per respingere le bugie dei furbi ancora meglio! - non avete così ottenuto la possibilità di acquisire dei meriti, ma avete ottenuto tutti i meriti di Cristo, perché ne siete diventati partecipi!

III,15,7 Così le scuole della Sorbona, madri di tutti gli errori, ci hanno privato della giustificazione per fede, che è, in fondo, il capo di ogni pietà! Ammettono a parole che l’uomo è giustificato dalla fede "formata"; ma dopo lo spiegano così: è dalla fede che le buone opere hanno il potere di aiutare alla giustizia! Sembra quasi che usino l’espressione "fede" solo per derisione, perché non potrebbero nasconderla senza grande vergogna: è così spesso ripetuta nella Scrittura! Ma non si accontentano di questo, rubano anche una parte della lode per le buone opere da Dio e la trasferiscono all’uomo. Essi vedono che le buone opere, se sono considerate come frutti della grazia divina, fanno poco per elevare l’uomo e che non possono nemmeno essere chiamate meriti in senso proprio. Perciò li lasciano uscire dal potere del libero arbitrio - come l’olio da una pietra! Non negano che la causa principale risieda nella grazia; ma è ancora importante per loro che non si escluda il libero arbitrio, attraverso il quale avviene tutto il "merito"! Ora, questa non è solo un’opinione dottrinale dei più tardi intelligenti; ma il loro Pitagora, cioè Pietro Lombardo, insegna allo stesso modo (Sentenze II,27) - e tuttavia, se lo si confronta con i più tardi, si dirà ancora che è ragionevole e moderato! Cita spesso Agostino, ed è una strana cecità che non si accorga con quale cura quest’uomo era attento a non appropriarsi di un po’ di gloria per le buone opere all’uomo! Ho già fatto riferimento ad alcune affermazioni di Agostino su questo argomento nella discussione sul libero arbitrio. Ancora e ancora ci imbattiamo in affermazioni simili nei suoi scritti. Per esempio, ci proibisce di rivendicare le nostre opere come nostre, perché anch’esse sono doni di Dio (sul Sal 144). Oppure scrive che tutti i nostri meriti vengono dalla sola grazia e non sono ottenuti dalla nostra propria perfezione, ma unicamente e interamente per mezzo della grazia… (Lettera 194). Che Pietro Lombardus fosse cieco alla luce della Scrittura è meno sorprendente; perché ovviamente non era ben versato nella Scrittura! Tuttavia, non si potrebbe desiderare una difesa più chiara contro di lui e i suoi discepoli che la parola dell’apostolo in Efes 2,10: Paolo ha proibito ai cristiani di vantarsi e ora aggiunge come motivo per cui non dobbiamo vantarci: "Perché noi siamo opera di Dio, creati… per opere buone, che egli ha preparato in anticipo, affinché noi le compiamo" (Efes 2,10). Quindi qualcosa di buono può venire da noi solo nella misura in cui siamo nati di nuovo; ma la nostra rinascita è interamente, senza alcuna eccezione, affare di Dio - quindi non possiamo appropriarci di un’oncia delle opere buone per noi stessi! E infine, i furbi insistono sempre sulle buone opere, ma nel frattempo istruiscono le coscienze in modo tale che non osino mai avere la fiducia di avere ora un Dio benevolo che si compiace delle loro opere. Noi, invece, non parliamo di meriti, ma con la nostra dottrina solleviamo comunque i cuori dei fedeli in una gloriosa consolazione, quando diciamo loro che nelle loro opere sono graditi a Dio e indubbiamente accettati da Lui! Infatti, noi esigiamo qui che nessuno tenti o attacchi un’opera senza fede, cioè, se prima non arriva al verdetto, con una certa fiducia, che la sua opera piacerà a Dio!

III,15,8 Non scostiamoci dunque in nessun caso, nemmeno di un dito, da questo unico fondamento; una volta che è stato posto, i saggi costruttori costruiscono in modo giusto e corretto su di esso! Infatti, se ora c’è bisogno di un insegnamento o di un’esortazione, essi ricordano che il Figlio di Dio è apparso "per distruggere le opere del diavolo" in modo che coloro che sono "nati da Dio" non possano peccare (1Gio 3,8 s. fine non del testo di Lutero). Oppure ricordano il passo: "È sufficiente che abbiamo trascorso il tempo passato… secondo la volontà dei gentili…" (1Piet 4,3). Oppure notano che gli eletti di Dio sono vasi di misericordia destinati alla gloria, per essere purificati da tutte le macchie! (2Tim 2,20 s.). Ma è tutto espresso insieme quando si afferma che Cristo vuole tali discepoli che "rinnegano se stessi", "prendono la loro croce" e "Lo seguono"! (Luca 9,23; Mat 16,24). Chi ha rinnegato se stesso ha tagliato la radice di ogni male, in modo che non continui a cercare ciò che è suo. Colui che ha preso la sua croce si è preparato per ogni pazienza e mitezza. Ma l’esempio di Cristo include questo, e in aggiunta tutti gli altri doveri di pietà e santità! Si è mostrato obbediente al Padre fino alla morte (Fili 2,8), è stato completamente assorbito nel fare le opere di Dio (Luca 2,49), ha cercato l’onore di suo Padre con tutto il suo cuore (Giov 4,34; 7,16 s s. 8,49 s.), ha dato la sua vita per i suoi fratelli (Giov 10,15; 15,13), ha fatto del bene ai suoi nemici e ha pregato per loro! (Luca 23,34). Se c’è bisogno di conforto, loro (quei "costruttori"!) può portare un glorioso incoraggiamento: "Siamo afflitti, ma non temiamo; abbiamo paura, ma non disperiamo; soffriamo persecuzione, ma non siamo abbandonati; siamo oppressi, ma non periamo; e sempre portando nel nostro corpo la morte del Signore Gesù, affinché l’amore di Gesù sia manifestato in noi" (2Cor 4:8 s s. non proprio il testo di Lutero alla fine). Oppure: "Se moriamo con lui, vivremo con lui; se sopportiamo, regneremo con lui…" (2Tim 2:11 s.). In questo modo siamo resi simili a Lui nelle Sue sofferenze finché non saremo resi simili a Lui nella Sua resurrezione! (Fili 3,10 s. non il testo di Lutero). Perché il Padre, che ha scelto nel suo Figlio, "ha anche ordinato che siano conformi all’immagine del suo Figlio, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli! (Rom 8:29). Perciò è vero: "Né la morte…, né le cose presenti, né quelle future… ci separeranno dall’amore di Dio che è in Cristo…" (Rom 8,38 s., impreciso e fortemente abbreviato). Sì, tutto deve servirci per il bene e la salvezza! (Rom 8,28). Ecco, noi non giustifichiamo l’uomo davanti a Dio dalle sue opere, ma affermiamo che tutti coloro che sono da Dio nascono di nuovo e diventano una "nuova creatura" (2Cor 5:17) per passare dal regno del peccato al regno della giustizia, per avere la loro "professione" "fissata" da questa testimonianza (2Peter 1:10) e per essere conosciuti come alberi dai loro frutti! (Mat 7,20; 12,33; Luca 6,44).


Capitolo sedidci

Confutazione delle invettive con cui i papisti cercano di screditare la nostra dottrina.

III,16,1 Con questa sola parola possiamo anche confutare l’insolenza di alcuni empi nelle loro invettive contro di noi. Così ci calunniano, dicendo che noi aboliamo le buone opere e allontaniamo la gente dallo zelo per esse, quando diciamo che l’uomo non è giustificato dalle opere e non guadagna la salvezza! In secondo luogo, quando affermiamo che la via della giustizia risiede nel perdono dei peccati, che avviene per mezzo della pura grazia, i nostri avversari bestemmiano che stiamo aprendo una via troppo facile alla giustizia, e che con tali allettamenti stiamo incitando le persone al peccato, al quale sarebbero comunque più che troppo inclini. Queste invettive, dico, possono essere sufficientemente confutate da questa sola parola: ma risponderò comunque brevemente ad entrambe. In primo luogo, si afferma che la giustificazione per fede elimina le buone opere. Mi asterrò dal dire qui che razza di zelanti delle opere buone sono questi che ci provocano tali calunnie! Possono bestemmiare altrettanto impunemente mentre infettano il mondo intero con l’immoralità della loro vita! Fingono, quindi, che li addolora che le opere siano spostate dalla loro posizione di fronte a una così tremenda lode della fede. Ma cosa dicono, quando in realtà sono solo meglio sollevati e affermati? Perché non sogniamo una fede che sia vuota di tutte le buone opere, né una giustificazione che esista senza le buone opere. La differenza è solo questa: noi ammettiamo che la fede e le buone opere sono necessariamente collegate, ma basiamo la giustificazione sulla fede e non sulle opere! Il motivo per cui questo accade può essere facilmente spiegato immediatamente se solo ci rivolgiamo a Cristo, sul quale la fede è diretta e dal quale riceve tutta la potenza. Perché allora siamo giustificati per fede? Perché nella fede ci impadroniamo della giustizia di Cristo, attraverso la quale solo siamo riconciliati con Dio! Ma questo non può essere afferrato senza afferrare allo stesso tempo la santificazione! Perché Cristo ci è dato "per giustizia e per sapienza, per santificazione e per redenzione!" (1Cor 1:30; ordine invertito all’inizio). Così Cristo non giustifica nessuno che non santifichi allo stesso tempo! Questi benefici di Cristo sono legati insieme da un legame permanente e indissolubile: coloro che egli illumina con la sua sapienza, egli redime anche, coloro che egli redime, egli giustifica, coloro che egli giustifica, egli santifica! Ma poiché la domanda qui si riferisce solo alla giustizia e alla santificazione, vogliamo rimanere con queste due. Noi li distinguiamo l’uno dall’altro, ma Cristo li porta entrambi inseparabilmente in sé! Vuoi raggiungere la giustizia in Cristo? Allora dovete prima possedere Cristo! Ma non potete possederlo senza partecipare anche alla sua santificazione! Perché non può essere fatto a pezzi. Così, quando il Signore ci fa godere di questi benefici - e questo solo dando se stesso a noi! Ci dà entrambi allo stesso tempo, l’uno senza l’altro! Questo mostra chiaramente quanto sia giusto dire che non siamo giustificati senza opere, ma che non siamo nemmeno giustificati dalle opere. Perché siamo giustificati solo essendo partecipi di Cristo - e in questo la santificazione non è meno decisa della giustizia!

III,16,2 È anche completamente falsa l’accusa che allontaneremmo il cuore delle persone dallo zelo di fare il bene se le privassimo dell’illusione di poter guadagnare qualcosa con esso. Per inciso, devo attirare l’attenzione del lettore sul fatto che i nostri avversari, come spiegherò più chiaramente in seguito, deducono in modo insensato i guadagni dai salari. Lo fanno perché ignorano un principio importante: Quando Dio dà una ricompensa alle nostre opere, è altrettanto generoso di quando ci dà la capacità di fare bene! (Quindi la ricompensa non è un merito!) Ma preferirei spostare questo nel posto previsto per esso! Ora sarà sufficiente che mi limiti a indicare quanto sia debole l’obiezione degli avversari. Questo deve essere fatto in due modi. In primo luogo, dicono che non ci può essere zelo per la vita giusta se alle persone non viene presentata la speranza della ricompensa. Questo è sbagliato su tutta la linea! Perché se si tratta solo di persone che si aspettano una ricompensa per il servizio che rendono a Dio, se affittano o vendono il loro lavoro a Lui, allora si otterrà ben poco. Perché Dio vuole essere adorato per niente, amato per niente! Penso che Egli consideri giusto solo il servo che non cessa di servirlo anche quando gli viene tolta ogni speranza di ricevere una ricompensa. E poi: se gli uomini devono essere stimolati al bene, nessuno può trovare uno stimolo più forte del riferimento allo scopo della nostra redenzione e chiamata. La Parola del Signore applica questo incentivo. Insegna che sarebbe un’ingratitudine terribilmente empia se non amassimo a nostra volta Colui "che ci ha amati per primo"! (1Gio 4:10, 19). Dice che "la nostra coscienza" è "purificata dalle opere morte" dal "sangue di Cristo", "per servire il Dio vivente"! (Ebr 9:14). Secondo la sua testimonianza, è una bestemmia indegna se, una volta purificati, ci contaminiamo con nuova sporcizia e rendiamo così comune il sangue santo (Ebr 10:29). Dice che siamo stati redenti "dalla mano dei nostri nemici" per servirLo "senza timore tutti i nostri giorni, in santità e giustizia davanti a Lui!" (Luca 1,74 s. fine non Luthertert). Siamo diventati "liberi dal peccato" per servire la giustizia con uno spirito libero! (Rom 6:18). "Il nostro vecchio uomo è… crocifisso" in modo che possiamo essere innalzati a una nuova vita! (Rom 6:6). Allo stesso modo, la Scrittura ci dice: se ora siamo morti con Cristo - come si addice alle sue membra! dovremmo anche "cercare le cose di lassù" e vagare nel mondo come stranieri, desiderando il cielo dove si trova il nostro tesoro! (Col 3:1; Mat 6:21). "A questo scopo è apparsa la … grazia di Dio … affinché rinneghiamo l’empietà e le concupiscenze mondane e viviamo castamente, rettamente e con Dio in questo mondo, aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e nostro Salvatore …" (Tit. 2:11 e seguenti). "Perché Dio non ci ha destinati all’ira, ma a possedere la beatitudine per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo" (1 Tess 5:9). Ecco perché la Scrittura ci chiama "templi dello Spirito Santo", che sarebbe un sacrilegio dissacrare! (1Cor 3:16 s. 2Cor 6:16; Efes 2:21). Noi non siamo tenebre secondo il loro giudizio, ma luce nel Signore, e quindi dovremmo anche camminare come "figli della luce"! (1 Tess 5,4 s s. Efes 5,8 s.). "Poiché Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione" (1 Tess 4:7); "poiché questa è la volontà di Dio", la nostra "santificazione", che ci asteniamo da tutte le concupiscenze illecite! (1 Tess 4:3). La nostra chiamata è "santa" (2Tim 1:9), e possiamo quindi vivere all’altezza di essa solo attraverso la purezza della vita; perché siamo stati resi "liberi dal peccato" in modo che ora possiamo servire la giustizia in obbedienza! (Rom 6:18). Potremmo mai essere spinti ad amare con una ragione più potente di quella di Giovanni: dobbiamo amarci gli uni gli altri come il Signore ci ha amati, e la differenza tra i "figli di Dio" e i "figli del diavolo", i figli della luce e i figli delle tenebre, sta proprio nel fatto che questi ultimi rimangono nell’amore? (1Gio 2:11; 3:10). O anche con il riferimento di Paolo che noi che apparteniamo a Cristo siamo membra di un solo corpo, che devono aiutarsi a vicenda con un servizio reciproco? (1Cor 6:17; 1Cor 12:12f s.). Possiamo essere più stimolati alla santità di quando sentiamo di nuovo in Giovanni: "E chiunque ha questa speranza… si purifica, come anche lui è puro" (1Gio 3:3)? O quando sentiamo anche dalla bocca di Paolo che dovremmo "purificarci da ogni sporcizia della carne e dello spirito…" confidando nella promessa della nostra adozione come figli? (2Cor 7:1)? C’è un miglior richiamo alla santità di quando sentiamo che Cristo stesso è il nostro esempio, le cui orme dovremmo seguire? (Giov 15,10; cfr. 1Piet 2,21).

III,16,3 Ho dato questi pochi accenni solo come esempio. Se dovessi esaminarli tutti singolarmente, dovrei riempire un grosso volume! Tutti gli scritti degli apostoli sono pieni di promesse, esortazioni e castighi con cui vogliono istruire l’uomo di Dio in tutte le buone opere (cfr. 2Tim 3:17) - senza alcuna menzione del merito! Al contrario, essi basano le loro esortazioni più forti sul fatto che la nostra salvezza non è basata su alcun merito da parte nostra, ma solo sulla misericordia di Dio! Questo è ciò che dice Paolo in Romani 12: In tutta la sua lettera parla del fatto che abbiamo una speranza di vita solo nella giustizia di Cristo. Ma quando passa alle esortazioni, "esorta" i suoi lettori "per la misericordia di Dio", di cui ci ha resi degni: (Rom 12:1). E sicuramente l’unica causa dovrebbe essere sufficiente per noi, che Dio sia glorificato attraverso di noi (Mat 5:16). Se, tuttavia, uno non è interiormente sufficientemente mosso dalla gloria di Dio, allora sicuramente il ricordo della misericordia di Dio sarà pienamente sufficiente per spingere tale persona ad agire correttamente! (Cfr. Crisostomo, Omelie sulla Genesi, 26,5 s.). I romani, invece, con il loro riferimento al merito, ottengono nel migliore dei casi un’obbedienza servile e forzata alla legge, e quindi mentono che, poiché noi non vogliamo seguire la loro strada, non abbiamo nulla per spronare gli uomini alle buone opere! Come se Dio fosse molto contento di tale obbedienza! Egli ci dice che "ama chi dona con gioia" e ci proibisce di dare qualcosa "controvoglia o per costrizione" (2Cor 9:7). Ma non dico questo perché voglio rifiutare o trascurare il tipo di esortazione che la Scrittura usa spesso, per non trascurare nessun mezzo per incoraggiarci ad agire da tutte le parti. Perché richiama la nostra attenzione sulla ricompensa che Dio darà a ciascuno secondo le sue opere (Mat 16:27; Rom 2:6 s. 1Cor 3:14 s. 2Cor 5:10). Ma nego che questo tipo di esortazione sia l’unica o anche la più importante tra le molte altre. Né ammetto che possa essere preso come punto di partenza. Inoltre, sostengo che questo fatto, come vedremo in seguito, non serve in alcun modo ad elevare i meriti come li predicano i romani. E infine, penso, questo tipo di esortazione può essere utile solo se prima è stata portata la dottrina che siamo giustificati solo per il merito di Cristo, di cui ci appropriamo per fede, ma senza alcun merito delle nostre opere! Perché solo chi ha ricevuto per primo questa dottrina può essere capace di un tale sforzo di santità. Questo è ciò che il profeta ci fa capire quando si rivolge a Dio: "Perché con te, o Signore, c’è il perdono, perché ti temano" (Sal 130:4). Egli mostra che non c’è culto di Dio senza prima riconoscere la sua misericordia, sulla quale si basa e dalla quale trae la sua forza. Questo è degno di un’attenzione molto enfatica. Perché dobbiamo sapere non solo che l’origine di ogni giusto culto di Dio è la fiducia nella sua misericordia, ma anche che il timore di Dio - che i papisti vogliono essere qualcosa di meritorio! - non deve essere chiamato "merito" perché si basa sul perdono e sulla remissione dei peccati!

III,16,4 Ma ora viene di gran lunga il rimprovero più infondato: quando testimoniamo il perdono immeritato dei peccati, nel quale, secondo la nostra dottrina, riposa la giustizia, siamo accusati di incitare gli uomini al peccato! Perché diciamo che il perdono dei peccati è troppo prezioso per essere controbilanciato da qualsiasi bene da parte nostra: non potremmo mai ottenerlo, dunque, se non fosse vano! Ora, diciamo pure che è gratis per noi, ma non per Cristo, perché lui ha pagato a caro prezzo, cioè con il suo santissimo sangue, senza il quale non c’era un riscatto abbastanza prezioso per soddisfare il giudizio di Dio! Quando questo insegnamento viene predicato alle persone, viene loro ricordato che non dipende da loro se questo sangue santissimo non viene sparso di nuovo ogni volta che peccano! Inoltre, diciamo anche questo: la nostra stoltezza è così grande che può essere lavata solo nella fonte di questo sangue infinitamente puro. L’uomo che sente questo non dovrebbe avere un’avversione più profonda per il peccato che se gli si dicesse che può liberarsene lavandolo via con le sue buone opere? E se un tale uomo ha dei rapporti con Dio, come non rifugge dal rotolarsi di nuovo nel fango, dopo che è stato pulito una volta, in modo da offuscare e contaminare, per quanto lo riguarda, la purezza di quella fonte? "Mi sono lavato i piedi", dice l’anima pia in Salomone, "come potrò contaminarli di nuovo? (Cant 5:3). Ora è evidente chi di noi è più vile nel perdono dei peccati e più deturpante della dignità della giustizia! I papisti si vantano di poter propiziare Dio con le loro opere soddisfacenti, cioè con la loro sporcizia. Noi, invece, sosteniamo che il danno del peccato è troppo grave per essere riscattato da queste buffonate senza senso, che l’offesa che abbiamo fatto a Dio è troppo grave per essere perdonata sulla base di queste insignificanti "opere di soddisfazione". Perciò noi diciamo: tale espiazione della colpa è l’unica prerogativa del Sangue di Cristo! I papisti dichiarano che possiamo ripristinare e rinnovare la giustizia, dove ci manca, con opere sufficienti. Noi, invece, la consideriamo troppo preziosa per essere superata da qualsiasi sostituzione di opere, e quindi insegniamo che per la restaurazione della nostra giustizia dobbiamo ricorrere alla sola misericordia di Dio. Il resto, che è legato al perdono dei peccati, deve essere raccolto dal capitolo seguente.


Capitolo diciassette

Come si possono unire le promesse della Legge con quelle del Vangelo?

III,17,1 Esaminiamo ora le altre prove con cui Satana, attraverso i suoi satelliti, cerca di rovesciare o diminuire la giustificazione per fede. Un pretesto credo di averlo già battuto dalle mani dei blasfemi: non possono più trattare con noi come se fossimo nemici delle opere buone. Perché se la giustificazione non è attribuita alle opere, non è perché pensiamo che non si debbano fare buone opere, o che le buone opere che si fanno non siano affatto buone, ma perché non riponiamo la nostra fiducia in esse, non ci vantiamo di esse, e non attribuiamo ad esse la nostra salvezza! Perché la nostra fiducia, la nostra gloria, l’unica ancora della nostra salvezza è questa sola cosa, che Cristo, il Figlio di Dio, ci appartiene e che noi a nostra volta siamo in lui figli di Dio ed eredi del regno celeste, chiamati dalla bontà di Dio e non per il proprio valore alla speranza della beatitudine eterna. Ma gli avversari, come ho detto, ci perseguitano anche con altre armi da guerra - allora, cerchiamo di ricacciare anche loro! Prima di tutto, ritornano alle promesse della legge, che il Signore ha dato a coloro che osservano la sua legge. Ci chiedono se pensiamo che queste promesse siano completamente impotenti - o se le consideriamo efficaci. Ma siccome sarebbe assurdo e ridicolo dichiararli impotenti, danno per scontato che abbiano qualche effetto. Da questo traggono la conclusione che non siamo giustificati per sola fede. Perché il Signore dice: "Se ascolti questi statuti, li osservi e li metti in pratica, il Signore, il tuo Dio, manterrà anche l’alleanza e la misericordia che ha giurato ai tuoi padri, ti amerà, ti benedirà e ti moltiplicherà…" (Deut 7:12 s.). O anche: "Se dirigete rettamente le vostre vie e le vostre azioni, e non seguite altri dèi, e fate bene gli uni contro gli altri, e non cadete nella malvagità, allora io camminerò in mezzo a voi…" (Ger 7:5-7, 23; non in tutto il testo di Lutero, abbreviato e in ordine alterato). Ci sono mille altri detti dello stesso tipo; ma non li enumererò, perché sono del tutto simili nel significato a quelli dati e quindi trovano anche la loro spiegazione attraverso la loro soluzione. La testimonianza di Mosè offre una sintesi: "Ecco, io pongo oggi davanti a voi la benedizione e la maledizione, la vita e la morte!". (Deut 11:26 e 30:15, conclusione imprecisa). I nostri avversari ora concludono così: o questa benedizione deve essere resa inutile e infruttuosa - oppure la giustificazione è di notte "per sola fede"!

III,17,2 Abbiamo già mostrato sopra come, se ci aggrappiamo alla legge, perdiamo ogni benedizione, e come solo allora siamo minacciati dalla maledizione di Dio, che viene pronunciata su tutti i trasgressori. Perché il Signore dà una promessa solo a coloro che osservano perfettamente la sua legge - ma una tale persona non si trova! Così rimane che tutto il genere umano è accusato dalla legge di essere colpevole della maledizione e dell’ira di Dio. Se vogliamo essere redenti da questo, dobbiamo uscire da sotto il potere della legge e, per così dire, essere liberati dalla sua schiavitù. Questa, naturalmente, non è allora una libertà carnale che ci allontana dall’osservanza della legge, che ci incita all’esuberanza in tutte le cose e dà alla nostra lussuria il permesso di lasciarsi andare come se tutte le barriere fossero infrante e tutte le costrizioni tolte! No, è la libertà spirituale che conforta ed eleva le nostre coscienze dolorosamente colpite e abbattute, e mostra loro che sono libere dalla maledizione e dalla condanna con cui la legge le teneva legate e incatenate e le opprimeva così tanto! Questa liberazione, o, per così dire, questa liberazione dalla sottomissione alla legge, la otteniamo quando, per fede, prendiamo la misericordia di Dio in Cristo. Attraverso questo diventiamo sicuri e certi del perdono dei peccati - i peccati per i quali la legge prima ci pungeva e ci tormentava! Per questo motivo, anche le promesse che ci vengono offerte nella Legge sarebbero inefficaci e impotenti se la bontà di Dio non venisse in nostro aiuto attraverso il Vangelo! Perché queste promesse dipendono dalla condizione che noi adempiamo la legge; solo sulla base di questa condizione esse entrano in vigore - e questa condizione non sarà mai adempiuta! Ma il Signore ci aiuta in modo tale che non lascia una parte della giustizia con le nostre opere e aggiunge l’altra parte per sua tolleranza, ma ordinando Cristo solo come compimento della giustizia. Così l’apostolo (Gal 2,16) prima parla di come lui e altri ebrei hanno creduto in Cristo nella consapevolezza che "l’uomo non è giustificato dalle opere della legge". Poi aggiunge anche la ragione, e lì non è detto che abbiamo ricevuto un aiuto per la giustizia perfetta attraverso la fede in Cristo, ma: "affinché fossimo giustificati per fede in Cristo e non per opere della legge"! (Gal 2:16). Quando i credenti passano dalla legge alla fede, per trovare in essa la giustizia che vedono non essere nella legge, stanno veramente rinunciando alla giustizia secondo la legge! Perciò lasciate che chi vuole si vanti delle ricompense che si dice attendano colui che osserva la legge. Allo stesso tempo, fa notare che, a causa della nostra malvagità, non riceviamo alcun frutto da essa finché non abbiamo raggiunto un’altra giustizia per fede! Così Davide ricorda anche le ricompense che il Signore ha preparato per i suoi servi, ma poi arriva subito alla realizzazione dei suoi peccati, attraverso i quali quelle ricompense vengono annullate. Così, nel 19 Salmo, prima loda gloriosamente i benefici della legge - ma subito dopo esclama: "Chi si accorge di quanto spesso cade in basso? Signore, perdona le mie colpe nascoste!". (Sal 19:12 - Sal 19:13!). Questo passo è in pieno accordo con un altro: "Le vie del Signore sono bontà e verità per coloro che lo temono" (Sal 25:10), ma poi subito dopo: "Per amore del tuo nome, o Signore, sii misericordioso verso la mia grande iniquità" (Sal 25:11). Così anche noi dovremmo riconoscere che nella legge la benevolenza di Dio ci viene offerta, a condizione che possiamo guadagnarla con le opere - ma di fatto non ci viene mai e poi mai attraverso il merito delle nostre opere!

III,17,3 Perché dunque queste promesse che ci sono state date passano senza frutto? Ho già detto sopra che questa non è la mia opinione. Sostengo, tuttavia, che il loro effetto non ci raggiunge finché si riferiscono ai meriti delle nostre opere. Se, quindi, vengono considerati in sé e per sé, sono, per così dire, destituiti. Così abbiamo la gloriosa promessa: "Vi ho dato buoni comandamenti, e chi li osserva vivrà per essi!". (Lev 18:5; Ez 20:11; impreciso). Ma l’apostolo insegna (Rom 10:5 ss.) che questa promessa non ha senso se ci fermiamo ad essa, e che allora non ci sarà più utile che se non fosse stata data affatto. Infatti non vale nemmeno per i santissimi servi di Dio: essi sono tutti lontani dall’adempimento della legge, ma sono addirittura circondati da molte trasgressioni! Ma quando prendono il loro posto le promesse del Vangelo, che ci promettono il perdono dei peccati per pura grazia, allora non solo ci fanno essere graditi a Dio, ma anche le nostre opere per ricevere il suo favore! E ora non è solo che il Signore li accetta graziosamente, no, permette anche che siano seguiti dai premi che, sulla base dell’alleanza, sono dovuti a coloro che osservano la legge! Ammetto, dunque, che le opere dei fedeli ricevono ciò che il Signore ha promesso nella sua legge a coloro che praticano la giustizia e la santità; ma in questa ricompensa, bisogna sempre prestare attenzione alla causa che rende queste opere accettabili. Ora vediamo che questa causa è triplice. In primo luogo, Dio distoglie lo sguardo dalle opere dei suoi servi, che meritano sempre più biasimo che lode, li accetta in Cristo e li riconcilia a sé - e questo per mezzo della sola fede, senza alcun aiuto delle opere. In secondo luogo, in virtù della sua paterna bontà e sopportazione, egli innalza le opere a tale onore, senza considerare il loro valore, che attribuisce loro un certo valore. In terzo luogo, accetta queste stesse opere con tolleranza e non imputa loro le imperfezioni, di cui sono tutte macchiate e per le quali altrimenti sarebbero più da contare come peccati che come virtù. Da questo possiamo vedere quanto i furbi si siano sbagliati. Pensavano di aver evitato ogni assurdità quando dichiararono che le opere avevano il potere di meritare la salvezza non in virtù della loro bontà intrinseca, ma in virtù dell’alleanza, perché il Signore le stimava così tanto nella sua bontà. Ma nel frattempo non facevano attenzione a quanto le opere che consideravano "meritorie" fossero ancora sottratte alla condizione annessa alle promesse, se non precedute dalla giustificazione, che si basa solo sulla fede, e dal perdono dei peccati, per cui anche le buone opere devono ancora essere liberate dalle loro macchie. Così, delle tre cause (dichiarate) della bontà divina, per la quale le opere dei credenti diventano gradite a Dio, ne hanno considerata solo una; le altre due, e la più importante, le hanno soppresse!

III,17,4 Ma i nostri avversari attingono a una parola di Pietro, che Luca riporta negli Atti degli Apostoli: "Ora io imparo con verità che Dio non considera la persona; ma in tutti i popoli, chiunque lo teme e fa il bene, lo stesso gli è gradito!" (Atti 10:34 e seguenti). Da queste parole essi traggono la conclusione apparentemente indiscutibile: se un uomo può guadagnarsi il favore di Dio attraverso il giusto zelo, non è solo il bene di Dio che egli ottiene la salvezza! Sì - continuano a rivendicare! - Dio nella sua misericordia viene in aiuto del peccatore in modo tale che si lascia muovere a misericordia dalle sue opere! Ma non si possono conciliare in alcun modo le affermazioni della Scrittura se non si distingue una duplice accettazione dell’uomo davanti a Dio. (1) Come l’uomo è per natura, Dio non trova in lui assolutamente nulla che possa muoverlo alla misericordia, se non la sua miseria! Perché prima di tutto, se Dio accetta l’uomo, è indubbiamente privo di ogni bene e povero, ma pieno e carico di male di ogni genere! Per quale bene, chiedo, lo dichiareremo degno della chiamata celeste? Via, dunque, quella vuota presunzione di merito, quando Dio esalta così manifestamente la sua bontà concessa dalla pura grazia! Infatti, quando in quel passo a Cornelio viene detto dalla voce dell’angelo che le sue preghiere ed elemosine erano arrivate davanti alla faccia di Dio (Atti 10:31), è una distorsione malvagia se i nostri avversari pensano che l’uomo si prepari a ricevere la grazia di Dio proprio attraverso lo zelo nelle buone opere. Cornelio doveva essere già illuminato dallo spirito di saggezza se si distingueva per la vera saggezza, cioè per il timore di Dio! Lo stesso Spirito deve averlo già santificato se era un ministro della giustizia! Infatti l’apostolo testimonia che la giustizia è certamente un frutto di questo Spirito (Gal 5:5). Cornelio possedeva tutto ciò che era gradito a Dio, secondo il nostro conto, per la Sua grazia. Quindi non si può parlare del fatto che si sia preparato con le proprie forze a riceverli! In verità, non una sola sillaba della Scrittura può essere portata avanti che non corrisponda a questa dottrina: Non c’è altra causa per cui Dio riceva un uomo a Sé, se non quella di vedere come è perso sotto ogni aspetto se è lasciato a se stesso; ma poiché Dio non vuole che sia perso, quindi esercita la Sua misericordia su di lui e lo libera! Ora notiamo che questa assunzione non tiene conto della giustizia dell’uomo, ma è una pura testimonianza dell’amore divino verso i miserabili peccatori, che sono del tutto indegni di tale beneficenza.

III,17,5 (2) Ma dopo che il Signore ha tolto l’uomo dall’abisso della perdizione e lo ha messo a parte di sé attraverso la grazia dell’adozione filiale, lo riceve come nuova creatura insieme ai doni del suo Spirito Santo - perché lo ha fatto nascere di nuovo e lo ha creato per la vita nuova! Questo è il presupposto che Pietro intende qui (Atti 10,34 s.): i credenti sono graditi a Dio secondo la loro vocazione, e questo anche riguardo alle loro opere; perché il Signore non può non amare e compiacersi del bene che ha operato in loro attraverso il suo Spirito! Ma dobbiamo sempre tenere a mente che essi sono graditi a Dio solo per quanto riguarda le loro opere, perché, per il loro bene e per il loro beneficio, egli accetta anche le buone opere che ha donato loro per aumentare la sua generosità. Perché da dove hanno altre buone opere se non dal fatto che il Signore li ha scelti per essere vasi d’onore e di conseguenza vuole anche adornarli di vera purezza! Da dove viene che queste opere sono considerate buone, come se non mancasse loro nulla? Ma solo perché il Padre, nella sua bontà, perdona le macchie e le imperfezioni che ancora si aggrappano a loro! In breve, Pietro testimonia in questo passo (Atti 10) nient’altro che Dio guarda con favore e con amore i suoi figli nei quali percepisce i tratti e i contorni del suo stesso volto. Abbiamo già presentato la dottrina che la rigenerazione è il rinnovamento dell’immagine divina in noi. Dove il Signore vede il proprio volto, lo ama giustamente e lo tiene in onore - e quindi non è senza motivo che la vita del fedele, che è diretta verso la santità e la rettitudine, è detto che gli è gradita! Ma i pii portano ancora la loro carne mortale, sono ancora peccatori, e le loro buone opere sono solo nella loro infanzia e rivelano ancora la corruzione della carne. Dio non può dunque accogliere favorevolmente né loro né le loro opere se non li accetta più in Cristo che in se stessi! In questo senso dobbiamo comprendere i passi in cui si testimonia che Dio è gentile e grazioso con coloro che praticano la giustizia. Così Mosè disse ai figli d’Israele: "Il Signore, il tuo Dio, mantiene l’alleanza e la misericordia su mille membri per coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti". (Deut 7:9). Questo detto fu poi usato come formula abituale tra la gente. Così è detto nella solenne preghiera di Salomone: "Signore Dio d’Israele, … che mantieni l’alleanza e la misericordia verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore!" (1Re 8:23). Le stesse parole sono ripetute da Neemia (Neh. 1,5). Perché Dio, in tutte le alleanze della sua misericordia, esige anche purezza e santità di vita dai suoi servi, affinché la sua bontà non diventi una beffa e nessuno si gonfi di vana superbia per il loro bene, "benedicendosi in cuor suo" - e tuttavia camminando nella malvagità del suo cuore! (Deut 29:18). Quindi, se ha accettato le persone nella comunione della sua alleanza, vuole anche mantenerle nel loro dovere in questo modo! Tuttavia, l’alleanza stessa è fatta all’inizio per pura grazia - e rimane sempre di questo tipo! In questo senso, Davide si vanta davvero: "Il Signore… mi ripaga secondo la pulizia delle mie mani" (2 Sam 22:21); ma non passa per la fonte di cui ho parlato, ma ricorda che è stato tratto dal grembo di sua madre perché Dio lo amava! Così si vanta di rappresentare una buona causa; ma così facendo non sminuisce la graziosa misericordia di Dio, che precede tutti i doni di cui è la fonte!

III,17,6 Qui sarà conveniente menzionare di sfuggita come tali forme di discorso differiscano dalle promesse della legge. Per promesse della legge non intendo semplicemente tutte quelle che si trovano sparse nei libri di Mosè, perché tra queste si trovano in realtà anche molte promesse del Vangelo. Piuttosto, io li intendo come quelli che appartengono all’ufficio della Legge in senso proprio. Queste promesse - chiamatele come volete! - fanno sapere che una ricompensa è in serbo per l’uomo alla condizione: "Se farai ciò che ti è stato comandato…". D’altra parte, quando si dice che il Signore mantiene la sua alleanza di misericordia verso coloro che lo amano (cfr. Deut 7:9; 1Re 8:23; Neh. 1:5), non è tanto il motivo per cui il Signore li beneficia che viene descritto, ma piuttosto come sono i servi di Dio che hanno accettato la sua alleanza in vera fedeltà! Il significato di questa descrizione è il seguente: quando Dio ci onora con la grazia della vita eterna, ha in mente lo scopo di essere amato, temuto e riverito da noi; di conseguenza, tutte le promesse di misericordia che si trovano nella Scrittura sono anche giustamente dirette verso questo scopo, che noi temiamo e riveriamo il Datore di buoni doni! Quando, dunque, sentiamo dire che Dio beneficia coloro che osservano la sua legge, dobbiamo considerare ogni volta che vengono descritti i figli di Dio, e questo secondo l’obbligo d’ufficio a cui devono sempre essere soggetti; si dice così, per così dire, che siamo stati adottati come figli allo scopo di onorarlo come nostro Padre! Se, dunque, non vogliamo rinunciare al diritto della nostra adozione nella filiazione, dobbiamo sempre spingere verso ciò che è posto come meta della nostra chiamata. Tuttavia, d’altra parte, dobbiamo ritenere che il compimento della misericordia del Signore non dipende dalle opere dei fedeli; no, egli compie la promessa di salvezza in coloro che, nella rettitudine della vita, corrispondono alla loro chiamata, perché prima percepisce le caratteristiche pure dei suoi figli in coloro che sono condotti al bene dal suo Spirito. A questo si deve riferire la descrizione data nel Sal 15 dei cittadini della Chiesa: "Signore, chi abiterà nel tuo tabernacolo, chi abiterà nel tuo santo monte? Chi ha mani innocenti e un cuore puro…" (Sal 15:1 s. il verso 2 non è un testo di Lutero, in realtà è tratto da Sal 24:4). Anche le parole di Isa sono qui: "Chi dimorerà presso un fuoco che consuma? … Colui che cammina nella rettitudine e dice ciò che è giusto …" (Isa 33,14 s. inizio non testo di Lutero). Perché lì non è descritto il terreno su cui i fedeli potrebbero stare davanti al Signore, ma piuttosto il modo in cui il Padre nella sua grande bontà li introduce nella sua comunione e li mantiene e li rafforza in essa. Perché Egli aborrisce il peccato e ama la giustizia - e perciò rende puri coloro che unisce a sé attraverso il suo Spirito, per conformarli a sé e al suo regno! Se, poi, si chiede la prima ragione per cui l’accesso al regno di Dio è aperto ai santi e perché essi possono esistere e perseverare in esso - allora la risposta deve essere data immediatamente: Perché il Signore, nella sua misericordia, li ha adottati una volta come figli e li mantiene sempre in questo stato. Ma se la domanda riguarda il modo, allora dobbiamo parlare della rinascita e dei suoi frutti, come sono descritti in quel (15) Salmo!

III,17,7 Ma una difficoltà molto più grande sembra sorgere in vista dei passi che descrivono le buone opere con il titolo di "giustizia" e addirittura affermano che l’uomo è giustificato da esse! La maggior parte dei passaggi sono del primo tipo: l’osservanza dei comandamenti è chiamata "giustificazioni" o "giustizie". Un esempio del secondo tipo si trova in Mosè: "E sarà la nostra giustizia… se noi… osserveremo tutti questi comandamenti" (Deut 8:25). Ma se si volesse obiettare che questa è una promessa della legge che è legata ad una condizione irrealizzabile e quindi non prova nulla, ce ne sono altre dove questa obiezione non potrebbe essere sollevata. Così, per esempio: "Questo sarà giusto per te agli occhi del Signore… se restituirai il pegno al povero…" (Deut 24:13; la fine è il contenuto del v. 13a). Questa è anche la parola del profeta che dice dello zelo di Phinehas per vendicare la vergogna di Israele: "Questo gli fu contato come giustizia…" (Sal 106:31). (Sal 106:31). In tali circostanze i nostri farisei di oggi pensano di avere una ragione importante per attaccarci. Perché se diciamo che con l’istituzione della giustizia per fede, la giustizia per opere cade - allora essi concludono con uguale giustificazione che se la giustizia può essere raggiunta dalle opere (che questi passaggi sembrano dimostrare!), allora non è vero che siamo giustificati per sola fede! Ammetto che i comandamenti della legge sono chiamati "giusti" - non c’è da meravigliarsi, perché lo sono davvero! Tuttavia, devo richiamare l’attenzione dei lettori sul fatto che i traduttori greci hanno reso la parola ebraica "Chuqqim", che in realtà significa "comandamenti", meno che adeguatamente come "dikaiomata". Ma lascerò volentieri perdere la discussione sulle parole. Non vogliamo negare che la legge di Dio contenga una giustizia perfetta. Naturalmente, dobbiamo a noi stessi di osservare tutto ciò che ci ordina di fare, e quindi, anche quando abbiamo obbedito pienamente, siamo ancora "servi inutili" (Luca 17:10). Ma tuttavia il Signore lo ha reso degno di essere contato come giustizia, e quindi non lo priviamo di ciò che gli ha dato. Ammettiamo facilmente, quindi, che la perfetta obbedienza alla legge è rettitudine; l’osservanza di ogni singolo comandamento è allora una parte della rettitudine, purché si sia raggiunta la perfetta rettitudine anche per le altre parti. Noi, invece, neghiamo che una tale rettitudine possa mai esistere! Così aboliamo la giustizia dalla legge, non perché sia imperfetta e debole di per sé, ma perché non appare mai per la fragilità della nostra carne! Ma - si potrebbe obiettare! - La Scrittura non solo chiama i comandamenti del Signore "rettitudine", ma dà questa denominazione anche alle opere dei santi! Così si dice di Zac e di sua moglie che camminavano nelle "giustezze" del Signore! (Luca 1,6). Sì, ma se parla così, certamente giudica queste opere più per la natura della legge che per la loro propria natura. Ancora, si potrebbe richiamare l’attenzione sul fatto che, come ho detto sopra, nessuna legge può essere stabilita a causa dell’imprecisione del traduttore greco. Ma siccome Luca non ha voluto cambiare nulla nella versione che è stata tramandata, non voglio discutere neanche qui. Perché Dio ha comandato agli uomini ciò che è contenuto nella Legge per la loro "giustizia"; ma noi non raggiungiamo questa giustizia se non osserviamo tutta la Legge: da ogni singola trasgressione essa viene corrotta! Poiché, dunque, la Legge prescrive esclusivamente la giustizia, i suoi singoli comandamenti, se guardiamo la Legge stessa, sono effettivamente "giustezze". Ma se guardiamo le persone che eseguono i comandamenti, esse non meritano in alcun modo la lode della giustizia per una sola opera, poiché sono trasgressori in molti altri comandamenti; e neppure quest’unica opera è sempre corrotta in qualche aspetto per la sua imperfezione!

III,17,8 Ma vengo ora al secondo tipo (cfr. l’inizio della sezione precedente) di affermazioni scritturali, al quale sorge la maggiore difficoltà. Paolo non ha una giustificazione più solida per la giustizia per fede che la parola su Abramo, che la sua fede gli fu contata come giustizia (Rom 4,3; Gal 3,6; Gen 15,6). Ma quando si dice dell’azione di Phinehas che gli fu "contata come giustizia" (Sal 106:31), si pensa che ciò che Paolo dice della fede si può dire anche delle opere. Perciò i nostri avversari pensano subito di aver vinto la partita, e affermano che non siamo giustificati senza la fede, ma nemmeno attraverso essa sola, ma piuttosto che sono le opere a compiere la nostra giustizia. Perciò chiedo ai pii qui presenti, se sanno che la vera regola della rettitudine deve essere presa dalla sola Scrittura, di considerare con me in modo pio e serio come la Scrittura possa essere portata in armonia con se stessa senza sofismi! Paolo sapeva che la giustificazione per fede era il rifugio per coloro che non avevano la propria giustizia. Da questo egli conclude audacemente che tutti coloro che sono giustificati per fede sono esclusi dalla giustizia per opere. Ma questa giustizia è evidentemente comune a tutti i credenti; da questo Paolo deduce con uguale sicurezza la proposizione che nessun uomo è giustificato dalle opere. Al contrario, egli afferma addirittura che la giustificazione avviene senza alcun aiuto delle opere! Ma è una questione di due cose, se discutiamo del valore delle opere in se stesse, o della posizione che dovrebbero occupare dopo l’instaurazione della giustizia per fede. (a) Se si deve dare un valore alle nostre opere secondo il loro valore, dichiariamo che non sono degne di comparire davanti a Dio. L’uomo, quindi, non ha alcuna opera con cui possa vantarsi davanti a Dio. Perciò gli viene tolto ogni sostegno tramite le opere, ed egli è giustificato per la sola fede. Parafrasiamo quindi questa giustizia in questo modo: il peccatore è ricevuto in comunione con Cristo e riconciliato con Dio per mezzo della Sua grazia; poiché è purificato dal Suo sangue e ottiene così il perdono dei suoi peccati, è rivestito della giustizia di Cristo come della propria, e così appare incolume davanti al seggio del giudizio celeste! (b) Ora, se il perdono dei peccati ha preceduto, le buone opere che seguono saranno giudicate diversamente che secondo il loro merito. Perché tutto ciò che è imperfetto in loro è coperto dalla perfezione di Cristo, tutti i difetti e le macchie che portano sono rimossi dalla sua purezza, così che non sono più chiamati in causa davanti al giudizio di Dio! Così allora, tutta la colpa delle trasgressioni che impediscono all’uomo di proporre qualcosa che sarebbe gradito a Dio è cancellata; anche l’infermità dell’imperfezione che tende a contaminare anche le sue buone opere è sepolta - e quindi, le buone opere che procedono dai credenti sono considerate giuste, o - che è la stessa cosa - "contate per giustizia"!

III,17,9 Se dunque qualcuno mi rimprovera queste cose per contestare la giustizia della fede, gli porrò prima la questione se un uomo è considerato giusto per l’una o l’altra opera santa, anche se nel resto delle sue opere è un trasgressore della legge. Sarebbe più che assurdo. Poi passerò a chiedere se sarà anche giudicato giusto per via di molte buone opere - anche se è ancora colpevole di trasgressione in qualche aspetto. Il mio avversario non oserà affermare neanche questo, perché il giudizio della legge è contrario: essa dichiara maledetti tutti coloro che non adempiono tutti i comandamenti della legge dal primo all’ultimo! (Deut 27:26). Poi chiederò ancora: cioè, se c’è qualche opera che non meriti di essere accusata di impurità o di imperfezione! Ma come sarebbe possibile - davanti a quegli occhi, davanti ai quali nemmeno le stelle sono abbastanza pure e gli angeli abbastanza giusti! (Giobbe 4:18). Così egli è costretto ad ammettere che ogni opera è macchiata non solo a causa delle trasgressioni che le stanno accanto, ma anche per la sua stessa corruzione, così che non può quindi rivendicare l’onore di essere contata come giustizia! Ma la giustificazione per fede ha senza dubbio la conseguenza che le opere che sono altrimenti macchiate, impure e mutilate e non meritano la vista di Dio, tanto meno il suo amore, sono ora contate come giustizia! Perché allora si rivendica questa giustizia per se stessi per distruggere, se possibile, quella giustizia (la giustizia della fede!) senza l’esistenza della quale ci si vanterebbe invano della giustizia delle opere? Vogliamo dare alla luce un serpente? Perché è a questo che ammontano i detti degli empi! Non possono negare che la giustificazione per fede è l’origine, il fondamento, la causa, il terreno e la sostanza della giustizia delle opere. Ma giungono alla conclusione che, poiché anche le buone opere sono contate come giustizia, l’uomo non è giustificato per fede. Lasciamo dunque da parte queste incongruenze e confessiamo come stanno realmente le cose, cioè: se la giustizia delle opere - si può ora giudicarla come si vuole - dipende dalla giustificazione per fede, questa non viene così diminuita, ma piuttosto affermata, perché proprio la sua potenza diventa così più chiaramente evidente. Né dobbiamo pensare che, dopo la giustificazione per sola grazia, le opere abbiano un valore tale che esse stesse acquistino successivamente la capacità di giustificare l’uomo, o che condividano questo ufficio con la fede. Perché se la giustificazione per fede non è mantenuta fermamente, allora l’impurità delle opere deve essere rivelata! Ma non c’è nulla di assurdo nel fatto che un uomo sia giustificato per fede in modo tale che non solo è giusto lui stesso, ma anche le sue opere sono considerate giuste al di là del loro valore.

III,17,10 Per questo ammettiamo che le nostre opere non hanno solo una giustizia parziale - questo è quello che vogliono i nostri avversari! ma che questa giustizia è riconosciuta da Dio come se fosse perfetta e interamente compiuta! Ma quando pensiamo al fondamento su cui è costruito, ogni difficoltà è risolta. Perché un’opera comincia ad essere gradita (a Dio) solo quando viene accettata con il perdono! Ma da dove viene questo perdono se non dal fatto che Dio guarda noi e tutto ciò che siamo e abbiamo in Cristo? Infatti, come noi stessi, appena inseriti in Cristo, appariamo giusti davanti a Dio, perché le nostre iniquità sono coperte dalla sua innocenza, così anche le nostre opere sono giuste e sono considerate tali, perché tutte le altre infermità in esse sono sepolte dalla purezza di Cristo e quindi non imputate! Così possiamo dire a ragion veduta che non solo noi ma anche le nostre opere sono giustificate dalla sola fede! Ora, se tale rettitudine delle opere - può sembrare come sarà! - dipende dalla fede e dalla giustificazione per mezzo della grazia, e non viene effettuata che da essa, allora deve essere inclusa in essa e, per così dire, subordinata alla sua causa come effetto! Quindi non si può pensare che sia stato eretto per distruggere o oscurare la sua stessa causa! Così Paolo, per dimostrare definitivamente che la nostra beatitudine si basa sulla misericordia di Dio e non sulle nostre opere, dà il massimo peso alle parole di Davide: "Beati coloro le cui iniquità sono perdonate e i cui peccati sono coperti! Beato l’uomo a cui Dio non imputa il peccato!". (Rom 4,7 s. Sal 32,1 s.). Ora, naturalmente, qualcuno potrebbe argomentare contro le innumerevoli affermazioni in cui la beatitudine sembra essere data alle opere. Per esempio: "Beato l’uomo che teme il Signore" (Sal 112:1; non il testo di Lutero). Oppure: "Beato chi ha pietà dei miserabili" (Prov 14,21), "chi non cammina nel consiglio degli empi" (Sal 1,1), chi "sopporta la tentazione!" (Ja s. 1:12). Oppure: "Beati coloro che osservano il comandamento e compiono la giustizia per sempre" (Sal 106:3), "che vivono irreprensibilmente" (Sal 119:1). Allo stesso modo, "Beati i poveri di spirito… i miti… i misericordiosi…!" (Mat 5:3, 5, 7). Ma tutti questi passaggi non potranno ribaltare la verità dell’affermazione di Paolo! Perché tutto ciò che viene lodato non si trova mai in un uomo in modo tale che possa quindi trovare riconoscimento davanti a Dio; e ne consegue che l’uomo è sempre miserabile a meno che non venga liberato dalla sua miseria attraverso il perdono dei peccati! Tutti quei tipi di "beatitudine" che sono lodati nella Scrittura sono quindi senza validità e devono decadere, così che l’uomo non riceve alcun frutto da essi - fino a quando non ha raggiunto la beatitudine attraverso il perdono dei peccati, che poi fa spazio a quelle altre "beatitudini". Ma ne consegue che questa beatitudine (che viene dal perdono dei peccati) non è solo la più perfetta e importante, ma l’unica! Altrimenti si dovrebbe pensare che sarebbe invalidato dagli altri, che in realtà esistono solo in esso! Ancora meno dobbiamo essere fuorviati dal fatto che i credenti sono spesso chiamati "giusti". Ammetto, infatti, che essi portano questo appellativo a causa della santità della loro vita; ma, di fatto, c’è in loro più lo sforzo zelante per la giustizia che l’effettiva realizzazione di essa: questa giustizia (dei fedeli) deve, quindi, ragionevolmente cedere prima della giustificazione per fede, dalla quale ha tutto ciò che è.

III,17,11 Ora i nostri avversari dicono che avremmo più problemi con Giacomo, che ci contraddice con parole esplicite! Egli insegna che Abramo fu "giustificato dalle opere" (Giac 2,21), e che anche noi siamo giustificati dalle opere, "non dalla sola fede" (Giac 2,24). (Giac 2,24). Cosa succederà lì? Vogliamo mettere Paolo e Giacomo in contrasto tra loro? Se si vuole accettare Giacomo come servitore di Cristo, allora si deve capire il suo dire in modo tale che non contraddica Cristo, che parla per bocca di Paolo. Ma lo Spirito Santo dichiara per bocca di Paolo che Abramo ha ottenuto la giustizia per fede e non per opere! (Rom 4,3; Gal 3,6). Così noi insegniamo anche che tutti sono giustificati per fede, senza le opere della legge. Ora lo stesso Spirito ci insegna attraverso Giacomo che la giustizia di Abramo e la nostra è basata sulle opere e non sulla sola fede! È certo che lo Spirito Santo non si contraddice. Ma come possiamo conciliare queste due affermazioni? Sarebbe abbastanza per i nostri avversari se potessero rovesciare la giustizia della fede, che vogliamo sia profondamente radicata e fissata! Dare alle coscienze il loro riposo non le preoccupa molto! Da questo si può vedere che, anche se rosicchiano la giustizia per fede, tuttavia nel frattempo non stabiliscono alcuna norma chiara di giustizia a cui le coscienze possano aderire. Così possono trionfare come vogliono - ma non possono rivendicare altra vittoria che quella di aver abolito ogni certezza sulla giustizia! Potranno anche ottenere questa miserabile vittoria dove la luce della verità è spenta e il Signore permetterà loro di diffondere le tenebre della menzogna! Ma ovunque dove la verità di Dio resiste, non saranno di alcuna utilità! Nego quindi che il detto di Giacomo, che essi ci propongono con tanta foga come lo scudo di Achille, dia ai nostri avversari anche il minimo appoggio. Per chiarire questo, dobbiamo prima guardare il punto di vista che l’apostolo aveva in mente, e poi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al punto in cui i nostri avversari cadono in fantasie. C’erano molte persone a quel tempo che - e questo è un male che tende sempre ad esistere nella Chiesa! - rivelarono apertamente la loro incredulità trascurando e mettendo da parte tutte le opere che sono proprie dei credenti, ma tuttavia non cessarono di vantarsi della loro falsamente detta "fede". La sciocca fiducia di queste persone è qui derisa da Giacomo. Non intende sminuire in alcun modo la potenza della vera fede; no, vuole solo mostrare quanto sia sciocco quando quei chiacchieroni cadono in una tale arroganza su un simulacro vuoto di tale fede che si accontentano di essa e si lasciano andare allegramente a ogni sorta di dissolutezza peccaminosa! Una volta compreso questo fatto, è facile capire dove i nostri avversari sbagliano. Essi soccombono ad un duplice equivoco, interpretando male sia la parola "fede" che il termine "giustificazione". Quando l’apostolo chiama "fede" un’illusione vuota, che è molto lontana dalla vera essenza della fede, questa è un’accettazione dell’opinione dei suoi avversari, che non fa nulla per la causa che sostiene. Egli stesso lo mostra all’inizio del nostro brano: "A che serve, fratelli, se uno dice di avere fede e non ha opere? (Ja s. 2:14). Quindi non dice: "Se qualcuno ha fede e tuttavia non ha opere", ma: Se qualcuno afferma di avere fede…"! Questo diventa ancora più chiaro un po’ più avanti, quando si prende gioco di questa "fede", dicendo che è ancora più inefficace della conoscenza dei "diavoli" (Giac 2,19), e ancora di più alla fine dove la chiama "morta"! Ciò che ha in mente può essere sufficientemente raccolto anche dalla descrizione di questa "fede": "Tu credi che c’è un solo Dio?". In questa "fede", dunque, è contenuto solo questo, che c’è un solo Dio. Ma se è così, non c’è da meravigliarsi se questa fede non giustifica! Ma quando Giacomo nega il potere giustificante di questa fede, non dobbiamo pensare che questo tolga qualcosa alla fede cristiana, perché è ben diverso! Perché la vera fede ci giustifica solo in quanto ci unisce a Cristo, e noi, essendo fatti uno con lui, godiamo di una parte della sua giustizia. Ci giustifica, dunque, non perché coglie la conoscenza di un essere divino, ma perché si basa sulla certezza della misericordia divina!

III,17,12 Ma non abbiamo ancora afferrato il punto di vista che l’apostolo ha in mente, se non consideriamo anche il secondo malinteso (dei nostri avversari); questo nasce dal fatto che Giacomo (secondo la loro opinione) basa parte della giustificazione sulle opere. Ora, se vogliamo armonizzare Giacomo con il resto della Scrittura e anche con se stesso, è necessario comprendere la parola "giustificare" qui in un significato diverso da quello di Paolo. Secondo l’espressione di Paolo, siamo giustificati quando la memoria della nostra ingiustizia è cancellata e siamo considerati giusti. Ora, se Giacomo avesse avuto questo in mente, sarebbe sbagliato per lui citare la Genesi: "Abramo credette a Dio…" (Giac 2,23; Gen 15,6). Il contesto della sua spiegazione è questo: Abramo ottenne la giustizia per opere, perché sacrificò suo figlio al comando di Dio senza esitazione (Giac 2,22); e così si adempie la Scrittura, che dice che egli credette a Dio e ciò gli fu contato come giustizia! (Giac 2,23). Ma sarebbe assurdo se l’effetto precedesse la sua stessa causa! Quindi o è sbagliato quando Mosè testimonia in quel passaggio che la fede di Abramo è stata contata come giustizia - o Abramo non ha effettivamente guadagnato la giustizia attraverso l’obbedienza che ha dimostrato sacrificando Isacco. Abramo era già giustificato per fede quando Ismaele non era ancora stato concepito - ed era già cresciuto quando nacque Isacco! Come avrebbe dovuto allora acquisire la giustizia attraverso l’obbedienza che seguì molto tempo dopo? Quindi James ha o invertito l’ordine - ma sarebbe sbagliato pensare una cosa del genere! - o non intende dire con la parola "giustificare" che Abramo aveva guadagnato di essere considerato giusto! Ma allora cosa c’è da dire? È chiaro che Giacomo sta certamente parlando qui della prova della giustizia, ma non della sua imputazione. Quindi vuole dire: chi è giusto per vera fede prova la sua giustizia con l’obbedienza e le buone opere e non con una larva nuda e immaginaria di fede! In breve, non sta parlando dei motivi per cui siamo giustificati, ma esige una giustizia attiva dai credenti. E come Paolo afferma che siamo giustificati senza alcun supporto di opere, così Giacomo non vuole contare come giustificati coloro che mancano di buone opere! Se teniamo presente questo punto di vista, ci aiuterà ad uscire da ogni incertezza. L’inganno decisivo dei nostri avversari sta proprio nel fatto che essi pensano che Giacomo stia descrivendo la via della giustificazione, quando in realtà egli vuole solo rovesciare la malvagia sicurezza di sé di tali persone che hanno scioccamente invocato la fede per scusare il loro disprezzo delle buone opere. Ora, possono distorcere le parole di Giacomo come vogliono, ma saranno in grado di spremere solo due frasi da esse: (1) Uno spettro vuoto di fede non ci giustifica, e (2) il credente non si accontenta di tale presunzione, ma manifesta la sua giustizia con le buone opere!

III,17,13 Si cita anche un passo paolino nello stesso senso: "Poiché agli occhi di Dio non sono giusti coloro che ascoltano la legge, ma coloro che la mettono in pratica…" (Rom 2,13). Ma anche questo aiuterà i nostri avversari a modo suo. Ora, non voglio tirarmi fuori qui dalla questione con la soluzione di Ambrogio, che spiega che questo è detto proprio perché la fede in Cristo è il compimento della legge. Perché vedo che questa è una semplice evasione - e tale evasione non è davvero necessaria, poiché la via è aperta! L’apostolo qui strappa ai Giudei la loro sciocca fiducia in se stessi: perché si vantavano della mera conoscenza della legge, sebbene fossero nel frattempo i suoi peggiori dispregiatori! Affinché non si compiacciano della loro semplice conoscenza della Legge, egli fa loro notare che se uno cerca la giustizia sulla base della Legge, allora non è la sua conoscenza che è richiesta, ma la sua osservanza! Ora noi non dubitiamo affatto che la giustizia della legge consista in opere; né neghiamo che la giustizia risieda nel valore e nei meriti delle opere. Ma questo non prova che siamo giustificati dalle opere, a meno che non ci venga mostrato un uomo che ha veramente adempiuto la legge! Paolo intendeva la stessa cosa, come dimostra chiaramente il contesto della sua spiegazione. Prima dichiara ebrei e gentili ugualmente colpevoli di ingiustizia. Poi parla di entrambi individualmente e dice: "Quelli che hanno peccato senza la legge saranno anche persi senza la legge" - questo si riferisce ai Gentili! -, "e coloro che hanno peccato sotto la legge saranno condannati dalla legge" - questo riguarda gli ebrei! (Rom 2,12). Ma gli ebrei erano indulgenti verso le loro trasgressioni, ed erano orgogliosi solo a causa della legge; perciò Paolo aggiunge, in modo appropriato, che la legge non è data per rendere giusti ascoltando la sua voce, ma che ha questo effetto solo quando si obbedisce veramente! Quindi sta dicendo: cercate la giustizia nella legge? Allora, non dichiarate di averla ascoltata - perché questo è di per sé poco importante - ma portate le vostre opere con le quali dimostrate che la legge non vi è stata presentata invano! Ma poiché tutti falliscono in questo, ne consegue che tutti sono privati della gloria della legge. Quindi, dal punto di vista di Paolo dobbiamo piuttosto dedurre il ragionamento opposto: La giustizia della legge si basa sulla perfezione delle opere; ma nessuno può affermare di aver soddisfatto la legge con le sue opere: quindi non c’è giustizia dalla legge!

III,17,14 Ora vengono anche portati contro di noi tali passaggi in cui i credenti si riferiscono audacemente alla loro giustizia davanti al giudizio di Dio e chiedono che sia messa alla prova, anzi desiderano essere giudicati da essa. Per esempio: "Giudicami, o Signore, secondo la mia giustizia e la mia pietà!". (Sal 7:9). O allo stesso modo: "Dio, ascolta la mia giustizia!". (Sal 17:1; non il testo di Lutero). Oppure: "Tu metti alla prova il mio cuore e lo guardi di notte…, e nessuna iniquità si trova in me!". (Sal 17:3; fine non testo di Lutero). Allo stesso modo: "Il Signore mi farà del bene secondo la mia giustizia; mi ripagherà secondo la pulizia delle mie mani. Perché io osservo le vie del Signore e non sono malvagio contro il mio Dio. Sarò anche irreprensibile, e mi guarderò dalla mia iniquità …". (Sal 18:21, 22, 24; non coerentemente con il testo di Lutero). O anche: "Signore, fammi giustizia, perché ho camminato nell’innocenza… Non mi siedo con uomini vani, né ho comunione con le falsità… Non mettere la mia anima con i peccatori, né la mia vita con i sanguinari, che trafficano con malvagia leggerezza e amano prendere regali. Ma io cammino innocentemente…" (Sal 26:1, 4, 9-11; non sempre il testo di Lutero). Ho già parlato sopra (cap. 14:18f s.) della fiducia che i santi sembrano trarre semplicemente dalle loro opere. Le testimonianze scritturali qui citate non metteranno ora molti ostacoli sul nostro cammino se le comprendiamo secondo il loro contesto o, come si dice di solito, secondo le loro circostanze. Ci sono due cose da notare: (1) In questi passaggi i credenti non chiedono un esame onnicomprensivo della loro vita, in modo da essere condannati o assolti sulla base del loro intero corso di vita, ma portano una questione particolare davanti al tribunale per la decisione. (2) Non si attribuiscono la rettitudine in vista della perfezione divina, ma in confronto con uomini rifiutati e nefasti! (1) Prima di tutto, quando si tratta della giustificazione dell’uomo, non si richiede semplicemente che egli rappresenti una buona causa in qualche questione particolare, ma che sia in grado di mostrare, per così dire, una costante consonanza con la giustizia in tutta la sua vita. D’altra parte, quando i santi invocano il giudizio di Dio come prova della loro innocenza, non si presentano come se fossero liberi da ogni colpa e irreprensibili sotto ogni aspetto. No, essi ripongono la loro fiducia nella sola bontà di Dio; ma allo stesso tempo confidano che egli sarà il vendicatore dei miserabili, che sono sfidati contro la giustizia e l’equità, e così affidano davvero a lui la questione in cui sono innocentemente oppressi! (2) Ma quando poi si trovano con i loro avversari davanti al seggio del giudizio di Dio, non invocano un’innocenza che, esaminata acutamente, sarebbe sufficiente per la purezza di Dio. Ma sanno che la loro integrità, rettitudine, semplicità e purezza sono note e gradite a Dio in confronto alla malvagità, empietà, astuzia e malizia dei loro avversari, e perciò non temono di invocarlo come giudice tra loro e loro. Così Davide disse a Saul: "Il Signore… ripagherà ciascuno secondo la sua giustizia e la sua veridicità" (1 Sam 26,23; ultima parola di Lutero: la sua fede!) Con questo non intendeva dire che il Signore dovesse mettere alla prova ogni individuo in se stesso e premiarlo secondo i suoi meriti, ma testimonia davanti a Dio quanto grande sia la sua innocenza in confronto all’ingiustizia di Saul. Paolo si vanta anche che la sua coscienza gli dà una buona testimonianza, cioè che ha camminato con semplicità e integrità nella chiesa di Dio (2Cor 1:12). Ma davanti a Dio, nemmeno lui vuole basarsi su tale gloria; no, le ingiurie degli empi lo costringono a difendere la sua fedeltà e la sua onestà, che è sicuro troverà il favore agli occhi di Dio, contro ogni bestemmia degli uomini! Notiamo ciò che dice altrove: "Non sono cosciente di nulla; ma in questo non sono giustificato!". (1Cor 4:4). Sapeva che il giudizio di Dio penetra molto più in profondità della debolezza degli occhi umani! Così i pii possono difendere la loro innocenza contro l’ipocrisia dei malvagi, chiamando Dio come testimone e giudice - non appena hanno a che fare con Dio solo, gridano tutti da una sola bocca: "Se tu vuoi, Signore, imputare i peccati, Signore, chi resisterà?" (Sal 130:3). O anche: "Non entrare in giudizio con il tuo servo, perché non c’è nessun vivente che sia giusto davanti a te!". (Sal 143:2). Quando hanno a che fare solo con Dio, non hanno fiducia nelle loro opere, ma confessano liberamente: "La tua bontà è meglio della vita!". (Sal 63:4).

III,17,15 Forse qualcuno potrebbe anche riferirsi ad altri passaggi non dissimili da quelli citati. Così Salomone chiama un uomo "che cammina nella sua pietà" un "uomo giusto" (Prov 20:7). Oppure dichiara: "Nel sentiero della rettitudine c’è vita, e nella sua via lastricata non c’è morte" (Prov 12:28). Allo stesso modo, Ezechiele promette a colui che ha fatto giustizia e rettitudine che vivrà sicuramente (Ezechiele 18:9, 21; 33:15). Noi non neghiamo né oscuriamo nessuno di questi passaggi. Ma che si faccia avanti uno solo dei figli di Adamo che sia così irreprensibile! Se non c’è, devono perire al cospetto di Dio - o cercare il rifugio della sua misericordia! Certo, non neghiamo che la sincerità dei credenti, anche se a metà e imperfetta, serva come passo verso l’immortalità. Ma da dove viene questo? Solo perché il Signore li ha accolti nell’alleanza della sua grazia e non pesa le loro opere secondo i loro meriti, ma li accetta amorevolmente nella sua paterna bontà! Con questo non intendiamo solo quello che insegnano i teologi scolastici, che pensano che le opere hanno il loro valore a causa della grazia che le accetta (gratia acceptans). Essi sono dell’opinione che le opere, che altrimenti non sarebbero sufficienti a guadagnarci la salvezza sulla base dell’alleanza della legge, sarebbero tuttavia elevate a un prezzo sufficiente (per la salvezza) attraverso l’accettazione di Dio. Io sostengo, al contrario, che le opere sono macchiate da altre trasgressioni oltre che dalle loro stesse macchie, e che quindi contano qualcosa solo se Dio concede il perdono per entrambe; ma questo significa che Dio concede la giustizia all’uomo per pura grazia. Non è opportuno riferirsi qui con enfasi alle preghiere dell’apostolo, in cui egli desidera una tale perfezione per i credenti che siano irreprensibili e irreprensibili fino al giorno del Signore (Efes 1:4; 1 Tess 3:13, ecc.). Con queste parole i celestini facevano un gran rumore per dimostrare che avevamo già raggiunto la perfezione in questa vita. Ma voglio dare la mia risposta a questo insegnamento secondo Agostino, e credo di dire la cosa giusta: Certamente tutte le persone pie devono tendere alla meta di apparire un giorno senza macchia e senza colpa davanti alla faccia di Dio; ma il modo migliore e più glorioso di condurre questa vita non è altro che il progresso, e quindi raggiungeremo questa meta solo quando avremo messo da parte questa carne peccaminosa e ci aderiremo completamente al Signore! Tuttavia, non intendo sollevare una lite ostinata se qualcuno vuole conferire il titolo di perfezione ai santi, solo che poi descriva questa perfezione con le parole dello stesso Agostino: "Se chiamiamo perfetta la virtù dei pii, a questa perfezione appartiene anche il riconoscimento sincero e umile della nostra imperfezione!" (A Bonifacio, III,7,19).


Capitolo diciotto

Non è giusto concludere dalla ricompensa alla giustizia dalle opere.

III,18,1 Passiamo ora alle dichiarazioni scritturali in cui si afferma che Dio "ricompenserà ciascuno secondo le sue opere" (Mat 16,27). Questo include i seguenti passaggi: "…che ogni uomo riceva secondo le sue opere fatte nel corpo, sia buone che cattive" (2Cor 5:10). Inoltre: "Lode e gloria … a colui che fa il bene, … ma ad ogni anima che fa il male … tribolazione e angoscia!" (Rom 2:7; in sintesi). Oppure: "E quelli che hanno fatto il bene, usciranno alla risurrezione della vita; ma quelli che hanno fatto il male, usciranno alla risurrezione del giudizio" (Giov 5:29). O anche: "Venite, voi, benedetti del Padre mio… Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Ho avuto sete e mi avete dato da bere… (Mat 25,34 s.). A questi passaggi dobbiamo associare anche quelli che si riferiscono alla vita eterna come ricompensa per le nostre opere. Per esempio: "Un uomo sarà ricompensato secondo quello che le sue mani hanno guadagnato" (Prov 12:14). Oppure: "Chi teme il comandamento sarà ricompensato" (Prov 13:13). O anche: "Rallegratevi dunque e saltate; la vostra ricompensa è grande nei cieli!". (Mat 5,12; Luca 6,23; citato da Luca). O infine: "Ognuno riceverà la sua ricompensa secondo le sue opere" (1Cor 3:8). Quando si dice che Dio "darà a ciascuno secondo le sue opere" (Rom 2,6), è facile da chiarire. Questa espressione indica una sequenza ordinata piuttosto che una causa. Perché il Signore compie indubbiamente la nostra salvezza in varie fasi della sua misericordia: "chi ha ordinato, ha anche chiamato; chi ha chiamato, ha anche giustificato; chi ha giustificato, ha anche glorificato" (Rom 8:30). (Rom 8,30). Accoglie i suoi alla vita solo per misericordia, ma li introduce nel possesso di questa vita attraverso le buone opere, per completare la sua opera in loro secondo l’ordine che ha stabilito. Non c’è dunque da meravigliarsi quando si dice che sono coronati secondo le loro opere; perché con queste opere sono indubbiamente preparati a ricevere la corona dell’immortalità! Sì, è detto di loro in questo senso abbastanza appropriatamente: essi "creano" la loro "beatitudine" (Fili 2,12), cioè quando cercano la vita eterna in uno sforzo diligente per le buone opere. Questo avviene nello stesso senso in cui sono istruiti in un altro luogo: "Lavorate il cibo, … che rimane!". (Giov 6:27). Lo fanno quando acquistano la vita attraverso la fede in Cristo. Ma tuttavia viene aggiunto subito dopo: "… che il Figlio dell’uomo vi darà! (Giov 6:27). Da questo diventa abbastanza chiaro che "operare" qui non sta in contrasto con la "grazia", ma si riferisce allo zelo (dell’uomo). Da tali affermazioni non segue che i credenti stessi siano gli autori della loro salvezza o che la beatitudine venga dalle loro opere. Com’è allora? Non appena sono ricevuti nella comunione di Cristo attraverso la conoscenza del Vangelo e l’illuminazione dello Spirito Santo, la vita eterna è iniziata in loro. Ora l’opera buona che Dio ha cominciato in loro deve anche essere completata fino al giorno del Signore Gesù (Fili 1,6). Ma questo accade quando si sforzano di diventare come il loro Padre celeste in rettitudine e santità e così dimostrano di essere suoi figli che non sono fuori strada!

III,18,2 L’espressione "ricompensa" non può essere usata in alcun modo per dimostrare che le nostre opere sono la causa della nostra salvezza. Prima di tutto, deve essere fermamente stabilito nei nostri cuori che il regno dei cieli non è una ricompensa per i servi, ma un’eredità per i figli! (Efes 1,18). Solo coloro che il Signore ha adottato come figli raggiungono questo regno, e per nessun’altra ragione se non proprio per questa adozione a figlio! Perché non è il figlio della serva che erediterà, ma il figlio del libero! (Gal 4,30). Sì, proprio in questi passaggi in cui lo Spirito Santo promette che la gloria eterna sarà la ricompensa per le nostre opere, Egli la chiama espressamente una "eredità" - mostrando così che in realtà ci viene da altrove! Così Cristo enumera le opere che Egli ripagherà con la "ricompensa" del cielo quando chiamerà i suoi eletti a prenderne possesso (Mat 25,35); ma allo stesso tempo aggiunge che questo possesso viene loro in eredità! (Mat 25,34). Così Paolo comanda ai servi di fare fedelmente il loro dovere, sperando in una "ricompensa" dal Signore (Col 3,23 s.) - ma aggiunge: "… dell’eredità" (Col 3,24)! Vediamo come insistono, per così dire, con parole esplicite, che noi non ringraziamo le nostre opere per la beatitudine eterna, ma piuttosto per l’adozione filiale che Dio ci ha concesso! Perché allora parlano allo stesso tempo anche di opere? Questa domanda può essere chiarita con un solo esempio dalla Scrittura. Prima della nascita di Isacco, ad Abramo fu promesso un "seme" in cui tutte le generazioni della terra sarebbero state benedette, un seme che sarebbe stato come le stelle nel cielo, come la sabbia sulla riva del mare, ecc. (Gen 12:3; 15:5; 17:1f s.). Molti anni dopo questo Abramo si mise in cammino per offrire suo figlio in sacrificio, come gli fu comandato in una parola di rivelazione (Gen 22:3). Quando ebbe compiuto questo atto di obbedienza, ricevette la promessa: "Io ho giurato per me stesso, dice il Signore, perché tu hai fatto queste cose e non hai risparmiato il tuo unico figlio, che benedirò la tua discendenza e la moltiplicherò come le stelle del cielo e come la sabbia sulla riva del mare; la tua discendenza possederà le porte dei suoi nemici e per mezzo della tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra, perché tu hai ascoltato la mia voce" (Gen 22:16 e seguenti). (Gen 22:16 e seguenti). Cosa sentiamo qui? Abramo, con la sua obbedienza, ha guadagnato la benedizione che gli era stata promessa molto prima di ricevere il comandamento? Qui sentiamo veramente senza alcun indugio: il Signore ricompensa le opere dei fedeli con beni che ha già dato loro prima ancora che essi abbiano pensato alle opere! E in quel momento non aveva altra ragione per fare loro del bene che la sua misericordia!

III,18,3 Ma tuttavia non è un inganno né una beffa quando il Signore ci dice che ripaga le nostre opere con ciò che ha dato per grazia prima di queste opere. Perché è sua volontà che ci esercitiamo con le buone opere per cercare di ricevere e, per così dire, di godere pienamente dei beni che ci ha promesso - che facciamo il nostro corso con queste opere per affrettarci verso la beata speranza che ci è posta davanti in cielo. Per questo motivo, però, il frutto delle promesse è giustamente attribuito anche alle opere, che dovrebbero maturare per noi sotto la loro guida. Paolo esprime molto bene entrambe le cose. Egli parla di come i Colossesi adempiono i doveri dell’amore con zelo "per la speranza che vi è posta nei cieli, della quale avete sentito parlare in anticipo per mezzo della parola di verità nel vangelo" (Col 1:4 s.). Quando dichiara che dal vangelo sono venuti a conoscere la speranza che è riposta per loro in cielo, afferma chiaramente che questa speranza è basata unicamente su Cristo, ma non su alcuna opera. Le parole di Pietro sono in armonia con questo: "Che per la potenza di Dio sono conservati per fede alla salvezza preparata per essere rivelata nell’ultimo tempo" (1Piet 1,5). Quando Paolo (sopra) dice dei Colossesi che lavorano "per questa speranza", implica che i credenti devono affrettarsi in tutto il corso della loro vita per afferrarla. Ma non dobbiamo pensare che la ricompensa che il Signore ci promette debba essere misurata secondo il merito. Ecco perché il Signore ci ha dato una parabola: si presenta come un padrone di casa che manda tutti quelli che lo incontrano a lavorare nella sua vigna; alcuni nella prima ora del giorno, altri nella seconda, altri ancora nella terza - alcuni addirittura nell’undicesima! Ma la sera paga a tutti lo stesso salario! (Mat 20,1 ss.). Troviamo la spiegazione di questa parabola riassunta brevemente e correttamente da quello scrittore della chiesa primitiva il cui libro "Sulla chiamata dei gentili" è stato tramandato sotto il nome di Ambrogio - quale fosse il suo nome è in definitiva irrilevante! In ogni caso, userò le sue parole e non le mie: "Con la regola che ci è stata data in questa parabola, il Signore ha mostrato come la diversità delle molteplici chiamate è tuttavia legata all’unica grazia. Se qui gli uomini che non sono mandati nella vigna fino all’undicesima ora sono messi sullo stesso piano degli operai che hanno lavorato tutto il giorno, viene così data un’immagine di coloro che Dio, a gloria della sua gloriosa grazia, ha ricompensato alla fine del giorno, alla fine della loro vita, secondo la sua bontà; non pagando alcun prezzo per il loro lavoro, ma versando in uomini che egli ha scelto senza opere le ricchezze della sua bontà. Così anche coloro che hanno versato il loro sudore con molto lavoro, e tuttavia non ricevono una ricompensa più ricca di quelli che sono arrivati per ultimi, sapranno di aver ricevuto un dono di grazia e non una ricompensa per le loro opere" (Pseudo-Ambrogio, Della chiamata dei gentili, I,5). Infine, vale la pena notare anche quanto segue: nei passi in cui la vita eterna è descritta come una ricompensa per le nostre opere, ciò non si riferisce semplicemente alla comunione che abbiamo con Dio e che ci concede l’immortalità benedetta, cioè a quella comunione in cui egli ci accetta nella benevolenza paterna in Cristo, ma piuttosto al possesso e al godimento della beatitudine, come si dice. Questo è anche ciò che sentiamo nelle parole di Cristo stesso: " … e nel mondo a venire la vita eterna" (Mar 10:30), o: "Venite … ereditate il regno …!" (Mat 25:34). (Mat 25,34). In questo senso Paolo chiama anche la rivelazione della nostra figliolanza, che avviene nella risurrezione, la nostra figliolanza (Rom 8,18 s.), e lo spiega più tardi che questa è "la redenzione del nostro corpo" (Rom 8,23). Come l’alienazione da Dio è la morte eterna, così l’uomo, quando Dio lo riceve nella sua grazia, affinché possa godere della sua comunione e diventare uno con Lui, è portato dalla morte alla vita, e questo avviene unicamente attraverso il beneficio della nostra adozione filiale. Se i nostri avversari vogliono insistere ostinatamente sulla ricompensa delle opere, si può controbattere con la parola di Pietro, secondo la quale la vita eterna è la ricompensa della fede! (1Piet 1,9).

III,18,4 Non dobbiamo quindi pensare che con tali promesse lo Spirito Santo esalti il valore delle nostre opere, come se esse meritassero una tale ricompensa. Perché le Scritture non ci lasciano nulla da esaltare al cospetto di Dio. Al contrario, fa di tutto per smorzare la nostra arroganza, per umiliarci, per abbatterci e persino per buttarci a terra! No, con tali promesse aiuta la nostra debolezza: altrimenti crollerebbe presto e crollerebbe se non si sostenesse con questa speranza e non desse sollievo al suo dolore con questo conforto! Prima di tutto, ogni individuo dovrebbe considerare quanto sia difficile abbandonare e negare non solo tutto ciò che si ha, ma anche se stessi. Eppure questa è l’istruzione iniziale in cui Cristo insegna ai suoi discepoli, cioè a tutti i pii, proprio all’inizio. Ma poi continua ad addestrarli per tutta la vita sotto la disciplina della croce, affinché non attacchino il loro cuore al desiderio dei beni temporali o a confidare in essi. In breve, li tratta in modo tale che si trovano di fronte alla disperazione ovunque volgano lo sguardo e per quanto lontano si estenda il mondo! Così Paolo dice: "Se speriamo solo in questa vita… siamo i più miserabili di tutti gli uomini!". (1Cor 15:19). Affinché i fedeli non si stanchino in tale afflizione, il Signore è al loro fianco e li incoraggia ad alzare la testa più in alto e a far penetrare gli occhi più in là: troveranno la beatitudine, che non possono vedere nel mondo, con lui! Questa benedizione la chiama il premio della battaglia, la ricompensa o il compenso; ma in questo non degna il merito delle opere, ma mostra che è una compensazione per le loro afflizioni, le loro sofferenze, la loro vergogna e simili! Perciò non c’è nessuna obiezione se anche noi, seguendo l’esempio della Scrittura, chiamiamo la vita eterna una ricompensa; perché in essa il Signore toglie i suoi dalla loro fatica al riposo, dalla loro afflizione a uno stato felice e desiderato, dal loro dolore alla gioia, dalla loro povertà a ricchezze traboccanti, dalla loro vergogna alla gloria! In breve, scambia tutto il male che hanno sopportato per un bene più grande! Quindi, non c’è nulla di incoerente nel pensare che la santità di vita sia una via per questo fine - non una che apre la porta alla gloria del regno dei cieli, ma una attraverso la quale Dio conduce i suoi eletti alla rivelazione di questa gloria! Perché è sua buona volontà rendere gloriosi coloro che ha reso santi! (Rom 8,30, impreciso). Solo non immaginiamo che la ricompensa e il merito siano coordinati: questo è l’errore sciocco in cui si sono cacciati gli intelligenti, perché non dirigono la loro attenzione a questa meta che ci siamo prefissati. Il Signore ci chiama verso una meta - e poi quanto è sciocco guardare altrove! È perfettamente chiaro che Egli promette una ricompensa per le nostre buone opere per aiutare la debolezza della nostra carne con un po’ di conforto, ma non per gonfiare il nostro cuore di gloria! Quindi chiunque deduca da questo un merito di opere e pesi le opere e la ricompensa su una bilancia è lontano dalla vera intenzione di Dio!

III,18,5 Così, quando la Scrittura dice che Dio, come "giusto giudice", un giorno "darà la corona di giustizia" ai suoi (2Tim 4,8), rispondo prima con Agostino: "A chi dovrebbe dare una corona il "giusto giudice", a cui il Padre misericordioso non abbia già dato la grazia in precedenza? Come potrebbe essere fatta qui la "giustizia" se la grazia non l’avesse preceduta, giustificando l’empio? Come potrebbe essere premiato il merito qui, se tutto il resto non fosse stato prima dato senza merito?". (Della grazia e del libero arbitrio, 6:14). Ma io vado oltre Agostino e chiedo: come potrebbe Dio imputare la giustizia alle nostre opere se non coprisse nella sua tolleranza ciò che è ingiusto in esse? Come potrebbe considerarli degni di ricompensa se non mettesse da parte nella bontà infinita ciò che in loro è degno di punizione? Agostino, infatti, chiamava la vita eterna "grazia" perché, se le nostre opere sono ricompensate con essa, essa è effettivamente ripagata ai doni graziosi di Dio. Ma la Scrittura ci umilia più profondamente - e allo stesso tempo ci innalza più fortemente! Ci proibisce però di vantarci delle nostre opere, perché sono doni immeritati di Dio. Ma allo stesso tempo ci insegna che le opere sono ancora contaminate da ogni tipo di macchia, così che non possono dare soddisfazione a Dio quando vengono esaminate secondo il criterio del suo giudizio. D’altra parte, dichiara, per non perdere ogni gioia, che quelle opere trovano il suo piacere attraverso il puro perdono di Dio. Anche se Agostino parla in modo un po’ diverso da noi, non c’è un così grande contrasto nella materia stessa; questo è evidente dalle sue parole nel terzo libro del suo scritto a Bonifacio. Prima di tutto, confronta due persone diverse, una la cui vita è un miracolo di santità e perfezione, e un’altra che è anche retta e di buoni costumi, ma non ancora così perfetta che non si vorrebbe qualche cosa di meglio in lui. Poi conclude: "Questo sembra essere inferiore all’altro nel suo comportamento, ma è ancora nella vera fede: Per questo vive, per questo si accusa in tutti i suoi misfatti, dà lode a Dio in tutte le sue opere buone, attribuisce la vergogna a se stesso, ma la gloria a lui, per questa fede riceve da lui il perdono per i suoi peccati e l’amore per ciò che ha fatto di giusto - e per questa fede vaga anche, quando un giorno sarà liberato da questa vita, nella comunione con Cristo! Perché? Per la sola fede! Questo certamente non rende beato nessuno senza opere - perché è la vera fede, che è attiva attraverso l’amore: (Gal 5:6) - ma per lui i peccati sono perdonati; perché "il giusto vivrà per fede" (Ab. 2:4). Ma senza di lui, anche ciò che sembra un’opera buona si trasforma in peccato". (A Bonifacio III, 5). Qui, tuttavia, egli ammette manifestamente ciò che noi affermiamo con tanta enfasi, cioè che la giustizia delle nostre buone opere dipende dal fatto che Dio permetta che esse siano perdonate.

III,18,6 I seguenti passaggi sono molto vicini nello spirito a quelli menzionati sopra. Primo: "Fate amicizia con l’iniquo Mammon, affinché, quando avrete offerto, vi ricevano nei tabernacoli eterni". (Luca 16:9). E poi: "Ordina ai ricchi di questo mondo di non essere superbi e di non sperare in ricchezze incerte, ma nel Dio vivente… di fare il bene, di abbondare nelle opere buone… di accumulare per se stessi un tesoro, un buon fondamento per le cose future, per poter avere la vita eterna" (1Tim 6:17 e seguenti; non proprio il testo di Lutero). Le buone opere sono paragonate alle ricchezze di cui godremo nella beatitudine della vita eterna. Rispondo che non arriveremo mai alla giusta comprensione di questi passaggi se non dirigiamo la nostra attenzione al punto di vista al quale lo Spirito Santo rende le sue parole utili. È vero quando Cristo dice: "Dove è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore". (Mat 6, 21). Perché come i figli del mondo sono soliti cercare di ottenere ciò che serve per il piacere nella vita presente, così i credenti, avendo imparato che questa vita svanisce presto come un sogno, devono fare in modo di ottenere ciò di cui vogliono veramente godere per avere una vita perfetta! Bisogna fare come quelli che intendono trasferirsi in un luogo che hanno scelto come residenza permanente: mandano avanti la loro fortuna e ne fanno volentieri a meno per un certo tempo; perché si sentono più felici quanto più beni hanno lì, dove resteranno a lungo! Se crediamo che il cielo è la nostra casa, allora dovremmo anche mandare lì le nostre ricchezze, invece di tenerle qui, dove potrebbero essere perse in una partenza improvvisa! Ma come possiamo fare questo? Dando questi beni ai poveri nel loro bisogno, per quello che diamo loro, il Signore considera dato a Lui! (Mat 25,40). Da qui la gloriosa promessa: "Chi ha pietà del povero presta al Signore" (Prov 19:17). O corrispondentemente: "Chi semina in benedizione raccoglierà anche in benedizione!". (2Cor 9:6). Ciò che offriamo ai fratelli per obbligo d’amore, lo affidiamo alle mani fedeli del Signore! Ma Lui è un custode fedele, e un giorno ci ripagherà ciò che è nostro con grande profitto! I nostri servizi sono così apprezzati da Dio che sono come ricchezze nelle sue mani, che egli conserva per noi? Sì, chi dovrebbe avere paura di parlare così, quando le Scritture lo testimoniano così spesso e così chiaramente! Ma se qualcuno vuole saltare dalla pura bontà di Dio al valore delle nostre opere, queste testimonianze scritturali non gli saranno d’aiuto per confermare il suo errore. Perché da esse non si può desumere altro che il puro affetto della grazia di Dio verso di noi: per incoraggiarci a fare il bene, egli non permette che nessuna delle nostre opere obbedienti vada perduta, sebbene tutto ciò che gli mostriamo in questo non sia degno di un solo sguardo dei suoi occhi!

III,18,7 I nostri avversari danno maggior peso a un’affermazione di Paolo: egli consola i Tessalonicesi nelle loro afflizioni e poi spiega che queste sono state mandate loro perché siano considerati degni del regno di Dio per il quale hanno sofferto (2Tess 1,5). Continua letteralmente: "Come è giusto presso Dio ripagare la tribolazione a coloro che vi affliggono, ma riposate con noi, voi che affliggete, quando dunque il Signore Gesù sarà rivelato dal cielo…" (2Tess 1,6 s.). E l’autore della Lettera agli Ebrei dichiara: "Perché Dio non è ingiusto da dimenticare il vostro lavoro e l’… amore che avete mostrato per il suo nome quando avete servito i santi…" (Eb 6,10). Alla luce del primo passaggio, rispondo che qui non è implicito alcun merito. Paolo vuole solo dire: Dio, nostro Padre, ha voluto che noi, che ha scelto per essere suoi figli, fossimo conformi a Cristo, il suo unigenito Figlio (Rom 8,29): come Lui ha dovuto prima soffrire per entrare nella gloria che gli era destinata (Luca 24,26), così anche noi dobbiamo "passare attraverso molte tribolazioni nel regno di Dio"! (Atti 14:22). Se soffriamo la tribolazione per amore del nome di Cristo, saremo marcati con i segni che Dio usa per marcare le pecore del suo gregge. Siamo considerati degni del regno di Dio perché portiamo i "segni" del nostro Signore e Maestro sul nostro corpo (Gal 6:17), che sono i segni dei figli di Dio. A questo appartengono altre due affermazioni: "Noi portiamo… la morte del Signore Gesù nel nostro corpo, affinché anche la vita del Signore Gesù si manifesti in noi" (2Cor 4:10; conclusione abbreviata), e: "Noi veniamo conformati alle sofferenze di Gesù, per arrivare alla somiglianza con la risurrezione dei morti" (Fili 3:10 s. riassunto). La ragione che Paolo dà (nel passo sopra citato, 2 Tess 1,6 s.) non è quella di riconoscere alcun merito, ma di affermare la speranza del regno di Dio; vuole dire: "Come è conveniente che il giusto giudizio di Dio si vendichi sui vostri nemici per i tormenti che vi hanno causato, così è conveniente che vi dia sollievo e riposo dalle vostre afflizioni. Il secondo passo (Ebr. 6,10) afferma che è conveniente per la giustizia di Dio non lasciare che l’obbedienza dei suoi sia dimenticata: Dio sarebbe del tutto ingiusto se volesse dimenticarli. Questo deve essere inteso in questo modo: Dio, per risvegliarci dalla nostra pigrizia, ci ha dato la fiducia che il lavoro che abbiamo fatto per la gloria del suo nome non sarà senza effetto. Dobbiamo sempre tenere presente che questa promessa, come tutte le altre, non porterebbe alcun frutto se non fosse preceduta dall’alleanza della sua misericordia, fatta per pura grazia, sulla quale poggia tutta la certezza della nostra salvezza. Confidando in questo, dovremmo allora avere la certezza che anche i nostri atti di obbedienza, per quanto indegni possano essere, non mancheranno di una ricompensa dalla generosità di Dio. L’apostolo vuole rafforzarci in questa aspettativa, e quindi ci assicura che Dio non è ingiusto, ma manterrà la promessa che ci ha fatto una volta. La "giustizia" qui, quindi, si riferisce più all’infrangibilità della promessa divina che, per esempio, all’equità con cui ci ripagherebbe per qualcosa che abbiamo meritato. In questo senso, c’è un’eccellente parola di Agostino, che questo santo uomo ricorda senza esitazione ancora e ancora come un’espressione memorabile, e che quindi, a mio parere, non è indegna di una costante considerazione da parte nostra: "Il Signore è fedele; si è fatto nostro debitore, non ricevendo nulla da noi, ma promettendoci tutto!" (Sul Sal 32, II,1; sul Sal 109,1 e più spesso altrove).

III,18,8 Si citano anche altre dichiarazioni di Paolo. Per esempio: "Se avessi tutta la fede, così da spostare le montagne, e non avessi l’amore, non sarei nulla" (1Cor 13:2). Oppure: "Ormai la fede, la speranza, l’amore, questi tre; ma l’amore è il più grande di questi!". (1Cor 13:13). E poi: "Ma sopra ogni cosa rivestitevi dell’amore, che è il vincolo della perfezione". (Col 3:14). Sulla base dei primi due passi, i nostri farisei sostengono che siamo giustificati per amore piuttosto che per fede, perché l’amore, dicono, è la virtù più esaltata! Ma questo sofisma può essere facilmente confutato. Ho già spiegato altrove che ciò che è scritto nel primo passaggio (1Cor 13:2) non si riferisce alla vera fede. L’altro passo (1 Cor 13:13) lo intendiamo anche per parlare della vera fede e per dichiarare che l’amore è più grande di essa; ma questo non significa che l’amore sia più meritorio, ma piuttosto che l’amore porta più frutto, che arriva più lontano, che serve più persone, che è sempre in vigore, mentre l’esercizio della fede dura solo per un tempo. Se guardiamo alla maestà (dell’amore), l’amore di Dio ha meritatamente la precedenza, ma Paolo non ne sta parlando qui. Egli esorta solo a costruirci nell’amore reciproco nel Signore. Ma supponiamo che l’amore abbia la priorità sulla fede sotto ogni aspetto - come può una persona con un sano giudizio, o anche con un cervello sano, concludere da questo: quindi giustificarlo di più? Il potere di giustificare, che è inerente alla fede, non si basa sulla dignità dell’opera (che la fede ha rappresentato). La nostra giustificazione si basa unicamente sulla misericordia di Dio e sul merito di Cristo, e quando la fede si appropria di questi, allora si dice: egli ci giustifica. Ora, quando si chiede ai nostri avversari in che senso hanno attribuito la giustificazione all’amore, essi rispondono: Perché è una conquista che è gradita a Dio, la giustizia ci viene imputata per merito suo, e questo sulla base dell’accettazione da parte della bontà di Dio. Qui vediamo come procede gloriosamente la loro prova. Dichiariamo che la fede è giustificante, non perché ci ha guadagnato la giustizia con il suo valore, ma perché è lo strumento con cui otteniamo la giustizia di Cristo per grazia! I nostri avversari, invece, lasciano fuori dall’equazione la misericordia di Dio, passano da Cristo, in cui si trova la più alta pienezza della giustizia, - e sostengono che siamo giustificati dalla buona azione dell’amore, perché questa ha una posizione più alta della fede! Esattamente come se qualcuno sostenesse che un re è più capace di fare scarpe di un calzolaio, perché ha una posizione molto più alta! Questa sola conclusione prova già in modo definitivo che tutte le scuole della Sorbona non hanno nemmeno assaggiato un po’ con le loro labbra cosa sia effettivamente la giustificazione per fede! Se, tuttavia, qualche critico della parola solleva la questione del perché assumiamo un uso così ampiamente diverso del termine "fede" in Paolo in due passaggi così vicini, ho ragioni pesanti da dare per questa interpretazione. I doni che Paolo elenca (1Cor 13,1 s.) sono, in un certo senso, collegati alla fede e alla speranza, perché si riferiscono alla conoscenza di Dio; ecco perché Paolo li riassume tutti sotto "fede" e "speranza". Vuole dire qualcosa come. La profezia e le lingue e il dono dell’interpretazione e la sapienza - tutti questi servono allo scopo di condurci alla conoscenza di Dio; ma noi conosciamo Dio in questa vita solo attraverso la speranza e la fede; quindi se chiamo la fede e la speranza per nome, sto riassumendo tutti questi allo stesso tempo. "Ma ora rimangono la fede, la speranza, l’amore, questi tre" - vale a dire: per quanto grande possa essere la varietà dei doni, sono tutti ricondotti a questi tre! "Ma l’amore è il più grande di questi!" Dal terzo passo (Col 3,14) i nostri avversari traggono la conclusione: se l’amore è "il legame della perfezione", allora è anche il legame della giustizia, che non è altro che la perfezione. Passiamo prima sul fatto che Paolo intende "perfezione" per significare che tutti i membri di una chiesa ben ordinata vivono insieme in una giusta comunione. Così vogliamo ammettere che siamo resi perfetti davanti a Dio attraverso l’amore - ma cosa vogliono imparare i nostri avversari da questo? Io obietterò sempre che non arriveremo mai a tale perfezione se non abbiamo compiuto tutto ciò che l’amore esige - e da questo trarrò poi la conclusione: poiché tutti gli uomini sono molto, molto lontani dal compimento dell’amore, ogni speranza di perfezione è quindi anche tagliata fuori da loro!

III,18,9 Non voglio entrare nel merito delle singole testimonianze che oggi gli stolti teologi della Sorbona strappano a caso dalla Scrittura - appena uno gli capita a tiro! - dalle Scritture e le scagliano contro di noi. Alcuni sono così ridicoli che non posso nemmeno ricordarli se non voglio essere considerato meritatamente sciocco. Concludo quindi spiegando un’altra parola di Cristo, in cui quella gente si diletta particolarmente. Cristo risponde a un avvocato che gli chiede cosa è necessario per la salvezza: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. (Mat 19,17). Cosa vogliamo di più - si chiedono - se lo stesso datore della grazia ci comanda di ottenere il regno di Dio osservando i comandamenti? - Come se Cristo non si fosse indiscutibilmente adattato con le sue risposte a coloro con cui ha avuto a che fare! Gli viene chiesto da un maestro della Legge in che modo si può raggiungere la beatitudine; anzi, nemmeno questo, ma cosa deve fare l’uomo per raggiungerla! La persona dell’interrogante, così come la natura della domanda stessa, ha fatto sì che il Signore desse una tale risposta! Quest’uomo era profondamente immerso nell’opinione che ci fosse una giustizia dalla legge, ed era quindi cieco nella sua fiducia nelle opere. Inoltre, ha solo chiesto quali fossero le opere di giustizia con le quali si poteva guadagnare la salvezza. È quindi corretto quando si riferisce anche alla legge, in cui si trova uno specchio perfetto della giustizia! Anche noi predichiamo a gran voce: se uno cerca la vita nelle opere, deve osservare i comandamenti! Questo insegnamento deve essere ben noto anche ai cristiani. Come possono rifugiarsi in Cristo se prima non hanno riconosciuto di essere caduti dal sentiero della vita nell’abisso della morte? Ma come possono rendersi conto di quanto si sono allontanati dal sentiero della vita se prima non sanno qual è questo sentiero? Perciò si renderanno conto che Cristo è l’unico rifugio dove possiamo ritrovare la salvezza solo quando si renderanno conto di quanto sia grande il contrasto tra la loro vita e la giustizia di Dio, che è scritta nell’osservanza della legge. Per riassumere, quindi, diciamo che se cerchiamo la salvezza nelle opere, dobbiamo osservare i comandamenti che indicano la via della giustizia perfetta. Ma se non vogliamo stancarci a metà del cammino, non dobbiamo fermarci lì. Perché nessuno di noi è capace di osservare i comandamenti! Siamo quindi esclusi dalla giustizia della legge e dobbiamo ricorrere ad un altro aiuto, cioè la fede in Cristo. Al nostro posto, il Signore richiama alla Legge il maestro della Legge, che sa essere pieno di vana fiducia nelle sue opere, affinché impari da essa che è un peccatore e colpevole del terribile giudizio di morte eterna! Ma allo stesso modo, per altri che sono già umiliati da tale conoscenza di sé, egli lascia da parte ogni menzione della legge e li conforta con la promessa della grazia: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e carichi, e io vi darò riposo… e troverete riposo alle vostre anime!" (Mat 11,28 s.).

III,18,10 Infine, quando i nostri avversari si sono stancati della distorsione della Scrittura, cadono in sofismi e sofismi. Così prendono il fatto che la fede è chiamata "opera" in un passaggio (Giov 6:29) come un pretesto per evadere; ne concludono che è sbagliato mettere la fede e le opere una contro l’altra! - Come se la fede, in quanto obbedienza alla volontà di Dio, ci guadagnasse la giustizia per merito proprio! Come se, piuttosto, prendendo la misericordia di Dio, non sigillasse nei nostri cuori la giustizia di Cristo, che ci viene offerta dalla misericordia di Dio nella predicazione del Vangelo! Se non mi dilungo nella confutazione di tali sciocchezze, i lettori lo scuseranno; questo discorso è esso stesso, senza un attacco da un’altra parte, sufficientemente rotto dalla sua stessa infondatezza! Si può tuttavia permettere di esaminare qui, di sfuggita, un’obiezione che potrebbe almeno apparire ragionevole, per non causare difficoltà ad alcuni dei meno pratici. Si dice: "Il senso comune ci insegna che le cose opposte sono soggette alla stessa regola; se, quindi, i nostri peccati individuali sono contati come ingiustizia, le nostre buone opere individuali devono, mutatis mutandis, ricevere anche la lode della giustizia! Alcuni rispondono che la condanna degli uomini viene solo dall’incredulità e non dai peccati individuali. Ma questa risposta non è sufficiente per me. Sono d’accordo con i suoi autori che la fonte e la radice di tutti i mali è l’incredulità. È la prima apostasia da Dio, che è poi seguita dalle trasgressioni individuali della legge. Ma queste persone, nel giudicare la giustizia e l’ingiustizia, sembrano giudicare (cioè pesare) le nostre opere buone e cattive con la stessa misura, e in questo non posso essere d’accordo con loro. Perché la giustizia dalle opere è la perfetta obbedienza alla legge. Pertanto, si può essere giusti per le proprie opere solo se si segue questa obbedienza come una linea retta durante tutto il corso della propria vita. Non appena ci si allontana da esso anche solo una volta, si è caduti nell’ingiustizia. Da questo diventa chiaro: la rettitudine non consiste in una o poche opere, ma nell’obbedienza inflessibile e incessante alla volontà di Dio! Per il giudizio di ingiustizia, invece, si applica una regola completamente diversa. Chiunque abbia commesso adulterio o rubato è colpevole di morte, perché ha offeso la maestà di Dio! Quelli dei nostri intelligenti si offendono qui, perché non si basano sulla parola di Giacomo: "Se uno osserva tutta la legge e pecca in una sola cosa, è del tutto colpevole. Perché chi ha proibito di uccidere ha anche proibito di rubare…" (Giac 2,10 s. versetto 11 molto impreciso). Quindi non deve sembrare contraddittorio quando dichiariamo: La morte è il giusto pagamento per ogni singolo peccato; perché ogni singolo peccato è degno della giusta indignazione e vendetta di Dio. D’altra parte, sarebbe una conclusione sciocca concludere che l’uomo può essere riconciliato con Dio attraverso una sola opera buona, perché merita la Sua ira con molti peccati!


Capitolo diciannove

Della libertà cristiana

III,19,1 Dobbiamo ora parlare della libertà cristiana. Colui che si è impegnato a riassumere il contenuto principale dell’insegnamento del Vangelo in forma abbreviata non deve in nessun caso passare sopra lo svolgimento di questa dottrina. Perché è una cosa molto necessaria, e senza la sua conoscenza le coscienze non osano affrontare quasi nulla senza dubbio, dubitano ed esitano in molte cose, e sono sempre in vacillazione e tremore. Soprattutto, però, abbiamo qui un’appendice alla (dottrina della) giustificazione, che serve non poco a far conoscere la sua potenza. Sì, colui che teme seriamente Dio riceverà da esso un frutto incomparabile di quella dottrina, che gli uomini senza Dio e beffardi prendono tra loro con arguzia nei loro detti, perché nell’ubriachezza spirituale che li ha presi, ogni volgarità è loro permessa! Pertanto, questo è il posto giusto per concentrarsi sulla dottrina della libertà cristiana. Ne abbiamo già accennato leggermente sopra, ma è stato opportuno rimandare la sua presentazione più dettagliata a questo punto. Perché non appena la libertà cristiana viene menzionata in qualche modo, o si scaldano i desideri o nasce un tumulto folle - se non si affrontano al momento giusto questi spiriti frivoli, che altrimenti corrompono anche i migliori! In parte, sotto il pretesto di questa libertà, distruggono ogni e qualsiasi obbedienza a Dio e si immergono in una sfrenata baldoria, ma in parte si indignano anche e pensano che ogni moderazione, ogni ordine e ogni distinzione tra le cose sia ormai abolita. Cosa dobbiamo fare quando queste afflizioni ci circondano? Dobbiamo abbandonare la libertà cristiana per cogliere ogni occasione di tali pericoli? No, l’abbiamo già detto: se non lo teniamo, allora ogni giusta conoscenza di Cristo o della verità del Vangelo o anche della pace interiore dell’anima è persa! Dobbiamo quindi preoccuparci di non nascondere una parte così importante della dottrina, e allo stesso tempo opporci a quelle obiezioni contraddittorie che di solito sorgono da essa!

III,19,2 La libertà cristiana consiste, almeno secondo me, in tre pezzi. In primo luogo, quando si pone la questione di dove la coscienza del credente prenda la fiducia della sua giustificazione davanti a Dio, essa pone le sue mire sulle altezze al di sopra della legge e dimentica tutta la giustizia dalla legge. La legge, come abbiamo dimostrato altrove, non permette ad alcun uomo di essere giusto, e quindi o siamo esclusi da ogni speranza di giustificazione, o dobbiamo essere sciolti da essa, e in modo tale che nessuna considerazione sia data alle opere. Infatti, chi pensa di dover fare anche le minime opere per raggiungere la giustizia non può fissare una misura o una meta, ma si è reso debitore di tutta la legge. Perciò, quando si tratta della nostra giustificazione, dovremmo lasciare da parte ogni menzione della legge, mettere da parte ogni attenzione alle opere, e afferrare solo la misericordia di Dio; dovremmo distogliere lo sguardo da noi stessi e guardare solo a Cristo. Perché qui non si chiede perché siamo giusti, ma perché siamo considerati giusti, anche se siamo ingiusti e indegni! Ma se la nostra coscienza vuole essere certa di questo, non deve dare spazio alla legge. Ma sarebbe del tutto sbagliato se qualcuno concludesse da questo che la legge è superflua per i credenti. Infatti, anche se non ha posto nella loro coscienza davanti al seggio del giudizio di Dio, non cessa di insegnare loro, di ammonirli e di provocarli al bene. Queste due cose sono ben distinte l’una dall’altra, e dobbiamo quindi distinguerle bene e a fondo. Tutta la vita del cristiano dovrebbe essere, per così dire, uno sforzo per la pietà; perché il cristiano è chiamato alla santificazione! (Efes 1,4; 1. Tess 4,3). L’ufficio della legge è quello di ricordargli il suo obbligo e quindi di spronarlo ad uno sforzo zelante per la santificazione e l’innocenza. Ma quando la coscienza si preoccupa di come può avere un Dio benevolo, di quale risposta deve dare e su quale fiducia deve appoggiarsi quando è chiamata davanti al giudizio di Dio, non deve basarsi su ciò che la legge esige, ma deve tenere davanti agli occhi solo Cristo come sua giustizia, che supera ogni giustizia della legge.

III,19,3 Quasi tutta l’argomentazione della Lettera ai Galati ruota intorno a questo punto centrale. Perché il fatto che coloro che insegnano che Paolo sta qui sostenendo solo la libertà dalle cerimonie sono interpreti sciocchi, può essere stabilito dai passaggi in cui egli dà la sua prova. I seguenti passaggi sono degni di menzione. In primo luogo, "Cristo è diventato una maledizione per noi, per riscattarci dalla maledizione della legge" (Gal 3:13; riassunto). Poi di conseguenza: "Rimanete dunque nella libertà a cui Cristo ci ha liberati, e non rimanete impigliati di nuovo nella schiavitù del giogo. Ecco, io Paolo vi scrivo che se siete circoncisi, Cristo non vi giova a nulla… Chi è circonciso è colpevole di fare tutta la legge. Voi avete perso Cristo, che volete essere giustificati dalla legge, e siete caduti dalla grazia!". (Gal 5:1-4). Sicuramente c’è qualcosa di più alto in queste frasi che la libertà nelle cerimonie! Ammetto, tuttavia, che Paolo sta parlando qui (all’inizio) delle cerimonie: dopo tutto, ha dovuto contestare i falsi apostoli che cercavano di reintrodurre nella chiesa cristiana le vecchie immagini oscure della legge, che erano state eliminate dalla venuta di Cristo. Ma per risolvere questa questione, la controversia doveva risalire alle cose più profonde su cui poggiava l’intera disputa. In primo luogo, con tali immagini ombrose ebraiche la chiarezza del vangelo era oscurata; quindi Paolo mostra che in Cristo possediamo la perfetta rivelazione di tutto ciò che era ombrosamente raffigurato in quelle cerimonie mosaiche. In secondo luogo, quegli ingannatori ingannarono il popolo nella perniciosa illusione che tale obbedienza (alla legge e alle sue cerimonie) avesse il potere di meritare la grazia di Dio; d’altra parte, Paolo insiste con la massima acutezza sul fatto che i credenti non devono pensare di poter ottenere la giustizia davanti a Dio da nessuna opera della legge, tanto meno da questi piccoli inizi (cioè le cerimonie). Allo stesso tempo, tuttavia, essi devono riposare in piena sicurezza in Cristo soltanto, e a questo scopo egli insegna loro che attraverso la croce di Cristo essi sono liberi dalla condanna della legge, che altrimenti minaccia tutti gli uomini (Gal 4,5). Infine, assicura alla coscienza del credente la sua libertà, affinché non si leghi in una santa timidezza a cose che non sono necessarie (per la salvezza).

III,19,4 Il secondo pezzo della nostra libertà cristiana dipende dal primo: La coscienza non obbedisce alla legge come sotto la costrizione della necessità della legge, ma è liberata dal giogo della legge stessa e ora rende liberamente obbedienza alla volontà di Dio. Finché la nostra coscienza è sotto il dominio della legge, essa vive in una paura incessante, e quindi non è mai e poi mai in grado di obbedire a Dio in gioiosa disponibilità se non è prima dotata di tale libertà! Ciò che si intende con questo può essere spiegato più brevemente e chiaramente per mezzo di un esempio. La legge ci comanda di amare il nostro Dio "con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze" (Deut 6:5). Affinché questo avvenga, la nostra anima deve prima essere svuotata da tutti gli altri sentimenti e pensieri, il nostro cuore deve essere purificato da tutti i desideri, le nostre forze devono essere raccolte e unite a questo Uno! Ma anche coloro che sono arrivati molto lontano nella via del Signore sono ancora molto lontani da questa meta. Infatti, sebbene essi amino Dio dal cuore e per puro impulso interiore, le concupiscenze della carne tengono ancora gran parte del cuore e dell’anima, e queste li tirano indietro e li trattengono, così che non possono prendere in fretta la loro strada verso Dio. Fanno ogni sforzo per correre, ma la carne in parte indebolisce la loro forza e in parte li rende asserviti a se stessi! Ora cosa devono fare quando sentono che stanno facendo qualcosa di meno che soddisfare la legge con le loro prestazioni? Vogliono, si sforzano, fanno uno sforzo - ma niente con la necessaria perfezione! Quando guardano la legge, vedono che ogni opera che toccano o considerano è condannata. Nessuno può ingannare se stesso e pensare che l’opera non sia interamente malvagia a causa della sua imperfezione, e quindi ciò che c’è di buono in essa è comunque gradito a Dio. Poiché la legge esige un amore perfetto, essa condanna ogni imperfezione - a meno che la sua asprezza non venga attenuata! Guardiamo dunque la sua opera, che vorremmo fosse considerata buona in parte - e scopriremo che è una trasgressione della legge proprio perché è imperfetta!

III,19,5 Lì vediamo come tutte le nostre opere sono soggette alla maledizione della legge, se sono misurate dalla legge. Ma come può allora l’anima infelice mettersi al lavoro con gioia, quando sa bene che non riceverà altro che maledizioni in cambio? D’altra parte, quando sarà liberato da questa rigida disciplina, o piuttosto da tutta la severità della legge, e quando sentirà Dio chiamarlo con dolcezza paterna, allora risponderà con gioia e allegria alla Sua chiamata e seguirà la Sua guida! Insomma, le persone che sono tenute sotto il giogo della legge, gli stessi servi ai quali i loro padroni assegnano determinati lavori per i singoli giorni. Tali servitori, infatti, non possono considerare alcun lavoro allineato, né osare presentarsi davanti ai loro padroni se la misura del loro lavoro non è pienamente compiuta. I figli, invece, che sono tenuti più liberamente e nobilmente dai loro padri, non esitano a offrire loro lavori iniziati o semilavorati, in cui c’è ancora molto da fare, perché confidano che la loro obbedienza e la volontà dei loro cuori troveranno il piacere dei loro padri, anche se hanno realizzato ciò che volevano meno a fondo. Dobbiamo stare in modo tale da avere la sicura fiducia che le nostre conquiste saranno ben accolte da nostro Padre nella sua grande tolleranza, per quanto piccole e da principianti e imperfette possano essere! Così ci assicura attraverso il profeta: "Io li risparmierò, come un uomo risparmia il suo figlio che lo serve! (Mal 3:17). "Risparmiare" qui significa ovviamente tanto quanto "esercitare la pazienza" e "mostrare considerazione umana per le infermità esistenti"; allo stesso tempo è anche un richiamo al servizio (del Figlio)! Questa fiducia è non poco necessaria per noi, perché senza di essa tutti i nostri sforzi sono vani. Dio non riconosce di aver ricevuto un servizio da nessuna delle nostre opere, se quest’opera non è veramente fatta da noi per il suo servizio! Ma chi può farlo sotto quelle ansie in cui si è sempre in dubbio se Dio è offeso o onorato dal nostro lavoro?

III,19,6 Questa è la ragione per cui l’autore della Lettera agli Ebrei attribuisce alla fede tutte le buone opere che ci sono state riferite dai santi padri e le giudica esclusivamente secondo la fede (Ebr. 11,2 ss.). Anche il famoso passaggio in Romani tratta di questa libertà, in cui Paolo conclude che il peccato non deve più dominare su di noi, perché non siamo sotto la legge, ma sotto la grazia! (Rom 6,12.14). Prima di tutto, egli ammonisce i credenti a non lasciare che il peccato regni nei loro corpi mortali, né a "dare" le loro membra ad "armi di ingiustizia", ma a "darsi" a Dio, "come coloro che sono vivi dai morti", e le loro membra a "Dio per armi di giustizia" (versi 12 e 13). Ma i credenti potrebbero obiettare che hanno ancora la loro carne in loro, che è piena di lussuria, e che il peccato abita ancora in loro (versetto 15). Al contrario, Paolo aggiunge la parola confortante della libertà dalla legge. Intende dire che anche se i credenti sentono pienamente che il peccato non è ancora estinto e che la giustizia non vive ancora in loro, non c’è motivo per loro di essere spaventati e di perdersi d’animo, come se Dio fosse ora continuamente provocato all’ira dai resti del peccato; perché sono stati liberati dalla legge dalla grazia, così che le loro opere non sono più testate secondo il suo standard! Ma coloro che concludono che ora possiamo peccare perché non siamo più sotto la legge - sappiano che questa libertà non è affar loro, perché il suo scopo è di incoraggiarci a fare il bene! (Versetto 15 e seguenti).

III,19,7 Ora la terza parte della libertà cristiana: non siamo vincolati da alcuna santa restrizione davanti a Dio in nessuna delle cose esteriori, che sono di per sé "cose meschine", ma possiamo, senza distinzione, talvolta usarle, talvolta lasciarle da parte. La conoscenza di questa (specie di) libertà è anche molto necessaria per noi; perché dove manca, le nostre coscienze non troveranno mai pace e la superstizione non avrà fine. A molti oggi sembriamo sciocchi quando sosteniamo che siamo liberi di mangiare carne, che siamo liberi da vacanze e vestiti e altre, come dicono i nostri avversari, "buffonate senza senso". Ma la questione è più preoccupante di quanto si creda comunemente. Perché una volta che la nostra coscienza si è impigliata in queste catene, entra in un labirinto lungo e senza speranza, dal quale è così facile non trovare più un’uscita. Se qualcuno ha già cominciato a dubitare se gli è permesso usare il lino per panni, camicie, fazzoletti e tovaglie, allora non sarà più sicuro se la canapa è permessa, e infine sarà vinto dal dubbio anche nel caso della stoppa! Lotterà con il pensiero se non potrebbe cenare senza tovaglia o esistere senza fazzoletto! Se uno è arrivato a pensare che il cibo più fine non è permesso, allora alla fine non godrà nemmeno del pane e del cibo semplice in pace davanti a Dio; gli viene solo in mente che potrebbe anche conservare il suo corpo con un cibo ancora minore. Se un uomo ha già dei dubbi su un vino ragionevolmente gustoso, presto non sarà nemmeno in grado di bere la comune scoria con buona pace della coscienza, e alla fine non oserà nemmeno toccare l’acqua che è migliore e più pura delle altre acque. In breve, arriverà finalmente a pensare che sia un peccato camminare su un filo d’erba che giace sul sentiero - come dice il proverbio. L’argomento che inizia qui non è facile, ma si tratta di sapere se è la volontà di Dio ad avere bisogno di questo o di quello - e la volontà di Dio dovrebbe precedere tutti i nostri consigli e le nostre azioni! Quindi è inevitabile che alcuni saranno abbattuti dalla disperazione in un abisso di confusione, mentre altri disprezzeranno Dio, getteranno via il Suo timore e si faranno strada da soli nel loro errore, poiché non vedono alcuna via lastricata davanti a loro. Chi si è impigliato in questi dubbi può girare dove vuole: vede ovunque un ostacolo immediato alla sua coscienza!!

III,19,8 ""Io so", dice Paolo, "che nulla è comune in sé" - "comune" significa "empio" - "solo a chi lo considera comune, per lui è comune" (Rom 14,14). Con queste parole egli sottomette tutte le cose esterne alla nostra libertà; solo il nostro cuore deve essere sicuro di tale libertà davanti a Dio! Se invece qualche illusione superstiziosa ci mette dei dubbi, allora ciò che era puro per natura diventa contaminato per noi! Ecco perché Paolo continua (più tardi): "Beato colui che non ha coscienza di ciò che accetta. Ma chi dubita, eppure mangia, è condannato, perché non è di fede. Ma ciò che non è di fede è peccato" (Rom 14:22 s.). Se qualcuno in tale ristrettezza ha tuttavia fiducia in tutto e si mostra così abbastanza coraggioso davanti agli altri - non si allontana forse da Dio nella stessa misura? Alcune persone sono nel loro intimo attanagliate dal vero timore di Dio, ma anche loro si lasciano costringere a fare molte cose contro la contraddizione della loro coscienza - e poi vengono gettati a terra nel terrore e cadono! Tutte queste persone non ricevono nessuno dei doni di Dio con ringraziamento, grazie al quale solo, secondo la testimonianza di Paolo, tutte queste cose sono santificate per il nostro uso! (1Tim 4,4 s.). Ma intendo quel ringraziamento che viene da un cuore che riconosce la beneficenza e la bontà di Dio nei suoi doni. Perché molti infatti percepiscono che ciò che usano è dono di Dio, lodano anche Dio nelle sue opere; ma non sono ancora convinti che questi doni sono dati a loro, e come allora potranno rendere grazie a Dio come il Datore? Ora vediamo in sostanza a cosa serve questo (terzo tipo di) libertà: dobbiamo usare i doni di Dio senza rimorsi, senza confusione di cuore, per l’uso per cui ce li ha dati. In tale fiducia la nostra anima è in pace con lui e allo stesso tempo riconosce la sua generosità nei nostri confronti. In questo contesto rientrano anche tutte le cerimonie, che possono essere liberamente osservate o omesse: lì la nostra coscienza non deve essere obbligata da alcuna necessità ad osservarle, ma deve ricordare che l’uso delle cerimonie le è sottoposto dal buon volere di Dio, secondo quanto serve all’edificazione.

III,19,9 Ma dobbiamo osservare accuratamente che la libertà cristiana è in tutti i suoi particolari una cosa spirituale; tutto il suo potere è di rendere calme le coscienze agitate davanti a Dio, sia che siano ansiose e preoccupate per il perdono dei peccati, sia che si chiedano con ansia se le loro opere imperfette, macchiate dai difetti della nostra carne, siano gradite a Dio, sia che si agitino su come usare le cose che sono indifferenti. È, quindi, un’errata comprensione della libertà cristiana quando alcuni ne fanno un mantello per le loro passioni, per abusare dei doni di Dio per il loro piacere, - o quando si pensa che non sia nulla se non usata davanti agli uomini, e quando, di conseguenza, nella sua applicazione, non si mostra alcuna considerazione per i fratelli deboli! (a) Nel primo modo la maggior parte del peccato è commesso nel nostro tempo. Perché non c’è quasi nessuno tra coloro la cui ricchezza permette loro di spendere di più, che non si diletti nello splendore opulento, come si mostra nelle spese per il cibo o nell’ornamento del corpo o nella costruzione di case, che non voglia distinguersi tra gli altri con ogni tipo di ostentazione e che non si compiaccia enormemente nel suo splendore! E tutto questo viene difeso con il pretesto della libertà cristiana! Dicono che sono cose indifferenti; certo, lo ammetto - ma allora devono anche essere applicate indifferentemente! Ma dove queste cose, che sono altrimenti lecite, sono troppo desiderate, dove sono arrogantemente insistite o scialacquate, sono sicure di essere inquinate da tali vizi, sebbene siano altrimenti del tutto lecite. Un’eccellente distinzione tra le cose indifferenti si trova nelle parole di Paolo: "Per i puri tutte le cose sono pure; ma per gli impuri e gli increduli nulla è puro, ma impura è la loro mente così come la loro coscienza!" (Tit. 1:15). Perché allora sono condannati i ricchi, come quelli che "hanno lì il loro salario" (Luca 6,24), quelli che "sono pieni", quelli che "ridono qui" (Luca 6,25), quelli che "dormono su divani d’avorio" (Am. 6,1.4), quelli che. "portare un campo all’altro" (Isa 5:8) e "avere arpe, salteri, timpani… e vino" ai loro banchetti (Isa 5:12)? Certamente l’avorio, l’oro e le ricchezze sono buone creature di Dio, date all’uso degli uomini, addirittura destinate dalla provvidenza di Dio. Non è nemmeno proibito da nessuna parte ridere, o essere soddisfatti, o unire nuovi possedimenti a quelli vecchi ed ereditati, o godere del suono della musica, o bere vino! Questo è certamente vero; ma quando un uomo, dove l’abbondanza dei suoi beni lo aiuta a farlo, sguazza nei piaceri, si lascia andare, inebria la mente e il cuore con i piaceri della vita presente, e ne strappa sempre di nuovi - tale comportamento è molto lontano dal giusto uso dei doni di Dio. Dovrebbero quindi abbandonare l’avidità smodata, lo spreco smodato, la vanità e la presunzione, e con una coscienza chiara applicare puramente i doni di Dio! Non appena il cuore è stato addestrato a tale modestia, la regola del giusto uso delle cose è già stata afferrata. Dove, invece, manca questa moderazione, anche i piaceri semplici e ordinari vanno già troppo oltre. Perché è già giusto dire: Sotto una gonna comune e in stracci grossolani spesso abita un cuore di porpora, e sotto il lino fine e la porpora spesso si nasconde la semplice umiltà! Perciò, che ogni uomo, nella sua posizione, viva magrissimamente o moderatamente o brillantemente - solo che tutti devono ricordare che Dio li nutre per vivere e non per banchettare. Che ognuno consideri dunque la legge della salvezza cristiana l’aver "imparato" con Paolo "in che cosa si deve accontentare", essere in grado di "essere in basso e in alto", essere "in tutto e per tutto abili sia ad essere sazi che ad avere fame, sia ad avere abbondanza che a mancare!" (Fili 4,11 s.).

III,19,10 (b) È anche un errore molto diffuso pensare che la libertà cristiana possa essere conservata sana e intatta solo avendo anche degli uomini come testimoni, e di conseguenza fare uso di questa libertà senza distinzione e senza discernimento. Attraverso tale uso inopportuno della libertà, spesso si arreca offesa ai fratelli deboli. Così oggi si vedono persone che pensano che la loro libertà non ha valore se non se ne sono impossessati mangiando carne il venerdì. Che mangino carne il venerdì non lo rimprovero; ma la falsa illusione così data deve essere strappata dal cuore; dovremmo considerare che attraverso la nostra libertà non guadagniamo qualcosa di nuovo davanti agli uomini, ma davanti a Dio, e che ha la sua essenza non solo nel godimento, ma anche nella privazione! Se uno sa che davanti a Dio non c’è nulla in gioco se mangiamo carne o uova, se indossiamo una gonna rossa o nera, allora questo è più che sufficiente! Così la coscienza è già risolta, e la benedizione di questa libertà arriva ad essa! Così, anche se ci asteniamo dal mangiare carne per il resto della nostra vita, anche se indossiamo sempre un solo colore (sulle nostre gonne), non siamo meno liberi per questo! Infatti, proprio perché si è liberi, si pratica anche tale astinenza con una coscienza libera! D’altra parte, è una caduta rovinosa se non si tiene conto della debolezza dei fratelli - e dovremmo sopportare tale debolezza in modo tale da non fare nulla di sconsiderato che possa causare offesa ad essa. Ma, si obietta, a volte è anche necessario affermare la nostra libertà davanti agli uomini! Ammetto anche questo; solo che dobbiamo esercitare la massima cautela nella moderazione, per non gettare via la cura per i deboli che il Signore ha posto così tanto sui nostri cuori!

III,19,11 Quindi voglio anche dire qualcosa qui sui fastidi. Nel fare ciò, dobbiamo considerare che tipo di distinzione dobbiamo fare qui, da quali offese dobbiamo guardarci e quali possiamo lasciare andare. Da questo possiamo poi determinare quale posto ha la nostra libertà tra gli uomini. Riconosco la distinzione abituale secondo la quale c’è, da un lato, un’offesa che si causa e, dall’altro, un’offesa che si toglie, perché questa distinzione ha la chiara testimonianza della Scrittura a suo favore e inoltre non esprime in modo diseguale ciò che la Scrittura rivela. Se un uomo, per perversa noncuranza, o per volubilità, o per malvagità, fa qualcosa che non è fatto nel giusto ordine e nel giusto posto, in modo da recare offesa agli inesperti e agli imprudenti, si dice che ha recato offesa; perché è colpa sua se tale offesa è sorta! In generale, si parla di un’offesa "data" in qualsiasi materia quando la colpa dell’offesa è dell’autore dell’atto stesso. Si parla di offesa quando un atto altrimenti non ingiusto o inopportuno viene preso come occasione di offesa per cattiveria e una sorta di malizia ripugnante. Perché non c’è alcuna offesa, ma queste persone interpretano male la questione e si offendono senza motivo. Solo i deboli sono offesi dal primo tipo di offesa, ma gli spiriti scontrosi e le persone con orgoglio farisaico sono offesi dal secondo tipo! Ecco perché vogliamo chiamare la prima la "vessazione dei deboli", la seconda la "vessazione dei farisei". In base a questo, possiamo mettere l’esercizio della nostra libertà sotto una misura tale che dovremmo prendere in considerazione l’ignoranza dei nostri fratelli deboli, ma in nessun caso la durezza dei farisei! Paolo ha mostrato più che abbastanza in molti punti ciò che dobbiamo ammettere come debolezza. Egli dice: "Accogliete i deboli nella fede" (Rom 14,1). Allo stesso modo: "Perciò non giudichiamo più gli uni gli altri, ma giudichiamo piuttosto, affinché nessuno sia un’offesa o un fastidio per il suo fratello" (Rom 14:13). (Rom 14:13). A questo corrispondono molte altre affermazioni, che è meglio leggere in questo capitolo che riprodurle qui. Il riassunto ci offre la parola: "Ma noi che siamo forti dobbiamo sopportare le infermità dei deboli e non avere piacere in noi stessi. Ognuno di noi si ponga dunque a piacere al suo prossimo per il bene, per la correzione" (Rom 15,1 s.). In un altro passo dice: "Ma fate in modo che questa vostra libertà non sia un’offesa ai deboli" (1Cor 8:9). (1Cor 8:9). Oppure: "Mangiate tutto quello che si vende nel mercato della carne, e non cercate, affinché risparmiate la vostra coscienza… Ma non parlo della vostra coscienza, ma di quella degli altri… Non recate offesa né ai Giudei né ai Greci né alla chiesa di Dio" (1 Cor. 10:25). (1Cor 10:25,29,32). O altrove: "Voi …, fratelli, siete chiamati alla libertà. Ma fate in modo che per la libertà non diate spazio alla carne; ma per amore servite gli uni agli altri". (Gal 5:13). È proprio così: la nostra libertà non ci è data (per usarla) contro il nostro prossimo, che è debole, e che l’amore ci ha dato da servire in ogni cosa, ma piuttosto perché possiamo avere la pace nei nostri cuori con Dio e quindi anche vivere pacificamente tra gli uomini! Ma quanto dobbiamo stimare la "vessazione dei farisei" lo apprendiamo dalle parole del Signore: "Lasciateli andare! Sono guide cieche per i ciechi!". (Mat 15,14). I discepoli gli avevano fatto notare che i farisei si erano offesi della sua parola (Mat 15,12). Rispose che non dovevano essere presi in considerazione e che non dovevano preoccuparsi se si offendevano!

III,19,12 Ma la questione rimane ancora nell’incertezza, se non sappiamo con certezza chi dobbiamo considerare debole e chi dobbiamo considerare un fariseo. Perché questa distinzione non deve essere abolita, altrimenti non so che uso dobbiamo fare della nostra libertà tra tutti i reati; altrimenti non potrebbe mai partire senza il più grande pericolo! Ma mi sembra che Paolo, nel suo insegnamento e nel suo stesso esempio, abbia spiegato con la massima chiarezza fino a che punto dobbiamo essere moderati nella nostra libertà e fino a che punto dobbiamo usarla anche quando siamo sotto pressione. Egli circoncise Timoteo quando lo accettò come compagno (Atti 16:3). Al contrario, non poteva essere portato a circoncidere Tito! (Gal 2,3). Questi sono due modi completamente diversi di comportarsi - eppure non c’è stato alcun cambiamento nella sua intenzione o nel suo atteggiamento! Quando circoncise Timoteo, lo fece secondo la sua parola: "Sebbene io sia libero da tutti gli uomini, tuttavia mi sono fatto servo di tutti gli uomini, per guadagnarne molti. Per gli ebrei sono diventato come un ebreo, per vincere gli ebrei. A quelli che sono sotto la legge sono diventato come sotto la legge, per vincere quelli che sono sotto la legge!". (1Cor 9:19 s.). "Io sono diventato tutto per tutti gli uomini, per salvarne alcuni in ogni luogo" (1Cor 9:22). (1Cor 9:22). Qui abbiamo davanti a noi la giusta moderazione nella libertà: succede quando ci si può astenere in modo indifferente e se questo porta qualche frutto! Ciò che Paolo, d’altra parte, aveva in mente quando rifiutò così fermamente di circoncidere Tito, egli stesso lo testimonia: "Ma nemmeno Tito fu costretto a essere circonciso, che era con me, sebbene fosse un greco. Infatti, quando alcuni falsi fratelli si sono introdotti tra noi e si sono insinuati accanto a noi per spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, per prenderci in cattività, non ci siamo allontanati da loro neanche un’ora per essere sottomessi a loro, affinché la verità del vangelo rimanesse con voi". (Gal 2:3-5). Qui abbiamo davanti a noi un caso in cui era necessario affermare la libertà: questo è quando la libertà è messa in pericolo da richieste irragionevoli di falsi apostoli nelle coscienze. In ogni caso, però, dobbiamo dirigere i nostri sforzi verso l’amore e sforzarci di edificare il nostro prossimo. Paolo dice altrove: "Ho tutto il potere, ma non tutta la devozione". Ho tutto il potere, ma non migliora tutto. Che nessuno cerchi il suo, ma ogni uomo il suo!". (1Cor 10:23 s.). La regola di gran lunga più chiara, quindi, è questa: dovremmo fare uso della nostra libertà quando serve all’edificazione del nostro prossimo; ma se non serve al nostro prossimo, dovremmo farne a meno! Ci sono anche persone che sembrano imitare la prudente prudenza di Paolo e si astengono anche dalla libertà - ma non lo fanno in alcun modo perché vogliono mettere la loro libertà al servizio dell’amore. Piuttosto, si preoccupano della loro tranquillità e quindi vogliono che ogni accenno alla libertà sia sepolto. Eppure il nostro vicino beneficia tanto se usiamo la nostra libertà per il suo beneficio e la sua edificazione di tanto in tanto, quanto se la usiamo con moderazione per il suo beneficio nel luogo dato! Che un uomo pio si ricordi che gli è stata data libera autorità nelle cose esteriori, per essere meglio disposto a tutto il servizio dell’amore!

III,19,13 Tutto quello che ho appena detto sull’evitare l’offesa dovrebbe, però, riferirsi solo alle "cose di mezzo" e alle cose indifferenti (che sono lasciate a noi). Perché ciò che dobbiamo necessariamente fare, non dobbiamo ometterlo per paura di qualche offesa! Come la nostra libertà deve essere subordinata all’amore, così l’amore deve essere subordinato alla purezza della fede! Certamente, anche l’amore dovrebbe essere preso in considerazione - ma "solo fino all’altare"; cioè, non dovremmo offendere Dio per amore del nostro prossimo! Certamente non è da lodare l’irruenza con cui alcune persone vogliono sempre causare scompiglio in tutto ciò che fanno e mettere tutto in rovina invece di abolirlo gradualmente. Ma non dobbiamo nemmeno ascoltare coloro che si mostrano leader in mille tipi di empietà e pretendono di fare tutto questo solo per non offendere il prossimo! Come se non costruissero così la coscienza del prossimo al male, soprattutto quando sono sempre bloccati nella stessa sporcizia senza alcuna speranza di uscirne di nuovo! Ci sono anche persone "gentili" che, quando si tratta di istruire il prossimo con la dottrina o con il proprio esempio di vita, dicono subito che bisogna dargli da bere del latte - mentre in realtà gli insegnano le opinioni peggiori e più perniciose! Certamente, Paolo ci ricorda che ha dato da bere latte ai Corinzi (1Cor 3:2). Ma se la messa papale fosse esistita tra loro a quel tempo - avrebbe allora servito la messa per "dare loro del latte da bere"? Certamente no: perché il latte non è un veleno! È una menzogna, dunque, quando si pretende di nutrire gli uomini e poi li si uccide crudelmente con la scusa delle lusinghe! Ma ammettiamo che tale considerazione sia temporaneamente accettabile - ma per quanto tempo si continuerà a dare tale "latte" ai propri figli? Perché se non crescono mai, così che non possono tollerare nemmeno il cibo più tenero, certamente non sono mai stati cresciuti con il (vero) latte! Tuttavia, non voglio entrare in una battaglia feroce con i sostenitori di tali opinioni, e ci sono due ragioni che mi impediscono di farlo: In primo luogo, le loro sciocchezze non valgono la pena di essere confutate, perché sono comunque giustamente screditate da tutte le persone ragionevoli; in secondo luogo, ho presentato queste cose a sufficienza in scritti speciali, e non voglio fare nulla due volte. Il lettore deve tenere solo questo: Che Satana, insieme al mondo, cerchi di dissuaderci dai comandamenti di Dio con tutti i fastidi che può, o che ci impedisca di seguire ciò che Dio ci ha prescritto, noi dobbiamo comunque continuare sulla nostra strada con alacrità; che continuiamo ad essere minacciati con tutti i pericoli che possiamo, non abbiamo la libertà di deviare nemmeno di un dito dal comando di questo Dio, e non ci è permesso con nessun pretesto di intraprendere qualcosa che lui non permette!

III,19,14 Se la coscienza credente è dotata di quel privilegio di libertà che abbiamo descritto sopra, lo ha ottenuto grazie alla beneficenza di Cristo, che in quelle cose che la volontà di Dio le impone di essere libera, non sarà impigliata nelle pastoie di nessun obbligo. Osserviamo quindi che è tolto dal potere di tutti gli uomini. Perché sarebbe indegno se Cristo venisse privato della grazia concessa da tale liberalità, o se la coscienza stessa venisse privata del frutto che ne deriva. Né questa libertà è da considerarsi una cosa da poco; vediamo quanto è costata a Cristo: perché non l’ha comprata con oro o argento, ma con il suo stesso sangue! (1Piet 1,18 s.). Paolo dichiara addirittura senza esitazione che se diamo le nostre anime alla schiavitù degli uomini, la morte di Cristo è così resa inefficace: (Gal 5,1 ss.). In diversi capitoli di Galati non si occupa che di questo: Cristo è oscurato da noi, anzi spento, se la nostra coscienza non esiste nella sua libertà; ma è certamente caduta fuori da questa libertà se può essere intrappolata nelle pastoie delle leggi e degli statuti secondo la discrezione umana! (Gal 5,1.4). Ma poiché si tratta di una questione assolutamente degna di riconoscimento, è necessario uno svolgimento più lungo e più chiaro. Infatti, appena si parla dell’abolizione delle ordinanze degli uomini, i ribelli, così come i blasfemi, fanno un rumore tremendo, come se tutta l’obbedienza tra gli uomini fosse subito abolita e rovesciata.

III,19,15 Affinché nessuno si offenda per questa pietra, dobbiamo prima notare che ci sono due tipi di governo tra gli uomini. Uno è spirituale: istruisce la coscienza nella pietà e nel culto di Dio. L’altro è civile (politicum): ci educa ai doveri dell’umanità e della vita civile, che devono essere sostenuti tra gli uomini. Di solito si parla qui di giurisdizione "spirituale" e "temporale". Questi nomi non sono inappropriati; hanno il seguente significato: il primo tipo di governo riguarda la vita dell’anima; il secondo, invece, ha a che fare con ciò che appartiene alla vita presente; certo, non si occupa solo del cibo e del vestiario, ma prescrive anche leggi secondo le quali l’uomo deve organizzare la sua vita tra gli uomini in modo santo, onorevole e ordinato. Quest’ultimo reggimento ha la sua sede nel profondo del cuore, mentre il primo regola solo i costumi esteriori. Possiamo chiamare l’uno il "regno spirituale", l’altro il regno "civile". Ma questi due, come li abbiamo ora divisi, devono sempre essere considerati separatamente; quando guardiamo l’uno, dobbiamo richiamare il nostro cuore dalla considerazione dell’altro e allontanarlo! Ci sono, per così dire, due mondi nell’uomo, in cui possono regnare re diversi e leggi diverse. La conseguenza di questa distinzione è che applichiamo erroneamente ciò che il Vangelo insegna sulla libertà spirituale all’ordine civile, come se i cristiani fossero meno soggetti alle leggi umane secondo la regola esteriore perché la loro coscienza è diventata libera davanti a Dio, come se fossero quindi esenti da ogni servitù secondo la carne perché sono liberi secondo lo Spirito! Ma anche con tali statuti, che sembrano appartenere al regno spirituale, l’errore può ancora verificarsi, e quindi si deve fare una distinzione tra questi statuti tra quelli che devono essere considerati leciti, cioè in accordo con la parola di Dio, e quelli che non devono avere posto tra i pii. Parlare del governo civile sarà il posto altrove. Mi asterrò anche dal parlare qui delle leggi ecclesiastiche, perché una trattazione più dettagliata appartiene al quarto libro (di quest’opera), cioè alla descrizione del potere della chiesa. Tuttavia, vorrei concludere la presente discussione con la seguente considerazione. Questa questione, che, come ho detto, non è di per sé oscura e confusa, causa a molti grandi difficoltà perché non distinguono abbastanza nettamente tra il potere giuridico "esterno" - come viene chiamato - e quello della coscienza. Inoltre, l’imbarazzo è aumentato dal fatto che, secondo il comandamento di Paolo, dovremmo obbedire alle autorità non solo per paura della punizione, ma anche "per amore della coscienza"! (Rom 13:1, 5). Da ciò deriva (così si pensa) che la nostra coscienza è anche legata alle leggi civili. Se fosse così, tutto quello che abbiamo detto poco sopra, e tutto quello che faremo ancora del reggimento spirituale, crollerebbe! Per sciogliere questo nodo, vale la pena prima di tutto determinare che cos’è la coscienza. Prendiamo la descrizione di questo concetto dalla radice (linguistica) della parola. Gli uomini raggiungono la conoscenza delle cose attraverso la mente e la comprensione; si dice quindi: sanno questo e quello, e da questo deriva la parola scienza. Ma hanno anche il senso del giudizio divino, che, come un testimone, è sempre con loro, non lascia che nascondano il loro peccato, ma li trascina come colpevoli davanti al seggio del giudizio di Dio. Questo sentimento si chiama coscienza (conscientia = co-conoscenza!). In un certo senso, è qualcosa che si frappone tra Dio e l’uomo, perché non permette all’uomo di sopprimere dentro di sé ciò che sa, ma lo incalza finché non confessa la sua colpa. - Questo è ciò che Paolo intende con il suo insegnamento che la coscienza rende testimonianza allo stesso tempo dell’essere umano, cioè quando i pensieri si accusano o si scusano davanti al tribunale di Dio (Rom 2,15 s.). La mera conoscenza potrebbe, per così dire, rimanere chiusa (e quindi inefficace, nascosta) nell’uomo. Questo sentimento, dunque, che pone l’uomo davanti al giudizio di Dio, è, per così dire, un guardiano attaccato a lui, che osserva e vede attraverso tutti i suoi segreti, in modo che nulla rimanga sepolto nelle tenebre! Da qui il vecchio detto: la coscienza è come mille testimoni! Per la stessa ragione, Pietro equipara la testimonianza di una buona coscienza davanti a Dio alla tranquillità dei nostri cuori quando stiamo senza paura davanti a Dio nella certezza della grazia di Cristo (1Piet 3,21). Inoltre, quando l’autore di Ebrei dice che le persone "non hanno più la coscienza dei peccati" (Ebr 10:2), intende dire che sono state liberate e assolte in modo che il peccato non le opprima più.

III,19,16 Così come le nostre opere si riferiscono agli uomini, così la coscienza si riferisce a Dio. Una buona coscienza non è quindi altro che la purezza interiore del cuore. In questo senso Paolo scrive: "La somma principale della legge è l’amore… di buona coscienza e di fede non finta" (1Ti 1,5). Nello stesso capitolo mostra poco dopo quanto la coscienza sia diversa dalla semplice conoscenza: parla (1Ti 1:19) di alcuni che "sono naufragati nella fede" e dichiara che hanno "gettato via la coscienza". Con queste parole egli chiarisce che la coscienza è un impulso vivo a servire Dio e un puro sforzo per una vita pia e santa. A volte la coscienza è anche riferita alle persone; per esempio, quando Paolo testimonia in Luca di essersi preoccupato "di avere una coscienza inviolata in ogni cosa, sia verso Dio che verso gli uomini" (Atti 24:16). Ma questo viene detto perché i frutti di una buona coscienza scorrono e penetrano anche nelle persone. In senso proprio, però, la coscienza guarda solo a Dio, come ho già detto. Così diciamo anche che una legge "vincola" la coscienza quando obbliga direttamente l’uomo, senza guardare le persone e senza considerazione per loro! Per esempio: Dio non solo ci ha comandato di mantenere i nostri cuori casti e puri da ogni lussuria, ma ha anche proibito ogni parola vergognosa e ogni opulenza esteriore. La mia coscienza è obbligata ad osservare questo comandamento, anche se non ci fosse una sola persona al mondo. Chi non è casto nella sua condotta pecca non solo in quanto dà un cattivo esempio ai fratelli, ma ha anche una coscienza colpevole davanti a Dio. Ma è diverso con ciò che è di per sé una "cosa di mezzo". Dobbiamo astenercene se ci offende - ma con la coscienza libera! In questo senso Paolo parla della carne consacrata agli idoli; dice: "Ma se qualcuno vi dà motivo di preoccupazione, non toccate la carne per amore della coscienza. Ma io dico della coscienza non di te stesso, ma di un altro" (1Cor 10:28 s. versetto 26 sommariamente). Il credente peccherebbe quindi se mangiasse tale carne nonostante l’avvertimento precedente. Ma anche se, secondo il comando di Dio, deve praticare tale astinenza per considerazione verso il fratello, non per questo cessa di conservare la libertà della sua coscienza. Così vediamo come una tale legge vincola l’opera esteriore, ma lascia libera la coscienza.


Capitolo Venti

La preghiera, che è l’esercizio più nobile della fede e attraverso la quale prendiamo i doni di Dio ogni giorno.

III,20,1 Dalla discussione precedente vediamo chiaramente quanto l’uomo sia povero e vuoto di tutti i beni; in effetti, gli manca tutto ciò che potrebbe procurargli la salvezza! Così, quando chiede aiuto per rimediare alla sua mancanza, deve uscire da se stesso e prenderlo da qualche altra parte. Allora ci sarà chiaro dopo che il Signore si rivela a noi di sua spontanea volontà e per pura dolcezza nel suo Cristo, nel quale ci offre piena felicità per la nostra miseria, ricchezze per la nostra mancanza, e nel quale ci apre tutti i tesori celesti. Allora, che la nostra fede guardi interamente al Figlio prediletto di Dio, che tutta la nostra attesa sia appesa a lui, che tutta la nostra speranza sia risolta e riposi in lui. Ora questa è una saggezza segreta, nascosta, che non può essere afferrata dalle conclusioni, ma che è conosciuta solo da coloro i cui occhi Dio ha aperto, affinché possano "vedere la luce nella sua luce"! (Sal 36:10). Ma una volta che siamo stati istruiti dalla fede alla realizzazione che tutto ciò di cui abbiamo bisogno e ciò che noi stessi manchiamo si trova in Dio e nel nostro Signore Gesù Cristo - nel quale, secondo la volontà del Padre, abita tutta la pienezza della sua bontà, in modo che noi tutti possiamo attingere da essa come da una sorgente riccamente zampillante! Non ci resta che cercare da lui ciò che sappiamo essere deciso in lui, e chiederglielo nelle nostre preghiere! Se abbiamo solo la conoscenza che Dio è il Signore e datore di ogni bene, e che lui stesso ci invita a chiederglielo, e se non ci avviciniamo a lui e non glielo chiediamo, allora tale conoscenza non ci serve a niente, come se a qualcuno viene mostrato un tesoro e poi lo seppellisce nel terreno e lo lascia sepolto e inosservato! L’apostolo vuole anche mostrarci che la fede non può essere senza l’invocazione di Dio; quindi stabilisce l’ordine: Come la fede cresce dal vangelo, così ancora attraverso di esso i nostri cuori sono preparati a invocare il nome di Dio (Rom 10:14). Egli ha però già affermato la stessa cosa poco prima: vi parla dello "spirito di filialità" che sigilla la testimonianza del vangelo nei nostri cuori (Rom 8,26), e poi dice che questo spirito prepara anche il nostro spirito, così che ora osa presentare a Dio le sue richieste di preghiera, risvegliando in noi un "gemito inesprimibile" (Rom 8,26) e chiamando con fiducia: "Abba, caro Padre!" (Rom 8:15). È quest’ultima connessione che dobbiamo ora trattare più in dettaglio, perché finora è stata menzionata solo di sfuggita ed è stata, per così dire, solo sfiorata.

III,20,2 Ora il beneficio della preghiera ci dà questo, che possiamo penetrare alle ricchezze che sono conservate per noi dal Padre celeste. La preghiera, dunque, è in un certo senso il rapporto dell’uomo con Dio: egli entra nel santuario del cielo e ricorda personalmente a Dio le sue promesse! E così facendo, dove la necessità lo richiede, può sperimentare che ciò che ha creduto nella Parola in risposta alla sua semplice promessa indicativa non è senza effetto! Per questo vediamo anche come non ci viene messo davanti nulla che dobbiamo aspettarci da Dio senza ricevere allo stesso tempo anche l’istruzione di desiderarlo nella preghiera. Allora è proprio vero: la preghiera scava i tesori che la nostra fede ha trovato e visto esposti nel Vangelo del Signore! Ma quanto sia necessaria la pratica della preghiera e in quanti modi essa ci benefici non può essere espressa sufficientemente a parole. Non è davvero senza motivo che il Padre celeste ci testimonia che l’unico mezzo della nostra salvezza consiste nell’invocare il suo nome; perché così facendo invochiamo allo stesso tempo anche la presenza della sua provvidenza, in cui è sempre all’erta per prendersi cura di noi in ogni cosa, la presenza della sua potenza, con cui sostiene noi che siamo deboli e quasi stanchi, e la presenza della sua bontà, con cui accoglie nella sua grazia noi che siamo miseramente oppressi dal peso dei nostri peccati. In breve, quando invochiamo il suo nome, invochiamo Dio del tutto, perché si mostri presente a noi! Questo dà alla nostra coscienza una calma e un riposo gloriosi, perché quando abbiamo presentato al Signore l’afflizione che ci opprime, troviamo una sicurezza completa nel fatto che Colui che, secondo la nostra ferma convinzione, vuole il meglio per noi ed è capace di creare il meglio per noi, ora conosce tutti i nostri bisogni!

III,20,3 Ma qualcuno potrebbe obiettare: Dio non sa forse, anche senza un ammonitore, cosa ci affligge e cosa ci è utile? In questo modo, potrebbe sembrare quasi superfluo disturbarLo con le nostre petizioni - proprio come se non volesse accorgersi di nulla o stesse addirittura dormendo finché la nostra voce non lo svegliasse! Ma chi trae tali conclusioni non tiene conto dello scopo per il quale il Signore ha istruito i suoi a pregare. Non l’ha ordinato tanto per il suo bene quanto per il nostro! È vero che Egli vuole, come è giusto, che sia giustificato, in quanto gli uomini riconoscono veramente come proveniente da Lui tutto ciò che gli chiedono e che, secondo la loro esperienza, serve al loro beneficio, e lo testimoniano anche nelle loro preghiere. Ma il frutto di questo sacrificio con il quale lo si adora beneficia anche noi a nostra volta! Più i santi padri lodavano con fiducia i benefici di Dio su se stessi e sugli altri, più erano spinti a pregare! L’esempio di Elia può bastare: aveva la certezza del consiglio di Dio, aveva già promesso la pioggia ad Achab, e non senza sapere quello che stava facendo; eppure ha implorato questa pioggia in ginocchio e ha mandato il suo servo sette volte a cercarla! (1Re 18:41 e seguenti). Questo non perché avesse ritirato la sua fede dalla parola di Dio che gli era stata data, ma perché sapeva che era suo dovere portare i suoi desideri davanti a Dio, affinché la fede non fosse assopita o inattiva! Dio è certamente in guardia e vigile, anche quando siamo insensibili e miopi alla nostra miseria; viene anche in nostro aiuto a volte senza che glielo abbiamo chiesto; ma è comunque molto importante per noi che sia continuamente chiamato da noi! Ci abituiamo così a rifugiarci in lui come l’ancora santa in ogni angoscia - e sopra questo i nostri cuori saranno riempiti di un ardente desiderio di cercarlo in ogni momento, di amarlo e di servirlo! Inoltre, dovremmo imparare a presentargli tutti i nostri desideri, anche a versare tutto il nostro cuore davanti a lui - e questo dovrebbe far sì che nessun desiderio, anzi nessun desiderio, sorga nel nostro cuore, dove avremmo paura di rendergli testimonianza. Allora dovremmo anche arrivare ad accettare i suoi benefici con vera, sentita gratitudine e ringraziamento; il nostro stesso chiedere ci ricorda che tutti questi doni vengono a noi dalla sua mano! Quando abbiamo ottenuto ciò per cui abbiamo pregato, e vive in noi la certezza che egli ha esaudito i nostri desideri, allora dovremmo essere spinti tanto più ardentemente a contemplare la sua bontà e allo stesso tempo ad accettarla con maggiore gioia, che, come ora sappiamo, abbiamo ottenuto attraverso le nostre preghiere! E infine riconosciamo che non solo promette che sarà sempre con noi, e che non solo ci apre la porta per invocarlo di sua spontanea volontà nei momenti di bisogno, ma che in effetti ha sempre teso la mano per aiutare i suoi, che non li inganna a parole, ma li protegge con un aiuto effettivo! E sotto tale conoscenza la Sua provvidenza deve essere provata ai nostri cuori secondo la misura della sua debolezza proprio dall’esperienza e dalla prova. Per queste ragioni il Padre, nella sua grande misericordia, anche se non dorme e non si assopisce mai, si presenta per lo più addormentato e assopito, affinché noi, che altrimenti siamo tiepidi e pigri, possiamo in tal modo esercitarci, con nostro grande beneficio, a cercarlo, chiederlo, supplicarlo! È sciocco, dunque, per coloro che, per trattenere i cuori degli uomini dal pregare, dicono che è vano stancare la Provvidenza di Dio, che è sempre all’erta per ogni cosa, con le nostre grida inquietanti! Certamente non è invano quando il Signore stesso testimonia che Egli è "vicino a tutti coloro che invocano il suo nome con sincerità"! (Sal 145,18; non il testo di Lutero). Né ha senso che altri dicano che è superfluo chiedere cose che il Signore è disposto a concedere di sua spontanea volontà. Vuole che riconosciamo che le stesse cose che ci dà liberamente ci sono concesse in risposta alle nostre richieste! Questo è testimoniato in un Sal memorabile, che è accompagnato da molte parole simili: "Gli occhi del Signore sono attenti ai giusti, e i suoi orecchi sono attenti al loro grido" (Sal 34:16). Qui si loda la provvidenza di Dio, che cerca liberamente di provvedere alla salvezza dei pii, ma allo stesso tempo non si lascia da parte l’esercizio della fede, che scaccia ogni lassismo dal cuore dell’uomo. Così gli occhi di Dio guardano per aiutare il bisogno di noi che siamo ciechi, ma d’altra parte vuole anche sentire i nostri sospiri per provare ancora meglio il suo amore per noi! Così sono vere entrambe le cose: "Il guardiano d’Israele non dorme né si assopisce" (Sal 121,4) - e tuttavia si ferma anche, come se si fosse dimenticato di noi, quando ci vede casualmente e muti!

III,20,4 Ora la prima regola per rendere la nostra preghiera giusta e buona dovrebbe essere questa: Dobbiamo avere la mente e il cuore che si addice a persone che si mettono in cammino per avere una conversazione con Dio! Per quanto riguarda la nostra mente, adempiremo questa regola quando sarà libera da tutte le preoccupazioni e i pensieri carnali che potrebbero allontanarla o condurla lontano dallo sguardo dritto e puro su Dio, e non solo si dirige con tutta la sua tensione alla preghiera, ma addirittura si eleva al di sopra di se stessa e la porta avanti il più possibile. Naturalmente, non intendo dire che la nostra mente debba essere così liberata da non essere più turbata e attaccata da alcuna ansia; al contrario, il caldo fervore della preghiera deve essere acceso in noi da molte afflizioni! Vediamo come i santi servitori di Dio testimoniano un’angoscia infinita, per non parlare dell’ansia; dicono che alzano la loro voce a Dio dalle profondità dell’abisso e dalle fauci della morte! No, voglio dire questo: dobbiamo mettere da parte tutte le preoccupazioni estranee e invadenti che trascinano le nostre menti già instabili avanti e indietro, ci trascinano giù dal cielo e ci premono sulla terra. Quando dico che la nostra mente deve elevarsi al di sopra di se stessa, intendo questo: non deve portare davanti al volto di Dio nulla di ciò che la nostra ragione cieca e stolta è solita escogitare, né deve lasciarsi confinare nei limiti della propria vanità, ma deve elevarsi alla purezza che è degna di Dio.

III,20,5 Si tratta di due requisiti, entrambi estremamente degni di nota. (Prima di tutto:) Colui che si mette a pregare dovrebbe anche dirigere tutti i suoi pensieri e sforzi ad esso, e non - come di solito accade - lasciarsi trascinare da pensieri svolazzanti. Perché nulla è più ripugnante per la riverenza a Dio di una tale frivolezza, che testimonia solo una voluttà che si lascia andare troppo lontano e si distacca da ogni timore. Qui dobbiamo fare uno sforzo tanto maggiore quanto più è difficile secondo la nostra esperienza. Perché nessuno è così ansioso di pregare che non si accorge che sorgono molti pensieri trasversali che interrompono il corso della preghiera o lo fermano con qualche svolta o distrazione. Allora dobbiamo essere aiutati dal pensiero di quanto sia indegno abusare della grande bontà di Dio, con cui ci ammette a un’intima conversazione, mescolando il santo e l’empio; ma questo è ciò che accade quando la riverenza per lui non mantiene i nostri sensi interamente legati a lui, ma fingiamo di parlare con un uomo comune, e poi nella nostra preghiera lo dimentichiamo e svolazziamo qua e là! Dobbiamo sapere, allora, che solo colui che è preso dalla maestà di Dio, e poi mette via da sé tutte le preoccupazioni e gli impulsi terreni, e si avvicina ad essa, si mette giustamente e correttamente a pregare! Questo è il significato della pia usanza di alzare le mani in preghiera: l’uomo deve ricordarsi che è lontano da Dio se non alza i suoi sensi in alto! Così dice il Sal 25: "A te ho innalzato la mia anima" (Sal 25,1; non è il testo di Lutero, ma quasi letteralmente il testo base). La Scrittura usa spesso la frase: "innalzare la preghiera" (ad esempio Isa 37:4): le persone che vogliono essere ascoltate da Dio non devono rimanere bloccate nella loro sporcizia! Per riassumere, quanto più Dio è generoso con noi, invitandoci gentilmente a deporre il peso di tutte le nostre preoccupazioni nel suo seno, tanto meno siamo scusabili se le sue gloriose, incomparabili buone azioni non prevalgono su tutto il resto e ci attirano a sé, in modo che dirigiamo seriamente tutti i nostri pensieri e sforzi alla preghiera! Ma questo non può accadere se la nostra mente non lotta coraggiosamente contro tutti gli ostacoli e non li supera. In secondo luogo, abbiamo poi anche stabilito che dobbiamo chiedere solo quanto Dio ci permette. Tuttavia, Egli ci comanda di versare i nostri cuori davanti a Lui (Sal 62:9). Ma nel fare questo, non lascia che i nostri impulsi sciocchi e malvagi abbattano indistintamente le redini! Quando promette che agirà secondo la volontà dei pii, allora la sua tolleranza non arriva a sottomettersi alla nostra discrezione! Ma in entrambe le cose c’è sempre un grave errore. Non solo molte persone osano rivolgersi a Dio con le loro sciocchezze senza timidezza e senza riverenza, e portano sfacciatamente davanti alla sua sede di giudizio tutto ciò che in qualche modo è capitato loro in sogno - no, sono addirittura in possesso di una tale stoltezza e insensibilità che impongono a Dio senza timidezza i loro desideri più sporchi, che si vergognerebbero molto di far conoscere agli uomini! Questa presunzione è stata anche ridicolizzata e detestata da alcuni uomini empi, ma tuttavia questo vizio ha sempre regnato. Così è successo che gli uomini affamati di onore hanno chiamato Giove loro patrono, gli uomini avari Mercurio, gli uomini assetati di conoscenza Apollo e Minerva, gli uomini amanti della guerra Marte, e i corteggiatori Venere! Allo stesso modo, le persone oggi - come ho già accennato - lasciano ai loro desideri illeciti una libertà più esuberante nella preghiera che se si raccontassero storie divertenti da pari a pari! Ma Dio non tollera una tale beffa con la sua bontà, ma conserva il suo diritto, e quindi sottomette i nostri desideri al suo comando e li tiene fermamente sotto controllo. Perciò dobbiamo ricordare la parola di Giovanni: "E questa è la gioia che abbiamo in lui, che se chiediamo qualcosa secondo la sua volontà, egli ci ascolta" (1Gio 5:14). Ora la nostra capacità è lontana dall’essere capace di tale perfezione, e quindi dobbiamo cercare un rimedio che ci venga in aiuto. Come noi (quando preghiamo) dobbiamo dirigere tutta l’acutezza della nostra mente verso Dio, così anche l’agitazione del cuore deve prendere la stessa direzione. Ma entrambi cadono molto in basso, o meglio, diventano stanchi e noiosi, o addirittura spinti nella direzione opposta. Per aiutare questa nostra debolezza, Dio ci dà lo Spirito Santo come maestro nelle nostre suppliche: ci dice cosa è giusto e porta i nostri impulsi nella giusta misura. Poiché noi "non sappiamo pregare come dovremmo", egli viene in nostro aiuto e intercede per noi "con gemiti inesprimibili" (Rom 8:26). Questo non significa che abbia realmente pregato o sospirato, ma che risveglia in noi confidenze, desideri e sospiri che le nostre forze naturali non sarebbero mai in grado di produrre. Non è senza motivo che Paolo chiama "inesprimibili" i sospiri che i credenti emettono sotto la guida dello Spirito: chi è veramente esercitato nella preghiera sa bene come sia così invischiato in paure segrete che difficilmente riesce a trovare ciò che dovrebbe dire; anzi, anche se cerca di balbettare, si blocca presto nella confusione. Da ciò deriva che la giusta preghiera è un dono speciale. Questo non è detto affinché noi possiamo cedere al nostro lassismo, lasciare il compito di pregare interamente allo Spirito di Dio, e cadere ora pigramente e indolentemente in quella disattenzione a cui siamo comunque più che inclini! Si possono infatti sentire voci empie che dicono che dovremmo aspettare impassibilmente che lo Spirito preceda i nostri sensi, che sarebbero occupati con altre cose! No, lo scopo di tutte queste osservazioni è piuttosto quello di piangere profondamente la nostra pigrizia e l’indolenza e quindi desiderare tale assistenza dallo Spirito. Quando Paolo ci comanda di "pregare nello Spirito" (1Cor 14:15), non cessa di esortarci alla vigilanza; così indica che l’impulso dello Spirito esercita effettivamente la sua potenza nel spingerci a pregare, ma in modo tale che non ostacola o inibisce in alcun modo il nostro sforzo! Perché è proprio in questo passaggio che Dio vuole mettere alla prova la potenza con cui la fede spinge i nostri cuori!

III,20,6 Ora la seconda regola: nella nostra preghiera dobbiamo sempre sentire veramente la nostra mancanza, considerare seriamente che ci manca tutto ciò che chiediamo, e di conseguenza unire alla nostra preghiera un desiderio sincero, persino ardente di ottenerlo. Molta gente chiacchiera le sue preghiere in modo affaristico secondo formule fisse, come se stesse eseguendo un servizio fisso per Dio. Confessano che questo è un rimedio necessario per i loro bisogni, perché sarebbe una rovina perdere l’aiuto di Dio per il quale pregano. Ma è evidente che lo fanno solo per abitudine, perché i loro cuori sono freddi e non considerano nemmeno quello che chiedono. È vero che sono spinti a pregare da un senso generale e confuso della loro angoscia, ma non entrano così in un’ansia come quella che si prova in una questione di urgenza immediata, in modo che possano davvero lottare per un sollievo della loro miseria! Cosa c’è di più brutto e ripugnante per Dio dell’ipocrisia di uno che desidera il perdono dei peccati, ma nel frattempo pensa di non essere affatto un peccatore, o almeno non ritiene di esserlo! Con tale ipocrisia ci si fa apertamente beffe di Dio! Ma la razza umana, come ho già detto, è piena di una tale bassezza che spesso gli uomini chiedono a Dio delle cose solo per sollevarsi da un obbligo, ma nel frattempo sono sicuri che verrebbero da qualche altra parte senza la sua benevolenza, o che le hanno già. Poi ci sono altri la cui offesa sembra più facile, ma è anche abbastanza intollerabile: hanno solo imparato l’unico principio che si deve piacere a Dio con le preghiere, e quindi mormorano le loro preghiere senza pensare. I pii, d’altra parte, devono stare molto attenti a non presentarsi davanti a Dio e desiderare qualcosa che non desiderano ardentemente nel fervore del loro cuore e allo stesso tempo sforzarsi di ottenere da Lui. A prima vista potrebbe sembrare che non ci stiamo occupando dei nostri bisogni quando preghiamo per la gloria di Dio, ma anche lì dobbiamo pregare con un desiderio non meno fervente e urgente. Per esempio, quando preghiamo: "Sia santificato il tuo nome", dobbiamo, se posso dirlo, avere fame e sete con fervore di tale santificazione.

III,20,7 Se qualcuno qui obietta che non siamo sempre spinti a pregare dalla stessa necessità, lo ammetto; è anche utile che Giacomo ci insegni già tale distinzione: "Se qualcuno tra voi soffre, preghi; se qualcuno è di buon umore, canti salmi". (Gc 5,13). Il buon senso ci dice che quelli di noi che sono troppo permissivi saranno occasionalmente spinti da Dio a pregare più intensamente, a seconda del bisogno. Davide chiama questo tempo "il tempo giusto" (Sal 32:6); perché quanto più siamo oppressi - come spiega in molti altri passi - da difficoltà, avversità, terrore e ogni tipo di altre tentazioni, tanto più liberamente ci è aperto l’accesso a Dio - è proprio come se Lui ci attirasse a sé attraverso tali avversità! Tuttavia, non è meno vero quando Paolo ci dice di pregare "sempre" (Efes 6:18). Perché anche se, secondo il nostro cuore, tutto va bene, anche se siamo circondati dalla gioia, non c’è mai un momento in cui la nostra povertà non ci ricordi di pregare. Anche se uno ha abbondanza di vino e di grano, non può godere nemmeno di un boccone di pane senza la grazia costante di Dio, e quindi i magazzini e i granai non sono suscettibili di ostacolare la sua richiesta di "pane quotidiano"! Se poi consideriamo quanti pericoli ci minacciano in ogni momento, la sola paura ci insegnerà che non dobbiamo rinunciare a pregare. Ma questo può essere visto ancora più chiaramente nelle questioni spirituali. Quando tutti i nostri peccati, di cui siamo coscienti, dovrebbero permetterci di diventare sicuri e di astenersi dal chiedere umilmente la redenzione della colpa e della pena? Quando allora le tentazioni ci concederanno una tregua, così che non dovremo affrettarci a cercare aiuto? Inoltre, lo zelo per il regno e la gloria di Dio non deve coglierci a intervalli, ma continuamente, in modo da avere sempre la stessa opportunità di pregare! Quindi non è invano che ci viene comandato così spesso di pregare "senza sosta". Non sto ancora parlando della perseveranza nella preghiera; di questo si dovrà parlare più tardi. Ma quando la Scrittura ci ammonisce a pregare senza sosta, rimprovera il nostro lassismo: non sentiamo quanto sia necessaria per noi questa cura e diligenza! Questa regola allontana dalla preghiera l’ipocrisia e l’inganno con cui si mente a Dio; anzi, le allontana molto. Dio promette di essere vicino a tutti coloro che lo invocano con sincerità, annuncia che lo troveranno tutti coloro che lo cercano con tutto il cuore (Sal 145,18; Ger 29,13 s.); ma chi si compiace nella sua sporcizia non ha questo desiderio. La giusta preghiera richiede quindi il pentimento. È per questo che la Scrittura dichiara ripetutamente che Dio non ascolta i trasgressori, che le loro preghiere e i loro sacrifici gli sono ripugnanti; perché è ragionevole che coloro che chiudono i loro cuori trovino le orecchie di Dio chiuse, e che coloro che provocano la sua ira con la loro durezza lo trovino inflessibile. In questo senso egli minaccia in Isaia: "Anche se voi pregate molto, io non vi ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue! (Isa 1:15). Allo stesso modo in Geremia: "Ho chiamato - e si sono rifiutati di ascoltare; e mi chiameranno ancora, ma io non li ascolterò!". (Ger 11:7 s.11; sommariamente). Perché ai suoi occhi è la peggiore azione vergognosa quando i malvagi rivendicano la sua alleanza per se stessi, eppure contaminano il suo santo nome con tutta la loro vita. Per questo il Signore si lamenta in Isa che il popolo si avvicina a lui con le labbra, ma il suo cuore è lontano da lui (Isa 29,13). Egli non limita questo alla sola preghiera, ma dichiara che l’ipocrisia gli è ripugnante in tutto ciò che può servire al suo culto. Le parole di Giacomo appartengono a questo: "Voi chiedete e non ricevete, perché chiedete male, cioè per consumarlo con le vostre concupiscenze" (Giac 4,3). È vero però - e lo vedremo presto - che le preghiere che i pii riversano davanti al Signore non sono basate sulla loro dignità; ma tuttavia l’ammonimento di Giov non è superfluo: "Quello che chiediamo, lo prendiamo da lui; perché osserviamo i suoi comandamenti…" (1Gio 3:22). Una coscienza malvagia ci chiude la porta in faccia! Ne consegue che solo chi serve Dio in sincerità prega correttamente e viene ascoltato. Pertanto, colui che si mette a pregare dovrebbe essere dispiaciuto in tutte le sue opere malvagie e apparire come un mendicante nella forma e nel portamento. Ma questo non può essere fatto senza pentimento.

III,20,8 A questo si aggiunge la terza regola: Quando un uomo sta davanti a Dio per pregare, deve rinunciare ad ogni pensiero della propria gloria, deve abbandonare ogni illusione del proprio valore, in breve, abbandonare ogni fiducia in se stesso, e in tale rifiuto di se stesso dare tutta la gloria a Dio solo. Altrimenti, se dovessimo attribuire qualcosa a noi stessi, per quanto piccolo, la nostra vana pomposità ci porterebbe alla vergogna davanti al Suo volto. Abbiamo molti esempi nei servi di Dio di questa sottomissione che porta tutta la maestà a terra. Infatti, sono i più santi di loro che sono più prostrati quando vengono davanti al volto del Signore. Così Daniele, che il Signore stesso aveva lodato con una così alta lode, pregò: "Noi ci sdraiamo davanti a te con la nostra preghiera, non sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia. Oh, Signore, ascolta; oh, Signore, sii misericordioso; oh, Signore, bada e fa’ quello che ti chiediamo… per il tuo bene; perché certamente il tuo nome è stato invocato su questa città e sul tuo luogo santo!". (Dan 9,18 s. fine non testo di Lutero). Lì non si mescola alla folla con un giro di parole nascosto come uno del popolo, come si è soliti fare; no, si confessa interamente colpevole e si rifugia umilmente nel santuario del perdono, come annuncia espressamente: "Quando così ho confessato il mio peccato e il peccato del mio popolo…" (Dan 9:20). (Dan 9,20). Davide ci insegna anche questa umiltà con il suo stesso esempio; dice: "Non entrare in giudizio con il tuo servo, perché non c’è uomo vivente che sia giusto davanti a te" (Sal 143:2). (Sal 143:2). Anche Isa prega in questo modo: "Ecco, ti sei adirato con noi quando abbiamo peccato (…). Nelle tue maniere è stato fondato il mondo, e quindi noi saremo salvati. Ma ora siamo tutti pieni di impurità, e tutta la nostra giustizia è come una veste sporca. Siamo tutti appassiti come le foglie, e i nostri peccati ci portano via come il vento. Nessuno invoca il tuo nome, né si alza per unirsi a te, perché tu ci nascondi il tuo volto e ci lasci languire nei nostri peccati. Ma ora, Signore, tu sei nostro Padre; noi siamo argilla, tu sei il nostro vasaio, e siamo tutti opera delle tue mani. Signore, non adirarti… e non pensare eternamente al peccato. Guarda questo, che siamo tutti il tuo popolo!". (Isa 64:4-8; non coerentemente con il testo di Lutero). Lì vediamo come queste persone non contano su nessuna fiducia, tranne una: si ricordano che appartengono a Dio e quindi non dubitano che lui si prenderà cura di loro. Geremia non parla diversamente: "Se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, fallo per amore del tuo nome!". (Ger 14:7; non il testo di Lutero). Molto vera e allo stesso tempo molto santa è anche una parola scritta da un autore sconosciuto - dopo tutto, può essere chi vuole - e attribuita al profeta Baruch: "Un’anima addolorata e desolata per la grandezza della sua malvagità, che è piegata e debole, un’anima che ha fame e un occhio che si stanca - ti danno gloria, o Signore. Non per la giustizia dei nostri padri versiamo le nostre preghiere davanti a te, e desideriamo misericordia al tuo cospetto, o Signore nostro Dio; ma perché tu sei misericordioso, abbi dunque pietà di noi, perché abbiamo peccato contro di te!" (Bar. 2,18-20; non il testo di Lutero).

III,20,9 In breve, l’ingresso e allo stesso tempo la preparazione alla giusta preghiera è la richiesta di perdono con la confessione umile e sincera della nostra colpa. Perché non ci si può aspettare che qualcuno - anche se fosse il più santo! - non può essere concesso nulla da Dio prima di essere riconciliato con lui per grazia; né può essere che Dio sia grazioso con altre persone che non siano quelle a cui concede il perdono. Non è sorprendente, quindi, se i credenti usano questa chiave per aprire la porta della preghiera. Lo apprendiamo da alcuni passaggi dei Salmi. Così parla Davide in un passaggio in cui chiede (incidentalmente) qualcos’altro: "Non ricordare i peccati della mia giovinezza e le mie trasgressioni; ma ricordati di me secondo la tua misericordia per amore della tua amabilità, o Signore! (Sal 25:7). O anche: "Guarda la mia afflizione e la mia miseria, e perdona tutti i miei peccati!". (Sal 25:18). Vediamo anche che non è sufficiente che ci chiamiamo a rispondere giorno dopo giorno di nuovi peccati, se non ci ricordiamo allo stesso tempo dei peccati che potrebbero già sembrare dimenticati. Così lo stesso profeta confessa in un altro luogo una grave iniquità, ma in questa occasione risale al grembo di sua madre, dove aveva già contratto la contaminazione (Sal 51:7). Non lo fa per ridurre la sua colpa indicando la corruzione della natura, ma vuole accumulare i peccati di tutta la sua vita, e più si condanna, più vuole essere ascoltato da Dio! Certo, i santi non chiedono sempre il perdono dei peccati con parole esplicite; ma se scorriamo a fondo le loro preghiere, così come ci sono state tramandate nella Scrittura, allora incontreremo facilmente ciò che voglio dire: hanno avuto il coraggio di pregare solo per la misericordia di Dio, e quindi hanno sempre iniziato riconciliandosi con Lui. Perché quando un uomo consulta la sua coscienza, non viene da lontano all’impresa di deporre fiduciosamente le sue pene con Dio; anzi, trema persino ad avvicinarsi a Dio, se non si affida alla sua misericordia e al suo perdono. C’è, naturalmente, un’altra confessione speciale di colpa in cui chiedono di essere sollevati dalla punizione, ma allo stesso tempo pregano che i loro peccati siano perdonati; perché sarebbe assurdo se volessero che l’effetto sia rimediato mentre la causa rimane. Dobbiamo stare attenti a non essere come i malati sciocchi che si preoccupano solo della cura dei sintomi esterni della malattia, ma trascurano la radice della malattia. No, dobbiamo prima cercare che Dio sia benevolo con noi, e solo allora che ci mostri il suo favore anche con segni esteriori; perché egli stesso vuole attenersi a quest’ordine; inoltre sarebbe di poca utilità per noi se sentissimo la sua beneficenza senza che la nostra coscienza abbia la sensazione che egli è riconciliato con noi, e senza che essa ci dia la piena e completa certezza di poterlo amare. Ce lo ricorda anche una risposta che Cristo diede; aveva deciso di guarire l’uomo con la gotta - e poi gli disse: "I tuoi peccati sono perdonati! (Mat 9:2). In questo modo indirizza i nostri cuori a ciò che è da desiderare sopra ogni cosa, cioè: che Dio ci accetti nella grazia e poi ci dia anche il frutto della riconciliazione nell’aiuto che ci dà. Oltre a questa particolare confessione della colpa attuale, in cui i fedeli implorano il perdono per ottenere la remissione di ogni debito o pena - non dobbiamo, inoltre, mai tralasciare quell’ingresso generale della preghiera che dà amichevole accoglienza alle nostre suppliche. Perché le nostre petizioni non saranno mai ascoltate davanti a Dio se non sono basate sulla misericordia estesa a noi per pura grazia. Le parole di Giov si riferiscono a questo: "Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i nostri peccati e purificarci da ogni ingiustizia" (Giov 1:9). Pertanto, anche sotto la Legge, le preghiere dovevano essere santificate dallo spargimento del sangue per essere gradite (davanti a Dio) (cfr. Gen 12:8; 26:25; 33:20). Questo era per rendere il popolo consapevole di essere indegno del privilegio di tale onore finché, purificato dai suoi vizi, non avesse acquisito la fiducia di chiedere alla sola misericordia di Dio!

III,20,10 A volte, naturalmente, i credenti sembrano appellarsi alla testimonianza della propria giustizia per essere ascoltati da Dio. Così Davide dice: "Preserva l’anima mia, perché io sono giusto" (Sal 86,2; non il testo di Lutero). Oppure Ezechia prega: "Signore, ricordati che ho camminato rettamente davanti a te e ho fatto ciò che è bene ai tuoi occhi!". (2 Re 20:3; non proprio il testo di Lutero). Con tali espressioni non vogliono altro che testimoniare se stessi come servi e figli di Dio per essere nati di nuovo, ai quali egli stesso ha promesso che sarà benevolo con loro. Egli insegna, come abbiamo già sentito, per bocca del suo profeta: "Gli occhi del Signore sono sui giusti e le sue orecchie sul loro grido" (Sal 34:16). E lascia dire all’apostolo: "Qualunque cosa chiediamo, la prendiamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti" (1Gio 3:22). In questi detti non ci spiega che la preghiera deve avere un valore per il merito delle opere, ma vuole rafforzare in questo modo la fiducia di coloro che sono sinceramente consapevoli di una purezza e innocenza non finta - e così dovrebbero essere tutti i credenti! È la verità stessa di Dio che Giovanni, il cieco che ha ricevuto la vista, dice: "Ma noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori" (Giov 9:31). Naturalmente, dobbiamo adottare il linguaggio della Scrittura e intendere "peccatori" come persone che dormono e riposano nei loro peccati senza alcun desiderio di giustizia; nessun cuore raggiungerà mai la forte invocazione di Dio che non desideri allo stesso tempo una vita timorosa di Dio. Tali promesse corrispondono allora anche alle affermazioni dei santi, che in questo modo ricordano la loro purezza e innocenza, per sperimentare che in loro si rivela ciò che tutti i servi di Dio devono aspettarsi! Inoltre, troviamo che di solito usavano tali preghiere quando si confrontavano davanti al Signore con i loro nemici, dalla cui ingiustizia desideravano essere salvati dalla mano del Signore. In tali confronti non c’è da meravigliarsi se essi hanno portato avanti la loro giustizia e la semplicità del loro cuore per convincere il Signore ad aiutarli ancora di più facendo appello all’equità della loro causa. Non vogliamo togliere questo bene al cuore pio, affinché goda della sua buona coscienza davanti al Signore, per rafforzarsi con le promesse con cui il Signore conforta e rafforza i suoi veri servi. Piuttosto, vogliamo che la fiducia di essere esauditi sia basata unicamente sulla bontà di Dio, e che l’uomo abbandoni ogni pensiero sui propri meriti.

III,20,11 Ora, infine, la quarta regola: Dobbiamo certamente essere gettati a terra e umiliati in questo modo nella vera umiltà, ma tuttavia lasciarci incoraggiare a pregare dalla sicura speranza di essere esauditi. Sembra una contraddizione se si combina il sentimento del giusto castigo di Dio con una certa fiducia nella sua grazia. Ma le due cose sono perfettamente compatibili, a condizione che la bontà di Dio rialzi coloro che sono schiacciati sotto i propri peccati. Ho già spiegato sopra come il pentimento e la fede siano compagni di alleanza, intrecciati da un legame inseparabile; e questo, anche se il pentimento ci terrorizza, ma la fede ci riempie di gioia; di conseguenza, quando preghiamo, devono entrambi incontrarsi! Davide descrive questa interazione in poche parole: "Ma io entrerò nella tua casa sulla tua grande bontà, e adorerò contro il tuo santo tempio nel tuo timore" (Sal 5:8). Con la bontà di Dio pensa allo stesso tempo alla fede; ma in questo non esclude la paura, perché non solo la sua maestà ci costringe alla riverenza, ma allo stesso tempo la nostra stessa indegnità ci fa dimenticare ogni arroganza e ogni sicurezza e ci tiene sotto la paura! Ma non intendo una fiducia che libera i nostri cuori da ogni senso di paura e ci culla in un riposo confortevole e indisturbato. Perché riposare così serenamente sarebbe l’affare di persone che hanno tutto che va per la loro strada, che quindi non sono toccate da nessuna preoccupazione, in cui non arde nessun desiderio, e che non sono tormentate da nessuna paura! Per i santi, invece, è il miglior incentivo per invocare Dio quando l’avversità li mette alle strette ed essi sono così tormentati dalla massima angoscia e quasi scoraggiati finché la fede non viene in loro aiuto al momento giusto! Perché in mezzo a tali ansie la bontà di Dio risplende su di loro, e ora, sebbene gemano, stanchi sotto il peso delle loro attuali angosce, sono anche oppressi e tormentati dalla paura di altre ancora più grandi, tuttavia confidano nella bontà di Dio, e così sollievo e conforto sono concessi loro nella pesantezza della loro sopportazione, ed essi sperano nella fine e nella loro liberazione. Così la preghiera del pio deve nascere da un doppio impulso, e deve portare e rappresentare due cose: l’essere umano sospira sotto le sue attuali difficoltà, vive anche nell’ansia e nella paura degli altri, ma allo stesso tempo si rifugia in Dio e non dubita minimamente che sia pronto a tendergli la mano d’aiuto. Perché è impossibile dire quanto Dio si arrabbi per la nostra mancanza di fiducia quando desideriamo un beneficio da Lui che in realtà non ci aspettiamo. Nulla, dunque, è più consono alla natura della preghiera che la regola prescritta e stabilita per essa, di non precipitarsi in avanti, ma di seguire la fede che la precede. Cristo ci chiama tutti a questo principio quando dice: "Perciò vi dico: qualunque cosa chiediate… credete che vi sarà data e vi sarà data". (Mar 11:24). Lo conferma anche in un altro passo: "Tutto ciò che chiederete nella preghiera, credendo…". (Mat 21,22). Questo è anche coerente con le parole di Giacomo: "Se qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio, che dà a tutti con semplicità, e nessuno la chieda (…). Ma chieda con fede e non dubiti…" (Giac 1,5 s.). Qui contrappone la fede e il dubbio ed esprime giustamente il potere della fede. Non meno notevole è il seguente: Le persone che invocano Dio nell’incertezza e nel dubbio, e che non sono sicure nel loro cuore se saranno ascoltate o meno, non otterranno nulla con la loro preghiera (versetto 8). Egli paragona anche tali persone all’"onda del mare", "che è spinta e sventolata dal vento" (verso 6). Ecco perché si riferisce anche alla preghiera giusta come alla "preghiera della fede" (Giac 5,15). Dio ci assicura anche ripetutamente che darà a ciascuno secondo la sua fede, e così ci fa capire che senza la fede non si può ottenere nulla: In breve, ciò che ci viene concesso in risposta alla nostra preghiera è effettivamente ottenuto per fede. Questo è il significato di un famoso detto di San Paolo, a cui gli stolti prestano troppa poca attenzione: "Ma come potranno invocare Colui in cui non credono? Ma come potranno credere in colui di cui non hanno sentito parlare? … Così la fede viene dall’udito, ma l’udito dalla parola di Dio!" (Rom 10:14, 17; non attraverso, via, testo di Lutero). In questa derivazione graduale egli fa risalire il punto di partenza della preghiera alla fede, e così facendo afferma apertamente che Dio può essere sinceramente invocato solo da coloro che, attraverso la predicazione del Vangelo, hanno conosciuto la sua bontà e generosità, anzi ne sono stati resi familiari!

III,20,12 Ora i nostri avversari (romani) non considerano in alcun modo questa necessità. Quando ordiniamo ai fedeli di tenere duro nella fiduciosa certezza dei loro cuori che Dio è grazioso e benevolo nei loro confronti, essi pensano che stiamo dicendo la cosa più assurda che si possa immaginare. Ma se avessero un po’ di esperienza nella vera preghiera, si renderebbero subito conto che non si può invocare Dio come si deve senza un sentimento così sicuro della benevolenza divina. Solo colui che sente la potenza della fede nel suo cuore dalla propria esperienza può capire la potenza della fede; ma cosa si può ottenere nella discussione con tali persone che mostrano apertamente di non aver mai avuto altro che una vana immaginazione? Quale valore abbia questa certezza che esigiamo e quanto sia necessaria, lo si impara soprattutto dall’invocazione di Dio stesso, e chi non lo vede dimostra di avere una coscienza piuttosto ottusa. Sorvoliamo dunque su tali ciechi e aggrappiamoci fermamente alla parola di Paolo, secondo la quale Dio può essere invocato solo da coloro che hanno riconosciuto la sua misericordia dal Vangelo e sono ormai sicuri che essa è pronta anche per loro. Come sarebbe allora una tale preghiera (come gli avversari pensano che sia solo possibile)? "O Signore, anche se sono in dubbio se tu mi ascolti. Ma la paura mi preme, e così mi rifugio in te, perché tu mi aiuti, se ne sono degno!". Non è così che tutti i santi di cui leggiamo le preghiere nella Scrittura erano abituati a pregare! Non ci insegna a pregare in questo modo nemmeno lo Spirito Santo, che ci comanda per bocca dell’Apostolo: "Accostiamoci dunque con gioia al seggio della misericordia, per trovare… la grazia…". (Ebr 4:16), e che ci insegna in un altro passo: "… abbiamo gioia e accesso in ogni fiducia mediante la fede in Cristo" (Efes 3:12). Questa certezza di ricevere ciò che chiediamo, che il Signore ci comanda con la sua stessa parola e che tutti i santi ci insegnano con il loro esempio, deve essere tenuta saldamente con entrambe le mani se vogliamo pregare con frutto! Solo una tale preghiera è gradita a Dio, che scaturisce da una tale - se così posso dire - presunzione di fede e si fonda sulla certezza incrollabile della speranza! Paolo avrebbe potuto accontentarsi (nel suddetto passo Efes 3:12) di parlare semplicemente di fede, ma non solo aggiunge la fiducia, ma la correda anche di gioia o audacia, per distinguere con questa caratteristica tra noi e gli increduli, che come noi pregano Dio, ma solo a caso! Per questo tutta la Chiesa prega con le parole del Salmo: "La tua bontà, o Signore, sia su di noi, come noi speriamo in te!". (Sal 33:22). Il profeta pone la stessa condizione anche in un altro luogo: "Nel giorno in cui chiamerò, saprò che tu, Dio, sei con me!". (Sal 56:10, non il testo di Lutero). O anche: "Al mattino presto mi manderò da te e ti starò attento" (Sal 5,4). Da queste parole possiamo vedere che la preghiera è un inutile colpo in aria se non è collegata alla speranza, in cui si guarda Dio con calma, come da un punto di osservazione. L’ordine dell’esortazione di Paolo è in armonia con questo: egli vuole incoraggiare i credenti a pregare "con ogni perseveranza e supplica" nello Spirito in ogni momento; ma prima ordina loro di prendere lo "scudo della fede", l’"elmo della salvezza" e la "spada dello Spirito", "che è la parola di Dio" (Efes 6:16,18). Ora qui il lettore può ricordare ulteriormente che, come già detto, la fede non vacilla affatto quando è unita alla conoscenza della nostra miseria, povertà e contaminazione. I fedeli possono sperimentare non importa quanto siano appesantiti e lavorino sotto il pesante fardello delle loro iniquità, possono sentire come non solo siano privi di tutto ciò che potrebbe guadagnarsi il favore di Dio, ma come siano ancora gravati da molte colpe che Dio giustamente fa temere per loro - eppure non cessano di porsi davanti a Lui, e tale sentimento non li dissuade dal rivolgersi a Lui; non c’è proprio nessun altro accesso a Lui! Perché la preghiera non è intesa come un mezzo per esaltare presuntuosamente noi stessi davanti a Dio, o per esaltare qualcuno dei nostri, ma per confessare la nostra colpa e piangere il nostro dolore davanti a Lui; proprio come i bambini possono confidare i loro problemi ai loro genitori. Sì, nell’incommensurabile abbondanza dei nostri bisogni ci devono essere piuttosto sproni e pungoli che ci spingono a pregare, come mostra anche il profeta con il suo esempio: "Guarisci la mia anima, perché ho peccato contro di te! (Sal 41:5). Ammetto che queste spine ci infliggerebbero punture mortali se Dio non venisse in nostro aiuto; ma il nostro caro Padre, nella sua incomparabile bontà, ci ha dato un rimedio efficace per questo, con il quale calma ogni confusione, allevia ogni preoccupazione, mette fine a ogni paura, ci attira gentilmente a sé, sì, rimuove tutti i dubbi e ancor più tutti gli ostacoli, e ci prepara una strada percorribile!

III,20,13 Prima di tutto, ci comanda di pregare e ci accusa di ostinazione senza Dio con tale istruzione se non siamo obbedienti. Non poteva essere dato un comando più chiaro di quello del 50 Salmo: "Invocami nella difficoltà!". (Sal 50:15). Tra i doveri di pietà, nessuno è raccomandato dalle Scritture più frequentemente della preghiera, e quindi non ho bisogno di soffermarmi a lungo. "Chiedete", dice il nostro Maestro, "e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto!". (Mat 7,7). A questo comandamento, naturalmente, aggiunge anche una promessa, come è necessario; perché tutti gli uomini ammettono che dobbiamo obbedire al comandamento; ma un gran numero fuggirebbe dalla chiamata di Dio se egli non desse la promessa che ci ascolterà e ci incontrerà gentilmente. Se abbiamo stabilito questo doppio (comandamento - promessa), allora è allo stesso tempo certo che tutti coloro che cercano scuse per non venire direttamente a Dio non sono solo indisciplinati e disubbidienti, ma anche condannati per incredulità, perché non hanno fiducia nelle promesse! Questo è particolarmente da notare perché gli ipocriti, sotto il mantello dell’umiltà e della modestia, disprezzano con arroganza il comandamento di Dio e allo stesso tempo rifiutano di credere al suo gentile invito, privandolo persino del pezzo più nobile della sua adorazione. Poiché egli rifiuta (nel già citato Sal 50, versetti 7-13) i sacrifici in cui sembrava risiedere allora tutta la santità, ma allo stesso tempo dichiara che con lui questo è specialmente e sopra ogni altro considerato delizioso, che uno lo invoca nel giorno del bisogno! (Sal 50,15). Così, dove egli esige ciò che gli è dovuto e dove ci incoraggia a una gioiosa obbedienza, non c’è nessuna scusa, per quanto brillante, per il nostro dubbio. Più e più volte incontriamo nella Scrittura testimonianze in cui ci viene offerta l’invocazione di Dio, e sono tutte piantate come panieri davanti ai nostri occhi per infondere fiducia in noi! Sarebbe sconsiderato, però, se volessimo presentarci davanti al volto di Dio senza che lui ci abbia preceduto con la sua chiamata. Perciò ci apre la strada con la sua parola: "Io dirò: sono il mio popolo, ed essi diranno: Signore mio Dio". (Zac 13:9). Lì vediamo come egli precede i suoi servi e vuole che essi lo seguano, e come quindi non c’è timore che questo canto, che egli stesso canta loro, non sia abbastanza tenero. soprattutto, che ci venga in mente quel glorioso titolo di lode di Dio: "Tu, Dio, ascolti la preghiera; perciò ogni carne viene a te!" (Sal 65:3). Se abbiamo fiducia in questo, supereremo tutti gli ostacoli senza sforzo! Perché cosa c’è di più dolce e delizioso del fatto che Dio usi questo titolo (uditore della preghiera) per renderci più sicuri che nulla è più conforme alla sua natura che ascoltare la preghiera di coloro che lo invocano? Da questo il Profeta conclude che la porta non è aperta solo a pochi, ma a tutti i mortali, perché anche lui si rivolge a tutti, dicendo: "Invocami nella difficoltà, e io ti salverò, e tu mi loderai! (Sal 50:15). Secondo questa regola, Davide invoca anche la promessa fattagli per ottenere ciò che chiede: "Tu, Dio, hai dato tale rivelazione all’orecchio del tuo servo. Perciò il tuo servo ha trovato il suo cuore per rivolgerti questa preghiera" (2 Sam. 7:27; inizio non testo di Lutero). Da questo vediamo che avrebbe avuto paura se la promessa non lo avesse sollevato. Così egli si attrezza anche altrove con l’insegnamento generale: "Egli fa ciò che gli empi desiderano" (Sal 145,19). Sì, si può osservare nei Sal come, in una certa misura, la potenza di Dio, la sua bontà e l’infrangibilità delle sue promesse siano discusse, mentre il contesto delle preghiere è spezzato. Potrebbe sembrare che Davide, inserendo tali frasi incoerenti, mutilasse l’unità delle sue preghiere; ma i credenti sanno per pratica ed esperienza che il calore (della preghiera) si raffredda se non si mette nuovo acciarino: perciò, anche quando si prega, la considerazione della natura di Dio e della Sua Parola non è superflua. Così anche noi, seguendo l’esempio di Davide, non dovremmo essere dispiaciuti di inserire tali pezzi che rinfrescano il nostro cuore languente con nuova forza.

III,20,14 È strano che tale dolcezza della promessa sia solo superficiale per i nostri cuori, o quasi per niente, così che una buona parte degli uomini si smarrisce, preferendo "abbandonare la fonte viva" e "farsi dei pozzi pieni di buchi" piuttosto che accettare la generosità di Dio, che è offerta loro di sua spontanea volontà! (cfr. Ger 2,13). E in questo Salomone dice: "Il nome del Signore è un forte castello; il giusto vi corre ed è protetto" (Prov 18:10). Gioele ci dà prima una profezia della terribile desolazione che stava per venire, e poi la segue con il memorabile detto: "Ma chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato" (Gioele 3:5). Sappiamo, tuttavia, che questo detto si riferisce effettivamente al corso del Vangelo (Atti 2:21). Eppure difficilmente uno su cento può essere mosso da essa per venire davvero davanti a Dio. Egli stesso proclama per bocca di Isaia: "Tu mi invocherai e io ti ascolterò; sì, prima che tu chiami, io ti risponderò!". (Isa 65:24; non il testo di Lutero). In un altro luogo egli onora anche tutta la chiesa in generale con questo onore, come è dovuto a tutte le membra di Cristo: "Mi invoca, e io lo ascolterò; io sono con lui nella difficoltà; lo tirerò fuori …" (Sal 91:15)! Ma, come ho già detto, non intendo elencare qui tutti i passaggi. Ne selezionerò solo alcuni particolarmente gloriosi dai quali possiamo avere un assaggio di quanto gentilmente Dio ci chiama a Sé - e in quali dure pastoie è impigliata la nostra ingratitudine, se nella nostra pigrizia esitiamo ancora in mezzo a così tanti potenti suggerimenti! Perciò, nelle nostre orecchie dovrebbero sempre e costantemente risuonare parole come questa: "Il Signore è vicino a tutti coloro che lo invocano, a tutti coloro che lo invocano con sincerità" (Sal 145:18; testo non proprio di Lutero). O come quelle parole che abbiamo citato da Isa e Gioele, in cui Dio dichiara che è desideroso di ascoltare la preghiera, e che quando gettiamo le nostre preoccupazioni su di lui, questo gli piace come il profumo di un sacrificio a lui gradito. Che frutto unico otteniamo dalle promesse di Dio, se, senza dubitare ed esitare, offriamo le nostre preghiere, sì, al contrario, ci affidiamo alla parola di colui la cui maestà altrimenti ci spaventerebbe, e osiamo chiamarlo nostro Padre, quando egli stesso ha condisceso a mettere questo nome delizioso nella nostra bocca! Se tali allettamenti sono preparati per noi, sappiamo che ci danno una causa sufficiente per essere ascoltati; perché le nostre petizioni non si basano su alcun merito, ma tutta la loro degnazione, tutta la speranza di essere esaudita, è fondata sulle promesse di Dio e dipende da esse; non ha dunque bisogno di altri sostegni, e non ha bisogno di guardare qua e là nel giro! Perciò teniamo fermo nei nostri cuori che, sebbene non ci distinguiamo per la stessa santità lodata nei santi padri, nei profeti e negli apostoli, tuttavia abbiamo con loro lo stesso comandamento di pregare e la stessa fede, e quindi, se ci appoggiamo alla parola di Dio, siamo loro compagni per quanto riguarda questo diritto. Perché Dio ci assicura, come abbiamo già visto, che sarà accessibile e benevolo verso tutti, e così dà la speranza anche ai più miserabili di ottenere ciò che chiedono. Quindi dobbiamo prendere nota dei giri generali che non escludono nessuno, come si dice di solito, dal primo all’ultimo, purché ci sia solo sincerità di cuore, dispiacere con noi stessi, umiltà e fede, per evitare che la nostra ipocrisia profani il nome di Dio con un culto non veritiero. Così il nostro caro Padre non allontanerà da Sé coloro che Egli non solo incoraggia a venire a Lui, ma attira anche in tutti i modi! Da qui il modo in cui Davide prega nel passo citato prima: "Signore, tu l’hai promesso al tuo servo;… perciò il tuo servo ha preso coraggio oggi e ha trovato quello che doveva pregare davanti a te. Ora, Signore Dio, tu sei Dio e le tue parole saranno verità. Tu hai parlato al tuo servo di tali benefici, ora alzali e falli anche tu…" (2 Sam. 7:27-29; per lo più non testo di Lutero). Allo stesso modo, lo troviamo in un altro luogo: "Concedilo al tuo servo secondo la tua promessa!". (Sal 119,76; non è il testo di Lutero, in realtà è solo una dichiarazione di contenuto). Lo stesso vale per tutti gli israeliti: tutte le volte che si rafforzano ricordando l’alleanza, rendono sufficientemente chiaro che non si deve pregare con timore, quando Dio ha comandato di pregare. In questo hanno seguito l’esempio dei loro padri, specialmente quello di Giacobbe: egli confessa che è "troppo poco" di "tutta la misericordia" che ha ricevuto dalla mano di Dio (Gen 32:11); ma poi dice tuttavia che è incoraggiato a desiderare cose ancora più grandi perché Dio ha promesso di farlo! (cfr. Gen 32:12 e seguenti). Per quanto i miscredenti vogliano sorvolare, se non si rifugiano in Dio, per quanto spesso siano pressati dal bisogno, se non lo cercano e non implorano il suo aiuto, di fatto lo derubano dell’onore che gli spetta, proprio come se si facessero nuovi dei o idoli, perché in questo modo negano che Dio sia per loro il datore di tutti i beni! D’altra parte, non c’è niente che renda i pii più liberi da ogni timore di quanto non lo sia se si armano della considerazione che non c’è ragione di lasciare che qualsiasi ostacolo impedisca loro di obbedire al comando di Dio, il quale, dopo tutto, proclama che niente è così gradito a Lui come l’obbedienza! Da questo ancora una volta ciò che ho detto sopra si eleva a una chiarezza ancora maggiore: il timore, la riverenza e il dolore possono certamente essere uniti a un coraggio imperterrito di pregare, e non è nemmeno assurdo che Dio rialzi coloro che sono abbattuti. In questo modo, frasi che sembrano contraddirsi sono in perfetta armonia. Così Geremia e Daniele dicono che "gettano" le loro preghiere davanti a Dio (Ger 42:9; Dan 9:18 non testo di Lucher). E Geremia dice altrove: "Che la nostra preghiera cada davanti alla faccia del Signore, affinché egli abbia pietà del resto del suo popolo!". (Ger 42:2; non proprio il testo di Lutero). D’altra parte, si dice spesso dei fedeli che "alzano" le loro preghiere. Così si esprime Ezechia quando chiede al profeta di assumere il compito di intercedere per il popolo (2 Re 19:4). E Davide desidera che la sua preghiera "salga" come un olocausto! (Sal 141,2; non il testo di Lutero). Perché questi uomini, anche se sono sicuri della bontà paterna di Dio, e si pongono con gioia sotto la protezione della sua fedeltà, e invocano senza tremore l’aiuto che Egli ha liberamente promesso loro, tuttavia non è come se si sollevassero con spensierata sicurezza, come se avessero gettato via ogni timidezza, ma salgono i gradini delle promesse, e tuttavia rimangono umilmente supplicanti nell’umiliazione di se stessi!!

III,20,15 Ora più di una domanda sorge contro questo. La Scrittura ci dice che Dio ha esaudito anche alcune preghiere che venivano da un cuore che non era affatto tranquillo e ben preparato. Fu davvero per una giusta causa che Jotham volle sugli abitanti di Sichem il castigo che poi venne loro inflitto (Ri. 9:20); ma egli si era comunque lasciato infiammare dal fervore dell’ira e della vendetta; se Dio ora adempisse alle sue maledizioni, sembrerebbe che egli approvi tali impulsi disordinati. Un fervore simile prese Sansone quando disse: "Rafforzami, o Dio, affinché io possa vendicarmi degli incirconcisi". (Ri. 16,28; non proprio il testo di Lutero). Certamente c’è un po’ di zelo buono mescolato qui, ma il sopravvento è un acceso e quindi malvagio desiderio di vendetta. Ciononostante, Dio esaudisce la sua richiesta! Sembra che si possa concludere da questo che la preghiera è efficace anche se non è formata secondo i precetti della Parola. Rispondo: tali esempi individuali non annullano la regola costante. Anche agli individui sono stati dati impulsi speciali che hanno come conseguenza che la loro condizione è diversa da quella della gente comune. Dobbiamo ricordare la risposta che Cristo diede ai suoi discepoli quando cercarono sconsideratamente di imitare l’esempio di Elia: "Non sapete di chi siete lo spirito? (Luca 9,55). A proposito, dobbiamo andare oltre: Infatti, Dio non è sempre contento delle richieste che concede! Piuttosto, serve come esempio che ciò che le Scritture insegnano è rivelato da chiare testimonianze, cioè questo, che Egli viene in aiuto dei miserabili e ascolta i sospiri di coloro che sono ingiustamente sfidati e implorano il Suo aiuto; così, quando le lamentele dei miserabili salgono a Lui, Egli porta il Suo giudizio - anche se queste lamentele non sono degne di ottenere il minimo! Quante volte ha punito i malvagi per la loro furia, la loro rapina, la loro violenza, il loro arbitrio e altri misfatti, ha sottomesso la loro volubilità e la loro rabbia, ha rovesciato il loro potere tirannico, e così ha testimoniato che porta aiuto agli ingiustamente oppressi - anche quando essi hanno solo pregato una divinità sconosciuta e quindi hanno solo scosso l’aria! Un solo Sal ci dà la lezione perfettamente chiara che non rimangono inefficaci nemmeno le petizioni che non raggiungono effettivamente il cielo per fede: Sal 107! Elenca tutte le petizioni che hanno bisogno di forze dai sentimenti naturali dei miscredenti e dei pii, e ci mostra sulla base del risultato come Dio accetta graziosamente tali petizioni! Vuole dimostrare con questa generosità che tali preghiere gli sono gradite? No, Egli vuole rendere grande e gloriosa la Sua misericordia non negando le richieste dei miscredenti! Allo stesso tempo, vuole spronare i suoi giusti servitori a pregare ancora di più, in modo che possano vedere come anche i reclami empi a volte non sono senza successo. Tuttavia, non c’è motivo per cui i credenti debbano deviare dalla regola imposta loro da Dio o diventare invidiosi dei miscredenti, come se questi ultimi avessero ottenuto un grande profitto ottenendo ciò che volevano. In questo modo, come abbiamo visto, Dio si commosse anche per il finto pentimento di Achab (1Re 21:29). Egli volle mostrare con questo esempio quanto volentieri vuole ascoltare i suoi eletti quando mostrano una vera conversione per riconciliarsi con Lui! Ecco perché è arrabbiato con gli ebrei nel Sal 106, perché hanno così spesso sperimentato che egli presta volentieri l’orecchio alle loro richieste, e tuttavia subito dopo sono tornati alla testardaggine della loro natura! (Sal 106,43). Questo è anche abbastanza chiaro dalla storia dei giudici: tutte le volte che il popolo ha gridato (a Dio), anche se le loro lacrime erano ingannevoli, sono stati comunque strappati dalla mano dei loro nemici! Perché come Dio fa sorgere il suo sole senza distinzione sui buoni e sui cattivi (Mat 5,45), così non disprezza il pianto di coloro che hanno una giusta causa e la cui miseria è degna di aiuto! Tuttavia, la sua risposta non porta loro la salvezza, così come non porta la salvezza a coloro che egli fornisce di cibo, anche se sono disprezzatori della sua bontà. Una questione più difficile, tuttavia, sembra sorgere dal comportamento di Abramo e Samuele: Abramo pregò per gli abitanti di Sodoma senza alcuna istruzione da una parola di Dio (Gen 18:23), e Samuele intercedette persino per Saul contro l’espresso divieto di Dio! (Sam. 15:11). Fu simile con Geremia, che cercò di scongiurare la caduta della città con la sua preghiera (Ger 32:16 ss.). A questi uomini è stata negata la loro richiesta - eppure sembrerebbe duro negare loro la fede! Ma gli umili lettori saranno, spero, soddisfatti di questa soluzione: quegli uomini si basavano sul principio generale che Dio comanda di mostrare misericordia anche agli indegni; quindi non erano completamente senza fede, anche se in questo caso furono ingannati dalla loro opinione! Agostino esprime questo in modo molto ponderato in un passaggio: "Come possono dunque i santi pregare con fede e tuttavia desiderare da Dio qualcosa di contrario al suo consiglio? Pregano secondo la sua volontà, ma non secondo quella nascosta e immutabile, bensì secondo quella che egli ha ispirato loro di sentire in altro modo secondo il suo saggio proposito!" (Dello Stato di Dio, 22:2). Così è vero: secondo il suo imperscrutabile consiglio, egli dispone così il risultato degli eventi che le preghiere dei santi, in cui si intrecciano fede ed errore, non sono in fondo senza effetto. Ma questo non dovrebbe servire a incoraggiarci a imitare (tale comportamento) più di quanto non giustifichi i santi stessi; perché non nego che siano andati oltre ciò che è giusto. Dove, quindi, non c’è una promessa sicura, dobbiamo chiedere a Dio in modo condizionato. Ecco la preghiera di Davide: "Svegliati al giudizio che hai decretato" (Sal 7:7; non è il testo di Lutero); perché Davide ricorda di essere stato istruito da una speciale parola di Dio a chiedere tali benefici temporali.

III,20,16 Ma è anche necessario prestare attenzione a quanto segue: ciò che ho detto sulle quattro regole per la preghiera non è richiesto con tale severità che Dio rimproveri tali preghiere in cui non trova una fede perfetta o un perfetto pentimento e allo stesso tempo un desiderio caldo come petizioni correttamente ordinate!(a) Abbiamo detto che la preghiera è davvero un’intima conversazione del pio con Dio, ma che dobbiamo mantenere in essa riverenza e modestia, in modo da non lasciare che ogni tipo di desiderio prenda le redini, e, d’altra parte, desiderare solo quanto Dio permette; inoltre, affinché la maestà di Dio non cada in disprezzo con noi, dobbiamo dirigere i nostri sensi verso l’alto, in modo da adorarlo puramente e con rispetto. Questo nessuno ha ancora fatto con colpevole sincerità. Per non parlare della gente comune - quante lamentele di Davide sono manifestamente fuori misura! Certamente non voleva litigare con Dio di proposito, né voleva resistere ai suoi giudizi. No, era solo stanco della debolezza e non trovava migliore consolazione che gettare tutto il suo dolore nel seno di Dio. Sì, anche il nostro balbettio è sopportato da Dio, e ci perdona la nostra ignoranza quando qualcosa ci sfugge sconsideratamente: senza questa divina tolleranza non ci sarebbe davvero la franchezza di pregare! Inoltre, sebbene Davide avesse la volontà di sottomettersi interamente al consiglio di Dio, e sebbene nella preghiera mostrasse una pazienza tanto grande quanto il suo desiderio di ottenere qualcosa, tuttavia a volte sorgevano in lui pensieri inquieti, anzi, si riversavano - ed erano non poco lontani dalla prima regola che abbiamo stabilito! Soprattutto dalla fine del 39 Sal possiamo vedere l’intenso dolore che si impadronì del santo uomo, così che non poté stabilire una misura per se stesso. "Partite da me", dice, "prima che io parta e non sia più". (Sal 39,14; non il testo di Lutero). Si potrebbe dire: questo è un uomo disperato che non desidera altro che la mano di Dio lo lasci e che perisca nella sua disgrazia! Non come se si fosse deliberatamente immerso in un tale eccesso! Né vuole che Dio si allontani da lui, come sono soliti fare i malvagi. No, si lamenta solo di non poter più sopportare l’ira di Dio. In tali tentazioni, i santi spesso perdono le loro preghiere, che non seguono la regola della Parola di Dio e nelle quali non considerano sufficientemente ciò che è giusto e porta benedizione. Le preghiere che sono afflitte da tali infermità meritano certamente tutte di essere rifiutate - ma se i santi sospirano solo su di loro, se si castigano e subito entrano in se stessi, Dio li perdona! (b) Quindi spesso violano anche la seconda regola. Perché spesso devono lottare con la loro freddezza d’animo, e la loro povertà e il loro lamento non li spronano abbastanza a pregare seriamente. Succede anche spesso che i loro sensi si disperdano e quasi si perdano. Così il perdono è necessario anche in questo pezzo, affinché le nostre preghiere spente, a brandelli, interrotte, instabili non siano respinte! Dio ha naturalmente impiantato nella nostra mente umana che le preghiere sono giuste solo quando il cuore è sollevato. Da qui, come abbiamo già spiegato, la cerimonia dell’innalzamento delle mani, che è stata praticata in tutte le epoche e presso tutti i popoli, ed è ancora in uso oggi. Ma tra i molti che alzano le mani, dove c’è uno solo che è cosciente della sua lassità, perché il suo cuore è incollato alla terra? (c) Per quanto riguarda la richiesta di perdono dei peccati, non c’è certo tra i fedeli uno che tralasci questa parte decisiva; ma tutti coloro che sono veramente pratici nella preghiera sentono di offrire appena la decima parte di quel sacrificio di cui parla Davide: "I sacrifici che piacciono a Dio sono uno spirito inquieto; un cuore inquieto e livido tu, Dio, non lo disprezzerai!" (Sal 51:19). Perciò devono sempre chiedere qui un duplice perdono; da un lato, sono consapevoli di molte iniquità, e tuttavia non sono così presi dalla sensazione di esse, da essere indebitamente dispiaciuti a se stessi; ma, dall’altro lato, nella misura in cui è dato loro di procedere nel pentimento e nel timore di Dio, sono abbattuti dal giustificabile dolore di aver offeso Dio, e supplicano il giudice di desistere dalla sua punizione. (d) Soprattutto, la fragilità della fede e l’imperfezione dei credenti rovinano le loro preghiere, a meno che la tolleranza di Dio venga in loro aiuto. Ma non è sorprendente che Dio perdoni tali mancanze; perché spesso esercita i suoi con prove così severe come se volesse spegnere la loro fede di proposito! La tentazione più dura è quando il fedele deve esclamare: "Fino a quando ti adirerai per la preghiera del tuo servo?". (Sal 80,5; non proprio il testo di Lutero). È allora come se le stesse preghiere facessero arrabbiare Dio. È lo stesso quando Geremia dice: "Dio ha tappato le orecchie alla mia preghiera" (Klagel. 3,8; non il testo di Lutero); senza dubbio un violento smarrimento lo scuote qui. Così troviamo innumerevoli esempi nella Scrittura dai quali è evidente che la fede dei santi è spesso mescolata ai dubbi ed è sospinta da essi, così che essi tuttavia mostrano ogni tipo di incredulità nella loro fede e speranza. Poiché non arrivano a tanto, devono sforzarsi ancora di più per migliorare le loro infermità e avvicinarsi di giorno in giorno alla regola perfetta della preghiera, ma nel frattempo sentono anche in quale miseria terribilmente profonda sono sprofondati, poiché contraggono sempre nuove malattie dal rimedio stesso! Perché non c’è una sola preghiera per la quale Dio non sarebbe giustamente arrabbiato se non trascurasse graziosamente le macchie di cui tutti sono macchiati! Ora non dico questo perché i credenti si lascino andare a tutto, ma perché si disciplinino rigorosamente e si sforzino di superare questi ostacoli. Per quanto Satana cerchi di sbarrare tutte le vie per impedire loro di pregare, dovrebbero comunque sfondare ed essere convinti: anche se non si sono ancora liberati da tutti gli impedimenti, Dio sarà comunque contento dei loro tentativi e accetterà graziosamente le loro preghiere, se solo si sforzano e fanno uno sforzo dove non raggiungono subito la meta!

III,20,17 Ma poiché nessuno tra gli uomini è degno di presentarsi davanti a Dio e di presentarsi davanti al suo volto, il Padre celeste stesso, per liberarci dalla vergogna e dalla paura che dovrebbe scoraggiare tutti i nostri cuori, ci ha dato il suo Figlio, Gesù Cristo, nostro Signore. Egli è ora per essere il nostro intercessore (1Gio 2:1) e il nostro mediatore (1 Timoteo 2:5), sotto la cui guida dobbiamo raggiungere Lui senza preoccupazioni! Possiamo confidare che se abbiamo un tale Avvocato, nulla di ciò che chiediamo nel suo nome ci sarà negato, proprio come nulla può essergli negato dal Padre. A questo si deve riferire anche tutto ciò che abbiamo detto sopra sulla fede; perché come la promessa loda Cristo come nostro Mediatore, così si priva, se la speranza di risposta non è basata su di lui, del beneficio che la preghiera significa per noi. Perché non appena ci rendiamo conto della maestà di Dio, siamo inevitabilmente profondamente spaventati, e la realizzazione della nostra indegnità ci spinge lontano, fino a quando Cristo non entra nel mezzo e cambia il trono della gloria spaventosa nel trono della grazia. Così anche l’apostolo ci istruisce ad osare di apparire con ogni gioia, "per ricevere misericordia e trovare grazia in tempo di bisogno" (Ebr 4:16). E come ci è stata data la legge di invocare Dio, come abbiamo ricevuto la promessa che coloro che lo invocano troveranno una risposta - così ora ci viene comandato in particolare di invocarlo nel nome di Cristo, e la promessa è posta davanti a noi che otterremo ciò che chiediamo nel suo nome. "Finora non avete chiesto nulla nel mio nome", dice; "chiedete e vi sarà dato! … In quel giorno chiederete nel mio nome… E tutto quello che chiederete… lo farò, perché il Padre sia onorato nel Figlio" (Giov 16:24, 26; 14:13). Da questo risulta chiaro senza contraddizione che coloro che invocano Dio in un nome diverso da quello di Cristo trasgrediscono ostinatamente il suo comando e considerano la sua volontà come nulla, ma non hanno nemmeno la promessa di ottenere qualcosa. Perché, come dice Paolo, "tutte le promesse di Dio sono Sì in lui e sono Amen in lui" (2Cor 1:20); cioè, sono confermate e compiute in lui.

III,20,18 Bisogna anche prestare attenzione al momento in cui i discepoli, secondo il comando di Cristo, devono ricorrere alla sua intercessione: perché questo avverrà dopo che Egli sarà salito al cielo: "In quel giorno", dice, "chiederete nel mio nome…" (Giov 16:26). È certo, però, che fin dall’inizio tutti coloro che hanno pregato sono stati ascoltati solo per amore del Mediatore. Per questo motivo Dio aveva decretato nella Legge che solo al (sommo) sacerdote era permesso di entrare nel Santo dei Santi e che egli doveva portare sulle sue spalle i nomi delle tribù d’Israele e sul suo petto altrettante pietre preziose (Es 28:9, 12, 21); il popolo, invece, doveva stare lontano nel cortile esterno e da lì unire le sue preghiere a quelle del sacerdote. Sì, anche il sacrificio serviva a rendere le preghiere valide ed efficaci. Questa oscura cerimonia sotto la legge conteneva dunque l’insegnamento che siamo tutti esclusi dalla presenza di Dio e che c’è dunque bisogno di un mediatore che compaia davanti a Dio in nostro nome, che ci porti sulle sue spalle e ci tenga legati al suo petto, affinché possiamo essere ascoltati nella sua persona! Allo stesso tempo, quella cerimonia testimoniava che le nostre preghiere, che, come abbiamo detto, non sono mai prive di sporco, sono purificate dall’aspersione del sangue. Vediamo anche come i santi, quando volevano chiedere qualcosa, basavano la loro speranza sui sacrifici, perché sapevano che era attraverso di loro che tutte le loro richieste diventavano efficaci. Così Davide dice: "Egli si ricorda di tutte le tue oblazioni, e il tuo olocausto sarà grasso davanti a lui" (Sal 20:4). Da ciò deriva che Dio è stato riconciliato fin dall’inizio attraverso l’intercessione di Cristo, per poi accogliere le suppliche dei pii. Perché allora Cristo dichiarò una nuova ora in cui i suoi discepoli avrebbero dovuto iniziare a pregare nel suo nome? Perché questa grazia è più gloriosa oggi e quindi più degna del nostro rispetto! In questo senso aveva detto anche prima: "Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete…" (Giov 16,24). Non come se non avessero ancora saputo nulla dell’ufficio del Mediatore - perché tutti gli ebrei erano stati iniziati ai primi principi di esso! No, non avevano ancora riconosciuto chiaramente che Cristo, attraverso la sua ascensione, sarebbe stato un aiutante della sua Chiesa più certo di prima! Così vuole confortarli nel loro dolore per la sua ascensione indicando il suo insolito frutto, e per questo assegna a se stesso l’ufficio di intercessore, insegnando loro anche che finora sono stati privati di questo nobilissimo beneficio, e che potranno poi goderne quando un giorno invocheranno Dio più liberamente, appoggiandosi all’assistenza di Cristo! Così anche l’apostolo dice che attraverso il sangue di Cristo la sua nuova via è stata santificata per noi (Ebr 10:20). Tanto meno si può scusare la nostra cattiveria se non abbracciamo - come si dice - con entrambe le braccia un beneficio così delizioso, che dopo tutto è destinato specialmente a noi!

III,20,19 Cristo è dunque l’unica via e l’unico accesso attraverso il quale ci è dato di penetrare a Dio; chi dunque si allontana da questa via e si allontana da questo accesso, non ha più via né accesso a Dio, e per lui non rimane altro davanti al trono di Dio che ira, giudizio e terrore. Insomma, poiché il Padre ci ha indicato Cristo come nostro Capo e nostro Duca, chiunque si discosta da Lui in qualsiasi modo o prende una strada secondaria, per quanto c’è in lui, cerca di distruggere o falsificare questo marchio impresso sul Signore da Dio! Così Cristo è designato come unico mediatore, affinché per la sua intercessione il Padre sia benevolo con noi e ci dia ascolto. Naturalmente, nel frattempo, i santi sono anche lasciati alla loro intercessione, in cui pongono la loro salvezza sul cuore di Dio. L’apostolo ricorda anche questa intercessione (1Tim 2,1). Ma queste intercessioni dei santi dipendono da quello; non possono dunque mai e poi mai ritirare nulla da esso! Perché nascono dall’impulso d’amore in cui ci abbracciamo liberamente come membra di un solo corpo; ma proprio per questo si riferiscono anche all’unità del Capo! Tale intercessione reciproca avviene anche nel nome di Cristo, e cos’altro testimonia se non che nessun uomo può essere aiutato da alcuna preghiera se Cristo non intercede per lui? Quindi Cristo con la sua intercessione non si oppone certamente al fatto che tutti noi ci sosteniamo l’un l’altro nelle nostre preghiere nella Chiesa; ma deve anche rimanere fermo che tutte le intercessioni di tutta la Chiesa devono essere dirette a questo: Sì, dobbiamo guardarci dall’ingratitudine proprio in questo luogo; perché Dio, perdonandoci la nostra indegnità, non solo ha permesso agli individui di pregare per se stessi, ma ha anche ammesso che uno sia un intercessore per un altro! Ora, se Dio ha nominato uomini come intercessori per la Sua Chiesa, che sarebbero giustamente respinti se ognuno pregasse (anche) solo per se stesso - qual è l’arroganza di abusare di questa liberalità di Dio per oscurare la gloria di Cristo?

III,20,20 Ora è mero pettegolezzo quando i furbi (papisti) blaterano che Cristo è il mediatore per la salvezza, ma i fedeli per l’intercessione. Come se Cristo avesse ormai compiuto la sua mediazione temporale e trasferito quella eterna e incessante ai suoi servi! Lo trattano veramente con gentilezza semplicemente tagliando un "piccolo" pezzo della Sua gloria! Le Scritture, invece, sono ben diverse! E sicuramente un uomo pio dovrebbe essere soddisfatto della sua semplicità e lasciare da parte tali ingannatori! Giov dice: "E se qualcuno pecca, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo…" (1Gio 2:1). Intende dire che Cristo una volta era il nostro intercessore? Non gli attribuisce piuttosto l’intercessione costante per noi? Cosa diciamo quando Paolo dichiara che Cristo siede alla destra del Padre e intercede per noi? (Rom 8,34). O quando lo chiama l’unico mediatore tra Dio e l’uomo? (1Tim 2:5). Non si riferisce forse alle preghiere (dei credenti) che ha menzionato prima? (1Ti 2:1). Parla prima di tutto che dobbiamo intercedere "per tutti gli uomini" - e poi aggiunge subito a conferma di questa frase: "Perché c’è un solo Dio e un solo mediatore…"! Anche Agostino non lo interpreta diversamente; dice: "Nelle loro preghiere, gli uomini cristiani pongono Dio l’uno al cuore dell’altro. Ma colui per il quale nessuno intercede, ma che egli stesso intercede per tutti, è l’unico e vero Mediatore. L’apostolo Paolo era certamente un membro particolarmente in vista di questo capo; ma era comunque un membro del corpo di Cristo, e sapeva che il sacerdote più alto e più vero della chiesa non era entrato figurativamente nell’interno del tabernacolo e nel santo dei santi, ma era penetrato in chiara e ferma verità nell’interno del cielo per una santità che non era imitata ma eterna; e perciò comanda anche lui alle preghiere dei fedeli! (Rom 15,30; Efes 6,19; Col 4,3). Egli non si fa mediatore tra il popolo e Dio, ma desidera che tutte le membra del corpo di Cristo preghino le une per le altre; perché tutte le membra si preoccupano le une delle altre, e se un membro soffre, tutte le membra soffrono (1Cor 12:26). Così le preghiere reciproche di tutti i membri, che ancora soffrono difficoltà qui sulla terra, salgano gli uni per gli altri al Capo che li ha preceduti in cielo e nel quale è la propiziazione per i nostri peccati! (1Gio 2:2). Se Paolo fosse un mediatore, allora anche gli altri apostoli sarebbero mediatori; ma se ci fossero molti mediatori in questo modo, allora cosa intendeva Paolo stesso quando disse: "C’è un solo Dio e un solo mediatore tra Dio e gli uomini, cioè l’uomo Cristo…" (1Tim 2,5), nel quale anche noi siamo uno, se "conserviamo l’unità della fede attraverso il vincolo della pace"! (Efes 4:3; impreciso)". (Agostino, Contro la lettera di Parmenione, II,8,16). Allo stesso modo, altrove dice: "Ma se chiedete del Sommo Sacerdote - egli è al di sopra dei cieli! Lì chiede di te, colui che è morto per te sulla terra!". (Al Sal 94; 6). Non immaginiamo però che egli afferri le ginocchia del Padre e supplichi per noi, ma comprendiamo questo con l’apostolo: egli appare davanti a Dio in modo tale che la potenza della sua morte agisca come intercessione costante per noi; ma in modo tale che egli, essendo entrato nel Santo dei Santi del cielo, porti ora le preghiere del suo popolo, che sta lontano nel cortile, davanti a Dio solo fino alla fine dei tempi!

III,20,21 Ora, per quanto riguarda i santi che sono morti secondo la carne, ma sono vivi in Cristo, possiamo ben ammettere di loro che pregano; ma anche di loro non ci sogniamo che ci sia per loro un altro modo di pregare Dio se non Cristo, che è l’unica via, o che le loro preghiere siano gradite a Dio in qualsiasi altro nome che il suo! Poiché le Scritture ci richiamano da tutte le cose a Cristo solo, poiché il Padre celeste vuole riassumere tutte le cose in Lui (Col 1:20; Efes 1:10), sarebbe un terribile stupore, per non dire follia, se volessero creare per noi un tale accesso attraverso i santi che ci allontanerebbe da Lui, senza il quale anche i santi stessi non hanno accesso! Ma chi può negare che questa è stata l’usanza per secoli e lo è ancora oggi ovunque regni il papato? Per ottenere la benevolenza di Dio, si invocano sempre i meriti dei santi. Essi invocano Dio nel loro nome, di solito lasciando da parte Cristo: cos’altro significa questo, chiedo, se non trasferire a loro l’ufficio di intercessione, che abbiamo attribuito sopra a Cristo solo? Ma inoltre, quale angelo o spirito del diavolo ha mai fatto conoscere ad un uomo una sola sillaba della presunta intercessione dei santi? Non c’è nulla al riguardo nelle Scritture! Come si è arrivati a pensare una cosa del genere? Quando lo spirito dell’uomo cerca tali aiuti, con i quali la Parola di Dio non ci arma - allora mostra apertamente la sua mancanza di fiducia! Se prendiamo come testimone la coscienza di tutti coloro che pensano tanto all’intercessione dei santi, troviamo che la loro opinione deriva solo dal fatto che si tormentano con la loro paura. Proprio come se Cristo fosse troppo debole qui o ci affrontasse con terribile severità! Con questa perplessità prima di tutto disonorano Cristo e lo derubano del titolo di unico Mediatore, che gli è stato dato dal Padre come prerogativa speciale e quindi non può essere trasferito a nessun altro. Ma con questo stesso atto oscurano la gloria della sua nascita e la svuotano della croce, insomma, tutto ciò che ha fatto o sofferto, questo lo spogliano e lo privano della dovuta lode! Perché tutto questo è per dire che solo lui è il nostro mediatore e come tale è valido! Allo stesso tempo rifiutano la bontà di Dio, che si è offerto loro come Padre; perché Dio non è loro Padre se non riconoscono che Cristo è loro fratello; ma questo lo negano categoricamente se non considerano che anche Lui li affronta in un atteggiamento fraterno che è estremamente mite e tenero! Ecco perché la Scrittura ci offre solo lui, ci manda a lui, ci lega a lui! "Lui", dice Ambrogio, "è la nostra bocca attraverso la quale parliamo al Padre, è il nostro occhio con il quale guardiamo il Padre, è la nostra mano destra con la quale ci offriamo al Padre! Se egli non intercede per noi, né noi né tutti i santi abbiamo alcuna comunione con Dio!". (Di Isacco e l’anima, 8:75). I nostri avversari ora obiettano che tutte le preghiere pubbliche che leggono nelle loro chiese si concludono con l’appendice: "Per Cristo nostro Signore". Ma questa è un’evasione frivola; perché l’intercessione di Cristo per noi non è meno profanata quando è mescolata con le preghiere e i meriti dei defunti che quando è lasciata completamente da parte e si ricordano solo i morti. Né Cristo è minimamente menzionato nelle loro litanie, inni e prose, in cui tutto l’onore è attribuito ai santi defunti!

III,20,22 Ma la follia è andata così avanti che abbiamo qui davanti a noi un’immagine distinta della superstizione, che, quando ha gettato le redini, è solita non trovare alcuna fine alla sua folle dissolutezza. Infatti, una volta che si cominciava a dirigere il proprio pensiero all’intercessione dei santi, si assegnava generalmente ad ogni singolo santo il suo ufficio speciale, così che, a seconda della diversità della questione, a volte questo, a volte quello veniva invocato come intercessore: Poi, anche, ognuno acquisì il proprio santo, alle cui cure si affidò - proprio come a quelle degli dei tutelari! E così non si arrivò solo a ciò che il profeta rimproverò una volta al popolo d’Israele: "Molte città, molti dei avete…" (Ger 2:28; 11:13), ma ci sono tanti dei quante sono le teste! Ma i santi dirigono tutti i loro desideri alla sola volontà di Dio; essi guardano a Lui, riposano in Lui; e perciò è ritenuto sciocco e carnale, persino spregevole da parte loro, attribuire loro qualsiasi altra preghiera che quella con cui desiderano la venuta del regno di Dio: Ma se i papisti imputano loro che ognuno di loro, per impulso privato, è particolarmente favorevole ai suoi adoratori, questo non ha niente a che vedere con la vera disposizione dei santi! Infine, alcuni sono persino caduti nella terribile blasfemia di invocare i santi non solo come intercessori, ma come custodi della loro salvezza! Puoi vedere dove finiscono i miserabili quando lasciano il posto loro assegnato, cioè la Parola di Dio, e vagano in modo instabile! Passo sopra a mostruosità ancora più grandi dell’empietà, con le quali sono ripugnanti a Dio, agli angeli e agli uomini, ma delle quali non si vergognano né hanno paura! Ci si prostra davanti a una statua o un quadro di Barbara o Caterina o santi simili e si mormora il proprio "Padre nostro"! E i pastori non pensano a porre rimedio o a prevenire tali mali, no, si lasciano attirare dal profumo dell’utile e approvano tali cose con i loro applausi: vogliono certamente spostare da sé la vergogna di un così vile oltraggio - ma con quale pretesto vogliono difenderlo, che si preghi Eligio o Medardo, che guardino dal cielo i loro servi e li aiutino? O che si debba chiedere alla Santa Vergine di ordinare a suo Figlio di fare ciò che si desidera? Nei tempi antichi, in un concilio a Cartagine (397), fu proibito di pregare i santi direttamente all’altare; ed è probabile che questi santi uomini (sebbene) non del tutto in grado di sottomettere l’assalto della cattiva abitudine, abbiano quindi (almeno) eseguito quella restrizione, affinché almeno le preghiere pubbliche non fossero corrotte da formule come: "San Pietro, prega per noi". Ma quanto più avanti (nel frattempo) è avanzata la diabolica malizia di coloro che non si vergognano di trasferire ai morti ciò che appartiene solo a Dio e a Cristo!

III,20,23 Ora essi vorrebbero creare l’impressione che questa intercessione dei santi sia basata sull’autorità delle Sacre Scritture; ma tutto ciò che essi intraprendono a questo scopo è uno sforzo vano. (a) Sostengono che si legge spesso delle preghiere degli angeli, e non solo: si dice anche che le preghiere dei fedeli sono portate davanti al volto di Dio per mano loro! Lo ammetto. Ma se si vuole paragonare i santi che sono partiti da questa vita presente con gli angeli, allora si deve dimostrare che anch’essi sono spiriti ministri, ai quali è assegnato il servizio di curare la nostra salvezza (Ebr 1:14), ai quali è assegnato il compito di custodirci in tutte le nostre vie (Sal 91:11), che devono circondarci (Sal 34:8), ammonirci e confortarci, stare a guardia di noi! Tutto questo è attribuito agli angeli, ma non ai santi! Quanto sia sbagliato confondere i santi defunti con gli angeli è abbondantemente chiaro da tanti uffici diversi con cui la Scrittura li distingue. L’ufficio di avvocato davanti al giudice terreno non oserà essere esercitato che da coloro che sono ammessi; ma dove trovano la libertà di imporre a Dio tali intercessori quei piccoli vermi, dei quali non si legge che questo ufficio è loro affidato? Dio, secondo la sua volontà, ha incaricato gli angeli di occuparsi della nostra salvezza; perciò essi frequentano anche le sante assemblee, e la chiesa è per loro una casa di spettacolo, in cui ammirano la multiforme e "molteplice sapienza di Dio" (Efes 3:10). Questo è proprio di loro, e chi lo trasferisce ad altri sicuramente confonde e perverte l’ordine stabilito da Dio, che dopo tutto dovrebbe essere inviolabile! (b) Procedono con la stessa "destrezza" quando si riferiscono ad altre testimonianze scritturali. Dio disse a Geremia: "Anche se Mosè e Samuele sono stati davanti a me, non ho cuore per questo popolo…". (Ger 15:1). Come potrebbe, dicono, parlare dei morti in questo modo se non sapesse che essi intercedono per i vivi? Io, invece, concludo il contrario, perché qui è ovvio che né Mosè né Samuele intercedevano per il popolo d’Israele, e quindi non c’era intercessione dei morti in quel tempo! Di quale santo si dovrebbe credere che si adopera per la salvezza del popolo, se non lo fa Mosè, che nella sua vita era di gran lunga superiore a tutti gli altri in questa materia? Quando, dunque, i nostri avversari portano avanti questi piccoli argomenti sofistici, e dicono: I morti intercedono per i vivi; poiché il Signore dice: se anche loro hanno fatto intercessione…, - io darò una prova ancora più luminosa e dirò: Mosè non fece alcuna intercessione nella più grande angoscia del popolo; perché è detto: se anche lui facesse intercessione…; così si deve supporre che nessun altro faccia tale intercessione; perché sono tutti molto lontani dalla bontà, dalla gentilezza e dalle cure paterne di Mosè! Perché tutto quello che ottengono con le loro chiacchiere è che vengono feriti con le stesse armi con cui pensavano di essere al sicuro! Ma è ridicolo che essi distorcano un’affermazione così semplice in questo modo; il Signore sta solo dicendo che non risparmierà il popolo nei suoi misfatti, anche se avesse come intercessori uomini come Mosè o Samuele, verso le cui preghiere si era mostrato così indulgente! Che questo sia il significato è chiaro da un passo simile in Ezechiele, dove il Signore dice: "Anche se questi tre uomini, Noè, Daniele e Giobbe, fossero nella città, non salverebbero i loro figli e le loro figlie con la loro giustizia, ma solo le loro stesse anime! (Ez 14:14; non è il testo di Lutero; interpretativamente ampliato). Non c’è dubbio che egli intenda qui: anche se due di loro tornassero in vita … Infatti il terzo, cioè Daniele, era ancora vivo in quel momento; era senza dubbio solo nel primo fiore della sua giovinezza, e in questo ha mostrato una prova incomparabile della sua pietà. Lasciamo dunque riposare coloro che, secondo la chiara dichiarazione della Scrittura, hanno già completato il loro corso! Ecco perché Paolo, parlando di Davide, non dice che ha assistito i suoi discendenti con le sue preghiere, ma solo che ha scontato la sua pena. (Atti 13:36).

III,20,24 (c) I nostri avversari pongono ora una contro-domanda: se vogliamo negare ai santi, che in tutto il corso della loro vita non hanno mostrato altro che pietà e misericordia, (ora) ogni pia preghiera. Certo, non voglio esaminare avventatamente ciò che i santi fanno e pensano; ma non è affatto probabile che essi si lascino spingere avanti e indietro da molteplici desideri riguardanti singole cose, ma desiderano fermamente e inamovibilmente il regno di Dio, che consiste non meno nella distruzione degli empi che nella beatitudine dei fedeli! Ma se questo è vero, il loro amore è senza dubbio anche incluso nella comunione del corpo di Cristo, e non va oltre quanto la natura di questa comunione permette. Perciò, anche se ammetto che pregano per noi in questo modo, non si allontanano così dal loro riposo da impigliarsi in preoccupazioni terrene; tanto meno dovremmo invocarli per questo! (d) Che dobbiamo comunque fare questo non può essere dedotto dal fatto che le persone che vivono sulla terra possono raccomandarsi reciprocamente alla loro intercessione (1Ti 2:1 s. Gc 5:15 s.). Se condividono i loro bisogni l’uno con l’altro in questo modo e si aiutano a sopportarli, allora tale servizio favorisce la crescita dell’amore in loro. E lo fanno per precetto di Dio, e non manca anche una promessa; ma questi due pezzi vengono sempre prima nella preghiera! Per coloro che sono morti, invece, mancano tutte queste cause; perché il Signore li ha tolti dalla nostra comunione e non ci ha lasciato più alcun contatto con loro (Eccl. 9:5 s.), ma anche loro non hanno più alcun contatto con noi, come si può presumere dal passo citato. (e) Ora forse qualcuno potrebbe obiettare che non è possibile che i defunti non abbiano lo stesso amore per noi, poiché sono uniti a noi in una sola fede. Ma chi ha fatto sapere che le sue orecchie arrivano abbastanza lontano per sentire la nostra voce? Come facciamo a sapere che i loro occhi penetrano abbastanza in profondità da vedere i nostri bisogni? È vero che i papisti parlano nelle loro scuole di chissà che cosa dello splendore della vista divina che dovrebbe brillare su di loro, e nella quale potrebbero guardare dall’alto, come in uno specchio, il destino dell’umanità. Ma se qualcuno afferma questo, soprattutto con la sicurezza con cui osa farlo, cosa significa se non che per mezzo dei sogni ubriachi del nostro cervello vogliamo penetrare e irrompere nei consigli nascosti di Dio senza la sua Parola, e calpestare le Scritture? Perché la Scrittura dichiara così spesso che la prudenza della nostra carne è inimicizia contro la sapienza di Dio (Rom 8:6 s.), condanna in generale la vanità della nostra mente, getta a terra tutta la nostra ragione e vuole che fissiamo il nostro sguardo solo sulla volontà di Dio!

III,20,25 (f) Ma le altre testimonianze che traggono dalla Scrittura per difendere le loro menzogne, le pervertono nel modo peggiore. Così si dice: Ma Giacobbe desidera che il suo nome e quello dei suoi antenati Abramo e Isacco siano chiamati sopra i suoi discendenti! (Gen 48:16). Vediamo prima in quale forma tale "invocazione" ebbe luogo tra gli israeliti: essi non supplicano i loro padri di aiutarli, ma chiedono a Dio di ricordarsi dei suoi servi Abramo, Isacco e Giacobbe! Quindi il loro esempio non può in alcun modo dare aiuto a coloro che rivolgono la parola ai santi stessi. Ma poiché questi grumi, nella loro debolezza di visione, non afferrano cosa significhi "invocare" il nome di Giacobbe, e nemmeno capiscono perché si dovrebbe "invocarlo", non c’è da meravigliarsi che essi stessi balbettino così infantilmente riguardo alla forma (di questa "invocazione")! Incontriamo questo modo di parlare più di una volta nella Scrittura. Isa dice che il nome degli uomini è "invocato" al di sopra delle donne (Isa 4:1), cioè quando hanno per marito sotto la cui fedeltà e protezione vivono. L’"invocazione" del nome di Abramo sugli Israeliti si basa dunque sul fatto che essi fanno risalire a lui l’origine della loro razza e lo onorano solennemente come loro antenato e progenitore! Ma Giacobbe fa questo (Gen 48!) non perché fosse preoccupato della propagazione della fama del suo nome. No, sapeva che tutta la felicità dei suoi discendenti dipendeva dall’eredità dell’alleanza che Dio aveva stretto con lui; e poiché vedeva che questo sarebbe stato per loro il più alto di tutti i beni, desiderava che fossero annoverati nella sua famiglia. Ma questo non significa altro che egli dà loro la successione a quell’alleanza! Ma quando questi discendenti, d’altra parte, intrecciano il ricordo di questo nelle loro preghiere, non ricorrono all’intercessione dei morti, ma tengono davanti al Signore il ricordo della sua alleanza, in virtù della quale il Padre, nella sua grande bontà, si è preso la responsabilità di essere benevolo e caritatevole con loro per amore di Abramo, Isacco e Giacobbe! Quanto poco i santi abbiano fatto affidamento sui meriti dei padri è testimoniato dalla confessione pubblica della Chiesa nel profeta: "Tu sei nostro Padre; perché Abramo non sa di noi, e Israele non sa di noi; ma tu, Signore, sei nostro Padre e nostro Redentore…" (Isa 63:16). E mentre stanno ancora parlando in questo modo, aggiungono subito: "Ritorna, o Signore, per amore dei tuoi servi!". (Isa 63,17); non pensano a nessuna intercessione, ma dirigono la loro mente ai benefici dell’alleanza. Ma ora abbiamo il nostro Signore Gesù, per mano del quale l’eterna alleanza di misericordia non solo è fatta, ma anche confermata a noi - a quale nome dovremmo altrimenti riferirci nelle nostre preghiere? Ma poiché tali buoni maestri, sulla base di queste parole, vogliono nominare gli Arcifrati come intercessori, vorrei sapere da loro perché Ab